21.10.06

Rane





Frogtoise - Schneider TM

(Mentre Schneider TM usava come percussione un pacchetto di Pringles panna acida e cipolla - mia passione invereconda - e play-m lo fotografava per noi, io mangiavo altrove cosce di rana fritte piccanti)

17.10.06

C’mon join the joyride (non nel senso di Roxette, ma nel senso di rincorsa col fiato corto)

Io non mi scandalizzo con niente. Nemmeno col primo doppio ellepi/cd di remix della K Records, contenente ventidue (!) rielaborazioni del repertorio di Mirah. Però. Capisco che bisogna rincorrere i giovincelli come il sottoscritto appassionati di inutili variazioni sul tema, ma un progetto come un remix album deve avere un minimo di criterio: sorvolando sul fatto che la mole sia eccessiva e che oltre agli amicici dell’etichetta ci siano soltanto dei carneadi che nella migliore delle ipotesi sono usciti una volta a cena con Bjork e nella peggiore stavano dietro i Frou Frou, possibile che un’etichetta così rispettabile non si accorga che fare un remix non significa truccare una canzone da baldracca per gli aperitivi di Corso Como?

Apples In The Trees (Balvanera House Party Mix by Bryce Panic) - Mirah
(che si salva dando l’impressione di una b-side dei Knife che prima della fine si trasforma in una b-side latina di Beirut)

Ancora parliamo di Technics?

Ho potuto sentire solo domenica la puntata speciale di Pla(net)Rock dedicata a John Peel. Senza indulgere nella nostalgia (che c’è stata), vengo al sodo: io pensavo che l’ancora negativo fosse una prerogativa del barese, ma a questo punto è chiaro che non sia così.

L’angolo dell’apostolato

La classe operaia va in disco in autobus. Il 9 notturno fende la città a collegare due fermate agli antipodi, la porta del mio residence e il varco presidiato da buttafuori non addetti certo alla selezione. Gentili ormai dispensano solo la drink card all’ingresso e ritirano il pass all’uscita, in un contrasto delicato tra la loro fisicità e l’assenza di problemi, almeno questa sera. Dentro ancora è semivuoto e intorno circola gente con un terzo dei miei anni, abbigliata in modo da lasciarmi interrogativo sui miei attuali interessi musicali. Forse dovrei comprarmi una maglietta Guru o Traficante o indossare una catenazza d’oro. Il bar per fumatori del piano di sopra è il male e non tornerò mai più lì dentro. Piuttosto mi rado le sopracciglia e mi faccio una pulizia del viso dall’estetista. I Nice Guys timbrano il cartellino e passano la consolle a Valletta.

È la prima volta che vedo Valletta mettere i dischi e l’impressione è stata ottima. Robusto e divertente, mi ha fatto persino rivalutare il remix di Go di Moby, quel pezzo costruito sul sacco di plastica di Laura Palmer, ad opera di Trentemøller: a sentirlo in cuffia mi era sembrato una specie di teatrino in cui il buon Anders manovrava una piccola marionetta del cadavere umidiccio e diafano senza restituire il portato arcano e viscido del contrasto tra sfruttamento mainstream e paura della mancanza di senso, dell’originale e del telefilm; sulla pista e pompato di watt scatena una tempesta di flash neuronali, dal ricordo della prima puntata vista col televisore che moriva sotto i miei occhi perdendo i colori fino al monocromatismo di un verde livido senza vita, alla cassetta che mentre registra Go si spezza incastrandosi tra le testine e sputando tra i corridoi della scuola frattaglie calde di Ibiza, fino all’ultima puntata e all’afa torrida e lenta di una sera di Giugno. Subdolo convincerci con la componente revival dell’inutilità sublime delle nostre mani a mulinello contro le strobo. Poi Valletta ha proseguito con un remix gustosissimo di Three Weeks di Tiga (non mi è sembrato il Dahlback, né il Booka Shade, forse quello che gli ha dato Troy Pierce qualche settimana fa?) fino a incattivire di distorsioni e di break la massa che già ballava copiosa. E poi ho capito che dovevo cercare un’equivalente di una qualche Università del Sacro Cuore o del Santo Spinterogeno laggiù in Michigan, una di quelle in cui il motto è “All We Praise Is Parties”, come diceva Sufjan, un’università in cui studiare teologia e convincermi a colpi di imperatori bizantini che il logos è insieme ragione e parola e io posso parlarvi di queste benedette tre ore, attraverso queste stesse tre ore. Il divino non diventa più divino se lo allontaniamo da noi, diceva quello.

I momenti divini poi vivono del grottesco in cui sono immersi. Per esempio io non sapevo che in discoteca si usano ancora i vocalist che presentano con voce impostata i dj come in un film di Verdone sulle discoteche. Il divino però è una carezza sulla merda che spesso sceglie gli ultimi per manifestarsi, con tutto ciò che ne consegue. Mi chiedono se ho pastiglie, ma non ho con me quelle per l’esofagite da riflusso. Carl Craig apre lo schermo del portatile e poggia il primo cerchio del sistema solare. Inizia così, con l’insonnia, e io rido piano dentro la mia maglietta rossa che lampeggia nel nero circostante. Craig richiama Valletta accanto a sé e lo spinge al ricamo sulla coda del primo pezzo con gestualità da benevolo messia. Poi riprende in mano il mio destino e lo frulla con tutttelecosedelmondoinsieme, ma quando mi bevo insieme a tuttelecosedelmondoinsieme non ho né la fastidiosa sensazione di assaggiare uno di quei miscugli tra passoda e aranciata che sperimentavo quand’ero bambino, né l’autoreferenziale sapore di un carpaccio di avambraccio: è come se il meccanismo della fabbrica, il jazz dissepolto e ritagliato come un pezzo di puzzle appuntito più di uno shuriken, l’elettronica più sentimentale di un Numero 5 e tutti i miei atomi dal primo all’ultimo siano stati permutati per ottenere un nuovo universo fatto di sovversione degli schemi ed emozioni che non appiccicheresti mai alla carta di un cioccolatino.

Il flusso non suona né nuovo, né vecchio, perché sgambetta il tempo. I pezzi del passato sono utilizzati con fare moderno, ornati di sovrapposizioni e decostruiti nell’evoluzione orografica del set, mentre i pezzi moderni non sembrano nemmeno le stronzate minimali che potrebbero essere perché non vengono usati come stronzate minimali comprensibili solo sotto l’effetto di un cocktail di tachipirina e novalgina. Succede così che divento un pezzo di pongo e a volte Craig mi regala delle braccia da agitare in aria, altre volte un culo da scuotere sui bassi oppure degli occhi lucidi di vernidas. Lo stronzo, perdonatemi la bestemmia, monta crescendo che non esplodono per tutta la prima parte del set aggiungendo una componente ansiogena paragonabile al trattenimento contemporaneo di un centinaio di orgasmi. E mica trattengo solo quello: i quattro mini-cocktail sorbiti richiedono presto un contributo alla ricircolazione universale delle acque che non mi sento di concedere, incollato ai miei pochi centimetri quadrati sempre rivolti verso il palco e incuranti delle braccia esultanti, delle urla di gaudio e del trasumanare circostante. Al primo accenno di avvallamento mi inserisco in una fila per gli orinatoii dal quale presto scappo per bearmi dei ben noti sintetizzatori di quel ben noto remix che, strano a dirsi, qui appare come una semplice parte di qualcosa di ben più grande. Fotografo le luci e lo sciabordio dei sintetizzatori iniziali del mix di World Of Deep in loop mi inonda di alghe, cozze, squame di sirena e pezzi di barriera corallina. Cercano di trascinarmi via per evitare la ressa dell’uscita ma io non voglio perdere nemmeno una virgola del logos che intanto diventa un’accavallarsi di moti ascensionali finalmente risolti e infatti l’ultimo quarto d’ora è da brivido e da brivido sono le luci accese e alte come mai ho visto alla fine di un concerto, quasi che quelle migliaia di watt potessero rendere meno tetra l’improvvisa consapevolezza che la vita è continua tensione verso momenti come questi e non una sequenza ininterrotta di essi. Esco insieme estasiato e col muso lungo. Il buttafuori accenna un timido ciao, immalinconito dal momentaneo ruolo di passacarte della burocrazia della notte. Per la sopravvivenza al lunedì non resta che saltare sul motoscafo e risalire la Dora Baltea con i Mogwai nelle cuffie per incontrare quella gang cino-sudamericana che fa affari coi neonazisti.

World Of Deep (Carl Craig Mix) - E-Dancer

13.10.06

Ammazzate oh (l’assassino torna sempre sul luogo del delitto)

Non ho mai amato l’abitudine che hanno certe persone di apostrofare gli appena conoscenti con il nome di battesimo. Non ho mai amato i cantanti che quando fanno un disco solista lo intitolano con il nome di battesimo. Penso queste cose accingendomi al primo ascolto di Jarvis. Però Jarvis entra in questo ufficio, si siede al piano accanto al plotter e mi canta un “Cosa resterà di questi anni Novanta” che gronda di altri quattrocentotrentatrè “Cosa resterà”. Don’t believe me if I claim to be your friend, dice, I will kill again. Speriamo, Cocker.


Preparo il bicchiere? No, prepara le cicatrici

Ad avercele, le cicatrici. I bambini tranquilli non si rompono mai nemmeno il braccio, non gustano mai l’interminabile prurito notturno della sabbia che finisce nell’ingessatura. Da adulti forse ameranno le distanze di insicurezza e non prenderanno mai multe e non perderanno mai i punti della patente. Ecco, prendete il contrario di quanto detto fin’ora e avrete Matt Elliott, che ritorna, questo mese. Le canzoni del bere sono diventate le canzoni del fallire. Già pregusto quando sul mio lettore in modalità shuffle un suo pezzo spunterà tra una tamarrata disco e un pezzo twee svedese in levare.

Lone Gunman Required - Matt Elliott

11.10.06

Watcha gonna do when you’re adult

Diventerai la parodia di te stesso (Dunbkel-Darkel)? Un cantante da crociera (Badly Drawn Boy)? Il principe Valium (Max Hecker)?

(in ordine decrescente d’interesse preventivo)

((titolaggine rubata al plastico-faccial-avalanche Judy (Blue States remix) delle Pipettes, mica alla versione originale))

9.10.06

Dategli il soufflé sgonfiato

Ma perché Kevin Shields deve coprirsi di ridicolo con questi fantomatici remix in cui al minuto 1:55 comincia a girare la manopola del riverbero?

(il trascurabile remix di I Want Candy dal film della Coppola su Stereogum)

5.10.06

Ottobre

Le prossime due settimane lavorative a Torino e la puntata di fine mese ad Hannover passando da Milano all’andata e da Milano/Torino al ritorno portano con loro alcuni possibili appuntamenti musicali. Quasi sicuramente da Torino non mi sposterò a Milano martedì prossimo per The Knife + Planningtorock: l’ultimo treno a mezzanotte e mezza, la scomodità della posizione dei Magazzini Generali rispetto alla Stazione e non ultimo il prezzo ‘importante’ del biglietto rimandano alla prossima il contatto col duo svedese. Ben più probabile che assista al dj set di Carl Craig venerdì sera al Supermarket. Per il resto vuoto pneumatico di eventi fino alla mia partenza per Bari.
A fine mese eviterò per l’ennesima volta il mio primo contatto con La Casa 139 di Milano (Willard Grant Conspiracy), ma in compenso al mio ritorno dalla Germania troverò un succulento Junior Boys + i già visti The Russian Futurists allo Spazio 211 di Torino. È un duro lavoro, far coincidere tutto.

4.10.06

Reality Show [o dell’(in)utilità dei Crystal Castles per il mondo]

La prima volta che ho sentito un pezzo dei Crystal Castles ho pensato ‘che noia la musica a otto bit’.

La seconda volta che ho sentito un pezzo dei Crystal Castles ho pensato ‘però il videogioco degli ZXiu ZXiu non è male’.

La terza volta che ho sentito un pezzo dei Crystal Klaxons ho pensato ‘quelli in discoteca si fanno gli occhi dolci’.

La quarta volta che ho sentito un pezzo dei Crystal Castles ho pensato ‘si ameranno oppure no?’

Poi Simona Ventura ha preso la linea e ha dichiarato vincitore Prince Of Persia per il 286.

REM sono la pupa e il secchione nello stesso tempo

Alice Practice - Crystal Castles
Atlantis To Interzone (Crystal Castles Remix) - Klaxons
She Fell Out - Crystal Castles
Bonus che non c’entra niente Buzz Saw (This Song Is A Mess But So Am I Remix) - Xiu Xiu

SYS 64738

3.10.06

Not safe from loop

Con un loop vi lascio e con un loop vi riprendo. Gli Skatebård vengono da Bergen e non a caso sono coinquilini di Annie alla Digitalo ed Erlend ‘Scalcia’ Øye cantava i Pet Elvis Boys su un loro vecchio pezzo. Fanno electro inquietante, nel senso che con poco inquietano certi luoghi comuni della disco e della dance. Per esempio iniziano il loro nuovo Midnight Magic con un freddo serial killer che punta un coltellaccio sulla gola dell’Italia da bere dei primi anni Ottanta. Su pastiche alla Boards Of Canada modellano ritmiche di spazzole e batterie ancora sanguinanti di budello animale. A metà tra Booka Shade e il conterraneo Lindstrøm potranno essere per voi un possibile incubo ricorrente. Non vi basterà un SUV per fuggire.


2.10.06

Safe from loop

Non mi piace aggrapparmi al passato. Figuratevi cosa penso di chi vive nel passato. Così nell’orrido Clerks II, traduzione cinematografica di una di quelle patetiche cene in cui dopo dieci anni incontri il compagno scemo di liceo che continua a fare sempre le stesse battute e ritrovi persone una volta minimamente sagaci che sacrificano il loro acume sull’altare della consuetudine, più delle inquadrature circolari, più del patetico romanticismo ribaltabile che quasi si rimpiangono i film di Nora Ephron o con Julia Roberts, più dello scontato ritorno al bianco e nero finale, poterono quelle tre scene segnate da Smashing Pumpkins, Alanis Morrissette e Soul Asylum. I miei coetanei sono da un’altra parte, che vogliano crescere o no. Io, preferisco i ventenni e i sessantenni.


26.9.06

When Pop Heavily Rotates (Corsi e Ricorsi)

No, non è una cover degli Abba, ma il nuovo singolo dei Numeri Magici (ah, quei coretti: quanti ricordi)
Take A Chance - The Magic Numbers

Patrick Wolf che nel nuovo singolo parla di disgrazie scrollandosi di dosso il melodramma sta quasi dalle parti degli Architecture in Helsinki che duettano con un vecchio glam (trombetta style)
Accidents and Emergency - Patrick Wolf

Pietro, Biorno e Giovanni go dark. (tchk tchk tch, thck tchk tch)
Chills - Peter Bjorn And John

Non posso smentirmi. Progetto parallelo disco di Alex ‘Boys Noize’ Kid. (disco brillantini sulle guance inclusi)
Donnerstag - 909d1sco

25.9.06

Satur(ate)day (con coda provinciale)

C’è poca gente, mi dico. Tutti a vedere Peaches o Rapture, mi rispondo. Sì, ma Peaches era venerdì e i Rapture sono domani sera. Forse a Milano non sono abituati ai concerti nel fine settimana, figuriamoci a tre concerti degni di nota nel fine settimana. Troppo poco indie per il pubblico rock e troppo pop per chi si intrippa di elettronica? Aggiungi anche che sono i meno modaioli. Gli Hot Chip a forza di fare dance debole sono diventati l’anello debole, insomma? Se non altro ci evitiamo le modelle che ti avrebbero pestato i piedi coi tacchi a spillo e ostruito la vista con le loro spalline, nonché i personaggi dalla sessualità disturbata che ti avrebbero strusciato addosso vibratori pelosi (disturbata dato che per scegliere te come obiettivo di vibrazione bisogna essere disturbati). Smettila di farti domande e di risponderti da solo. Ok.

Gli Hot Chip sono disposti in fila, da quello che canta e suona i tamburelli, a quello che fa partire il playback. Esteticamente non tradiscono sfoggiando tre camicie orribili che potrebbero venir fuori dal mio guardaroba anni Novanta (una a righe bianche e azzurre, una panna e una a quadrettoni buoni per un picnic con tanto di sorpresa incorporata), una t-shirt di Threadless (griffe ormai da evitare in occasioni pubbliche) e una maglietta col pollicione tipica da orsacchiottone degli Hot Chip, indossata guarda caso dall’orsacchiottone degli Hot Chip. Visto che ne parliamo, l’orsacchiottone degli Hot Chip ha la luna storta: più volte si astiene dal controcanto, sembra svogliato ed imbronciato e, soprattutto, esibisce pochissimo il numero pelvico che tanto ce lo fa amare.



Nel caso in cui ci fossimo dimenticati di essere in un sabato sera, il fatto viene ribadito dall’andazzo ritmico del concerto. Una Careful che pesta ancor più dell’originale introduce un set che mette da parte tutti i momenti trasognati in favore del martellamento. Anche quando su disco si sta dalle parti del synth-pop, qui si indurisce il ritmo, ornandolo soprattutto negli ingressi e nelle uscite dell’armamentario percussivo della casa madre, ovvero di campanacci e bonghetti. Se dunque ne fanno le spese l’assente The Warning, in origine presente nella scaletta e poi depennata, la dimenticata Colours e l’antico fantasma Crap Kraft Dinner, d’altra parte tutto il passato che resta (The Beach Party e Keep Falling), il presente dei lati b (Plastic) e il futuro inedito (due-tre pezzi accreditati come Shake A Fist, Graceland e Out At The Cinema) vengono coniugati in maniera uniforme secondo lo schema di cui sopra.



Si balla, si canta e si suda, tanto che Alexis si sveste, rimanendo con una gustosa canottiera Nike slabbrata bianco-verde, ma la tensione ritmica non è uguagliata da una simile tensione emozionale. Da questo punto di vista gli unici sprazzi sono offerti da una Boy From School comunque meno brillante del solito (sentendola dal vivo si capisce come sia nato l’auto-rework del singolo) e soprattutto da No Fit State, che parte de-tonata e prima della coda anthem su un tappeto di sintetizzatore paga tutto il tributo alle radici New Order con le parole della tentazione (Oh you got green eyes, oh you got blue eyes, oh you got grey eys and so on).




Resta poco tempo per il bis perché il concerto deve durare poco (si, ma perché poi, visto che comunque la gente applaudiva?). Chiude una Over And Over punteggiata dagli unici assoli di chitarra della serata, altrove utilizzata in maniera umilmente ritmica. Parte subito l’hip-hop - io piango dentro perché il concerto non finisce con You Ride - e allora non prima di avere assistito a delle scene che non avremmo mai desiderato vedere (no, non parlo delle groupie degli Hot Chip), decidiamo di spostarci verso il fantomatico Hot Chip Aftershow Party. Ora, noi siamo gente di provincia e quando sentiamo la parola Aftershow abbinata a Milano pensiamo sempre a esclusivissimi festini dove l’intellighenzia sollazza ogni suo desiderio artistico, compreso quello di sentire una ventina di minuti di dj-set degli Hot Chip. Beh, forse mancava qualcosa (qualcuno?) e l’atmosfera non era per niente in linea con la musica degli Hot Chip, ma se non altro ci siamo esibiti in un mash-up tra Pirandello e Milanodabere: quando all’ingresso il gruppo (non gli Hot Chip, chiaro) ha fornito i nomi per entrare (sì, c’era una lista esclusivissima), ci siamo scambiati le identità coinvolgendo anche degli assenti, lasciando fuori il mio nome e cognome. A quel punto la pr, visibilmente in linea con quello che ci avrebbe atteso dentro, ha chiesto anche se ci fosse (mio nome e cognome). Le ho risposto che (mio nome e cognome) non era potuto venire.

No Fit State (live) - Hot Chip (purtroppo senza la citazione dei New Order)
Over And Over (live) - Hot Chip

22.9.06

How Do You D.A.R.E.? (Beck è irraggiungibile, chiamiamo i Gorillaz per stasera?)

You Ride, We Ride, In My Ride

Domani viaggio a Milano per gli Hot Chip. Non sto nella pelle peggio di una sciacquetta indie che perderà una puntata di OC per andare a vedere i Death Cab For Cutie. Sarà che in questi mesi sono stati tra i gruppi che meglio hanno raccontato il mio no fit state, sarà che amo i geek-nerd-secchioni-chiamatelicomevolete che ce la fanno (anche solo un po’), sarà che ci vuole grazia a essere leggeri: sarà che quando vedo uno steccato io penso alla pubblicità dell’olio Cuore, prendo la rincorsa e salto, da una parte all’altra e poi indietro, magari sbucciandomi anche il ginocchio. Se poi in tutti questi mesi ancora non vi h(ann)o convinto perdete sei minuti della vostra vita per sentire la versione live di Boy From School qui sotto: sembra un flusso di coscienza scaturito dalla lettura del riassuntino della storia della musica, ingenuo e tenero, che avevate scritto tanto tempo fa su un quaderno di terza elementare. Sorrisi, lacrimucce, due voci stonate e una cassa dritta.

Boy From School (live) - Hot Chip
You Ride, We Ride, In My Ride - Hot Chip

(se invece siete dei maniaci fate un salto a sentire il remix hotchippo di Steppin’ Out dei Lo-Fi-FNK)

21.9.06

Oci gallicia gios curumai

L’altra notte guardavo la replica di Sunset, una delle serate organizzate quest’estate da MTV. Tralascio l’approsimazione dei conduttori e che mi sia trovato nuovamente tra i cosidetti Skin, ma è stata una buona occasione per vedere all’opera i Soulwax come Nite Version e in finale di programma come 2 Many DJ’s. Evitando dotte discussioni sulla maniera più proficua di riprendere un dj set per la tv (magari ne discutiamo la settimana prossima quando All Music trasmetterà le registrazioni del Nokia Trends a Firenze), mi concentro su un frangente dello spettacolo suonato che mi ha colpito per maestria, semantica e non.

Guardavo distrattamente la tv, come forse molto del pubblico estivo “de passaggio” in spiaggia a Rimini, quando all’improvviso i Soulwax hanno attaccato il basso da You Gonna Want Me di Tiga. L’inquadratura è passata alla ragazza del chiosco bibite, improvvisamente colta da un attacco del ballo di sanvito che le faceva sventolare l’enorme cravattona su camicia scura. Mi immaginavo di essere lì e di sentire intorno a me un coro di “Ma allora questa era loro!”, quando già i Soulwax stavano suonando sopra al basso una cover del remix di Tiga di Washing Up di Tomas Andersson. Il fine passaggio è stato completato con un repechage di classe, ovvero i tastieroni tamarri da Anasthasia di T99 che hanno montato ancor più la tensione verso una finale e distruttiva Another/NY Excuse. L’arte del dj applicata alla categoria del concerto rock, ovvero come coinvolgere il temibile pubblico “de passaggio” degli eventi estivi.

Visto che ci siamo beccatevi qualche classico preso dai cd dalle cassettine* di Albertino e Digital Boy:
Anasthasia - T99
James Brown Is Dead (Dream On Mix) - L.A. Style
e dato che se parlava ieri
Insomniak, I Come Back - DJ PC
(ringrazio per gli mp3 la fonte Dalston Oxfam Shop)

Update: noooo, hanno chiuso il Deejay Time

* non a caso il blog in questione compra le cassettine usate al Dalston Oxfam Shop e le posta, a volte anche nella loro interezza

What ever happened to my hobo humpin’ slobo babe

Oggi mi chiedevo che fine ha fatto Cia Berg, nota anche come Cia Soro. Cia Soro-Berg era la cantante dei Whale, meteora elettro-punk-pop svedese che per breve tempo ricevette l’attenzione di pubblico, media e Tricky, per poi essere ricacciata nell’oblio. Quando mettevo su We Care la cosa più classica che mi capitava era un ematoma da danza contro mobile del soggiorno. Qua sotto Cia indossa l’apparecchio per i denti e lecca l’ascella di un baldo giovine.


Poi a fine anni novanta un disco sbagliato dal bel titolo “All disco dance must end in broken bones” e un cameo nel disco dei sardi Antennah (patrocinata da Soru? Ahahah) segnarono l’uscita dalle scene di Cia. Oggi mi chiedevo che fine ha fatto, ho aperto google e invece di trovare il presente, mi sono scontrato contro il suo passato. Prima mi sono imbattuto nel suo passato da presentatrice televisiva fatto di camicette improponibili, orecchini pacchiani e capelli a porcospino, poi in quello da spogliarellista con tanto di foto osée scattate in chissà quale strip-bar di Stoccolma o Malmoe. È stato come cercare notizie su una vecchia ex e scoprire soltanto le cose che non ti aveva mai raccontato perché indicibili. Finalmente dopo qualche clic a vuoto sono arrivate poche righe sul suo presente, dovute a un’intervista del 2003 alla tv di stato svedese. Cia Berg-Soro attualmente vive in Italia e questa è una sua foto recente.


20.9.06

Abitare presenta: La stanza del dj

Avete presente quelli che nelle recensioni, parlando di musica elettronica, tirano fuori l’immagine ormai stantia del disco nato in cameretta? Un giornale tedesco (scusate l’imprecisione, ma nel forum dove ho visto le foto non si fornisce il giusto e meritato credito) ha fotografato alcune camerette di dj di area tedesca e il risultato è un campionario di tic e variazioni dell’ovvio due piatti e tanti dischi. Di seguito commenterò per voi alcuni particolari per ognuna.

Ali Tiefschwarz

Tiefschwarz ama molto il bianco, ma spezza la scelta cromatica con una cassa della frutta azzurra. Data la posizione della “scrivania”, suppongo che preferisca l’utilizzo di giorno. La configurazione unpiattosolo senza computer fa pensare a una zona di esclusivo ascolto. L’ordine è simile a quello di camera mia.

Andre Galluzzi

Andre Galluzzi adotta una struttura mini-sala da ballo con annessi scaffali stile negozio di dischi e disposizione a irradiazione, simbolo dell’emanazione del proprio ego in festicciole private (a tal proposito “Sex is Good” sembra uscito dalla casa di Quagmire dei Griffin). Notevoli le cornici stuccate alla base del soffitto che fanno tanto casa dei nonni e che contrastano con il saldato di lamiera della scrivania. Si ignora l’utilità del palo sulla sinistra e si biasima l’illuminazione orientaleggiante con lampadario di carta.

Ata

Il boss della Playhouse non ha quasi dischi a casa, visto che li tiene tutti nella Playhouse. La passione per il calcio è affiancata da quella per l’arte, o forse dall’assenza di pareti su cui appendere quei quadri. La configurazione unpiattosolo più mac fa pensare a missaggi software e ascolto di white label da scritturare. Il tavolo è equilibrato col più classico degli espedienti, ovvero i foglietti di carta ripiegati.

Dj Koze

Koze addobba il suo vero e proprio mini studio con delle lucine di natale che fanno tanto indie. Molto meno indie è la ciabatta vecchia che non ci risparmia in primo piano.

Dj T

Dj T adotta un approccio sobrio ma quasi privo di personalità. Si segnalano come guizzi, il tavolino ribassato per la firma di nuovi contratti, una sedia da regista color crema e uno sventolino per i piedi freddi, che d’inverno sono sempre un gran problema quando si passa la notte davanti al computer.

Ellen Allien

L’ottimo bianco&nero dell’amata Ellen è variegato soltanto da una comoda salopette fucsia appesa alla maniglia, alternativa acida all’ormai fuorimoda pigiamone con gli orsacchiotti, e da una borsa fiorata modello studentessa universitaria fuorisede. Curioso il “Registratore di cassa in custodia”, notevole opera di arte-arredamento concettuale, mentre esprimo sconcerto per le buste dell’immondizia così in vista.

Dj Hell

Camera da ascolto anche per DJ Hell, dotata di poltrone simil-sala d’aspetto del dentista, con tanto di riviste su tavolo rasoterra per gli astanti. Studiato il contrasto tra gigantografie glam e attrezzi da palestrato decerebrato. Se andate a trovarlo state attenti al lampadario, che è un po’ basso.

Lawrence

Il bohemienne. Caro Lawrence, forse un giorno farai dei soldi ma tu non dimenticherai mai le pareti ammuffite, la poltrona consunta, le tende quasi bucate, il monitor vecchio ed enorme che ti ha distrutto gli occhi e soprattutto quella strana puzza di sottofondo.

Richie Hawtin

Ecco l’inevitabile mansardato. I pericolosi cavi sospesi e il florilegio di computer rimanda ad un’area di lavoro molto tecnologica dove il vinile arriva solamente di passaggio. Pessima la sedia da medico di famiglia e la tenda appesa alla bella e meglio per evitare il sole di mezzogiorno.

Sven Vath

Se i miei genitori fossero stati dj avrebbero avuto una camera come questa (soprattutto non si sarebbero fatti mancare il tappeto mucca che hanno orgogliosamente ostentato fino a metà anni novanta). I piatti incastonati nell’arredamento sono a metà tra la cucina componibile Scavolini e l’arredamento retrò-seventy. Il vecchio modernismo di queste soluzioni è ripreso dagli obbrobriosi altoparlanti gommosi. Sulla scrivania anche alcuni volumi del Reader’s Digest.

Ricardo Villalobos

L’inclinazione di ogni singolo vinile è stata studiata per creare microvariazioni nell’umore degli astanti. Vestigia delle radici e del vissuto rimangono come sempre qui e là, nella sedia (etnica in modo non grossolano) e nelle scarpe comode che non ha abbandonato al primo accenno di popolarità.

L’insonnia remixata

Per tanto tempo ho convissuto e amato la mia insonnia, il mio desiderio di non dormire mai, o di dormire almeno pochissimo. Poi i ritmi e i fatti della vita hanno cambiato il mio modo di essere e soprattutto messo così a dura prova il mio fisico, che non ho più problemi ad addormentarmi per le mie consuete cinque-sei ore. Il sonno è il nuovo sesso, gli uomini ci pensano ogni sette secondi, scrive Inkiostro nel suo template e sono d’accordo con lui. Poi però capita un mal di denti o un altro piccolo dolore e sperimenti qualcosa di nuovo, l’insonnia con la voglia di dormire, col terrore che due ore dopo starai davanti a una scrivania in una sorta di trance galleggiante in cui, a un certo punto, al posto di muovere il mouse tiri a te il lenzuolo perché la luce intorno è troppo forte.

Insomnia (Âme Remix) - Rodamaal

15.9.06

Trenta e Møller

“L’amore del futuro non avrà la carne. Una pillola più soddisfacente dell’orgasmo stesso tingerà di blu le skin dei nostri lettori. Le voci degli amanti saranno compresse secondo la nuova codifica ITU-T G.799, non più con perdita percepita secondo l’indice di qualità MOS. Il futuro sarà modernissimo, e così l’amore.”
[Herbert Riedler, “L’Amore Modernissimo” , Forcebooks 1976]

L’amore del futuro, oggi, è al massimo moderno. Si attacca sbrindellato ai bit di giornate uguali a quelle della settimana prossima, cicliche di badge in ingresso e uscita, di compulsivi controlli di mail più veloci della frequenza automatica impostata e di malcelati pattern della mensa per illuderti che gli accoppiamenti non sono mai gli stessi. L’amore, nei giorni del futuro, è una disperata ricerca di umano nel nostro battito sempre più fioco e frammentario. Direbbe Alberoni se fosse nato trent’anni fa. È una disperata ricerca di umano nella techno minimale, direbbe lo svedese Erik Møller, ovvero Unai.

A Love Moderne è un tentativo di svincolarsi dall’estetica astratta e drogo-referenziale della techno minimale. Unai la sposta dalle parti del nuovo aristo-pop sintetico, figlio della lezione degli anni Ottanta e fratello delle propaggini emo-zionali di certa musica da ballo. Lontano (non troppo) dal formalismo estetizzante ma talvolta vacuo di Luomo, il dub pop di Møller sceglie una strada a metà tra le non-canzoni dei Junior Boys e la non-dance di Trentemøller, spillando ove necessario soul da cubicolo e malinconie passate al setaccio di modem capaci di pochissimi bps. La riuscita dei singoli pezzi è alterna, giocata sul binomio coinvolgimento/distacco e come tale vittima/carnefice della predisposizione umorale dell’ascoltatore e di un'aleggiante necessità di sospensione del senso del ridicolo. È come leggere una serie di sms amoreggianti altrui che procedono per invenzioni incrementali, un bel gioco che rischia di essere poco interessante, se non bellissimo, se non noiosissimo. Arrivati in fondo però, sul finale triste, si spera. Si spera che la storia, iniziata con parole pronunciate sulla strada per casa a orecchie provate dai volumi eccessivi della pista da ballo, termini zoppicante sull’aritmia di una puntina che non segue più i solchi del vinile soltanto per amore di concept.


The beginning: Oh You And I - Unai
Half(a)way: Blissful Burden - Unai
The end: Exit Wounds - Unai (triztissima ma stupenda)

14.9.06

L’esaltazione della croce

È rassicurante avere qualcosa in comune con Pavlov (quello del cane), Badalamenti (non quello di Lynch), Renzo Piano, Franco Califano e Pier Vittorio Tondelli.

13.9.06

Forbici da taglio e cucito

Tra pezzi intitolati “L’altra sponda”, cloni di Goldfrapp, il fantasma di Elton John, canzoni chiamate Paul Mc Cartney e persino delle code che tendono alla psichedelia tornano (inserire articolo) Scissor Sisters. Al solito, non è la mia cosa, tranne due o tre momenti. Chissà però cosa diventerà, una volta remixato, il pezzo da funked che inizia come Around The World.

Ooh - Scissor Sisters

11.9.06

Just like Tiberio Murgia

75% sardo di maxcar: Che cacchio c'entra un carrello circolare in una fiction sul banditismo sardo?

25% siciliano di maxcar: Se pensi che dopo due minuti i banditi si parlano tra di loro nel solito italiano con le doppie, sai perché. Ah, già che ci sei, evita l'altro canale, ché non ho mai visto dei siciliani così pallidi.

Cose che rischiano di rovinarti la vita (o di spingerti all’acquisto dell’ennesimo hard disk esterno)

You Tube è il male. O almeno lo credevo fino a un tranquillo lunedì mattina in cui ho scoperto come salvare i video di Youtube.

7.9.06

Some Ninjas Skate Better Than Others

C’è in giro nei video musicali un’epidemia di roller-skate dancing, ovvero di scene in cui si balla sui pattini. Attendo con ansia che sociologi e commentatori sviscerino il fenomeno.


(Troppo facile mettere i Rapture o Madonna, se clicchi qui sopra ti ritrovi i Walter Meego di Romantic)

6.9.06

E voi, vi scopereste la figlia dell’uomo che venerate?

Disclaimer: forse non si può leggere nello spazio di una cacata Gasogramma di Serge Gainsbourg e subito dopo trattare da parco da divertimenti il nuovo disco della figlia

Comunque. Comunque immaginate che sua figlia canti le parole di Jarvis ‘volevo essere suo figlio’ Cocker e Neil ‘anche io anche io’ Hannon in un disco in cui le musiche scritte dagli Air siano una continua allusione, mentre il padre di Beck porta in dote all’incesto i violini rubati dal figlio con la complicità di Nigel Godrich e le batterie di Tony ‘Afrobeat’ Allen. Poi lo ammetto, non fa una grinza se mi dite che il mio immaginario musicale è così da vecchio porco anno millenovecentonovantaotto. O nineteensixtynine, in the sunshine.

5:55 - Charlotte Gainsbourg
The Songs We Sing - Charlotte Gainsbourg
AF 607105 - Charlotte Gainsbourg









Update: avevo dimenticato la cosa, ma ora che me ne ricordo penso che Charlotte rischi il ruolo di (anti)icona della seconda parte del 2006. Non ricordavo infatti che sarà Stephanie insieme a Stephane Gael Garcia Bernal in The Science Of Sleep del regista di Eternal Sunshine Of A Spotless Mind, Michel Gondry. I miei interrogativi a riguardo sono due.

1) In Italia intitoleranno il film Se Scappi, Ti Addormento?
2) Come mai dal trailer francese sembra un film francese e dal trailer americano sembra un film americano? (ommadonna, i det cheb biforcuti anche lì)

Trailer merigano
Trailer francese

4.9.06

Never been kissed


Springfield (DFA Mix) [radio rip] - Arthur Russell
(mp3 removed as requested by label)


Il team della DFA ci stava lavorando su da più di un anno. La Audika Records aveva affidato nelle loro mani le oltre quattro ore di registrazione di Springfield, inedita composizione di Arthur Russell, per farne il commovente pezzo electro che avrebbe dovuto essere. Goldsworthy e Murphy sembrano seduti per terra, con le gambe incrociate, intenti a guardare delle fotografie sparse sul pavimento, mentre fuori passa l’estate. Lo so, l’mp3 termina bruscamente. Dieci secondi prima della fine.

They Might Be The Pipettes



La cosa più divertente del concerto delle Pipette è stata ascoltare i commenti sferzanti di gente che pensava di essere andata ad un live dei Sonic Youth. Hai voglia a sfottere le sedicenni vestite da Pipette, quando un tizio accanto ripete per dieci volte che l’indomani stroncherà il tutto in radio e per motivi artistici. Invero il concerto è un gioco di ruolo, come ci si aspettava: supportate da anonimi garzoni le tre fanno la loro cosa, ovvero si agitano in coreografie minime sulle loro non-canzoncelle sixties ad uso divertimento collettivo. La pipetta con gli occhiali si esibisce nel campionato nazionale di facce buffe e mosse da ubriaco, la versione gallese di Karin Schubert conduce la baracca in maniera scafata mentre in parallelo sudata e spettinata riassume il campionario delle fantasie maschili dell’italiano medio degli anni Sessanta e il clone di Rory Gilmore fa appunto il clone di Rory Gilmore per tutta la serata. Eppure, senza scadere nel ridicolo di chi rispolvera un frasario critico vetusto del genere “Non hanno voce”, ci si chiede perché a volte venerdì sera la gente non batteva le mani perché ne voleva di più. La risposta forse è che in certi momenti le Pipette non ce la fanno a essere Pipette con tutti i loro pezzi e soprattutto anche con chi non è andato con l’intenzione di ripetere le mosse viste sul palco. La distanza tra l’atmosfera di cinque canzoni rispetto al resto è palpabile e non basta una stecca o l’assenza di viulini e trombette per spiegarle. A parte questo, mi sono divertito abbastanza, anche senza aver indossato il preventivato abito a pois (la scelta mi era sembrata troppo finto-punk e allora ho optato per un’anonima maglietta bianca-e-rossa da fratello maggiore della famiglia Bradford).

31.8.06

(Ticket) One, Two, Three, Four!

Quando compri un biglietto per un concerto a volte fai caso al numero stampato sopra. Nel caso in cui tu abbia preso il numero 1/2 sai che c’è un perché che spiega un acquisto tanto anticipato. Mettiamo però che all’acquisto anticipato affianchi un acquisto semplicemente previdente (perché il punto vendita sarà chiuso per ferie quando tornerai ad Agosto, perché sai che il dannato vampiro fornitore spesso finisce presto i biglietti a sua disposizione, perché non immagini ancora che il gruppetto sarebbe stato visto da mezzo mondo all’estero tra Belgio, Svezia e Inghilterra e avrebbe pure programmato un tour italiano per il mese successivo). In questo caso la domanda che ti fai è: chi sono il biglietto numero 1 e il biglietto numero 2 delle Pipette?


30.8.06

È qui che ci son le donne glassate?

Che noia. Ho visto l’ennesimo video pruriginoso con cui un bel pezzo electro cerca di attirare l’attenzione e di risolvere i problemi di budget. Questa volta delle teenager si prendono a colpi di cuscini ikea finché non affogano tra le piume. Come nel caso di Easy Love di MSTRKRFT poi, anche in Dudun-Dun di Para One a un certo punto da un luogo imprecisato viene spruzzato un liquido lattiginoso sulla faccia di una ragazza. Ma dico, ebbasta con questo immaginario da pubblicità erotica da tv locale. Rischiate una buona volta un’eiaculazione in un video, che tanto ora hanno aperto anche Flux.

Ps: se proprio ci tenete, il video lo trovate nei soliti posti

29.8.06

Appuntamento a Ischia Okinawa

Il passatempo della mattina è una paginetta con qualche centinaio di mp3 di garage rock da Singapore, beat thailandese, 7’’ surf giapponesi e reperti dalla misconosciuta scena cingalese. Immancabili cover, pezzi di colonne sonore bollywoodiane da classici del genere e ritmi latin-levanti completano una raccolta che minaccia l’espansione. Sembra di essere finiti nel soggiorno della vecchia zia asiatica che ignoravate di avere.

How To Catch A Girl - Rita Chao
Chanson Ningyou (Poupée de Cire, Poupée de Son) - Yume Miru
Aye Navjawan - Asha Bhosle
Chanbara Mambo (Samurai Swordfighting Mambo) - Toni Tani

28.8.06

Monday Mon Day

Incuriosito dalla cantante sopracciliuta e ovviamente per questo spagnola, vista nelle cronache fotografiche di Emmaboda sia da Polaroid che da Ele, mi sono messo alla ricerca del materiale sonoro online del duo inglese Pipas. Niente di imprescindibile e niente che si attesti sulle mie attuali onde, ma a volte basta un arpeggio timido sintetizzato in secondo piano o un riferimento ai churros per fare un lunedì.

Windswept Room - Pipas
How To Tie A Tie (Like A Churros Pipas Mix) - The Lucksmiths

25.8.06

Scusa, non è che hai una centosessantina di minuti da dedicarmi più di una volta?

Ho per le mani The Last Resort di Trentemøller, che in ossequio alla moda attuale uscirà dotato di secondo disco in edizione limitata con versioni cantate, pezzi famosi del passato non integrabili nella sua visione di album, inediti minori e cotillons. Ogni canzone dura tra i cinque e i sette minuti e ce ne sono ventiquattro lungo la durata dei due cd per cui immaginate che il signorino Trentemøller confida che, nel mondo flagellato dagli ascoltatori da lettore mp3 in random su canzoncine da tre minuti, qualcuno abbia dei livelli di attenzione molto alta nei suoi confronti. A questo punto urge una piccola nota biografica. Se non sapete chi sia Trentemøller pensatelo come uno che una volta diventato un giovane profeta della techno minimale tutta suoni plin plin e ritmiche simili a pernacchiette ha deciso di inserire una volta sì e l’altra no aperture pompose o strappalacrime a metà pezzo basate su chitarre e/o batterie trafugate al rock. È uno che sente l’attenzione su di sé e che si diverte a spingersi un po’ più in là di quanto buonsenso o prudenza consiglierebbero, come quando dal vivo suona Feeling Good di Nina Simone sui Cure di A Forest.

Il problema è che quest’attitudine allo scompiglio ordinato e intenzionale è in mano all’equivalente sonoro di un grafomane, di quelli che quando vanno in bagno strappano la carta igienica e ci scrivono sopra un migliaio di parole che forse non rileggeranno mai. Figuriamoci noi. Nel disco pertanto si viene sommersi da blocchi di note di pezzi di carta bianca con macchie d’inchiostro sbavato sopra, descrizioni particolareggiate, haiku, flussi di coscienza, ricette di cucina e inevitabili lettere d’amore non corrisposto. Con una pericolosa tendenza alla piangineria. Serve tempo e voglia per capire se tutto ciò sia interessante, ma pezzi dal romanticismo sbracato come la composizione iniziale Take Me Into Your Skin o la versione cantata da Ane Trolle di Moan aiutano dal secondo punto di vista. E in fondo, ho sempre avuto un debole per le scrivanie disordinate.

Take Me Into Your Skin - Trentemøller
Moan (vocal version) - Trentemøller featuring Ane Trolle

24.8.06

Come quando fuori ci sono quaranta gradi e dentro una commessa prepara una vetrina con maglioni e maniche lunghe



Max Richter è uno dei miei compositori elettroacustici (o postclassici chedirsivoglia) di piagnoforte che preferisco. Il nuovo Songs From Before è inferiore ai precedenti, ma alla fine su di me prevale sempre la maledizione della prima TGLuna.

23.8.06

When I come home, if I come home

Mentre rimando ancora il momento in cui inserirò qualche immagine del viaggio in Portogallo sul flickr, colgo l’occasione per – ehm – ringraziare la donna che ha suggerito nuove accezioni della parola guida, finora mai prese in considerazione. Abigail, leggiadra fanciulla impegnata sempre a dare consigli non necessari, ti dedico una canzone per scusarmi di tutti i giusti epiteti che ti sei beccata per dodici giorni.



Abigail Belle of Kilronan - The Magnetic Fields
(ringrazio delio per il supporto sonoro, senza il quale Abigail si sarebbe beccata questa cover di Bee Line)

22.8.06

dopo che ti sei fatto un set di carl craig alle tre del pomeriggio come cazzo fai a tornartene il lunedì sul posto di lavoro davanti al pc senza prendere in seria considerazione l’ipotesi di fare il tuo ingresso nel magico mondo del serial killing?


E anche “esco e inizio a girare in lungo e in largo per salvare un gattino che stanno scuoiando da qualche parte. mi giungono i suoi lamenti ma non capisco da dove. quando giungo nei dintorni del palco principale mi accorgo che erano soltanto echi del concerto dei radiohead[...]”. E l’amore per DJ Shadow, la gara tra i ciuffi (must dell'anno per il selezionatore alla moda?), il concerto dei Ministry e tanto altro.

Con il consueto e apprezzato stile, Scum racconta l’invidiabile Pukkelpop che avrei visto anch’io.

18.8.06

Alive (after all)

Un sipario nero grande quanto il palco. Chiuso. Le due enormi strutture ad alveare ripiene di gas multicolorabili sono sul palco almeno dal pomeriggio. Forse stanno montando la piramide, più probabilmente è tutto pronto da dieci minuti e là dietro se la ridono per come da sempre la migliore suspence è figlia del nulla mischiato col niente. Penso questo ogni volta che il sipario viene scostato un po’ per vedere dall’altra parte. A ogni segnale la folla si eccita. A distrarla soltanto la prospettiva di un passo in avanti o la necessità di difendere la posizione. Spengono i due maxischermi, o forse i maxischermi inquadrano il sipario nero. Il niente, o forse il nulla. Decido che questo concerto è già bellissimo e affido il compito di osservare in maniera distaccata alla parte destra del mio corpo, mentre la parte sinistra si consegnerà spontaneamente alla scienza quando tutto questo sarà finito. Le cinque note di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo rintoccano, poi ancora il nulla. Rido perché suona come una precisazione: sì, sì, siamo i robot, ma non dimenticate che siamo anche alieni. Scoccia un po’ che si sappia già molto di quello che sta per arrivare, ma il pensiero è scacciato dall’apertura del sipario. Solo qualche riflettore bianco spezza il nero uniforme per illuminare i due robot.


Robot, umano, robot, umano. Il pensierino che percorrerà i prossimi minuti, immagino. Magari invece all’epoca avessero fatto un live con dei figuranti addobbati da personaggi di Matsumoto. L’incipit è bianco e nero col palco quasi ancora spento, freddo come una carezza sulla lamiera. Robot rock che non decolla, imprigionato in una staticità iterativa. Oh sì, che non si libera: Technologic spara spie rosse dappertutto, ma è moscia e suonata su troppe ritmiche diverse così da risultare eccesivamente lunga. Television continua sullo stesso filone: davvero troppo e ancora il palco dorme sullo sfondo.


Poi, improvvisa, comincia la festa. Come con un bit sbagliato che sfugge a un controllo di parità, parte il primo pezzo di Discovery, Crescendolls, e immagino un’enorme scritta TILT lampeggiare sulle nostre teste. Il pubblico si unisce al coro di ehi-oh e sembra di stare a una festaccia latina con le Coconuts che ballano intorno a Kid Creole. Se volessimo seguire i Daft nel pensierino robot\umano, diremmo che la disco e il divertimento aprono la strada verso l’umano e che la mutazione è indicata dal nome della band trasformata da aliena in umana. So’ tutte fregnacce, ci manca solo che vi dico che la cover daft sirtaki di Smalltown Boy all’interno di Too Long suggerisce una possibile connotazione sessuale alla liberazione dei due robot. Quello che conta è che il palco inizia a svegliarsi e sono preso da quello che succede lì, più che da pensieri oziosi come:
1) Stanno suonando in Portogallo perché quello che si chiama de Homem-Christo doveva venire a trovare i parenti?
2) Con quei caschi e quei guanti si riescono a mangiare i babaluci\caracois?
3) Non è che Bangalter indossa il casco di de Homem-Christo, e viceversa?

Al quinto pezzo ho la conferma che lo spettacolo segue una partitura rigida, dettata forse anche dall’elemento luminarie: i Daft Punk non hanno alle spalle un generatore random di frattali o un dvd che manda immagini di repertorio e la necessità di tenere viva l’attenzione con un visivo studiato e legato ai pezzi si traduce in una struttura quasi totalmente fissa e uguale a quella dei concerti sentiti su internet, su cui i due ogni tanto cambiano qualcosa nell’uso di campionamenti ed effetti. Né concerto, né dj-set, sembra più una rappresentazione teatrale organizzata per gruppi di canzoni. Come tale i pezzi sono uniti tra loro e separati da pause che spezzano il ritmo.



Quando dai vapori contenuti di Steam Machine fuoriesce il basso di Around The World scatta il primo momento apoteosi. Sì, va bene, eravate esaltati prima, ma ora si illumina tutto (evidenziando anche una parte rotta nello schermo della piramide, ahi ahi ahi) e dovreste vedere le vostre facce. Potente e di massa, vocalizzata dall’incrocio con Harder, Better, Faster, Stronger è un momento di esaltazione collettiva, di quelli con la gente che ti urla nelle orecchie e sorride pensando che dopo andrebbe bene anche una cinquantina di anni di vita vegetativa. Il palco al massimo del suo splendore poi è una figata spaziale, sembra la sovrapposizione di tutti i palchi della storia dei Kraftwerk che dopo aver studiato all’Actor’s Studio recita nel miglior film d’azione degli ultimi vent’anni.


Too Long di nuovo precede un momento notturno a base di Face To Face sul vocoder filtrato di HBFS e della coda di Short Circuit. Le luminarie si fanno così languide che spero in “quella canzone”. Invece un rintocco annuncia le trombette della seconda apoteosi. One More Time: davanti al palco le persone ormai sono distribuite su due strati in altezza. Quando Aerodynamic diventa il suo assolo trasumano: è il miglior concerto di Steve fottuto Vai della mia vita. Le persone cominciano a ruotare nell’aria, un enorme pallone gonfiabile di Denver con chitarra si innalza, il palco si produce in un head-banging forsennato. Metallo, ancora, dopo tutto. Mentre tutti urliamo “Music’s got me feeling so free” il massimo incomune moltiplicatore delle scrivanie da adolescenti di tutti i presenti scarica su di noi una pioggia di quarantacinque giri, giornali, disegni, libri, lettere d’amore, gadget, fotografie, magliette, denti da latte, libretti di giustificazione, puntine, incubi, sogni, silenzi e parole. “Music’s got me feeling so free”: liberi, prima ancora che umani. Ora potete tutto, anche utilizzare per l’ennesima volta un campionamento da Technologic.


E poi la vita, la mia vita violenta. Il primo momento della vita per i Daft Punk è monocromo di fosfori verdi e rosso di fuochi infernali. Un parto per forcipe e carta vetrata in cui il passato Rolling and scratching si alterna al presente di The Brainwasher, per diventare Alive. L’embrione della scuola massimalista francese, scongelato e portato in vita a forza di scariche elettriche. Durr durr durissimo. Su questa sezione si innesta una chiattissima versione di Da Funk con tanto di improvvisazione scassa amplificatori affiancata ai campionamenti di Daftendirekt e Funk Ad.


Il finale è affidato a Superheroes e al suo amore nell’aria su cui nasce l’ovvia Human After All. Per la prima volta dall’inizio del concerto si passa dalla luce all’immagine: sulla piramide si susseguono occhi, labbra, rughe, sorrisi, baci. Milioni di watt illumino-acustici si scaricano sul pubblico saltellante all’unisono. We’re human, appunto, after all chiude la voce sintetica, o almeno ce ne siamo convinti.


Li applaudiamo per diversi minuti e i due per la prima volta degnano di attenzione il pubblico, ringraziando a gesti. Ogni richiesta di bis è vana, lo spettacolo è quello, né un bit in più né una cellula di epidermide in meno. L’attuale tour dei Daft Punk è insomma un grande spettacolo, non privo di imperfezioni, e comunque un evento, anche per come due persone sostanzialmente immobili su una piramide riescano a magnetizzare, manipolare e divertire decine di migliaia di persone essenzialmente con suono, luce e poco altro. Mi accorgo solo in quel momento che per tutto il tempo i vicini di concerto erano miei concittadini. Mi accorgo solo in quel momento che molti dei ragazzi intorno avevano una decina di anni quand’è uscito Homework. Mi accorgo poi che tutti parlano e raccontano e ascoltano. Mentre vaghiamo confusi alla ricerca di un taxi, penso però che ho ancora un motivo per sognare un altro live dei Daft Punk.


Harder Better Faster Stronger Around The World (live) - Daft Punk
Aerodynamic One More Time (live) - Daft Punk

Hello, Emptying Room

Il concerto dei fantastici Whomadewho si svolge nel tendone in un’atmosfera irreale. C’è il pienone e non è un pienone casuale, ma mi guardo intorno e nelle prime file le persone si osservano tra di loro, cercando di capire chi per primo farà una mossa verso il main stage. È una continua occhiata al cellulare o all’orologio. Bisogna tenere conto che per questioni logistiche il cambio palco tra Madness e Daft Punk necessiterà del doppio del tempo rispetto agli altri e quindi non si potrà sfruttare l’effetto “vado a prendere una birra nella pausa” per chi è già lì. Stimiamo il tempo necessario per farsi largo tra decine di migliaia di persone e arrivare davanti al palco principale in circa trenta minuti. Speriamo che i fan dei Madness preferiscano Jimmy Cliff. Sono in preda alla paranoia e temo che a un certo punto il cantante degli Who Made Who cominci a indietreggiare con la faccia rivolta alla platea, per poi darsela a gambe utilizzando la chitarra come sfollagente. Venti minuti di concerto, ma decido di non guardare l’orologio. Conterò i pezzi. Quattro.



Sembra di stare in un film porno gay tedesco anni settanta. Hanno scelto l’abbigliamento da calciatori di una TBV qualcosa con delle tute azzurre aderentissime. Il batterista è vestito con una normale camicia bianca però: al mercato avevano solo due magliette? Partono salutando la stanza che si svuoterà. Si accarezzano tra di loro, uno è Zibì Boniek. Il suono è fichissimo, bassi rotondi e tutto il resto aguzzo. Non so se c’entrino i Daft Punk, ma il carattere sessuale del tutto è quello della tensione pre-orgasmica. Il pubblico gradisce e tanto, loro si guardano tra lo stupito e l’atteso. In falsetto pensiamo a ciò che è fuori dalla porta, dietro l’angolo, e subito dopo Space For Rent viene allungata e ripartita in frenate e accelerazioni. Poi diventiamo pupazzi gialli, mentre Zibì usa una lattina di Super Bock per fare slide sulla chitarra. I pezzi cominciano a mischiarsi, è ora di uscire e io continuo a volerne un altro po’. Indietreggiamo rivolti verso il palco e spezzo il loop resto/non resto quando zompa fuori la tarantella Satisfaction. Al colmo del petting reciproco Zibì e socio la orlano prima da ballo per gli anziani per la festa della Santa e poi da disco-fine-del-mondo. Scappiamo. Mezz’ora dopo lì dentro per i Buraka Som Sistema sarebbe stato il vuoto pneumatico.



Hello, Empty Room - Whomadewho
Satisfaction (live) - Whomadewho