17.8.06

And I Was A Boy From Portugal

Una breve ricognizione pre-partenza su internet aveva decretato ai portoghesi Loto una minima attenzione preventiva. Dai pochi ascolti erano sembrati un tranquillo gruppo elettropop con cui iniziare, senza troppe pretese, l’esperienza del Sudoeste. L’evolversi degli eventi li ha invece tramutati in una provvidenziale boccata d’ossigeno, anche perché lungi dal limitarsi ai pedissequi cliché anni Ottanta, dal vivo i Loto si sono mantenuti in equilibrio tra Madchester e il punk-funk più canzonettaro. Sono strani a vedersi i Loto, perché mentre tre componenti indossano una sorta di uniforme fatta in casa (maglietta nera con ologramma cangiante di equalizzatore di tela attaccato con lo sputo), il bassista è vestito con gli abiti di tutti i giorni e il chitarrista, come anticipato, sembra un chitarrista hard rock in visita a un topless bar texano. Scopriremo in seguito che le magliette nere indicano i componenti ufficiali del gruppo.
Scopriremo in seguito anche che nell’occasione i Loto presentano gran parte del nuovo disco, Beat Riot, al quale si deve anche la piega dei pezzi vecchi. Col playback che spesso non parte, i Loto prendono poco alla volta. L’impressione è che un po’ rincorrano le mode: nati brit, passati per l’elettropop e ora col cantante quasi sempre in posa alla Ciccio Murphy mentre sullo sfondo anti-stilosi visual pixelati accompagnano appendici di sintetizzatore raveggianti. Ma il cantante è un minimo autoironico, il chitarrista raccoglie l’entusiasmo della claque di amici al mio fianco e il concerto sembra montare bene.
Tutto fino agli ultimi due pezzi, che da quelle parti dovrebbero essere abbastanza conosciuti. Celebration (Celebrate Baby!) con andatura da remix, discov-ocod-erye e gustosi tastierismi screamadelici scatena i cori e si balla con piacere. La finale Back To Discos poi nella sua acefalica autoironia frulla al doppio della velocità dell’originale in tamarra cassa dritta gli ultimi trent’anni di dance attraverso primal-piano-forti, italo synth, bass-line anniottanta, rave sirene e non contenta quando arriva all’intermezzo con falsetto e pianoforte fa saltare tutto in aria sovrapponendo il campionamento degli Abba di Hung up mentre la gente urla impazzita, il cantante sale sulla transenna davanti a me, da dietro lo tirano, cerco di trattenerlo per non farlo rovinare su di me, la sua panza sudata mi soffoca, back to discos, non respiro, parapapparapààà, gimme gimme gimme my back to discos, i’m tired of waiting on you. A che serve il respiro, spettacolo.



Celebration (Celebrate Baby!) - Loto
Back To Discos - Loto

Ho un coordinatore dei new media / ma il suo nome non è Jedediah

Interrompiamo solo per un attimo la serie sul racconto del Sudoeste per un’ultimora. È triste che una band che ha dovuto molto all’internet buzz come i Decemberists, sia nelle mani di gente che crede che una divisione new media serva a mandare messaggi precotti e totalmente privi dello spirito dei suddetti nuovi media. È parte del gioco, lo so, e Ashley esegue soltanto degli ordini come l’ultimo dei legionari di Colin, ma a me queste cose fanno senso e ho paura di collegarmi al sito dei Decemberists e scoprire che i disegnini di Carson Ellis sono stati sostituiti con brutte animazioni in flash. Così old new media.

PS: la tizia mi dice via mail che gli artisti ritengono che sia troppo presto parlare bene di loro. Pitchfork che si vanta di possedere il promo e quasi intitola il pezzo "Gnè gnè gnè" invece è ben accetto

16.8.06

Alla fiera del Sudoeste, per due soldi, due robottini il qui presente aspettò

Fin dall’arrivo a Zambujeira il Sudoeste ci suggerisce di dimenticarci di Benicassim. Se non fosse per l’enorme quantità di orrendi braccialetti blu di plastica lucida, festival e paesino sembrerebbero due fidanzati imbronciati che non si rivolgono sguardo e parola se non per dire “Ehi, sai, l’ultimo autobus per i concerti è alle 18.30. Oh, sono le 18.15? Scuuuuusa”. Tanto più che i molti che desiderano ripartire la mattina dopo, come noi per esempio verso Porto, decidono di fare il biglietto del pullman tutti allo stesso momento nell’unica cartoleria del paesiello, alle 18.10. Visto che nella notte non ci saranno autobus per tornare indietro decidiamo di memorizzare la strada (partono vocalizzi stile Organ), ma quando ci accorgiamo che stiamo per espatriare incrociamo le dita sperando nella presenza di taxi che ci evitino l’autostop, che ci avrebbe sicuramente consegnato nelle grinfie di un gruppetto di fan di Skin. Io sarei partito con battute e imitazioni e avrei rischiato le mazzate (frase pronunciata in italiano anglo-falsettato).

Morale di metà favola: cinque ore di anticipo sull’orario rispetto al quale intendevamo presentarci. La fortuna è che il Sudoeste è anche una specie di festa di paese a metà tra la sagra del polpo di Mola di Bari e una fiera multinazional-solidale. Così sbolliamo la rabbia per il fatto che il biglietto giornaliero non si traduca in un orrendo braccialetto e che una volta dentro l’area concerti non potremo uscire, chessò, per fare una passeggiata nel polveroso deserto inneralentejano, sbolliamo la rabbia, dicevo, nel simpatico tendone esterno in stile festa delle medie della Kellog’s dove la distribuzione gratuita di scodelle di cereali e tetrapak di latte preconizza le ore successive in cui regrediremo fino a giocare in massa con due action-figure di robot a grandezza in-naturale.

Dentro, l’unico palco attivo passa dei trascurabili complessini rock autoctoni. Dopo un giro sulla ruota panoramica (davvero, mancava solo l’autoscontro e il punching ball, ché c’era anche il karaoke da qualche parte) e la raccolta di svariati inutili gadget siamo passati al censimento degli stand gastronomici: fermati di continuo da gente che ci proponeva assaggi, abbiamo posto l’attenzione su un fantastico tizio che arrostiva un maiale intero allo spiedo e su una rivendita di giganti churros ripieni (foto seguiranno anche sul flickr). Il mio sport preferito diventa la ricerca degli spettatori privi di braccialetto e vengo ripagato con la visione dei caratteri più disparati: dalla coppia di turisti tedeschi con carrozzina al seguito (ma in teoria non dovevano bloccarli all’ingresso? La carrozzina potrebbe essere tirata sul palco, per esempio, contro Skin) ai reduci dei bei tempi andati con pancetta alla Boy George, passando per gli inequivocabili fan dei Daft Punk, riconoscibili dall’assenza di elementi estetici distintivi.



Intorno alle otto parte la musica anche sugli altri palchi. Il palco reggae è esilarante, col suo bolso host di mezza età finto giamaicano di Cascais e con i gruppi che propongono scalette miste per accontentare un po’ tutti tra ska, rocksteady, dub e roots. Mi faccio prendere e comincio ad aggiungere una rassegna di luoghi comuni raga-verbali a quelli che sento cantare e vengo trascinato via per paura di risse mentre urlo riverberato “Reggaeton Zion, Reggaeton Zion” e “Legalize the tripa”. Il palco centrale vede all’opera il gruppo hip-hop portoghese Boss AC: niente di che, buoni alcuni passaggi, fino a quando intrecciano un rap e un fado, quasi a un passo dalla plasticosa sensazione Gotan Project, declinata da quelle parti da diverse compilation di fado lounge revisited.

Il tendone rock è ancora in mano a un’insostenibile patchanka e allora torniamo al palco principale, dove il brasiliano Marcelo D2 è impegnato con un socio in una sessione di beatbox del tipo genere musicale / ritmo in cui incastonano Seven Nation Army – giuro che il giorno dopo a Porto ho assistito al triste spettacolo in cui un italiano, per fare capire alla gente che gli cammina accanto che è italiano, canticchia il po-po-po-po-po fissando i passanti negli occhi in cerca di assenso. Marcelo D2 sul palco è circondato da una moltitudine di persone che svia l’hip hop sulla samba, sulla bossa nova, sull’electro e sull’inevitabile baile-funk, per il quale si ringrazia una sgallettata sosia della tizia dei Black Eyed Peas: almeno in questo caso il colpo riesce, non sembra che l’eclettismo serva a sviare dalla povertà di scrittura e la gente muove il popozuda persino nella fila ai bagni chimici.

Nel tendone intanto i messicani Los de Abajo si presentano mascherati e inscenano i prodromi di un irritante miscuglio di retorica politicoguerrigliera, festa mariachi ed elettronica subsonica. L’entusiasmo con cui vengono accolti è sensibile, ma all’arrivo di una canzone su Zapata che invita festaiolamente alla benevola sospensione del giudizio, continuo a ripetermi mentalmente le parole filtrate di Daftendirekt per convincermi della mia resistenza a tutto ciò. Siccome il tendone non vaporizza l’acqua come l’anno scorso a Benicassim, usciamo per un attimo per una boccata d’aria e invece veniamo investiti da piagnistei molesti. Dev’essere Skin che si è accorta della crescita di un capello sulla sua testa, suo equivalente rough di quando mi si spezza un’unghia. La visione mentale di un bassista rasta che per riprendersi dal rincoglionimento della cantante del suo gruppo decide di duettare con Jovanotti mi consiglia l’interruzione del mio mash-up vocale Skin meets Pino Daniele meets Cugini di Campagna. È quasi ora di sentire musica più affine ai nostri gusti e nel tendone un giovane dj mescola davanti al palco vinili minimali, ma così minimali che si sente più la prova degli strumenti dietro di lui che Trentemoller. A tal proposito, mi ha sempre colpito lo scarto tra quello che strimpellano i roadie quando accordano le chitarre e quello che dopo sarà suonato sul palco. Peccato che quello vestito da camionista terzo classificato al campionato di braccio di ferro interreggionale che imbraccia la chitarra gigante memorabilia dei Kiss sia proprio il chitarrista della successiva band, guardacaso un po’ electro, un po’ indie e un po’ nerd.(…continua…)

Ohmygod, it’s the funky shit

Interrompiamo solo per un attimo la serie sul racconto del Sudoeste per un’ultimora. Funky Meloy, cos’è, humour bianco/nero su tematica perfetto/imperfetto, già/mai sentito? Ti sembra costumato fare quei suoni con la gavetta? Vuoi farmi fare sogni sporchi numero due su di te che inviti il tenente Ciccio Murphy a vedere la tua collezione di baionette?

The Perfect Crime #2 – The Decemberists (mp3 IMMEDIATELY removed as requested from Ashley, coordinator of new media @ Capitol Records)

14.8.06

Un tranquillo venerdì di oceano, uncinetto e lumachine

Zambujeira do Mar è un piccolo paese sull’oceano dominato essenzialmente da due categorie: surfisti e matrone di mezz’età che affittano loro appartamenti che hanno il profumo delle case al mare delle vecchie zie. Ci si scordi insomma l’immaginario maledetto cinematografico, ché qui gli spericolati, invero con una tendenza all’aspetto post-fricchettone fatto di magrezza e dreadlock più che di muscoli e chioma fluente, si addormentano sotto copriletti fiorati di vezzosi pizzi e merletti. A contrastare il lavoro di diritto e di rovescio delle bianche tende e dei centrini resta solo un poster col gesto a corna mignolo-pollice, hang loose brother!, appeso come un ritratto di famiglia con due chiodi, due stringhe e una cornice di legno povero.

Per quattro giorni però Zambujeira diventa anche sede dell’eterogenea accolita, per lo più portoghese, che frequenta il Festival do Sudoeste. Il primo sentore di come un paesino per surfisti, concerti di Goldfrapp e Daft Punk e un palco reggae possano attrarre un miscuglio indefinibile lo abbiamo ad Aljezur, piccola località tra Algarve e Alentejo dove eseguiamo lo scambio tra gli expressos presso una stazione degli autobus popolata in egual misura dai suddetti festivalieri e da rigorose coppie di silenti anziani. Se sei un uomo devi indossare un cappello anche se fuori ci sono trentasei gradi. Gli anziani hanno il sorriso negli occhi e secondo me pensano che quegli adolescenti (ancora) rasta hanno molto più caldo sulla testa di loro.



Arriviamo a Zambujeira senza aver prenotato niente (non si può prenotare da internet e farlo via telefono è quasi impossibile, specie se si sbaglia prefisso e si effettuano le chiamate in Lussemburgo) e senza la via di fuga del campeggio, non compreso nel biglietto giornaliero e peraltro talmente pieno che gli ultimi arrivati hanno posizionato la tenda senza riparo dal sole. Arriviamo a Zambujeira nel tardo pomeriggio del secondo giorno di festival e impieghiamo meno di cinque minuti per capire che la situazione alloggio è critica. La signora dell’ufficio turistico ci scoraggia dicendo che non è rimasto niente, iniziamo il pellegrinaggio delle pensão e soltanto la magnanima Dona Maria Fernanda della Mar-e-Sol prende a cuore la nostra causa, promettendoci un quarto se la giornalista che aveva prenotato e non confermato non fosse arrivata. Passiamo alla ricerca di quartos nelle case e ogni signora si premura di indirizzarci a una sua amica che regolarmente ha terminato le camere. Dai balconi i ragazzi stendono gli asciugamani e i costumi, i bar sono affollati e l’ufficio turistico dove abbiamo lasciato i bagagli sta per chiudere. Poi voltiamo l’angolo e la scontrosa e gentile signora del negozio di surf e pesca ci salva, evitandoci l’umido adiaccio notturno. Peggio di noi solo la fantozziana coppia che troveremo il giorno dopo davanti al negozio: non sapevano che in quel posto sperduto si stava tenendo un festival musicale.

Trovata la sistemazione, ci guardiamo intorno. Il posto è scevro da ogni minimo indie-fighettismo, semmai gli si può imputare un afrore a metà tra il balneare ed Arezzo Wave. Tre passi e siamo di fronte alla visione mozzafiato del golfo di Zambujeira, scogliere grigio-nero-verdi alte decine di metri, spiaggia sterminata conscia dell’essere succube della marea, oceano imbronciato illuminato da sole calante. Scendiamo vestiti alla costa, giusto per qualche foto e per bagnare i piedi nell’acqua freddissima, così fredda e ondosa che il giorno dopo passerò il tempo a buttarmi contro i cavalloni come non facevo da quando avevo quattordici anni. Tornando indietro sento un accento palermitano e noto che la metà del gruppetto porta ancora il braccialetto di Benicassim dell’anno scorso. Ed è strano perché sembra che in giro non ci siano altri stranieri: nessun inglese, nessun tedesco, nessun italiano, qualche spagnolo e qualche francese. Mentre i palermitani cazzeggiano, risaliamo al viale principale e, per tutti i fossili, Denver! Giusto il tempo di riprendermi con qualche pizzicotto e ci troviamo davanti a birra e babaluci, manco fossimo al Festino di Santa Rosolia. I babaluci, ovvero le lumache piccole e bianche saltate con olio, aglio, prezzemolo e pepe, qui si chiamano caracois, quasi come me. Tutti corrono via dal paese ed escono fuori gli abitanti del luogo, quiete famigliole abitanti paciose villette minimali e feng-shui-ficate poco lontano dal viale principale. Verso le undici il posto è serenamente spettrale e gli unici suoni provengono dal mercatino fastidiosamente etnico dove lo stand degli indios pompa Around The World a volume eccessivo. Andiamo a letto presto, riservando le energie per il campale giorno successivo.



(si ringrazia play-m per la prima e la quarta foto)

28.7.06

Águas de Nazareth

A volte le coincidenze: chi l’avrebbe detto che la vacanza in Portogallo sarebbe partita con una Residencia in quel di Lisbona dal nome così Justicccccce. Ora come minimo mi aspetto che domani alla reception mi attendano urlando “Porque nós somos seus amigos, você nunca estará sozinho outra vez”. Eppure sento di non essermi preparato sufficientemente sul lato musicale attuale portoghese. Per esempio ignoro chi siano i vari Marcelo D2, Boss AC, Dezperados, Buraka Som Sistema, Loto, Los de Abajo, Pedro Luis e a Parede, Houdini Blues, Rock Group Tiger, Mundo Secreto che affiancheranno Daft Punk, Who Made Who, Madness e Jimmy Cliff(!) nell’unica giornata di Sudoeste che ci attende. Ma forse dovrei preoccuparmi del fatto che ancora non abbiamo prenotato un posto dove dormire a Zambujeira do Mar. Vabbe’, ci risentiamo tra qualche giorno (magari da lì). Adeus!

27.7.06

Questa volta mi merito una camicia di forza con il colletto alla Sandro Ciotti



Ancora non ho ascoltato tutto Eurolove di Hypnolove, creatura della Record Makers degli Air, pompata sul sito con un esilarante namedropping (per esempio, Tiga che dice che l'ha suonato alla festicciola di compleanno di un suo amico e ha spaccato), ma mi è bastata una trentina di ascolti per cadere vittima di Madamoiselle, l'anello di congiunzione pippopparo tra il french touch e i cantanti confidenziali anni Ottanta francesi. E pare che il remix di Play Paul sia anche meglio. Avec moi, ce soir!

25.7.06

E.M.I. Virus

No, non è il titolo di uno dei filmacci catastrofici che Canale 5 ama tanto nella stagione estiva. Catalogate il post alla voce ‘ci hanno preso anche questo’. Qualche settimana fa in alcuni posti strategici si iniziava a sentire un pezzo electro-funk discreto con uno strano rap alla fine, ad opera di una voce abbastanza riconoscibile (ma in giorni di mash-up selvaggi, si pensava anche a quello). Il pezzo, chiamato Rudebox, veniva descritto come white label sconosciuta persino nell’Essential della BBC. Nello stesso tempo venivano fatte circolare copie della suddetta white label come questa, contenenti mix di Soul Mekanik, Chicken Lips e Riton. I blogger hanno cominciato a parlarne e parallelamente è comparso un sito chiamato Rudebox74 che istigava i visitatori a sottoporre i loro balletti sul ritornello. Non contenti i navigatori hanno cominciato a mettere su Youtube e Google Video i propri video in cui ballano il Rudebox e in poco tempo è diventata una celebrità la vecchia che fa lo spogliarello e resta vestita con la maglietta dell’Inghilterra. Che guarda caso si dice che in realtà sia la voce riconoscibile del rap della canzone, opportunamente truccato. Insomma, signore e signori, ecco come la EMI sta lanciando il nuovo singolo di Robbie Williams, senza nominare Robbie Williams.

24.7.06

The season has arrived

Non so se sia un punto di arrivo. La voce con le rughe e le cicatrici di Bob Corn squarcia per un attimo il velo dell’eterna giovinezza, il velo che svolazza ancora al vento della brezza marina degli Austin Lace o tra le brume autunnali dei Mixtapes & Cellmates. Solo in una camera, per t che tende a infinito il presente che non esiste diventa il passato pesante, il non vivere diventa l’aver vissuto troppo, come in una di quelle canzoni di Bonnie Prince Billy, dove a un certo punto il personaggio principale volta le spalle e si allontana, dove voi non andate (o dove tu non vai, se preferite).

A Century of Covers è il disco tributo di cover dei Belle And Sebastian della net label italiana Kirsten’s Postcard. Perché, in fondo, molti di noi sono cresciuti con le canzoni dei Belle And Sebastian.
(Leggi anche il bel post di Polaroid)

Ease Your Feet In The Sea - Austin Lace
Photo Jenny - Mixtapes And Cellmates
I’m Waking Up To Us - Bob Corn

21.7.06

Ci rissi ‘u surciu a’ nuci…

La sapete quella che io non riesco mai a vedere un concerto dei Mouse On Mars anche se me lo organizzano sul terrazzo di casa? Ecco, quest’anno lo avevano organizzato quasi sul terrazzo di casa e mi stavo rassegnando all’idea che avrei bruciato anche questa tappa di avvicinamento al cammino della maturità, quando è spuntato fuori il concerto delle Pipettes a Roma. E tra topi e pipette si sa chi preferirò. Tanto i Mouse On Mars organizzeranno un live nel mio monolocale nel prossimo inverno e io non potrò che non esserci.

20.7.06

Brand Retro, You’re New



E alla fine è arrivato. Non è un remix, è più un'edit*, impalpabile come la polvere psichedelica che gli aleggia intorno. Paradossalmente meno orientato alla danza dell’originale, con sottigliezze più da ascolto che da pista. Come un fenomeno atmosferico visto da un punto di vista che si scosta dall’originale solo per pochi radianti. Sembra poco, eppure alla fine si vorrebbe che non sfumasse.

*in realtà pare che questa sia la radio edit. L'attesa continua per l'extended

Gente un po’ distratta

Ma ci si può rendere conto soltanto adesso, a ventinove anni miei e a diciassette anni dall’uscita, che all’inizio di Rich In Paradise Paolo Dini dice qualcosa come “Ehi tu…ehi tu. Non fare lo sciocchino, metti il preservativo sul tuo guglielmino”?

19.7.06

Teacher’s PET


How The Leopard Got Its Spots (Blake Miller Remix) – Portugal. The Man
(Portogallo. L’uomo, nelle mani del tizio dei Moving Units alle prese con uno dei libri de Kipli, sentito da Big Stereo)

La Menteuse – Mr. Suitcase ft Angelique
(I’m losing my edge to the kids from France and Sweden. Leggi il report su Popaganda, visto da Polaroid)

K-Hole (Mustapha 3000 Remix) – Ali Love
(Cercando il famigerato re-animation extended di Young Folks capita di imbattersi in Mustapha Erol Alkan che dovendo remixare una canzone chiamata K Hole pensa bene di perdersi nel k-buco, citando i maestri fratelli chimici d’antan)

18.7.06

Falcidia e Martello

Ad Arezzo per la serata finale di Elettrowave. Ad Arezzo entriamo soltanto per chiedere indicazioni per arrivare al centro conferenze o centro direzionale che dir si voglia. Scopriamo subito che la domanda più ricorrente da lì al nostro ingresso riguarderà come si arriva al campeggio del festival. Immaginiamo perché. Il parcheggio enorme di Largo Spallanzani è ancora semivuoto, i furgoni promozionali dell’aranciata non sono ancora all’opera e dentro il prefabbricato di legno si prepara il botteghino per la serata. Decidiamo di andare verso quello che sembra un piccolo bar circondato dal vuoto della periferia aretina, un bar sotto un traliccio dell’alta tensione. Entriamo nel recinto e la sensazione è quella di un posto strambo alla Twin Peaks: un circolo apparentemente non privato con tavolate da cena all’aperto, ping pong, interni in legno e un enorme traliccio che sembra scherzare quando un suo cartello recita poco convinto “Pericolo di morte”. Ci guardiamo intorno per capire chi sono quelle persone – nessuno sembra lì per il festival, almeno all’inizio – e ci accorgiamo che c’è gente di tutte le età che chiacchiera segmentata in gruppetti non anagrafici: giovani donne in minigonna parlano con vecchiette arzille mentre due o tre bambini giocano con un pallone tra i tavoli. Forse sono radioamatori, forse sono camionisti. Sembra una serata non diversa da quella degli altri finesettimana per il bar sotto il traliccio, eccezion fatta per i tre anziani che mettono su una piastra e preparano diverse decine di panini con salsiccia o bacon. Uno di loro indossa un cappello verdegiallorosso dal quale scendono lunghe treccine rasta finte. Si percepisce qualcosa di inquietante, ma non si sa bene cosa, e l'insieme è così composito che i due-tre gruppetti di festivalieri potrebbero benissimo essere dei frequentatori abituali del bar sotto il traliccio. Forse i frequentatori del bar sotto il traliccio mi fanno pensare al miscuglio bislacco di gente che via via arriva nel parcheggio: giovani discotecari post-costantiniani, spaesati indie-kids, fricchettame agée, punkabestia al lavoro e persino un enorme cantante death-metal con sopracciglia rasate e aspetto vagamente simile a The Undertaker.

Facciamo il biglietto. All’ingresso i gorilla ci tolgono dalle mani il biglietto integro senza lasciarci un certificato di ingresso. Succede così a una quindicina di persone intorno me. Forse i poveretti hanno stampato pochi biglietti, mica penserete che vogliano fare la cresta sulla SeeAE o che vogliano pagare meno tasse?! Nel frattempo si pone la questione di ingannare il tempo fino alle due e mezza. Le stanze si aprono poco alla volta, si sente rumore di jack inseriti nelle prese, si sente il suono di un anonimo inizio d’accompagnamento. Gli spazi enormi sono ancora vuoti e parallelepipedi col toro dell’orrida bibita campeggiano totemici. Esamino una a una le installazioni che legano immagine, suono e danza e gioco, pervenendo alla convinzione che i palloncini fanno sempre la loro porca figura. Ci stravacchiamo nell’ormai solita zona chillout pseudo-balneare e mi chiedo segretamente se a Ibiza le zone chillout hanno i pupazzi di neve e gli slittini al posto delle palme finte e dei giochi da spiaggia. Nel frattempo accendono le luci della main room e noto che anche lì sopra, sul palco circondato da enormi maxischermi, c’è un piccolo, dannato, frigo dell’orrido beverone taurino: secondo noi dentro quel frigo ci sono finte lattine contenenti acqua brillante, cedrata e passoda, che in Sicilia chiamiamo passito consci del bisticcio tra i nomi.


Slow Down (Remix) – Uniquetunes
(niente a che vedere col festival, ma mi serviva un incipit musicale coerente a quanto sopra)


Ben presto ci accorgiamo che la main room è troppo tamarra per le nostre vezzose orecchie. Rientriamo spesso ma troviamo sempre gli stessi tre suoni con Cassino e Laben e di seguito Samuel Kakatone Subsonica – abbiamo sceneggiato tra di noi il momento in cui comunica il nome del suo progetto a Boosta e agli altri – è così preso dalla sua idea perniciosamente grezza di dance che si porta dei tamarri pure sul palco, di quelli che in discoteca fanno il gesto coatto con mano a conchetta oscillante di venticinque gradi, detto anche “Daje, ammojajela”.
Preferiamo dirigerci allora verso le altre stanze, incrociando nel tragitto anche Karl Kikkoson: decisa l’impraticabilità della Super Room in mano a Signor Andreoni per il calore insopportabile e la sua mancanza di aria, scartata la Cabaret Electronique dove un gemello amerigano di Raiss separato alla nascita cantava in napulitano con un complessino elettro-jazz, optiamo per la Different Beat dove assistiamo a una doppietta non male. Eliott Lipp della Hefty mischia del breakbeat con gustosi squarci melodici. La sua andatura non è troppo sostenuta, forse fatta apposta per ondeggiare, ma due ragazze giapponesi ballano di gusto nel vuoto della pista.
Il suo set è seguito dallo scoppiettante Daedalus della Ninja Tune, frac bianco, basettoni e fare aristocratico da maestro (o da grande maggiordomo del beat). Daedalus rinnova l’estetica del laptop set con un accrocchio di legno con le lucine sopra che sembra alternativamente un display per le votazioni al parlamento e una console (si dirà così?) per gli offertori in chiesa. Con l’accrocchio comanda battiti e strumenti, genera loop e scatena effetti. Il pubblico risponde, balla, chiede bis e alla fine si fa fotografare con lui. L’immagine c’è, bisogna valutarlo su disco. Intanto sono quasi le due e mezza e la Different Beat si sposta verso rap e grime.



Il mucchio DFA è già sul palco: Marcus Shit Robot Lambkin è il signore anonimo, Juan Maclean ha lasciato per qualche minuto le riprese di un film d’azione e Tim Sweeney ha l’aspetto del geek simpatico uscito da una terza stagione di X-Files, capello alla Cobain e occhiale con montatura d’ordinanza. La doppietta Atto d’Amore (dub) di Serge Santiago + In White Rooms (Neo mix) di Booka Shade piazzata da Juan Maclean suggerisce una doppia speranza, ovvero che i set dei tre riflettano in qualche modo il loro stile e che ci sia spazio per un miscuglio di energia, suoni, sensazioni e, perché no, chicche. La speranza si mostra vana e i tre scelgono di alternarsi con frequenza di venti minuti: la conseguenza è che il tutto presto si sposta sui binari del martello uniforme e piuttosto anonimo, con gran parte del pubblico che esulta non per i pezzi quanto per l’unz unz che ogni volta riparte più deciso. Niente psichedelia da Lambkin, allora, niente rock o disco da Sweeney e quando Juan tocca il suo repertorio sceglie il più duro e grigio dei remix di Give Me Every Little Thing. Sono professionisti, hanno capito chi hanno davanti e si divertono a pestare duro. Noi usciamo fuori a prendere un po’ d’aria e fortunatamente quando torniamo Sweeney giustifica il pagamento del biglietto sottolineando quello che sospettavo, ovvero la parentela che lega il Carl Craig remix di Delia & Gavin con Rez degli Underworld: pomeriggi interi ad immaginare per gioco come sarebbe bruciarsi i neuroni come fiammiferi.

Poi alle quattro e mezza arriva a chiudere Justice. In console i Justice diventano un solo Justice, Xavier, total look nero elegante e faccia da svagato compagno di scuola. Parte subito col Martian Assault edit di Jupiter Room dei Digitalism e si esibisce nel numero dell’ “Abbasso il volume fino a zero, voi non capite che sta succedendo, poi quando parte la chitarra digitalista alzo a tutta potenza finché non vi esplodono le orecchie”, fortunatamente ripetuto poche altre volte. Tira fuori quello che ci si aspetta da un set di Justice, ovvero i nomi che si citano anche qui spesso (la Ed Banger, la Institubes, i Boys Noize, Bongo Song su cui piazzare Never Be Alone per poi farla diventare We Are Your Friends), qualche trovata strappa-sorrisi che porta indietro fino alle medie (in questo caso Pump Up The Jam dei Technotronic), qualche novità (Justice e SebastiAn riuniti come Ed Banger’s All Star per un remix durrro e purrro di La La Land di fratello Play Paul) e qualche ovvio revival (Renegade Master seguita da Smack My Bitch Up). Il tutto spesso ultra-distorto, mixato con pessima tecnica, ma con un compiaciuto senso del divertimento. La collocazione come set finale ha influito notevolmente sulla presenza del pubblico: dopo un’ora molti hanno preso la via di casa o del campeggio, alcuni sono collassati sul pavimento e altri, come un sosia di Girolami in polo a righe davanti a me, ciondolavano senza forza comunque apprezzando. Quando Carpates è sembrata terminare è partito anche un applauso e per tutta risposta JuJu l’ha fatta riprendere centrifugandola con Smoking Kills e proseguendo fino alle acque di Nazareth per un ulteriore quarto d’ora, chiuso da un pezzo lento che non ho riconosciuto (pass (o dance) the night away nel ritornello cantato da voce di donna o di uomo pitchato). Alla fine dopo il solito rumore di seghe elettriche arrugginite, è partito dal pubblico un provocatorio po poppo po popo po, mentre io mi giravo dalla poltrona gommosa dove avevo passato gli ultimi dieci minuti e mi accorgevo che fuori la luce era già alta e grigia ed era ora di ripartire in macchina verso sud.

14.7.06

Let’s make a trip and dance to Death From Above (nel senso di DFA)

Qui si è in partenza verso l’imperdibile serata di sabato ad Elettrowave. Il tempo di completare la formazione con una sosta a Roma e poi la crociata potrà continuare con The Juan Maclean, Shit Robot, Tim ‘Beats In Space’ Sweeney e soprattutto la bedroom-disco dei Justice. Chissà se si imbucherà anche James Murphy, il giorno dopo in Corsica con gli Hot Chip (Hot Chip in Corsica?! E non si poteva averli sul mainstage al posto della Bandabardò?). Grande rammarico perché stasera ci si perderà Erol Alkan: di certo non si sarebbe atteso il pezzo che ha prodotto per i Long Blondes (appena qualche coro Bugged In e la ritmica con la bacchetta come firma), quanto l’ormai famigerata versione psichedelica estesa di Young Folks di Pete, Bjorn and John col suo progetto Beyond The Wizards Sleeve. Comunque, domani sera potrete riconoscere il sottoscritto dalla sua amata maglietta ‘Break Dance’ e dall’andatura incespicante dovuta a inesplicabili e misteriosi acciacchi. In the basement that’s where I’m gonna stay, e chi non viene è buono solo per Veronika Logan.



(movimenti previsti durante il pezzo:
- pizzica tarantolata
- (h)e(a)d banging come a un concerto dei Nazareth
- gamba sì gamba no sul posto come in Flashdance (meniac, meniac, on the dansflo)
- la coreografia di Ciuri Ciuri imparata alle elementari)

7.7.06

Metti un SJ Esau a cena

Domanda scema: ma se ti arriva l’avviso di un concerto in una trattoria e non viene specificato l’orario, cosa fai, ti presenti all’ora di cena?

Ephiphany Coming Through The Wall - SJ Esau

5.7.06

C’è dell’acido in Danimarca

(ovvero l’angolo della spudorata autocelebrazione europop)

Quando su queste pagine faccio uscire un mio mash-up non sono mai troppo serio. In primo luogo perché per carenza di tempo e tecnica mi fermo quasi sempra alla fase “abbozzo di partenza”, in secondo perché la mia cialtronaggine ha quasi sempre la meglio sul proposito di fare qualcosa di ordinato. In realtà il movente è spesso un altro: evidenziare possibilità e connessioni nascoste, segnalare senza parole suoni che mi hanno colpito o imbastire situazioni comiche sull’immondizia di attualità. È stato stranissimo allora oggi quando dalla lettura delle statistiche ho scoperto che in Danimarca una dj, Djuna Barnes, suona il mio mash-up di Riot In Belgium e The Whitest Boy Alive e lo ha inserito nella sua classifica di Giugno. E tutto questo senza essere neanche amici su Myspace!

Se ne parlava? Arieccolo!
The Acid Never Inflates (Gelatina di Agrumi maxcar mix) - The Whitest Boy In Belgium

4.7.06

La Femme D'Or

Cio D’Or è una dj. Potrebbero seguire le solite banalità su genere e dj, ma ve le risparmio. Cio D’Or è una donna inquietante, anzitutto. Per quanto le foto che circolano la mostrino in maniera codificata (bianco e nero, baricentrica espressione tra Crudelia Demon, inquietudine bergmaniana e morbosità à la Fassbinder), per quanto ostenti sempre e comunque un bocchino da sigaretta e sia circondata da scenografici vapori di nicotina, Cio D’Or è per davvero un oscuro fantasma. Chi l’ha vista in giro, ha descritto la sua espressione come aspra e scontrosa, non necessariamente in senso negativo. Persino nelle foto promozionali più ammiccanti, c’è un sottotesto angosciante, quasi che il fantasma Cio D’Or pregusti il momento in cui ci farà tutti a pezzettini, come quando in Lichtblick una convenzionale progressione techno è minacciata per tre volte da ronzanti tenebre bianche. Un consiglio però per lei, sperando che non venga a grattuggiarmi i piedi di notte: licenzi chi le scrive le sinossi pseudo new-age dei suoi pezzi.

3.7.06

Broken Social Twee

Cosa ci fa nella stessa canzone un crescendo post rock di quelli alla Godspeed You! Black Emperor, una ritmica+chitarra scioccamente danzereccia come nei peggiori Killers, le vocine coi campanellini alla Architecture in Helsinki, un cantante che sembra preso in prestito dal peggiore dei gruppi brit da pub e una manciata di soliti indie-slogan? No, non è una barzelletta, sono Los Campesinos! (col punto esclamativo, guarda caso). Usciremo vivi anche da questo?

27.6.06

Fresh

Summertime, the sun is high. I want some more of your good cds, as we go down, slowly. Dub spiaggiato, squish e squosh, per iniziare.

Slowly (Hot Chip Remix) - Max Sedgley

Se lanci un mp3 chiamato A Walk Across The Rooftops e ti aspetti una cover dei Blue Nile potresti rimanere deluso. O forse sorpreso dall’inizio casaling-old-school. Gli Handsomeboy Technique vengono dalla Svezia e dall’anno scorso e sembrano dei Go Team! che messa da parte la bassa fedeltà si affidano a suoni da vecchio vinile, come se fossero prodotti dagli Avalanches. Gli squish squosh diventano freschi schizzi di acqua salata.

A Walk Across The Rooftops - Handsomeboy Technique

Prendi i Modest Mouse più sing-a-long e metti in mano qualche loro coro a dei ragazzi danesi che con insensibilità lo-fi-fnk quasi pippoppara si prendono gioco degli angry young man dei nostri tempi. Il cantante ora si è fissato col satanismo è ha fondato un gruppo di synth-pop satanico chiamato Beta Satan, ma qui il nero è vietato esplicitamente in quel passaggio dove i Tiger Tunes ricordano col pizzicato che da adolescenti ascoltavano Aphex Twin.

(Angry Kids Of The World) Unite! - Tiger Tunes

Potrebbe sembrarvi un minestrone (ma non lo è), fa troppo caldo. Inizia teutonico come un pezzo trance, via via si distorce, rallenta e diventa Vitalic-o, entra un cantato malinc-ottanta e poi ritorna di nuovo trance col crescendo a doppia voce, fino al finale nuovamente Vitalic-o. Potrebbe sembrarvi un po’ tamarro (e probabilmente lo è), ma è devastante. (sentito da headphone sex)

So Far Away (Alan Braxe Remix) - John Lord Fonda

Ma il nuovo remix dub di Joakim è una cover di Nothing But Green Lights di Tom Vek? (sentito da Modyfier )

I Come Along (Joakim Dub) - Seelenluft

Contrasto. Cambio scena. Con un nome come Ludella Black non puoi fare che una cover di pelle garage frangiata di un pezzo dei Beatles. Il profondo sud che è in noi è dub, ma anche campagnolo.

I’ve Just Seen A Face - Ludella Black

Ad agosto uscirà il disco d’esordio dei Daylight’s For The Birds e se siete amanti di un dream-pop abbastanza innocuo potrebbe persino fare al caso vostro. Nel frattempo potete godervi l’ingenua To No One, che in alcuni momenti mi fa venire voglia di riascoltare gli Scisma.

To No One - Daylight’s For The Birds

Sulla spiaggia dove non sono adesso, vociano dei bambini. Per quanto si possa cercare una spiaggia appartata, in una riserva WWF dove devi camminare per mezz’ora a piedi nella polvere e tra le api, anche lì troverai un gruppetto di bambini che canta scombinato una canzone davanti al mare, spesso ripetendo sempre la stessa strofa. Devi solo essere fortunato e capitare coi bambini giusti (San Martirio campanato non è un’opinione).

God Only Knows - The Langley Schools Music Project

24.6.06

La vacanza daft (after all)

Non avrei mai immaginato che alle sei di mattina su un traghetto pericolante un messaggio mi avrebbe rivelato che i due francesini mi avrebbero seguito in vacanza.

23.6.06

We Were In The Future

L’inevitabile titolone dell’NME sul fenomeno della indie electro explosion mi diverte per come la dizione Neu-Rave, nata per indicare un piccolo gruppetto di loschi figuri che mischia demenza da rave ad ascendenze craute, sia stata semplificata e anglicizzata per mettere tutto nel calderone. Comunque, è curioso che nell’uso quasi da revival della parola “rave” vengano meno certi aspetti caratterizzanti come la (ri)appropriazione degli spazi, il nomadismo, l’alienazione chimica. Per sentire o ballare Klaxons o Justice o MSTRKRFT non ci si deve inoltrare nella campagna, sia essa veneta o terminante in –shire, o rinchiudere in un’area industriale dismessa, ma i posti di riferimento sono dei piccoli club un po’ di culto e un po’ fighetti. Il massimo del nomadismo è sfruttare la Ryan Air per un salto a Londra o a Parigi* e guardando le foto delle serate in questione la gente sembra più impegnata a spararsi pose da commentare su una delle loro tante propaggini in rete che a viaggiare in mondi paralleli dalle tinte gabber. Sembra insomma che da un lato l’immaginario rave di derivazione hippie-ingenua sia stato soppiantato dal più recente indie-ambiguo e dall’altro ci si trovi davanti alla generazione che da bambina i rave (non) li viveva in casa, attraverso dischi, video e servizi di Italia Uno.


Cosa resta allora di quel mondo in questo non-revival? In parte l’attitudine musicale che pirata e nello stesso tempo celebra mondi paralleli e simili (l’antiproibizionismo spaziale di Max Romeo And The Upsetters, il siamo tutti indie amici e ci vogliamo bene dei Simian o i rapporti di vicinanza con la scena hip-hop che più locale non si può), qualche residuo estetico sonoro come l’infantilismo, la futuribilità d'accatto, le sirene o le onde quadre, qualche nome del passato che fa in tempo a cavalcare il riflusso (gente che chiama i dischi Pretty Girls Make Raves o che spezzetta in due il suo nome per confondere le acque). E poi un gusto visivo tra il poveraccio e il nonsense. Collage a basso costo, inquietanti per la sequenza incongruente delle immagini proposte. Così se qualche giorno fa tornavano alla mente i giovanissimi Prodigy che ballavano freschi di high-school nei back-porch delle case dei loro genitori, colorati da effetti orripilanti e inframezzati da minacciosi struzzi, oggi, per quanto possano fare i giovani Klaxons, il massimo è offerto dal video in flash del grande vecchio Adam Sky: scimmie gnomi rasoi elettrici philipshave porcellane delle tre grazie porci con le ali cazzuola e martello sfingi marinai anarcocapitalisti ballerine con asciisorrisi miciming banane arcobaleni e la minaccia finale di un tasto encore, che anche questa volta abbiamo schiacciato.

*O sfruttare le promozioni di Trenitalia per recarsi da Bari ad Arezzo per ballare tra l’una e le cinque in un centro direzionale con Justice, Shit Disco, The Juan Maclean, Tim Sweeney e il progetto elettronico di Samuel dei Subsonica.

21.6.06

Io lo facevo sempre quando avevo dieci anni

E suppongo di non essere il solo.

Prendi una canzone da un trentatrè giri degli anni Settanta. Per esempio:
Waterfall dei 10cc.

Suonala a quarantacinque giri.

Aggiusta un po’ i volumi e inseriscila nel tuo nuovo disco, per esempio come ha fatto Linus Loves, compare di etichetta e di malefatte di Mylo.

(letto su Arjan Writes)

La vita al tempo dei format televisivi

Ma a questo punto Bossari è disoccupato?

20.6.06

Pop will broke itself

A un certo punto uno arriva e dice “Rompo il pop”. Il pop lo guarda e sorride sardonico. E quell’altro, “Be’, almeno lasciati infiltrare”. Il pop sorride di nuovo, lo riguarda e pensa che se avesse dei globuli bianchi, li tingerebbe di arancione e azzurro. Ma non ne ha bisogno.

Gli Halma di Amburgo prendono in mano il twee-pop degli Architecture In Helsinki e lo trasformano in una tentazione senza atto. Il crescendo iniziale funk ed elettronico flirta con l’ascoltatore e promette un’esplosione ritmica e danzereccia. Che non ci sarà. La musica che ascolto ultimamente mi sta abituando male.

Do The Whirlwind (Halma’s Remix) - Architecture In Helsinki

Il basso-non-basso circolare di Lavendermist dell’irlandese Si Schroeder è scuro appiccicoso, del nero della pece di una barca di legno rattoppata per il piacere di turisti in cerca di pittoresco a basso costo. Quando arrivano i pifferi penso che sia legittimato in quanto irlandese e in quanto riporta alla mente certe quattro di mattina estive davanti a Chill Out Zone nel 1997.

Lavendermist - Si Schroeder

Una non-canzone degli Hidden Cameras. Dove i violini non sono viulini, le chitarre non sono chitare e dove i soliti cowboy di Brokeback Mountain sono circondati nella notte dai fantasmi del cimitero indiano.

Heji - The Hidden Cameras

Gli Xiu Xiu hanno sempre canzoni come The Fox And The Rabbit, canzoni dove ogni singolo elemento preso a sé ostenta una facilità pop a tratti imbarazzante. Però i pezzi sono appunto pezzi, attaccati uno troppo accanto all’altro, spigolosi. Ma nel pop ciò che è spigolo, quando taglia, luccica.

The Fox And The Rabbit - Xiu Xiu

Il Brennan Green remix di Dragon di Dondolo è infinitamente meno fico del remix di Shit Robot nella sua non troppo celata intenzione di essere fico. La sua struttura a loop di un oggetto che cade ripreso da diverse inquadrature risente molto dell’atmosfera da finto film di serie B. Tanto più che l’oggetto che cade forse non si romperà nemmeno.

Dragon (Brennan Green Mix) - Dondolo

15.6.06

Se chiami un post Mondo Fantasma, rischi che il suddetto post si trasformi in un post fantasma

Molto impegnato sul lavoro, rimando la chiusura e pubblicazione di un post molto articolato proponendovi soltanto il finale.

D'altra parte l'ambiguità alla base di tutto il concetto di Pipettes è simile a quella che caratterizza il fenomeno del porno degli anni Settanta e il suo equilibrio tra sfruttamento becero delle pulsioni, istanze di estetizzazione e missione di esportazione in provincia della liberazione sessuale. In fondo sul suo myspace, la pipetta con gli occhiali indossa occhiali molto più modaioli dei suoi soliti da nerd e si professa una grande amante del porno dei primi anni Settanta. E, non a caso, il nuovo video di Pull Shapes è una ricostruzione pedissequa di una scena tratta dal film di Russ Meyer Beyond The Valley Of The Ultra Dolls.


12.6.06

The Producer

Ma quel pezzo enorme che è Harrowdown Hill, è prodotto da Diplo? Baile Thom, baile.

Il giustiziere a mezzanotte


Elogio alla viralità. YouTube officia tributo a Carpenter attraverso musica dei Justice, uno dei fenomeni più da passaparola degli ultimi tempi. (In realtà soltanto un pretesto per riportare l'attenzione sulla canzone con cui qui si è chiuso l'anno scorso)

Storie da un lungo sabato sera /2: Sono apparso agli Ozric Tentacles

Come si era detto Ozric Tentacles e le loro interminabili divagazioni sulla rava e la fava dello spazio temporale orbitante hippy. Abbiamo cercato di evitarli in tutti i modi, ma. Ma si voleva dare un’occhiata al djset a seguire, programmato per l’unaetrenta. A solleticare l’intenzione anche il vantaggio che l’entrata per il concerto prevedeva lo sgancio di sedici euri a fronte dei sei del djset. Così ci presentiamo sul posto una buona ora dopo la fine prevista, paghiamo il prezzo inferiore ma dentro troviamo la banda in tutto il suo splendore che manda in estasi un pubblico composto per il settanta percento da punkabestia griffati Cavalli, per il venti da fricchettoni con panza e catetere optical e per il dieci da un miscuglio indefinibile e ascrivibile al successivo dj set. Alle tre sono stati chiamati a gran voce per un bis che sarà durato una ventina di minuti di elementari figure al sintetizzatore. Non mi è restato che prenderla in maniera simpatica e farmi autografare il biglietto dal riccioluto chitarrista, che non riconoscendomi ha scritto prima della firma “For ?” (prossimamente foto sul flickr).

[Per la cronaca il dj-laptop-set prevedeva della tech-house (o, da ignorante, così almeno mi è sembrato) per me abbastanza noiosa]

Storie da un lungo sabato sera /1: Don’t Change Channel

Arrivano i mondiali di calcio e il sabato sera si esce dopo la partita. Non vi salti in mente di cambiare canale durante una pausa di gioco però. Su All Music potreste finire nelle grinfie di Provenzano DJ (sic) che potrebbe sottoporvi a barbarie di questo genere durante M2All Shock.

[Per chi non avesse visto, il figuro in questione mixa canzoni e rispettivi video e nella puntata di sabato scorso per più di dieci secondi la rana pazza del video dei mondiali (We Are The Champions…) ballava intorno al Tiga di Far From Home remixato da Digitalism]

8.6.06

(Cry) Babies

L’altro giorno mi chiedevo cosa fanno in questo momento i bambini delle canzoni di Aphex Twin. Ammesso che fossero stati infanti in quel periodo, oggi avranno sì e no undici-dodici anni. Oppure quattordici-quindici, se pensiamo che forse Richard D. James li aveva registrati qualche tempo prima. Chissà se sanno di essere stati i bambini di Aphex Twin, se sono milionari e frequentano cliniche per il trattamento psichiatrico delle giovani star, se vivono in un noioso e tranquillo anonimato. A che feste non vanno, che musica ascoltano, vivono le loro prime pene d’amore come comuni adolescenti? Qualcuno dovrebbe metter su un reality show a tal proposito.



Zu Fuss (Mutter Mix) - Extrawelt
F.U.D.G.E. - Para One

7.6.06

Riot On An Acid Loud

Amici, compagni, acidelli. Ci sono tanti suoni che arrivano e passano come se non fossero mai esistiti. L’acido no. L’acido non mente mai. La chitarra acida, il basso elettronico acido, il nuovo gruppo di Erlend Øye di passaggio in Belgio acido. Che l’acido non si svalutasse lo sapevamo, che non fosse soggetto a inflazione pure, ma ora ne siamo ancora più convinti. Grazie allora occhialone per esserti prestato a questa simpatica campagna a favore dell’acido.



The Acid Never Inflates (Gelatina di Agrumi maxcar mix) - The Whitest Boy In Belgium

6.6.06

Hot Chip won’t break our legs

A meno che non li prendano per la domenica, i chip calienti non saranno allo Spaziale di Torino, causa supporto ai Pet Shop Boys a Londra per le due date del 28 e del 29 Giugno. Si incrociano le dita affinché la serata di sabato dell’Elettrowave ad Arezzo non subisca perdite.

5.6.06

La Paura Fa Novanta Video Aggregator











Papà, se passi dal supermercato mi compri quattro C90 che devo registrare un concerto alla radio?

Tra le tante pieghe che hanno preso ultimamente i miei ascolti c’è quella vagamente cosmica. Cosmica, ma non al punto da giustificare il mio interesse per un concerto degli Ozric Tentacles, sia detto. Gli Ozric Tentacles, ma dico, possibile che l’unico concerto di nome di questa fine primavera a Bari sia quello degli Ozric Tentacles?

29.5.06

Nomadalgia

Il la me lo da lui, con quell’ultimo paragrafo sulla malattia dell’eterno viaggio, sull’essere perennemente turisti fino al paradosso che si diventa turisti della propria scrivania, della propria città natale, della propria camera da letto. Gli oggetti che compriamo diventano souvenir che forse lasceremo indietro alla prossima destinazione, tanto si torna indietro e avanti, in case in affitto, in case aziendali e in case una volta familiari. Il fatto è che non si sta nemmeno male, perché tanto le radio preferite ormai le senti da internet e non conta stare a Palermo o a New York. Forse il trucco diventa prolungare il viaggio ai suoi estremi, l’Oriente, la Cina. Magari la prossima volta vi racconto perché non potrebbe mai piacervi l’arrivederci/addio dei Junior Boys.

All The Way To China - James Figurine feat. Erlend Øye
FM - Junior Boys

23.5.06

Las Bicicletas Son Para El Verano

Mi stropiccio un po’ gli occhi davanti all’estate appena arrivata. Con la faccia sulla strada del bronzo, metto da parte la carta vetrata elettronica, solo per un po’. Dovrei stirare le magliette, prima di riporle nell’armadio per l’inverno, lo so.

Il singolo dei Phoenix mi soddisfa in tutte le sue forme, nella sua versione standard che gioca nel non andare, in quella veloce venticinque-ore-al-giorno con le sue chitarre artificiali e in quella di Sebastian Tellier. Sebastian Tellier ne fa una marcetta che sguazza tra le onde verdi. I ragazzi del campo di beach-volley in coro urlano in lontananza “Long time no see, long time no say”.

Long Distance Call (Sebastian Tellier Mix) - Phoenix

Le palme ondeggiano peggio di quelle giamaicane della parte centrale di Cocktail, sulla televisione della domenica pomeriggio. I terrazzi dell’ottavo piano musicati da isole sono l’equivalente architettonico della musica canadese da spiaggia.

Jogging Gorgeous Summer - Islands

Hey Lloyd. Tu chiedi a chi ascolta Arthur Lee se è pronto a sanguinare e se qualcosa spazzerà via quel sorriso e i Camera Obscura ti rispondono che non riescono a guardare oltre il proprio naso. Hey Lloyd, siamo pronti, ti rispondono.

Are You Ready To Be Heartbroken? - Lloyd Cole And The Commotions
Lloyd, I’m Ready To Be Heartbroken - Camera Obscura

La cappa di umidità esalta il giallo e l’azzurro intorno. C’è un cocktail che ti voglio suggerire, il battito di un pezzo che da internet è arrivato alla colonna sonora di Lucignolo, incrociato con un trio che per il nome poteva frequentare Phil Spector e invece qui si affida a Bacharach e Williams. Gnarls Barkley coi cori delle Shirelles diventa il melodramma che merita di essere.

Crazy Baby It’s You - Gnarls Barkley vs The Shirelles

Pestilenza e colera, febbre e dub. Io il dub d’inverno non lo riesco a immaginare, lo associo all’aria che frigge e distorce il paesaggio. Brennan Green gonfia di profondità gli arpeggi di Lindstrom e quando libera il giro di melodia, sembra di incrociare un branco di pesci tropicali fucsia e gialli.

Pest Og Kolera (Brennan Green Saucey Version) - Lindstrom

Meno male che i Nouvelle Vague si erano già occupati degli XTC nel primo disco con una ben riuscita e deliziosa Making Plans For Nigel. Già, perché il loro nuovo episodio Bande A Part è abbastanza deludente e tende a infarcire le canzoni di rumori ambientali tipo canarino sul balcone o bistrot in franchising e allora si è contenti che non abbiano sfogato la loro fissa ornitologico-ambientale anche su Summer’s Cauldron e sui suoi ronzii e cinguettii onomatopeici. A volte l’autan serve!

Summer’s Cauldron - XTC

17.5.06

Melody Of Certain Damaged Citrus (sesso giocoso e non)

Asobi Seksu vuol dire sesso giocoso. Cominciamo con uno slogan tautologico. L’ascolto di Citrus provoca al sottoscritto fremiti di nippo-gaze-ploitation che lo rendono felice quanto Tarantino davanti ad un horror alla Miike in-the-ghetto. Con la differenza che il j-pop e lo shoegaze hanno una contiguità non ascrivibile al solo fatto che circa il 60% della produzione della musica shoegaze sia catalogabile come edizione speciale limitata per il Giappone. Sia il pop delle aidoru che la musica dei guardascarpe hanno in comune un’eterea distanza, virginea e di arcopal nel primo caso, fuggitiva e post-elettrica nel secondo. Sono generi che vivono di alienazione, di rimozione della corporeità, l’uno nelle voci esili e nell’immaginario adolescenziale, l’altro nelle chitarre effettate e sovrapposte fino a diventare carezzevoli anche quando graffiano e sovrastano le voci distanti. Gli Asobi Seksu, newyorkesi con cantante di origine giapponese, accoppiano giocosamente in Citrus i due stilemi, puntando ora sulle somiglianze, ora sugli scarti espressivi. Ne vengono fuori così ballate dal classico ritmo incatenato con voci mielose a mandorla in evidenza che solo nel ritornello si fanno riverberate prima che parta una coda a metà tra il finale retro-sixty e il deliquio del pedale (Strawberries) e cavalcate elettriche con intermezzi confidenziali che si infrangono contro faraglioni di distorsioni (New Years). Poster di Karen O appesi su carte da parati che ciclano sui muri copertine senzamore e gemelle (Thursday, Lions And Tigers), un pizzico di indie-nosauri (Pink Cloud Tracing Paper e Goodbye), sirene elizabettiane che si tuffano lente nel mare rosso sbattendo la testa contro una barriera corallina di chitarre, gomma da masticare finita sotto le scarpe (Nefi+Girly, Mizu Asobi). Se i Raveonettes avevano spaesato lo shoegaze tra i giubbotti di pelle del garage rock o tra le gonne a palloncino delle voci di Phil Spector e della provincia americana degli anni Cinquanta, gli Asobi Seksu lo situano in un immaginario artificale che ha riempito una tabula rasa con detriti pop occidentali e smack e sgrang onomatopeici. Disco ludico, di generi per il gusto del genere, super-fluo ed evasivo. Proprio come il paradiso, con tanto sesso giocoso.


Mizu Asobi - Asobi Seksu
Thursday - Asobi Seksu

E visto che siamo in tema sessuale, continuiamo. Per esempio con il Trentemøller Remix di Sodom dei Pet Shop Boys. Ora Trentino si sarà anche imborghesito e avrà messo le pernacchiette a lui tanto care in secondo piano rispetto a variazioni tonali e ruffianerie anni Ottanta, ma qui lo si apprezza perché ricorre al mio trucco preferito che crea l’atmosfera come il famoso brandy: intermezzo con chitarrona in evidenza e minaccia di orgasmo per viulini, violoncelle, vocette e appunto pernacchiette, di quelli che si mulinano le braccia in aria in pose fluide e plastiche. Poi quando sta per scoppiare, prende un sacchetto di plastica e lo stringe attorno alla testa di Neil Tennant per un’eiaculazione di tecno soffocata, che soddisfa più lui che noi. Intanto, scoprendolo dai remix, mi sa che prima o poi sarà necessario recuperare Fundamental.

Sodom (Trentemøller Remix) - Pet Shop Boys

In tema di torrida sessualità, Disco 2 Break di The MFA è uno sguardo squilibrato e insieme tenero, una sorta di preliminare ruvido, tossico e malinconico che si esaurisce in sé, nella completezza di non essere seguito dall’atto. Peccato per la voce che blatera di disco e break.

Disco 2 Break - The MFA

Tornando indietro nel tempo di Carl Craig c’è un pezzo che parte da un campionamento dei Goblin per Dario Argento e diventa un embrione dei più fumosi Boards Of Canada. Suspiria è del 1997 ed è il simbolo della generazione come ciclo, della sessualità come ripetizione che genera esseri, sensazioni o forse solo illusioni.

Suspiria - Carl Craig

Ma ricordiamoci che il sesso serve per far nascere i bambini punk-funk neu-rave. Another pill in the wallet.

Somebody’s Property - Mash