30.10.06

Iniuriam qui facturus est, iam facit


Io non sapevo che in Italia ci sono i motel, ma i motel quelli che vedi nei film americani con gli ingressi a schiera e le persone che rintanano le loro losche avventure all’interno di quattro stelle e quattro mura ricoperte di specchi che rimbalzano specchi che rimbalzano altri specchi. C’è anche lo sciampagnino nel frigo bar, dieci euro / trenta centilitri. Di notte le macchine si affiancano davanti alle porte, di giorno scompaiono, formalmente perché siamo accanto all’aeroporto e qui si è solo di passaggio. Uno strano materiale impedisce l’uso dei cellulari all’interno delle camere, accessorio tacitamente provveduto, ma le stanze non tacciono i sospiri lascivi di una donna, o forse di uno schermo televisivo a pagamento, due numeri più avanti. Per cena troviamo un ristorante condotto da una famiglia circense. Mentre l’entrecot al pepe verde mi si scioglie in bocca dimostrando con grani freschi e non secchi la mia inettitudine davanti ai fornelli, Chuck Norris mi sorride in foto abbracciato ad acrobati in rosa lamè.


Percorro la strada per lo spazio a piedi, come l’altra volta. Costeggio i capannoni fantasma della Facit e di altre aziende dalle insegne con caratteri tipografici che ti raccontano lo scorrere del tempo come rughe accanto agli occhi. Chi è fallito ha lasciato le luci accese dentro, tanto non pagherà mai quella bolletta. La macchina di un metronotte, forse solo per abitudine, entra dentro un recinto in cui si ammassano container marchiati “Traffici Internazionali”. Ogni volta che prendo l’autobus che mi lascia all’inizio di questo viale tramontato penso che arriverò in ritardo e invece, alla fine, mi trovo sempre in anticipo in un locale vuoto dove un ragazzo sistema un riflettore e altri montano un banchetto con magliette e cappellini. Temporeggio all’esterno impedendo visioni remote di Ballando con le stelle e poi sistemo la mia solitaria presenza tra un muro di pin-up e un tavolo con una rossa doppio malto. La via al basso costo oggi è La Rossa Moretti alla spina, ma prima o poi i cinesi ci fregheranno anche l’alta gradazione alcolica, oltre che l’industria tessile.

Lo spazio si popola stanco e lento, di gente di una certa età, di un gruppetto di erasmus tedeschi, di molte monadi amiche della colonna o dello sgabello. Un cocktail a base di arancia chiede se il posto al mio tavolo è libero. Una birra bionda avanti è vestito elegante-ma-non-troppo come me ventiquattrore prima. Un niente sul tavolo manovra una digitale mentre la sua gonna a fiori non svolazza in saluti ai tremendamente belli. Sembra di stare in un Lost In Translation dove non incontri mai Scarlett Johansson, il tempo scorre e mi convinco che i futuristi russi sono stati bloccati alla dogana, come l’altra volta successe alle loro magliette. Greenspan cammina intorno con una maglietta consunta e passi sempre troppo lunghi che lo fanno oscillare come se fosse la mia palla antistress XXL. Didemus scia quasi sculettando con camicia e pantaloni costruiti su di lui. O conoscono bravi fotografi o negli ultimi mesi hanno avuto un tracollo fisico: Didemus invece di assomigliare a uno dei miei fratelli (o meglio, a uno dei miei fratelli se i miei fratelli non avessero optato per un’inclinazione cromosomica tendente al ceppo paterno) sembra il cugino di Matteo Salvini; Greenspan tocca vette finora inesplorate persino dai cantanti di Arab Strap e Piano Magic. In più si portano appresso uno skinhead in giubbotto di pelle e maglietta dei Motorhead, che tiene il suo cuscino preferito dentro una batteria durante i viaggi.


Mi colloco nella posizione “Sono la persona che qui tiene più a questo concerto”. Fin dall’inizio con The Equalizer, la batteria vera si aggrappa ai battiti programmati e il basso con le corde conferisce appena un respiro agli arpeggi dalla scrittura sintetica: forse vogliono dare carne e sangue ai bozzoli di insoddisfazione silicea, ma ne viene fuori uno straccetto di umanità che cerca di aggrapparsi alla scansione del clock per sopravvivere. Seconda, subito, Teach Me How To Fight. Greenspan imbraccia la chitarra e mi insegna di nuovo, se ce ne fosse bisogno, che questa non è una canzone da finali, ma una sulla rinascita, su corpi che dimenticano parole e sangue sulle magliette e tutti i suoni distorti impercettibilmente. Didemus preme lo stop e il restart, mentre piccoli vibrato percorrono le sei corde elettriche. Greenspan tiene gli occhi chiusi mentre canta, ma solo perché nel frattempo il sole sulla sua faccia è diventato troppo forte e lo acceca freddo. Il primo disco ricomparirà solo con Birthday, per il resto ripropongono senza troppe variazioni l’atmosfera meno danza del disfacimento amoroso più synthpop dell’eterno vagare tra non luoghi del secondo. Le erasmus tedesche si lanciano persino in balli, mentre Greenspan a un certo punto farnetica di fontane di Brio (non Sergio, non Blu). Alla fine i plin plin di FM dondolano tra le casse a destra e quelle a sinistra, mentre il falsetto sussurra di ritorni a casa e di “nessun altro suono, finché non dirai (che sei) ok”. Quell’altro suono sarà uno “Sweet one, sweet one, under the sun” che parte come un anti-finale, aperto e ciclico a differenza della precedente chiusura, e continua infinito con bordate di chitarra a squassare il contenuto dei nostri petti. Resto un altro po’, per raccogliere le idee, confuse più che prima. Alberto Campo mette dischi mentre continuo a ripetere in favore di camera “Tempo di relax, tempo di Moretti”, con intensità. Poi decido di impiegare lo spostamento indietro delle lancette del mio orologio camminando a ritroso tra le rovine del manifatturiero italiano.

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