15.5.06

Your Kisses Are Wasted On Me

Ma come, non sei andato a vedere i Black Heart Procession? Sì, non sono andato e ho ripiegato su King Automatic + The Chalets. Potrei addurre quintali di snobistiche scuse (non voglio certe cose col fastidioso pubblico intorno, preferisco immaginare l’immobile perfezione dei dischi, stavo-meglio-quando-stavo-peggio), ma la motivazione è riconducibile essenzialmente a due questioni:

1) I due concerti sarebbero finiti abbastanza tardi per farmi perdere gli ultimi mezzi a disposizione, costringendomi ad una piacevole passeggiata notturna. Ho preferito quindi il loco più vicino, sobbarcandomi l’onere di scegliere la giusta espressione facciale a metà tra il “non sono un fesso” e “non sono uno spacciatore rivale / finanziere”, per la traversata di Corso Oddone.
2) Non nascondo la motivazione para-feticista che può muovere verso un concerto in costume come quello di The Chalets, almeno in termini di sentito dire.


Qui sopra potete ammirare il signor King Automatic. Di solito reggo poco gli one-man-band, quelli che coi piedi smuovono un rullante e col resto degli arti alternano chitarre, tastiere e armoniche: mi ricordano tutti la perniciosa immagine di Edoardo Bennato. Il francese automatico, visivamente un Samuel dei Subsonica con i basettoni alla Elvis, aggiunge lo strumento dell’infinito loop di tastiera, ottenendo come risultato uno strano ibrido tra il garage rockabilly e le canzoncine circolari di Manu Chao. Trascurabile, eccezion fatta per uno o due spunti chitarristici surf.


Questi sono i piedi delle Chalets. Verrebbe da dire infatti le Chalets, dato che persino la disposizione sul palco convoglia l’attenzione sulle scialette, lasciando in secondo piano il resto della band. Sfortunatamente il resto della band è visibile come un triplo pugno sugli occhi: un lungagnone secco uguale al buzzurro campagnolo dei Simpson, tenuta da rodeo completa, un lungagnone ciccio uguale al Braveheart della Val Vigezzo di uno dei vecchi grandifratelli, in maglietta e jeans, un batterista nano macrocefalo che credeva di essere all’Ozzfest, per la foga con cui pestava. Il template ciccio-secco è ripetuto dalle due scialette, che dovrebbero muoversi insieme, alternare mossette vezzose e ammiccare da buone pin-up per distrarre dalla trascurabilità della propria produzione musicale. Succede circaquasi per la prima canzone. Dalla seconda il whisky che ingurgitano da buone irlandesi le fa andare fuori sincrono, inasprendo la sensazione di goffagine dello spettacolino. Poi si dimenticano di dimenarsi, suscitando più di uno sbadiglio. A questo punto si guardano tra di loro e si rendono conto di aver perso l’attenzione del pubblico. Ormai smarrite, continuano col muso per terra fino alla liberazione finale, sancita dal dj che lancia subito la musica per evitare un penoso bis non richiesto. Qui sotto, le scialette, al massimo della loro vitalità. Qualche altra foto prossimamente sul mio flickr.

11.5.06

Er Più (Storia De Voci E De Cortelli)


Non si può parlare di ritorno all’uso delle voci. Molta dell’indietronica giocava sul fattore umano dato dalle corde vocali. Forse non si può parlare nemmeno di creatività, visto che in gioco ritornano componenti quali la teatralità o la meccanizzazione, già ampiamente sfruttate in passato. Credo che sia il modo a tratti inquietante con cui queste componenti sono state mischiate. Non amo alla follia The Knife, ma mi interrogo su di loro per i consensi che mietono ovunque e tra insospettabili. E alla fine come in un labirinto mi ritrovo sempre allo stesso punto: l’orrore proto-tecnologico della soffitta dei nonni. Macchine da cucire elettro-meccaniche ricoperte di ragnatele, bambole guercie capaci di parlare senza batterie e piccoli mangiadischi arancioni, capaci di mangiare anche te. Un magnetismo oscuro che nasce fumetto e per caso si trova in sintonia con lo spirito sonoro degli ultimi tempi, diventando oggetto trasversale capace di far colpo tanto sul cantautorato acustico, quanto sui dj più alla moda del momento. Siccome però sapete tutto su The Knife, la “Storia De Voci E De Cortelli” partirà per la tangente per ritornare solo alla fine sull’argomento.

Jim Noir è un cantautore inglese dedito alla manifattura di piccoli bozzetti di pop psichedelico, con molte allusioni ai Beatles e Brian Wilson. My Patch sembra il racconto ai genitori via telefono delle prime vacanze al mare da solo, con il rumore di fondo del juke-box del baretto che manda i classici dei Beach Boys. La voce è in linea con il cantato debole attuale alla Hot Chip e guarda caso gli Hot Chip sono stati chiamati per un remix che clippa la voce come se la rete wi-fi della spiaggia fosse improvvisamente vittima di una tempesta solare. La video telefonata si inceppa, senti versare un’aranciata, ma i fotogrammi si alternano sempre uguali. Il giovane turista di Manchester alle Baleari preme un tasto sul jukebox a mp3: sente ancora la chitarra, ma la voce è ormai corrotta nei suoi bit più intimi.

My Patch – Jim Noir
My Patch (Hot Chip Remix) – Jim Noir

Quella chitarra mi fa ripensare a un’altra chitarra, quella infinita di Aranda degli Egoexpress, pezzo di pop sint-acustico crauto. In Aranda una voce ripete “A life, a room, a street, a house”, in maniera cadenzata come a rendere una sensazione di spazio. Il Lawrence Remix cambia l’ordine dei fattori e lo riporta all’originale come una pulsazione cardiaca. Se il pezzo di partenza tirava fuori una persona ripiegata su se stessa, il remix rende una dinamica più simile alla successione di momenti rannicchiati in un angolo a momenti in strade affollate. La voce non abdica mai allo strumento.

Aranda – Egoexpress
Aranda (Lawrence Mix) – Egoexpress

Nel disco di The Juan Maclean c’è un pezzo che si chiama Love Is In The Air dove la voce sintetica parla di amore. Caro ne tira fuori un Heart Of The Sun Remix dolcemente etereo, ma il vero punto a suo favore è la seconda metà, dove una chitarra elettrica sepolta sotto coltri di effetti e ri-sintetizzata copula con la voce sintetica sotto lenzuola di fibra di vetro. Sessuotronico.

Love Is In The Air (Heart Of The Sun Mix by Caro) – The Juan Maclean

Qui si fa servizio pubblico. Non si trascura infatti che le piumate squow (augh) Bat For Lashes possano suscitare qualche brivido nel pubblico hippie-chic. Quello che non gira è proprio l’uso banale delle voci. Puoi anche rischiare l’anonimato melodico su una canzone che nel titolo rimanda ai tempi d’oro di Marina Lothar, ma almeno evita la piattezza da cantautrice folk fine anni Novanta, cribbio.

Horse And I – Bat For Lashes

Con un gustoso gioco di parole pare che la scena della musica che più ascoltiamo recentemente si chiamerà Neu-Rave. Adesso il gioco è farci entrare dentro quante più band possibili al grido di “non c’entrano niente, ma quella sirena…” o “il loro funk è davvero matematico tra il primo e il secondo minuto di quell’extended da tredici e quaranta”. Vi ho nominato spesso gli assennati Fujiya & Miyagi, una via di mezzo tra gli Who Made Who e il kraut, che dal punto di vista vocale esternano tutto il loro senno con sussurri che per iterazione diventano frenesia. Dalla Svezia ancora arriva invece Dibaba che in Don’t Forget You Were Saved In Dada Land confonde con effetto impressionista: è difficile infatti capire se le voci sono distorte o se l’effetto è ottenuto da un sintetizzatore in parallelo. Imogen Heap invece si presta ai Temposhark per il Metronomy Mix di Not That Big per un altro gioco che va tanto per adesso: è la voce di uno, dell’altra o dei due incrociati?

Collarbone – Fujiya & Miyagi
Don’t Forget You Were Saved In Dada Land – Dibaba
Not That Big (Metronomy Mix) – Temposhark feat. Imogen Heap

Non mi sento ancora di annetterli al Neu-Rave, ma la prima anticipazione dei nuovi Giardini di Mirò è interessante per come resiste alla tentazione di fondere repertorio passato e indietronica, optando in favore di qualcosa più contemporaneo, sognante ma non evanescente. Che si possano persino ballare in futuro tra l’Erol Alkan che remixa gli Hotchippi e il pezzo successivo di Alex Smoke? (Si ringrazia enver per l’emmepitre)

Othello – Giardini Di Mirò

Abbiamo quasi finito. È il momento dell’epico pathos. Never Want To See You Again di Alex Smoke è una canzone triste come lascia intendere sottilmente il titolo. Alex Smoke ha una voce piena, fumosa (pardon), di quelle che potrebbero andare bene in un buon pezzo degli ultimi Massive Attack. Eppure sembra che qualcosa non torni, che la voce sia leggermente rallentata o abbassata di tono, senza che questa perda in naturalezza. Non viene mai in mente un bit nel suo dark blues sconsolato, solo pura inquietudine umana. Intorno il malinconico remix di Ada non concede speranza nemmeno sul finale.

Never Want To See You Again (Ada Remix) – Alex Smoke

Torniamo a The Knife. Nel Trentemøller Mix di We Share Our Mother’s Health più o meno a metà arriva la voce bassa e oscura, inquietante e animalesca. Si ripete salendo di tono fino a che la voce non diventa quella della cantante. Il trucco viene svelato e con lui se ne va parte dell’inquietudine collegata. Adesso possiamo dormire sonni tranquilli, sotto la soffitta.

We Share Our Mother’s Health (Trentemøller Mix) – The Knife

Neu-Rave: KLF was gonna rock you


Prima che diventi la moda del momento (cfr l’inizio del nuovo singolo dei Klaxons), sottolineo che ho sempre amato 3 A.M. Eternal e Next Is The E.

5.5.06

Nobody Loves The Computer, Because The Computer Doesn’t Dance (Aldo9 mi fa male edit)


Si avvicina il triste fine-settimana in cui il circondario si convoglierà a celebrare l’ingiusto tributo a chi pronuncia nel testo di una delle sue canzoni il fatidico “Più stratocaster e meno digei” e ci si appresta una volta finito uno dei libri che mi ha sviluppato più senso di colpa negli ultimi tempi a sporcarsi letteralmente le dita di blu con questo. Il tutto sarà musicato da una serie di dischetti e singoli freschi freschi mentre si preparerà la valigia per la prossima due settimane torinese, che giungerà puntuale a privarmi del concerto barese dei Casiotone For The Painfully Alone.

Intanto ecco a voi una selezione, quella che mescolata avrebbe potuto essere

DJ Tri-scalcia (la minaccia).

Intro! (Eurovisione makes us nonsipuòdire)

No, scherzo. Si inizia in un altro modo. C’era una volta un gruppo con il mento rivolto verso l’alto che pronunciava le parole sempre come se non avessero fine. Chin Up (Prins Thomas Miks) di Snuten insieme ai Fox’n’Wolf mi fa pensare agli Spiritualized, per i quali avevo un debole e che ritenevo adatti essenzialmente a due momenti: l’intro e l’apice, il decollo e lo spazio profondo. Sui Fox’n’Wolf ho sentimenti alterni, amo tanto Rules Out quanto non sopporto come abbiano infestato la Popper di Christopher Just. Qui però sostengono la parte degli spiritualizzati con Snuten, mentre Prins Thomas li circonda dello sciabordio della Via Lattea. Cosmico, avrebbe detto Fontecedro.

Cosmico. Non riesco a pensare niente di più cosmico di questo CAPOLAVORO. Se siete miei vicini di casa saprete già che periodicamente moog e sintetizzatori della sua versione originale vanno spesso in sottofondo al telegiornale o invadono lo spazio circostante a volumi assurdi. Da bambino non sognavo di diventare astronauta, da bambino sognavo Relevée di Delia & Gavin e non capivo bene cosa fosse: un parco giochi rotante su Marte, un videogioco con centomila quadri e sette dimensioni, un incubo di quelli che non ti svegli per vedere come va a finire. Carl Craig popolarizza il delirio e ne fa il pezzo elettronico dell’anno, una tuta da esploratore delle stelle a cui all’improvviso manca l’ossigeno. Perché gli alieni ci vogliono morti. Il pianoforte del prefinale è come una di quelle basi lunari che si immaginavano, uguali all’interno in tutto e per tutto al paesaggio terrestre, con molto verde. Inutile verde, perché gli alieni stanno per distruggere la cupola a tenuta stagna. Paranoico come la paura di un bambino-a.

Ho provato a trattenermi, ma se il Carl Craig Mix di Relevée è il pezzo elettronico dell’anno, lo Shit Robot Mix di Dragon di Dondolo è quello del mese, forse per gli stessi motivi. Due tracce gemelle, che ossessionano per la minaccia stellare che incombe su di loro. Gli alieni forse non ci sono, le nostre macchine sono perfette e non faranno di testa loro, ma forse c’è un dragone dietro l’angolo che ringhia con voce di donna manco fossimo in Shrek 4. Lo spazio visto dalla droga della Beat Generation, pitturata su un muro di un bilocale in periferia. (purtroppo non è la versione completa, ma solo un rip da Beats In Space bastevole a decretarne il massimo della gloria possibile). Il fuoco, urlato dal drago.

La paura via via scende verse il basso, è metropolitana e in mezzo a noi. Who’s Afraid Of Detroit? di Claude Von Stroke la rende in maniera molto anni Novanta con una voce soffocata, meglio, auto-soffocata. Gente che lavora per venticinque ore al giorno e trova vie di fuga da se stessa nell’oppio del tormentone di una nenia popolare ripetuta all’infinito. Il foglio ore da compilare, le pareti separatorie negli open space, la macchina distributrice del caffè che termina i cucchiaini e lascia il tuo caffè amaro. Eliminare la flessibilità non vi salverà.

Come fuggire? Come fuggire se pensi che se Prince fosse nato oggi forse avrebbe vissuto la sua vita davanti a Excel e Matlab attendendo che ogni giorno il custode del posto dove lavora lo butti fuori dall’ufficio, sperando che il calcinculo ben assestato lo faccia arrivare dritto dritto alla sedia del suo bucolocale dove consumerà insipido seitan al tofu. Non resta che agire sui simboli, cambiare nome per fuggire da tutto e mettere in quello nuovo parentesi quadre e dieresi difficili da trovare sulla tatiera. Alt + [T]ékël, everyday.

E ti devi sorbire anche quelli che ai concerti ti fumano attorno. Perché la legge vale un po’ meno se si è tra belle persone che hanno gusti comuni. E diventi aggressivo e vorresti fargliela ingoiare quella dannata sigaretta alla stronza o allo stronzo che ti puzza i capelli perché non vuole prendersi una bella polmonite all’esterno. E diventi aggressivo dopo giornate come queste e a chi ti ferma per strada rispondi: che. cazzo. vuoi. SebastiAn è ripetitivo, ma almeno qui è horror, horror come un serial killer che ammazza ragazzi carini che non hanno cura dei loro polmoni. Non è una questione di salutismo.

Arrivi a metà e capisci tutto. “Hai bisogno di un corpo da uno che sa risorgere?” non è un’arguta proposta oscena alla ragazza carina lì avanti. È una frase con mille risvolti, a partire dal fatto che non è detto che si possa risorgere e non è detto che il verbo possa essere transitivo. La b-side dei Pet Shop Boys invece è una dichiarazione arpeggiata di superiorità rispetto agli altri umani. Trevor Horn fa quello che non ha avuto il coraggio di fare con Belle And Sebastian. Non li riportiamo in vita, li trasciniamo via dalla morte.

Prima o poi si accorgeranno che la loro è una bolla speculativa linguistica destinata a scoppiare. Quando non riusciranno più a tenere una mano e balleranno senza tensione, pensando al loro meeting e al corso di self-confidence orientata al management della vita amorosa, si fermeranno un attimo e si accorgeranno che il Disco Drama di Tiga sulle e-parole dei Soulwax viene musicato da Rex The Dog. Tre è il numero della rivelazione.

Prenderanno un aereo e andranno a vedere una gruppo kraut-funk trascurabile dall’altra parte dell’emisfero. Non saranno gli storici !!!, non saranno i Fujiya e Miyagi (Fujiya! Miyagi!) sensazione del momento da tenere sott’occhio, ma saranno i Padded Cell, qualche bleep in più e una tromba facilona. Fare cose senza senso, almeno una volta al giorno.

Per esempio non sapere che l’aereo atterrava in Giappone. Che i bonghi sono, subito dopo l’arpeggio, l’accessorio del momento. Prima o poi bisognerà fare i conti con questa ossessione per il Giappone, per il nostro splendido immaginario pastello figlio di nevrosi e di pance che non fissano l’alcool. Qui si dichiara l’odio verso chi continua a usare il Giappone come simbolo troppo semplice per amplificare una storia. Per liberarci dalle nostre nevrosi, chiediamo gentilmente al Giappone di assumere un nuovo stile di vita, cambiando nome in Gianaba.

La liberazione è vicina, i bonghi sono più fastidiosi che a un raduno regionale dell’Internazionale Punkabestia, i Technicrati vengono avvertiti che non otterranno quello che hanno programmato ma solo quello che hanno desiderato. I vibracall suonano a ritmo, si balla sui tavoli della mensa, con gli alieni, i dragoni e i fumatori con le sigarette dentro le orecchie come in un retro di copertina pop. Per l’estate saranno previsti tre mesi di ferie, sospensione delle guerre e disoccupazione o al massimo un lavoro precario per le eredi di Bush. Squelch rock fino a scassare le casse e sei palchi per ogni quartiere!

Si chiude o quasi con la pazzia, che quando è consapevole è sempre un buon rifugio. Un gruppo che negli anni settanta faceva musica disco-black e tirava fuori un inno che più nerd non si poteva. Quattordici minuti di voce sintetica e violini e trombette da telefilm a zampa d’elefante, di plip-e-plop e di voci sospiranti. Nessuno ama il computer, perché il computer non sa ballare. E allora balla!

Traccia fantasma a luci spente, qualcosa che non c’entra niente con il resto. Come sarebbero stati Elio e Le Storie Tese se al posto del prog fossero stati innamorati della musica nera? Sarebbero stati The Coup? Non so, ma Baby Let’s Have A Baby Before Bush Do Something Crazy è un soul da divanetto filologicamente, politicamente e sessualmente perfetto. Auguriamo una buona notte a tutti i ministri della difesa e degli esteri, e al presidente. Bum.

Intro
Chin up (Prins Thomas Miks) – Snuten feat. Fox’n’Wolf
Relevée (Carl Craig Mix) – Delia & Gavin
Dragon (Shit Robot Mix, not complete) – Dondolo
Who’s Afraid Of Detroit? – Claude Von Stroke
Smet – [T]ékël
Smoking Kills? – SebastiAn
The Resurrectionist (Goetz B. extended mix) – Pet Shop Boys
thrEEE-Talking – Soulwax vs Tiga vs Rex The Dog
Konkorde Lafayette – Padded Cell
Misen Gymnastics – Oorutaichi
Technicrats – Shy Child
Summer – Shy Child
Nobody Loves A Computer – Computer

Bonus
Baby Let’s Have A Baby Before Bush Do Something Crazy – The Coup


I computer non ballano, ma i Robomerda sì!

Italia per principianti


Tre mesi fa saltellando da un myspace all’altro sono finito su quello di Beirut e ho proposto la deliziosa Postcard From Italy. Negli ultimi giorni la canzone è in testa alle classifiche di segnalazione degli aggregatori di m-blog e Pitchfork l’ha recensita oggi nella rubrica dedicata alle singole canzoni iniziando il pezzo con un sintomatico “Bloggers are falling over themselves re: who heard Beirut first, but that shit matters not” . Non è questo che però ci interessa, quanto il fatto che nello stesso giorno mi sia arrivata una richiesta di amicizia sempre su myspace da parte dei TTC, supergruppo legato al colletivo Institubes, composto dai rapper Cuizinier, Teki Latex e Tido Berman e dai produttori Para One e Tacteel. E appunto lì ho trovato un pezzo di Cuiziner con Teki Latex chiamato Vacances En Italie (cercalo qui) che ripropone i soliti luoghi comuni con cui gli italiani vengono visti all’estero, passando per un inquietante “Giochiamo al giuoco delli patatini” e utilizzando per base, e qui viene il bello, Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri. L’Italia, questa terra così amata.

4.5.06

Abball’ ‘o funk (u mannaggia o baccalà)


Più o meno due anni fa Diplo importava dal Brasile il baile funk, la musica della gioventù disintegrata delle favelas (cfr il suo Favela On Blast). Recentemente il baile funk innesta sempre più spesso chitarroni alla AC/DC come nel caso di Popozuda Rock’n’Roll o del recente successo (per il suo genere) dei Bonde do Role, Melo do Tabaco. Poi stamattina mi è partito sul lettore un pezzo del 1976 che a volumi insani sembra il baile funk secondo la DFA. Ah, se solo avesse un finale diverso con qualche arpeggio psichedelico.

Nuova Compagnia di Canto Popolare - Secondo Coro delle Lavandaie (da La Gatta Cenerentola)

3.5.06

Finlandesi Per Caso


Levan Polka - Loituma
(ovvero il quartetto vocale finlandese dietro il tormentone che fa strage da Inkiostro)

Update: il maggiore esegeta dei Loituma in Italia rende disponibile il primo remix per l'estate

2.5.06

La messa rossa


Offlaga Disco Pax due anni dopo, in quel di Bari, la notte dell’insediamento delle camere. Ha un senso scriverne? È come andare al Molfetta Outlet in cerca di sensazioni tessili griffate settecento giorni fa? Probabile, soprattutto poi per uno come me che vive il fenomeno dall’esterno di un’infedeltà alla linea fatta di divergenze e distinguo. Comunque ero lì, in prima fila davanti al cantante, forse a distinguermi con gli sguardi dal coro intorno, come quando negli ultimi anni mi è capitato di essere in chiesa per motivi essenzialmente funebri e ho attirato l’attenzione del prete con la mia non partecipazione alla messa. E non è un caso che tiri fuori il termine messa, perché l’impressione era quella di trovarsi a una di quelle messe in cui arriva il papa in provincia o il cardinale nel quartiere. Dal palco venivano distribuiti messalini con i testi che pochi dei molti fedeli utilizzavano: alcuni zitti per una qualche vergogna, pochi muovevano il labiale non ricordando bene le parole, molti urlavano e anche in anticipo le parole feticcio salvo poi sbagliare qualche volta il coro. Una messa cantata di sinistra è pur sempre una messa cantata, sia che la si veda come un momento di unione di un gruppo in qualcosa di alto, sia che la si veda come un momento di spersonalizzazione atta al controllo dell’individuo. Il PCI in fondo ha vissuto per tanto tempo l’ambivalenza di aver risolto teoricamente il dilemma del consenso e della rivoluzione con l’intuizione dell’egemonia gramsciana, praticandola però anche attraverso forme italo-catto-democristiane. All’inizio poi i giovani intorno, come tanti papaboys con tragico senso dell’ironia, inneggiavano in coro non a Gio-Vanni Pao-Lo ma a Fran-Cesco Ma-Rini e a Cle-Mente Ma-Stella, attirando la carezzevole reprimenda del sacerdote: “Siete dei NAD, Nuclei Armati Democristiani”.

Per il resto le notazioni sono le solite, a parte che riflettevo sul valore dello spirito di Orietta Berti nella transustaziazione del passato in revival dal potere taumaturgico-leni(n)tivo: Orietta Berti negli anni Sessanta de La Rotonda Sul Mare di Red Ronnie e della vanziniana Fininvest, Orietta Berti negli anni Settanta di Anima Mia di Labranca/Fazio e del mammobuonismo Rai, Orietta Berti negli anni Ottanta degli Offlaga come fantasma dell’altra Emilia. Mancano le foto alla merce protagonista, dato che ho perso la mia macchina fotografica ammaccatissima ballando electro dell’anno scorso dopo il concerto, ma Collini a tratti sembrava aver paura che le prime file rubassero il cilindretto di Doraemon o i peluche della talpa. Dal punto di vista estetico il cantante esibiva una cravatta su polo, cosa che ho visto rischiare soltanto a Nicola Savino, il chitarrista una maglietta di Maria Esangue Taylor e il moogista si distingueva per l’essere un clone totale di
delio con barba alla Bonnie Prince Billie, vestito con una maglietta di Star Wars chiara citazione da Il Caimano. Il capitolo paraculaggine ha previsto citazioni calcistiche riguardanti Parente, Protti e Tovalieri. Musicalmente fedeli a quello che ci si attendeva, con un piccolo appunto per Enver mozzata nella sua ballabilità e per la voce mescolata con un volume inizialmente troppo basso, hanno proposto due inediti che lasciano intendere che un possibile seguito di Socialismo Tascabile chiuderà alcune ellissi diventate poi tormentoni. Abbiamo comprato un cd per un amico su commissione e abbiamo ricevuto delle monete faticosamente racimolate come resto. Oggi le utilizzerò alla macchinetta dell’ufficio per comprare un Kinder (pausa pregna) Cereali.

(Visti anche settecento giorni dopo da Lablog e il giorno prima da Benty, con spiriti diversi dal mio)

27.4.06

Guarda come dondolo, guarda come dondolo, ballo il twist


Sarà che li sto sentendo in parallelo, ma al DFA remix di Relevée di Delia & Gavin con le sue voci femminili fighette con la g da analcolico finto biondo al locale ibizenco di Sandy Marton, preferisco lo Shit Robot remix di Dragon di Dondolo con il suo finto-contrabasso+bonghetti+acido+vocefemminilevirago che sembra un sotto-plot cyber-beatnik di un film di John Waters.

26.4.06

Punching mirror ball(oon)s


Jimmy Tamborello (Dntel, Postal Service) nel 2001 va in tour in Europa coi Lali Puna e l’autista del pullman, un’appassionata di techno, porta con sé soltanto tre o quattro cassette di techno melodico-minimale (fate conto Kompakt o Parfum). Allora sono nati i pezzi di Mistake, Mistake, Mistake, Mistake, technopop appunto melodico con cantato molto sparso. Cinque anni dopo Tamborello in veste James Figurine ha ripreso in mano quel materiale, ci ha lavorato su con John Tejada e lo ha via via rimpolpato rendendo gran parte dei pezzi vere e proprie canzoni, grazie anche alla partecipazione di svariati ospiti come Jenny Lewis, Sonya Westcott dei Rogue Wave ed Erlend Oye (non vedo l’ora di sentire il pezzo in questione). Per avere un’idea, il primo pezzo aggiorna le tematiche postali al giorno d’oggi, mentre il secondo rispecchia maggiormente lo spirito alla base della nascita del disco. Non datevi troppi pugni in testa.
55566688833 - James Figurine & Sonya Westcott
Apologies - James Figurine

Sucking Punch dei Fujiya & Miyagi rispolvera un mio vecchio interrogativo: ma il funk è capace di rendere fico chiunque?
Sucking Punch - Fujiya & Miyagi

O dell’importanza nell’orizzonte cultural-musicale della giovane Inghilterra di oggi di The Streets. Prendete per esempio un gruppetto di Sheffield di quelli che ce ne sono milioni uguali agli Artic Monkeys e fate loro cantare l’ultimo singolo di Mike Skinner. La musica ideale per musicare le vostre risse.
When You Wasn’t Famous - Bromheads Jacket

In Svezia tutti i ventenni per ora cantano di periodi ipotetici riguardanti Neil Tennant e allora che fanno le ragazze? Vorrebbero essere Nena. Because pop is nicer Auf Deutsch.
Auf Deutsch - Tanzmusik

Viuuuuuuleeeeeeenzaaaaa.
Fist Fight At The Disco - L’Homme Moderne

24.4.06

La-Bassa-GVNTù


Per tutte le prossime righe non farò altro che sottolineare quanto loro siano giovani e io sia di un’altra generazione, quindi chiedo scusa in anticipo. Non che ciò mi metta al riparo dall’accusa di giovanilismo nel cantare una mia proiezione generazionale verso Boylife dei ragazzetti svedesi Lo-Fi-FNK, ma ritengo che, nei giorni dell’onda quadra al potere, la loro sintesi di indie-pop, onda quadra e incoscienza riproponga per certi versi quel sentimento di contiguità e organicità pop al sentire dance ed elettronico che avevo già vissuto verso la fine degli anni Novanta: per dirla con una proporzione, con le opportune differenze dovute alla distanza geografica e al massimalismo e al faidate odierno che tanto amiamo, i Lo-Fi-FNK potrebbero rappresentare rispetto a gente come Justice o sebAstian la connivenza parallela dei Phoenix nei confronti del french touch. Io comunque quest’anno compio trent’anni e loro ventitrè.

Tutta questa pippa mentale lascia il tempo che trova, lo ammetto. L’unico motivo per cui valga la pena di sudare e cantare Boylife è una questione di educazione ludica: mentre i genitori radical post sessantontini spegnevano la televisione ai loro pargoli e regalavano loro perniciosi giocattoli di legno dipinti a mano da puericultori indios della bassa Mazzonia, noi poveri ragazzini della classe operaia ricevevamo tastierine mono-zanzara Made In China con batteria piana argentea simile a quella degli orologi, con unica scala e sul quale suonavamo con singolo dito al massimo il tema della pubblicità Barilla di Franco Godi (provateci, è la cosa più immondamente facile da imparare, eppure fa tanto casa) immaginando davanti a noi la platea sterminata dell’arena di Lignano Sabbiadoro. I primi bambini da grandi sono diventati Cocorosie e Devendra Banhart, si sono accoppiati e vivono felici nelle loro capanne prive di elettricità e gli altri siamo noi, come cantava Umberto Tozzi – ma sei scemo, non sai nemmeno cosa regalavano dieci anni fa ai Lo-Fi-(in)FNT(i), fai anche qui la figura di quello che si vuole disco-infiltrare a una festa delle scuole medie, FORZA PANINO / CALACI IL POLPO, chissà chi saranno gli Elio E Le Storie Tese dei giovanidoggi.

L’Intro dice Boilaif! In fondo poi i Lo-Fi-FNK possono sembrare giovani, ma già si permettono l’esclusione di singolacci dai loro dischi (cfr Change Channel) e il riciclo di temi portanti su più fronti (cfr. we love the City, that’s where we belong dove singhiozzano di saltelli à la Chobin la linea melodica del loro remix di After Dark di Le Tigre) – certo perché secondo te loro sanno chi è Chobin, mah. Mi ricredo subito però sentendo il loro concetto di canzone d’amore in cassa dritta, Adore, pargola come tutto il disco di suoni che iniziano nel momento stesso in cui finiscono come istantanei amori di un giorno di durata. Avranno anche loro una Jane Fionda (ehi, ehi, notata la citazione eh?) che userà Steppin’ Out e il suo meraviglioso giro vita (o-oh-oh vita) per registrare le sue lezioni di aerobica in vhs? Boilaif! Bilanciano la noiosa revisione dell’R’n’B di System con la nostra preferita What’s on your mind?, di cui parlammo già in precedenza col suo ritmico percorso di liberazione, ripresa dalla battimanesca Louder (ma prima non si chiamava Unighted. Wake Up, Heartache e l’altra Louder attendono soltanto una nuova Sofia Coppola che tra dieci anni scelga tra di loro per la colonna sonora del nuovo Lost In Translation. Il tutto concluso con una tautologica End, perché prima o poi arrivano sempre le cinque di mattina e ogni fine non è che un nuovo inizio party. La fine dice Boilaif!



Ascolta
Adore
Wake Up
The End

PS: scopro ora che la versione definitiva di Boylife ha un’ordine leggermente differente e pare che i due pezzi chiamati Louder non siano presenti, in favore della tarantella A.D.T.

20.4.06

L’altra notte il nano di Fantasilandia ha salvato la mia vita


L’amorevole suono dell’energia statica è quello che fa rizzare le carni al tatto. Il gruppo che nel nome ha uno dei peggiori giochi di parole degli ultimi tempi viene preso per mano dai Junior Boys, che nel loro prossimo disco si confermano come la cosa più simile ai Blue Nile col suono di adesso (cfr. Like A Child) ma che qui confezionano un andante pop sintetico rotondo e trattenuto come un palloncino che sfugge alla mano di un bambino in chiesa. Sta in alto verde, ogni tanto si abbassa e poi si rialza a toccare il tetto della navata secondaria. Attirerà, fino a quando non incontrerà uno spigolo, l’attenzione di altri bambini che, annoiati dalla messa, rivolgeranno lo sguardo verso l’alto. Il 1996 non è un’opinione.
The Loving Sound Of Static (Junior Boys Remix) – The Mobius Band

Quelli che ne sanno non fanno che parlare di The Girl From Botany Bay quando spunta il nome degli svedesi Minilogue. Non bisogna però dimenticarsi di quando su un loop di Everything In Its Place dei Radiohead sequestrarono una vocalist di Moby, le tapparono la bocca col cloroformio e per chiedere il riscatto registrarono con una videocamera i suoi tentativi di divincolarsi.
Certain Things Around You Part II – Minilogue

Quando l’ho sentita, mi è sembrato di atterrare su Marte e devo ringraziare Copy, Right? per ciò. I Giganti prendono Space Oddity di Bowie e la cantano in italiano alternando cosmiche bosse a decolli psichedelici. Al solito se avete dimenticato a casa il casco da astronauta, va bene anche la boccia del pesce rosso, previo suo trasferimento in apposito sacchetto di plastica.
Corri Uomo Corri – I Giganti

Gli SCSI 9 sono russi e titolano in francese una cicloide sul tentativo di trattenere a sé forse invano il proprio cuore. Fredda, labirintica, sembra di passare sempre dallo stesso vicolo cieco. Tanto dopo sette freddi minuti labirintici finisce ripassando dal via, in un accenno di inutile ripetizione infinita.
Pour Ne Pas Perdre Le Cœur Dans L’Abîme – SCSI 9

La voce ha ancora la banda ridotta della linea telefonica, affogata al solito nello sfrigolio circostante. Un suono che è l’angolo rassicurante della casa, con una pianta anonima e uno stereo che agli altri sembra rotto. Prima o poi leggerò quello che dice, per ora mi dondolo nei volumi alti e nelle membrane vibranti degli auricolari.
Every Time – The Radio Dept.

Il post nasce da questo pezzo, che musica anche i suoi titoli di coda. Gloriosa canzoncella per melodie circolari sulla sospensione dell’incredulità applicata alla vita di tutti i giorni spiega l’insenso delle cose, di queste cose. Ecco come si canta insieme al nano di Fantasilandia e al suo smoking bianco perfettamente stirato e al suo enorme farfallino nero, prima che spenga la luce di tutta l'isola.
For The Actor – Mates Of State

13.4.06

Cosa sarebbe il periodo pasquale senza una fiction religiosa?



Lux Vide
in association with
Maxcar
and
Radio Campus Paris
presents

Justice vs Mustapha 3000 (aka Erol Alkan)
[quarantasei minuti di biblica ruvidità,
capaci di ripescare persino Good Life di Inner City]

12.4.06

Tempi cupi (Dark Is The New Black)


Pare che tra i diggei più in vista di oggi sia d’obbligo suonare un pezzo dal sapore post-moderno e con la voce di Robert Smith dei Cure. Con tutte le differenze del caso, ripenso a intere generazioni di dj in erba stigmatizzati da noi spocchiosi per il loro facile ricorso a iniezioni del cortisonico per riempire la pista.


Trentemøller
Digitalism
Tiga

10.4.06

Stereo Totalitarismi


I don’t like pills,
I don’t like coke,
I don’t like the pretty folk,
Can’t stand the DJ,
Don’t like the records that he plays, no!

I hate everybody in the discotheque!


Françoise Cactus sale sul palco dei Candelai con una borsetta a tracolla, un astuccio plastificato per le bacchette della batteria, indossando un cappottino rosso scozzese. Tira subito fuori dalla tracolla due quadernetti vissuti sui quali a penna sono scritti testi e introduzioni in italiano per ognuna delle canzoni. Il casco di capelli dissimula il suo inciccirsi e per tutto il concerto l’impressione è quella della professoressa di francese della scuola media, che riceve alunni ormai solo grazie alle classi bilingui e ai sorteggi d’ufficio tra i troppi amanti dell’inglese. Vestigia di malizia suscitano i suoi occhi e i suoi sguardi, talmente penetranti da non sembrare di circostanza, sono il sogno azzurro di noi studentelli ormai troppo cresciuti. Brezel Göring entra vestito da Fidel, ma si libera subito del guscio in favore del ruolo di bambino cattivo del gruppo, pungolando la socia che talvolta preferirebbe mantenere il tutto su binari meno estremi. Gli Stereo Total a Palermo riempiono il posto e per giunta di gente che sa a memoria i testi delle canzoni e che non li lascerà andare via facilmente dopo il terzo bis.



Già alla fine della seconda canzone l’entusiasmo circostante costringe Françoise a liberarsi del cappottino in favore di una camicia stampata strategica a maniche lunghe su pantalone gessato. Si giocano quasi subito (come terza canzone) una delle mie preferite Party Anticonformiste che trasforma la platea in una massa danzante sfrenata, mentre Brezel bacchetta tutto il bacchettabile sul palco. L’uso di basi non inficia la naturalezza e la ruvidità, ma si mischia bene con la semplicità garage della chitarra di compensato e la ritmica di accompagnamento vicina. Molte canzoni vengono risolte con parti in italiano, con esiti talvolta comici (“Sono nada, ehm, nuda”), e gli aspetti scenografici come il pupazzetto del coniglio o l’invito di un ragazzo con scene da trenino dell’amore per L’amore a tre sono teneramente ironici e sul filo come gran parte della produzione del gruppo.





Poi però trovo il tempo per una piccola delusione. Il sodale mi aveva parlato di concerto interminabile con durate superiori alle due ore, ma Françoise si è mostrata provata già solo al quarto rientro sul palco. Il monitor saltato, una non perfetta condizione della voce e soprattutto il torrido clima del posto prima l’hanno spinta a chiedere per favore il termine del concerto e poi le hanno conferito lo sguardo stizzito verso il compare ogni volta che, esaltato per il delirio che aveva davanti, questo faceva partire le basi mentre lei stava già lasciando il palco. Al terzo bis concedevano finalmente Furore, Miau Miau e da lì in avanti spingevano molto sulle cose più trascinanti come I Hate o Push It. I proprietari del locale provano a interrompere l’entusiamo spegnendo le luci, ma il pubblico trascina il duetto fino alla sesta tornata di bis con una conclusiva e sprofondhouse Joe Le Taxi. Dopo tutto novanta minuti per un gruppo con canzoni che in media durano tre minuti è tanto e forse avremmo dovuto avere un po’ più di pietà con la povera Françoise che alla fine si mostrava provata anzichenò.


Music to watch goth-girls by


The Brainwasher (Erol Alkan’s Horrorhouse Dub) - Daft Punk

E così la triade si è completata e i tre remix minacciati qualche tempo fa sono arrivati. Con l’Extended Rework di Boy From School degli Hot Chip, il suo preferito, Alkan ha condotto un’operazione di mimesi della struttura tipica di un remix DFA, sovvertendola con il profumo delle Baleari. Un arguto cerchiobottismo tra complessità e cafonaggine, trattenuto in modo da non svaccare nell’uno o nell’altro. Il Dur Dur Durr Edit di Waters Of Nazareth dei Justice, secondo in ordine di preferenza del creatore, è quello caratterizzato dalla ballabilità più aggressiva, ottenunta con un lavoro di lima e di estremizzazione sull’originale. A tratti torrido come una fornace. Infine arriva l’Horrorhouse Dub, forse il più debole dei tre, tanto che si dice che ci abbia lavorato su fino all’ultimo. Più di un segnale suggeriva di non confidare troppo sull’epicità del titolo e a giudicare dai primi ascolti si mostra infatti tutt’altro che ardito. Certo è vero che sapientemente giocato sembra simile a quelle scene di horror anni Settanta in cui il ritmo non diventa forsennato, ma viene sepolto vivo in un territorio di mezzo dove la tensione è compressa in uno spazio via via più angusto. Pare poi che una delle tendenze sulla pista da ballo per i prossimi tempi sia proprio l’introduzione di elementi gotici in ambito sintetico. In sé però gli echi di Fade To Grey e di certi Prodigy primigenii non depongono a favore del lavoro, se non in termini di facilità di fruizione.

9.4.06

Com’è dura, la mistura


Ve ne sarete accorti, ritengo che ultimamente le proposte più interessanti arrivino dalle zone di confine tra l’indie e la disco, tra la techno e la psichedelia, tra il pop intelligente e il sintetizzatore demente (e viceversa per quanto riguarda gli aggettivi). Per alcuni versi sembra di essere tornati in certi anni Novanta, con la differenza che intorno si respira una piacevole aria di sconsideratezza giovane, dovuta anche all’età media di tanti dei nostri ultimi beniamini. Gente scanzonata che si prende poco sul serio e tira colpi bassi quando appunto meno te l’aspetti. Gente che ha capito che bisogna vaccinare l’indie con sane dosi di autoironia, che bisogna tornare a stupirsi. Insomma, non so voi, ma tra la palla mostruosa di Colin Meloy che canta le canzoni di Shirley Collins e i Lo-Fi-FNK che in What’s Mind? (dal nuovo Boylife) cantano a un timido cronico “Why don’t you tell what’s on your mind, nothing’s gonna sceing if you keep on whispering. Why don’t you tell what’s on your mind, there’s no reason to be all that boring”, io so da che parte stare. Ma tanto aveva capito tutto James Murphy prima di noialtri per questo 2006: le canzoni più pop che mai infiltrate di sintetico battito, la cosmicità da ballare in fuga verso l’ignoto e l’art-rock totalmente fuori di testa. (En passant. ieri ho sentito il nuovo Liars ed è davvero un discone)

Detto ciò, il ripescaggio del giorno riguarda un giovane duo svedese che più o meno un anno fa pubblicava pezzi che avrebbero sguazzato in questo calderone. Dalla Service, la stessa etichetta di Jens Lekman, viene un duo di Gotheborg chiamato The Tough Alliance. Maglietta Gucci e cappelli da baseball, pop nel fiore della pubertà affogato di gadget inutili che non disdegna le divagazioni di genere e uno dei due balla sullo sfondo come nei primi video degli 883. Il loro The New School (eheh) l’anno scorso si apriva con un’intro scintillantemente buffa come Tough II. Il loro pezzo più famoso, Holiday (anche in video), sembra un viaggio di ritorno da una gita in pullman con le cassette degli Housemartins e dei Beach Boys e il naso arrossato dal sole. Nel singolo Koka-kola Veins canzonano il disimpegno e nella splendida cover degli Embassy Now That’s What I Call Indulgence camminano sul filo di tenerezza e bollore. Altrove tentano persino divagazioni rap (Come On) o reggae (Babylon). Acerbi, forse superflui, deliziosi.

Sarabanda Discorock


Chi sa cosa potrebbe essere questa cosa, ne vince l’ascolto completo.

5.4.06

Le idee in giro sono sempre quelle


Come Inkiostro, come Polaroid, potevamo anche noi fare a meno dell’aggregatore di video della musica che gira qui intorno? Visto che però il tempo latita sempre, il format sarà una frase + un fotogramma + titolo/autore. Buona Visione!

Come quando a scuola si facevano i quadretti con la polverina dorata e la sabbia in rilievo
And I Was A Boy From School – Hot Chip


Eterogeneo come una classe delle elementari
You Can’t Fool Me Dennis – Mistery Jets


Cheapster
Gravity’s Rainbow – The Klaxons


Shaver’s Delight
The City – Jamie Lidell


Stop Making Stop Making Sense
You Don’t Have To Shout – The Robocop Kraus


L’anello di congiunzione tra il futurismo russo e i video della rana pazza
Perfume – The Sparks


Canottierine bianche, aerei giocattolo, uccellini a cartoni animati e sfondi rosa
It’s Not The End Of The World – Le Sport

3.4.06

Pink days and not black dice
(un post pre-elettorale bifronte)


il Nord, il Sud, il Caimano, lo sBoom, il (non) replay
Sabato scorso nel corso principale di Bari, il comizio di Calderoli e una mail con una sua indiscrezione carpita a un concerto di Matt Elliot ci lasciavano intravedere la nostra triste prigione: Legnano è meglio di Bari. Saltato insomma l’evento Black Dice non resta che tornare alla pessima musica senza pretese, con la faccia del cronista che nello speciale sul crollo dell’ecomostro di Matarrese si dilungava in una lunga spiegazione sul rito delle tre sirene che avrebbero preceduto l’implosione, mentre una nube di polvere si alzava alle sue spalle senza avvertirlo. Tanto c’è il replay. Si spera solo che domenica sera non saltino anche gli Stereo Total in Palermo, perché è vero che si sopportano 14 (quattordici) ore di viaggio in treno con lo sconto del 60 (sessanta) percento per fare i bravi cittadini, ma per questo motivo si perdono anche quelli della Border Community a Milano. Passi quest’ultima ulteriore sventura, ma vorrei focalizzare quelle 14 (quattordici) ore, il doppio rispetto al tragitto verso Milano elevato alla potenza delle ferrovie ioniche e di quelle sicule: siamo insomma d’accordo con Bertinotti (“Chi parla di Ponte sullo Stretto dovrebbe prima farsi 1000 (mille) chilometri sulle ferrovie siciliane”) e lo parafrasiamo in “Chi parla di Ponte sullo Stretto dovrebbe prima realizzare 1000 (mille) chilometri di TAV sulle ferrovie siciliane”. La cosa più divertente della visione cinematografica di venerdì erano le facce di alcuni spettatori. Colonna sonora Cataratcact di Schneider TM, ovvero la bonaria parodia del replay glitchtronico, e due che hanno il coraggio di fare i nomi (i propri) come Fujiya e Miyagi.

Non è la fine del mondo (noi siamo come un lato B migliore di un mediocre lato A)
Ce ne facciamo una ragione e torniamo alla pessima musica senza pretese. È l’orizzonte italiano attuale direbbe il Cane Rex e noi in questo momento stravediamo per il Cane Rex e per tutta la sua estetica post-twee e post indietronica. Gioia, gioia, è arrivato il sintetizzatore. La stessa gioia dei pupazzetti di plastica del Moz e dei Pet Shop Boys che in Svezia i ragazzi della Song I Wish I Had Written praticano con ignoranza degna di un manga su gai pokemon sonorizzato con Shooting dai giapponesi Sonic Coaster Pop. E insomma, se non avete goduto appieno in DJ (ri)Scalcia del brano di chiusura dei Le Sport nel remix di Mr Suitcase perché avete orecchie ancora indie-addormentate, magari fa più per voi la versione Vapnet di It’s Not The End Of The World e non sarà certo la fine del mondo se non apprezzerete nemmeno quella.

28.3.06

Il rullo compressore e il sintetizzatore


Justice – Waters Of Nazareth (Erol Alkan's Dur Dur Durrr MySpace Re-Edit)
Jamie Lidell – The City (Four Tet Mix)
Simian Mobile Disco – Hustler
Daft Punk – Technologic (Digitalism Voyage Remix)
Riot In Belgium – The Acid Never Lies

Uccelli (e gatti e farfalle e pipistrelli) venite!


Purtroppo non si può rispettare la tradizione che vi fa toccare con mano tutto quello di cui si parla qui, ma il video di Far From Home in cui Tiga, novello sanfrancesco metrosessualo di completo marroncino lucido vestito, attira su fili della luce disposti a pentagramma animali di diversa foggia a comporre le note della canzone, è al momento una delle cose che ci mette più di buonumore al pari del sole lì fuori e del fatto che quando si esce dall’ufficio ci sia ancora luce. Ora non resta che recuperare dalla casa paterna il braccialetto d’oro della comunione, visto che il polso ossuto già lo teniamo.

Meno di nove gradi di separazione


27.3.06

E comunque è un posto scuro


Sabato sera il pubblico non era per niente variegato. Sul divanetto angolare, con cadenza pari al minuto, si poteva ammirare il classico ingresso da giovane tamarro in disco: andamento ondeggiante, mani a mulinello, faccia ammiccante verso l’amicaglia. Tonymanieristi. Nonostante ciò, poco fuori dal locale due Tatangele abbassavano il finestrino e chiedevano se il posto fosse carino. Alla risposta che dipendeva dalle serate si informavano su che musica si suonasse. Ora, alle volte si pensa erroneamente che il miglior modo per divertirsi col prossimo, e nella fattispecie con le Tatangele, sia dare risposte strambe per vedere l’effetto che fa. Festival della polka, serata di campagna elettorale caraibica di Alleanza Nazionale, Aida Yespica dj. No, basta stare sull’onesto vago e rispondere: elettronica. “Ah, ecco, avevamo visto in giro dei tipi strani”. Sorvolando sul fatto che questa risposta presupponga che il mio look non mi configuri come tipo strano, mi viene in mente che l’unico tipo a dir loro strano che possono avere incrociato sia stato lui:


Arnaud Rebotini poco prima di salire sul palco va nel bagno delle donne e mentre sta per uscire, davanti ai lavandini, stringe mani di giovani fanciulle o meglio di una giovane fanciulla che sta per urlare al maniaco e viene zittita dall’amica con “Lui è *il dj*”. Il suo aspetto è la nostra speranza, ché si dice in giro che, quando si fa prendere, infarcisce i suoi dj-set di goth-metal e industrial e si ha proprio voglia di vedere le facce basite intorno. La serata invece procederà su binari musicali convenuti e contenuti, dalle parti di Deceive dei suoi Black Strobe, però privati di cantato e ancora più infognati e oscuri in cassa dritta. Menzione negativa alla presenza scenica, visto che abbandona il palco dopo ogni mix, lasciando sul piatto già il prossimo pezzo. Statica assenza.

Soddisfano in paragone i Franz’n’Shape. Un dj set onesto il loro, per gran parte costituito da electro contaminata con italo disco, ma che trova il suo punto vincente proprio nel dare la sensazione del live grazie allo smanettamento sulle manopole davanti a loro.

23.3.06

Moriremo barockki? (più tanti inutili post scriptum)


Per uno che viene da una regione che ha interi quartieri ammorbati da edifici stracarichi di angioletti e Bach di gesso istoriati vivi sull’oro che ricopre il legno di organi monumentali, questa non può che essere una minaccia. Ma vediamo di far luce sul fenomeno del momento, il ritorno del barocco (fenomeno assolutamente inesistente, ma bisogna pure inventarsi qualcosa e giuro che non sono io a presentarmi sul mio sito come un esponente della baroquetronica).

Fortdax lo trovi lì alla fine del disco di remix di Nathan Fake vestito da Wendy Carlos che scrive i titoli di coda per il cartone animato di Arancia Meccanica (esegue la partitura l’orchestrina di Springfield). Amico dei Piano Magic, vive in un mondo inesistente dove tutta la realtà è replicata in circoli, fughe e marcette che alternano lo svolazzo di flauti, campanelli e violini all’ossessività clavicembala di certe b-side degli Orbital o di certe colonne sonore infami per horror ancor più infami. Le anticipazioni del suo nuovo disco Divers, sul suo MySpace, parlano chiaro: ammirazione o disgusto. Io non ce la faccio, mi ricorda troppo il violinista trash palermitano Mario Renzi, quello che andava ospite nelle Domeniche In di Pippo Baudo negli anni Ottanta e che ora, non più famoso, continua a gestire il suo negozietto di strumenti musicali accanto al conservatorio alla Kalsa, richiamato ogni tanto dalle televisioni locali.

Nella foto sopra, Mario Renzi


PS1. In tema NF, i suoi live diventano sempre più devastanti, cfr il recente Essential Mix alla BBC: bordate di rumori ed effetti, la casualità che si infiltra nell’iterazione, una Long Sunny conclusiva dal fascino mogwaiano. Mi resta solo da capire come tutto ciò sia reso su un palco.

PS2. Per estensione si potrebbe considerare allo stesso modo barocco anche l'edit degli Who di Deven Miles. Ma non è questa sua cosa che vi voglio segnalare, quanto lo schiacciasassi che è l’edit di The Thing dei Pixies: un incrocio tra i Pixies che cantano stipati in un auto, il basso di Una Lacrima Sul Viso e dell’electro da bigioutteria. Una carta che giocata al punto giusto può proprio far saltare il banco. (Io intanto faccio saltare le listarelle di legno che compongono il pavimento della camera in cui ancora mi trovo e penso che ‘sti Digitalism stanno cominciando a ripetersi un po’ troppo, vedi il remix per i Daft Punk)

PS3. Lo so che non devo sentire dischi che al momento non sono nelle mie corde, ma quando l’andazzo è questo, Duper Sessions di Sondre Lerche mi sembra scritto dal fratello meno cazzone di Michael Bublé.

Ps4. Sabato a Bari seratona: al solito posto mette i dischi uno dei due Blackstrobe (di contorno Franz & Shape che non frequento tanto).

20.3.06

Repetition Repetition


Avrete capito che sono molto preso dalle mie questioni lavorative. Questa settimana mi vedrà addirittura lontano dal computer, davanti al parto del mio ingegno nella nostra area cinquantaeuno. Se non altro ho cambiato casa aziendale e sono passato dalla pittoresca zona Valentino alla tranquilla zona Vittorio Emanuele II – Rivoli (quei pupazzoni sono enormi: quando faccio la rotatoria ho sempre paura che parta qualcosa di Aphex Twin e che uno dei due prenda la Punto aziendale e se la mangi in più di un boccone). Nel passaggio tra una casa e l’altra però ho guadagnato una rete wi-fi del vicino e quindi sarà possibile aggiornare almeno in serata.

Nel frattempo potete ingannare l’attesa con un po’ di minestra (ri)Scalciata. Vero e proprio tappa buchi, DJ Scalcia, il djmix meno cool del mondo trova il suo seguito con mezzi di fortuna e con quelle poche cose che mi trovo appresso in viaggio per lavoro: per dire, se sentite la vocina robotica dire Beats In Space, non è perché Tim mi ha invitato a mettere i dischi alla radio a New York, ma perché il pezzo è stato estratto da lì. E siccome al secondo episodio la ripetizione non paga mai, il tema di questi 38 minuti e 38 secondi è proprio la ripetizione. Gente che ritorna, immagini riflesse, il fascino della scansione (ché se fossimo di lingua madre inglese diremmo “The Spell Of The Spell”). Si ripetono le cose per non ripeterle più, per spezzare il loop in cui ci si contorce, in quattro quarti.

Cyclatron (excerpt) – Domotic
Long Sunny (Vincent Oliver Remix) – Nathan Fake
Weiche Zäune (The Modernist rmx) – Justus Köhncke
Lambda Lambda Lambda Omega mAx In Cairo – Fred Falke vs Cure (mejo de li digitalisti)
Over And Over (Justus Köhncke Remix) – Hot Chip
Way Out – Ellen Alien & Apparat
And I Was A Boy From School (Erol Alkan’s Extended Rework) – Hot Chip
I Look Into Mid Air – Rex The Dog
It’s Not The End Of The World (Mr Suitcase Sky High T Mix) – Le Sport

Dj (ri)Scalcia
Ascolta DJ (ri)Scalcia

Gi-El-Ou-Ria


Come diceva poco fa Patti Smith, il trend dell anno.

13.3.06

Kebab per cannibali


Le trasmissioni riprendono da Torino per le prossime due settimane. In realtà non dovrebbero esserci molte trasmissioni, ma iniziamo la settimana con l’assenza della persona con cui dovevo lavorare, ergo ancora un po’ di tempo dedicato al cazzeggio. L’andazzo dei prossimi giorni sarà però quello del riciclaggio spinto di materiale altrui e queste pagine diventeranno una specie di mucchietto rotante di brandelli di carne ammassata, riscaldata e servita in pratiche pite e/o pani arabi. E visto che parliamo di kebab, si comincia con degli auto-kebab, ovvero quando un gruppo prende una sua canzone e parte da quella per ottenerne un’altra con uno scarto di testo, musiche o atmosfere. I secoli dei Belle And Sebastian, la stabilità dei Death Cab For Cutie, i participi/imperativi battuti dei Pavement e i Rakes che trasformano una canzone sullo spionaggio da guerra fredda a Strasburgo in una sull’incontro con una ragazza in una kebaberia di Watford, da Another Form Of Relief.

10.3.06

Mi dia una Margherita al mou, una piadina Giovane Holden e una Peroni grande gelata


Ieri mentre aspettavo le pizze da asporto, la radio del pizzaiolo mandava i Baustelle tra una canzone del tipo dei Blue e I Ragazzi di Scampia. Nessun problema per me, certo. La sorpresa invece è stata stamattina quando ero piacevolmente impegnato nell’ascolto di At The Controls di James Holden. James Holden in questione ha infatti deciso di aprire il secondo cd del suo monumentale (almeno per dimensioni) doppio mix con una nuvolosa versione dub di Sergio dei Baustelle.

(Ok, At The Controls inizia con Opening Titles dei meta.83, ma ci piace pensare che a volte decidiamo noi titoli, autori e versioni delle canzoni che ascoltiamo)

9.3.06

Pin-ojo, Pin-ojo


Periodicamente mi concedo delle sospensioni di giudizio in cui mi faccio trascinare più dall’attrazione per gli ingredienti che dall’effettiva riuscita della ricetta. Il patetico avviso vi mette insomma in guardia riguardo all’oggettiva trascurabilità della segnalazione, a meno che non siate in cerca di un esotico fenomeno pop da classifica. Najwa Nimri Urrutikoetxea è un’attrice spagnola che avrete probabilmente ammirato in Abre Los Ojos (ruolo che sarebbe stato di Cameron Diaz nel remake americano), Before The Night Falls o Lucia y El Sexo. Najwa in parallelo ha cantato in due gruppi (Clan Club e Respect), in un duo triphop nella seconda metà degli anni Novanta (Najwajean) e adesso conduce una carriera solista pop con qualche infiltrazione di elettronica minima.


Il primo singolo del nuovo disco, Capable, è stato anche remixato da Styrofoam. Walkabout è probabilmente trascurabile come disco e Najwa nel migliore di casi si avvicina alla recente Roisin Murphy o a una versione da classifica di AGF, ma nel peggiore è proprio inascoltabile. Epperò in quei due tre pezzi sufficienti ha un delizioso inglese viziato dall’accento spagnolo. Sì, insomma, tutto per dire che mi piace come storpia le parole in So Offen o quando dice Pinocchio, Pinocchio in Capable.


Ascolta So Often
Guarda il video di Capable

6.3.06

Montiamo un po’ di hype


Erol Alkan ha minacciato per le prossime settimane l’uscita in quasi contemporanea di:

And I Was A Boy From School (Erol Alkan's Extended Rework) – Hot Chip
The Brainwasher (Erol Horrorhouse Dub) – Daft Punk
Waters Of Nazareth (Erol’s Re-Edit) – Justice

Ne uscirà vivo? Ne usciremo vivi?

3.3.06

A Cross, The Universe


Pateticdreampop. Comunque, a chi pensa che io sia diventato un insensibile: non sono tutto dance e synth. Ci ho anch’io i miei momenti pateticamente sognanti legate a canzoni dozzinali, tipo quando ascolto Cotton Candy (Moonbunny Remix) di Healamonster e Tarsier o quando metto in repeat Hide & Seek di Imogen Heap. Però ora parliamo anche di altro. Per esempio,

Psicodiscosintetiz. Nell’attesa impaziente di mettere le orecchie sul Carl Craig mix di Revelee di Delia & Gavin, origliato da Beats In Space (all’undicesimo minuto del mix), ci si consola con altro. Per esempio un remix dei Depeche Mode. Sento già levarsi il cheschifocheschifo e allora preciso: se non ci fosse la voce di Dave Gahan, il remix di Suffer Well degli M83 sarebbe un gioiellino di circolarità sintetizzata disco più. Il remix ruba appunto dei circoli dalla versione originale, li organizza in climax (embe’, sono gli emmeottantatré) e li scandisce con un falsetto che da un lato si riaggancia a certi coretti depesc’ e dall’altro lo ricopre di vernidas da discoteca. Se vi infastisce la presenza di Gahan tagliate il primo minuto e mezzo, più che preferire l’inferiore remix strumentale, privo del magico incrocio precedente.

TechnoCut’n’Kunf. Aupparto cHe sabestiAn fa erpmes lo steso pre*g*evole rxxxx ughuale a se ssteso (crf go(i)nG […[ x Cu- Cu-), cui sì e praesee mOlto D+ dalla fresa che cararrettizza sempeR i memonti dpoo el intenpresazoi: Uaz Jour Neim Aghein? (Busy P Remix) dei Fancy.

Hardtweerock. Lei prende la parrucca, la fissa con delle forcine, inserisce il jack della chitarra, nasconde la spilletta sotto il bavero. Ok, carnevale è passato, ma avete mai pensato che anche le canzoni vanno alle feste in maschera? Per esempio una canzoncella di uno sgangerato collettivo australiano a metà tra la filastrocca e il coro da cheerleader come The Owls Go degli Architecture In Helsinki può travestirsi da pezzo hard rock con chitarre ritmiche ruvide(!), harmonizer(!!) e tanto di assolo(!!!). In realtà le canzoni non fanno tutte da sole, come in questo caso, dove la colpa è di Max ‘Thunder’ Tundra.

Gino Latino Is Fucking In Nirvana


Stavo cercando su internet degli accessori da arredamento quando sono finito sul sito della Fetish Recordings. Ora, il catologo dell’etichetta è abbastanza trascurabile vista la loro propensione per una noiosissima house, ma il secondo nome tra gli artisti in questione è quello di Mario Fabriani, che vedete ritratto nella foto qui a lato. Mario Fabriani è il più anziano produttore al mondo di house. Settantatrè anni, di Napoli, Mario ha vissuto un’infanzia difficile, una gioventù preda del crimine e una vita segnata dal carcere. Per un delitto gravissimo ha passato cinquant’anni in prigione, dove è maturata la sua conversione. Prima è diventato buddista, poi si è avvicinato al mondo della club culture, fino a diventare uno stimato produttore. La sua storia ha colpito anche bloggers di ogni dove, come Suite 303 Server. Anche io stavo per celebrare questo esempio della nostra patria, che non ha bisogno di pagare in discoteca perché entra da dj (capito presidente?), quando ho scoperto che Mario Fabriani è un finto artista, alter ego del proprietario dell’etichetta Joey Youngman. Cosa ci insegna allora questa storia? Che al giorno d’oggi, nonostante internet sia spesso molto utile, difficilmente si possono conciliare buddismo e house pallosa dopo cinquant’anni di gabbio. Molto più semplice che le mie vicine di casa siano chiamate per uno spot dove spiegano la ricetta del riso patate e cozze.

2.3.06

fIre In tHe diSco, Ef-ai-ar-I Ai-eN Si-ei-ai-ar-oUh


Poche storie. Da quando poco prima di Natale fdl ci mise la pulce nell’orecchio qui si sono cominciate e finite le giornate cercando il misterioso remix introvabile. Oggi finalmente mi sento come Indiana Jones e con enorme piacere vi presento

Fire In Cairo (Digitalism Edit) - The Cure
(via twentyfourhours, anche su yousendit per chi ha avuto problemi)

(Ottimo e acido, però però non mi convince il finale)

Sign O' The Tents


1.3.06

Fake Boys And Fake Girls, Clutching Bands


Ricordate gli Autobahn, i nichilisti del Grande Lebowski? I gangsta-rapper Murder 4 Life e I Re Acuti nei Simpson? Janet Jackson e Kimberly in Arnold che si sfidano per entrare nella band r’n’b di Willis? Le finte band della classifica nel negozio di dischi di Arancia Meccanica? I Drive Shaft di Lost? Le Cherry Bomb in Howard e il destino del mondo? Io sono appena arrivato alla lettera D, ma credo che passerò il pomeriggio nell’enciclopedia dei finti cantanti e gruppi inventati dal cinema e dalla tv.

La fine dell’in(die)nocenza



And feel, and feel what it’s like to be new

A volte una canzone un mash-up racconta la realtà in maniera più concisa delle parole. Leggendo in giro del concerto dei Death Cab For Cutie, al netto degli eccessi snob e delle giustificazioni intimiste, mi è sembrato di assistere a una sorta di risveglio. Cominciamo a insomma fare i conti con la distorsione emozionale del giudizio, col dualismo massa-eremita, con le pose, i ciuffi e le frangette che vanno bene solo quando sono le nostre. Io non spero che questo momento di passaggio, questa (finalmente) fine di una prolungata adolescenza triste, si risolva in un deserto che faccia piazza pulita per il nostro futuro. Mi basterebbe che passasse il fatto che la problematicità dell’essere non è il crogiolarsi nella problematicità dell’essere, che non siamo migliori di altri in base alla presunta osticità della discografia posseduta, che il bello deve arrivare alle masse, o almeno alle camerette delle masse. Perché in fondo, pur preferendo altre evoluzioni, un mondo che va ai concerti dei Death Cab For Cutie è sempre meglio di uno che va ai concerti di Gigi D’Alessio. E allora mi sembra di vedere tutto questo, il freddo del Rainbow, le emozioni che si svuotano nella massa, le piccole cose che ci colpivano indiscriminatamente, l’orologio che ticchetta così lento e poi veloce, la voglia di riagganciare, e di riprovarci.

Hung Up On Soul – Party Ben