10.7.09

Ho tutto sulle dita ma non riesco a scriverlo

Il qui presente is now based under the Mole, in preda alle angherie dei dannati torinesi, con un filtro iraniano su Blogger e cassintegrato per metà del mese. Ho in sospeso tanta roba da raccontare (lo scorso weekend londinese, il Traffic), ma l'appuntamento per il momento è rimandato. Se stasera nelle prime file davanti ai Primal Scream vedete un furioso con una maglietta raffigurante una madonna nera con un bambino bianco, salutatelo.

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30.6.09

On The Way To The Club Hyde Park



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Meno male che c'è il 2.0

Qualche post addietro ci si arrovellava dietro al finale di set di Marcel Dettmann a Torino. Il pezzo-bomba era una specie di giro di Radiohead in mano a un Gui Boratto o a un Border Comm. Raschiato il fondo delle b-side senza trovare niente, avevo perso la speranza, quando è arrivato Youtube a rispondere e a sottolineare la mia mancanza di attenzione del momento. Santiago Salazar viene da Underground Resistance, è uno dei Los Hermanos, poi dietro Ican e qui da solo tira fuori uno strappa-lacr1m3-Tronico che è stato al centro dell'attenzione il mese scorso per le polemiche attorno al remix di Stefan Goldmann (iperfunzionale che diventa malatamente disfunzionale, una roba sconsiderata con i koto e i flauti di pan che se ne parte per la tangente, troppo anche per la mia malata idea di dancefloor). Ma soprattutto, quello che si sente ultra-riverberato è il noto programma per chattare-video-chiamare?


Arcade - Santiago Salazar

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26.6.09

Ghosts



The Ghost Of Your Lingers (d.a.r.y.l.'s NYE redrumming) - Spoon

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19.6.09

Non è vero che non ascolto più la musica pop

Per esempio Beyond The Valley Of Ultrahits di Richard Youngs, che è un CD-R in cento copie, che poi a grande richiesta sono diventate duecento e si potrebbe andare avanti via così di cento in cento. L'eterno mito dell'estate che non finisce ha il baretto del lido accanto che manda loop synth-minimal che periodicamente ti sfasano e ti riacchiappano, coi loro shuffle meccanici, i bassi caldi e zompettanti e i rumori a caso. Il pop è compromesso, successo, gioia - lo so - ma il pop migliore è quello che ribalta tutto questo. Anche a rischio di buttare tutto in caciara con un assolo di chitarra che non c'entra un cavolo, messo lì per paura della perfezione. Anche a rischio di non lavorare con la musica, perché si ama troppo la musica.


Oh Reality - Richard Youngs

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17.6.09

The Black Bloch - Il Principio Speranza

- Ciao, ho chiamato per un braccialetto
- Quanti te ne servono?
- Uno, sono in trasferta per lavoro e
- Eccolo (fa per mettermelo)
- Ehm, domani ho una riunione, potrei metterlo solo prima della serata?



Circa un anno fa ho mancato Marcel Dettmann a Bari: un set di tre ore capace di unire solidità oscura, Seconds degli Human League dopo cinquanta minuti e un finale con Idioteque seguita da un pezzo con una big band. Esiste testimonianza registrata facilmente reperibile. Lo scorso anno è stato indubbiamente un anno di successo per il Berghain e per il suo suono. Il recupero della rigorosità techno originaria e dello sporco analogico uniti all’attenzione per i dubpassi inglesi ha portato più di uno ad assumerlo come salvatore della technopatria a colpi di bassi. Non potevo farmi scappare pertanto il suo set a Torino (solo lui dall’inizio alla fine, cinque ore, roba da inventare scuse all’ultimo minuto per tornare da una trasferta il sabato al posto del venerdì sera).



Con la pista ancora semivuota i pezzi su cui entro hanno morbidezza ai limiti della house. Il capo chino e l’espressione seria sono quelli che ti aspetti da un’educazione da Repubblica Democratica (e che in fondo preferisco ai debosciati vestiti come in una pubblicità del Cioccoblocco che flagellano le nostre electro-capitali del divertimento). Il graduale passaggio verso la techno è segnato dall’inedito, spettrale e scheletrico remix di Work dei Junior Boys. Se i Wighnomy Brothers sono i signori dell’alcool, lui è letteralmente una ciminiera nicotinica. Mi aspetto un monolite marziale e invece l’abile intreccio dei vari Hotflush/Hessle/Tectonic regala complessità ritmica al treno di bassi che mi investe. E fortunatamente non si sale sul carro wonky che non mi prende proprio.



C’è tutto quello che mi aspetto, i Morphin-ici, Levon Vincent, i compari Temporary Assault System e l’ovvio motorino Deuce. Redshape e Do Not Resist The Beat, ma anche pezzi che dalla grana attribuiresti a Robert Hood o a Surgeon se solo conoscessi meglio le loro discografie e che sono il vero riferimento di partenza alla base di tutto ciò. Nel frattempo lui sorride e si esibisce in un balletto che pare essere caratteristico a base di sorrisi e rotazione del polso con cui tiene la pista.

L’immancabile pupillo Shed di Another Wedged Gallina è seguito da un pezzo coi paddoni neo-trance da maninsu. Where were you di Rolando, dopo un break spezzato Scub-eggiante, diventa Energy Flash (e se c’avevo pensato anch’io…) e di seguito altri pezzi riprenderanno le ruvidità analogiche fino ai limiti del rave (e Vandalism di Dj Assault o qualcosa che gli somigliava molto). La maninsu torna sull’ultimo pezzo prima del bis, con cui è solito chiudere i set ultimamente (ma che è? Ditemi il titolo?! Marcel Ernst Bloch della Techno).



Sono le sei e mezza, il bis è analogico e fuori il sole acceca dopo tanta bellezza oscura. È l’ultima trasferta qui a Torino. La prossima sarà un trasloco. Dovrei chiudere la trilogia di Cassa Disintegrata e Settimana Corta con una roba tipo Chiusura Del Centro di Ricerca e Assorbimento Negli Headquarters, ma non so se avrò il coraggio.


Work (Marcel Dettman Remix - excerpt from Free Your Mind set) - Junior Boys



(bonus track, il video del famigerato pezzo maninsu finale)

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4.6.09

Week3nd: Joy Division in Salento


(Un negozio di elettrodomestici e telefonini chiamato Joy Division in un paese del Salento senza mare?)

Azz Klapz - Teengirl Fantasy

(fortunatamente il resto del terzo weekendone è stato più simile a questo pezzo dal terzo minuto in poi, ovvero "facciamo un pezzo pop da spiaggia ma ammirate come gli programmiamo sotto della ritmica techno oldschool")

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28.5.09

Time For Disfunctioning

Da oggi e fino al 30 giugno i DiD lanciano una gara di remix della loro Time For Shopping. Io non so se riuscirò a partecipare (fuori concorso), ma spero che qualcuno tenti la strada del remix disfunzionale: bisogna porre insomma un freno alla pletora di remix two bassdrums and a citophone. Stupite, insomma.

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18.5.09

The Second Big Weekend




Cose che scopri in un bel finesettimana di inizio estate:
cosa lega Luca Sardella e Andrea Pazienza

The First Big Weekend (Four Tet Remix) - Arab Strap

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6.5.09

I giorni dopo (la vita, le ventenni, le zanzare, le pompe)

[Stop the music and go home]
Di giorno era venticinque aprile. Masseria del sud barese. Vado per Tobias Freund, per Berlino che va da Massimetto, visto che Massimetto per ora non va a Berlino. No, dico, Tobias Freund, quello che quando non passa le serate nel tinello con Cassy o non fa techno è anche NSI ed è Atom™ insieme a Uwe "signor coconout" Schmidt e mille altre cose ancora. Più organizzazioni aggregate significa che in un luogo enorme qualche centinaio di appassionati di techno vengono diluiti in un migliaio di abbronzatissimi, tiratissimi, chissacosaltrissimi più intenti alla relazione sociale che a farsi martoriare nelle loro sale dai loro vocalist. La vendetta consiste nel presentarsi ad un ingresso prevendite e veder scambiate le proprie tessere da associazione culturale pro-sconto in lasciapassare simil-organizzativi – io poi per metterci del mio ho pure lasciato a casa la social-card e mi sono esibito nelle solite scenette da transenna e ho avuto la felice idea di dissipare l’ingresso gratuito guadagnato in un drink da dieci euro. Frequentare posti popolati da chissacosaltrissimi ha i suoi lati negativi. Passiamo in rassegna i vari ambienti e ci imbattiamo subito negli Autom-A che sono una specie di Bloody Beetroots minimal moltiplicati per due e coi laptop mascherati in tono. Molto meglio il suono vecchia scuola di Mikelino. Tobias Freund attacca i macchinari alle quattro in barba ai nostri propositi poco belligeranti (si va? Non si va? Se si va, non facciamo tardi?). La promettente partenza – battiti rotondi, obliqui e oscuri il giusto suonati sui pad con carica montante – viene flagellata da due mini-blackout prima e da due interruzioni legate a un non ben precisato intervento di forze dell’ordine, la prima temporanea e la seconda definitiva. Freund è incredulo e dopo appena mezzora non resta che una mogia ritirata attraverso gli spazi sfollati dai chissacosaltrissimi.




[Va tutti benne]
Festeggiare il primo maggio in musica? Sembra come quella del pres.del.con.** che passa il venticinque aprile coi terremotati, sia mai! Il ventilato Handmade Festival viene così lasciato a chi non deve sobbarcarsi sette ore di automobile prima di nove-dieci ore all’in-die-piedi. Avendo però voglia di una gita, abbiamo optato per una due giorni in cui la media pesata di

(Teenagers*Covo + Sara Lov*Hana Bi)/(Bologna + Marina di Ravenna)

avrebbe generato un possibile equilibrio interessante. Il concerto dei Teenagers è stato così come da programma: una trentina di minuti ormonali fatti di una strana alternanza di eccitazione del pubblico delle prime file durante il pezzo e scazzo moscio alla fine, culminata nel voltaspalle conclusivo degli astanti al momento della solita sceneggiata dei bis. Momento più divertente: il cantante cerca delle cheerleader, non le trova e urla “Va tutti benne”. Si riferiva alla ritrosia delle ventenni* o a considerazioni estetiche? Vi risparmio la foto di chi è salito sul palco. Avevo stimato effetti maggiori sulla percezione del mio gap generazionale (= non ho visto nessuna coppia di sconosciuti limonare duro nelle prime file). Inkiostro a seguire scatena le danze di alcuni notabili componenti della sua scuderia di blogger, ma il limone continua a essere il convitato di pietra presso i ventenni. Così mi siedo accanto alla postazione del dj e origlio le richieste con cui le ventenni cercano di intortarselo, da “potresti mettere dei gran Oasis” fino ai Crystal Castles – oh, una che chiede i Crystal Castles come minimo vuole fare sesso selvaggio, o almeno a otto bit.




*i teenagers (sia gruppo che pubblico) in realtà hanno un po’ più di diciannove anni
**che banalità il pres.del.con e le teenagers nello stesso paragrafo (n.d.a.c.)

[In pineta si uccide meglio]
Il giorno dopo affronto la domenica inaugurale dell’Hana Bi col peso della leggenda e della fama che lo circonda. Sarà per rendere a mio agio la mia iniziazione al luogo che prima una combriccola di sfasciati anima parte del dj set di Inkiostro inscenando una pubblicità progresso sugli effetti delle droghe chimiche sulle cellule cerebrali e poi Trinity prende possesso della consolle con un croccante set electro pre-cena. La formazione dei notabili è leggermente cambiata: in particolare qualcuno che dovrebbe scrivere più spesso è sostituito da qualcuna che dovrebbe scrivere più spesso. Gli insetti, allegri dell’ancora lontana disinfestazione stagionale, si alternano tra la mia faccia e il mio piatto di cuscus. Il fresco esalta il calore della voce di Sara Lov + violoncellista + un reverendo dei Polyphonic Spree. Sara Lov alterna un thé che sembra non colorarsi a whisky e agli Arcade Fire. Forse manca quel tocco in più che regalano i Devics o forse vorresti che Sara Lov si conoscesse con Ewan Pearson, ma comunque riscalda dentro.




[Le pompe]
Nei due giorni:
a) è stata menzionata la pompa protonica
b) nel viaggio di ritorno in autostrada si è rotta la pompa del serbatoio del carburante, regalandoci gustosi intermezzi dialettali in quel di Borgo S. Maria di Pineto, oltre alla ricca sensazione di aver fatto il viaggio di andata e ritorno in una limo a noleggio
c) ho più volte giustificato la passione per la unz unz con pretese pseudo-intellettuali per le quali tuttora provo un atroce rimorso che può essere scacciato solo grazie al sempreverde inno alla pompa inaudita (visto all’epoca in diretta, ma per il quale si ringrazia comunque Frequencies, qui e qui)



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22.4.09

Tentativi di respiro

Negli ultimi due anni la cricca della M_NUS (il m_no così m_nimale che non ha nemm_no la I) è stata spesso di casa in città. Sono venuti quasi tutti (Troy Pierce, Heartthrob, Gaiser, Minicoolboyz, se non sbaglio anche l’italiano Fabrizio Maurizi), ma non mi sono mai deciso e non mi sono mai messo alla prova - Matthew Dear as Audion benché affiliato non vale. Non sto qui a rimarcare quanto le produzioni della setta (ooops) casa abbiano avuto spazio nullo da queste parti, ma il microcosmo algido e dissociato difficilmente ha superato sterili primi ascolti. Ora che il mondo è altrove, circondato da bassi che celebrano/scacciano l’aria di crisi, mi sono deciso e ho dato una possibilità a Magda.

(che palle, sembra che io sia andato solo perché lei è dj-donna e sto per partire con la solita menata su quanto siano leggiadre semplici eleganti le dj-donne e su come passi sopra alla musica noiosissima che suonano perché in fondo la serata scorre veloce mentre scatti cento fotografie sfocate tutte uguali con la luce rossa dietro le spalle che sembrano una copertina di un EP dei Belle And Sebastian risultando ancora più misoDJno di Ubercoolische e del suo tormentone)



Tifo da stadio con tanto di cori. Il finto vinile utilizzato per interfacciare Traktor col giradischi fa le bizze tra i flash (chissà cosa pensano i puristi di questa via di mezzo) ma il problema è presto risolto. Il set alterna due fili conduttori. Il primo è quello che ti aspetti, forse giusto più corposo ancorché schiacciato dal solito impianto obbrobrioso. Il secondo ha un sapore electro vecchio stampo che ti riporta in vita con battito lento, indeciso se essere celebrazione di Chicago, della Germania o del synth-pop (tanto che a un certo punto tra i bassi arpeggiati e rotondi scorgiamo un cantante che Tiga non è ma poco ci manca). Il respiro dura solo il necessario a restare vivi e a godere dell’asfissia. Il problema è che, tranne in qualche sprazzo soprattutto verso la parte finale, l’asfissia è noiosa e non si gioca mai nel passaggio tra i due stati. L’ultimo pezzo prima dei bis sculetta pop e il primo del bis tenta un’apertura in loop epico-melodica che purtroppo non si concretizza e si affloscia in quanto già sentito prima. In fondo, mi aspettavo m_no.



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17.4.09

Black Not Black

Un sandwich di disagio triste e in mezzo tanto funk nero-non-nero fratturato e modulare? Può essere, ma dato che non c'è molto tempo per scriverne anche questa volta sei pezzi in un minimix per tirare avanti con le luci che si spengono e Bootsy Collins in mezzo che Flinstoneggia dal deludente Fabric di Claude Von Stroke. You gotta feel the fall.



On The Streets (Kollektiv Turmstrasse Brokenheartz Mix) - Federleicht
The Plot (The Mole remix) - Who Made Who vs Lamp Post Funk - Boxcutter
Yabadabadooza - Claude Von Stroke & Bootsy Collins
Shout Me Out (Willie Isz remix by Jneiro Jarel) - TV On The Radio
Desire - Moody

Blackoutz (mix) - maxcar (mirror)

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Come a papà

Si avvicinano le elezioni e i faccioni cominciano a campeggiare sui manifesti. Da una settimana ad un incrocio vicino casa sono ipnotizzato da un enorme cartellone. A parte lo slogan poverello (Yes We Hope! Possiamo? Mah, speriamo), l'eidosi che provoca ogni volta il suono dei clacson alle mie spalle è l'effetto noto ai neuroscienziati come Effetto di Cunnigham-Twin (cfr. Windowlicker e appunto Come To Daddy). La foto originale in queste limitate dimensioni purtroppo però non rende la sensazione magnetica e insieme terrorizzante che distoglie gli occhi dal rosso e dal verde. Penso di cambiare strada per tornare a casa.



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9.4.09

This must be underwater love


Kanye West gay fish rinverdisce i fasti del Panda Molestie...Sessuali

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Virtual insanity

Non si torna indietro dai New Order ai Joy Division senza risultare farseschi. Circlesquare è l’ennesimo trapiantato a Berlino e come molti trapiantati sembra mancare quel cuore nero e sofferente che batte nei cessi del Berghain e fa di OK di Ben Clock ed Elif Biçer l’impotente Sing It Back di questi giorni di crisi, ora che anche Pitchfork ha detto che il disco di Ben Clock è OK. Come un turista prova a confondersi con un modo di essere, ma quando non è posa per un autoscatto digitale è souvenir, pezzo di muro, suolo lunare, droga e ballo solo perché lo dice anche la Routard. Ce ne vuole per essere come Lou Reed o come Bowie, quando al massimo sembri un incrocio epigonico tra Tiga e Matthew Dear. Non fosse per il coraggio pretenzioso sarei stato anche più clemente, ma non si può sentire un tizio che per otto pezzi blatera di effetti di droghe che non ha mai provato e techno spaccatutto che al massimo è synthpop. O meglio, è ovvio che vuole scrivere un disco di danza e sostanza senza che ci sia danza e sostanza, ma spesso al posto del pop distante gli riesce solo la posa del pop distante (o almeno mi convince di questo il video di Dancers). Qui e là però ci sono bei momenti e in fondo la zoppicata finale arranca epica sul sonno della domenica mattina e sembra dirti che tutto quello che hai sentito prima era un fregnaccia (cfr. finale acustico e conto al contrario). E se la mandi in micro-loop da uno-due secondi con un bel riverbero ricorda Berlino, a te che non ci sei mai stato.


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Twitters

Celebra il quindicesimo anniversario del suicidio di Cobain con la puntata In Utero di Californication.

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Marketing /3

Faccio uno strappo alla regola, visto che da queste parti non si ama segnalare concerti ed eventi. Ma il bello delle regole è strapparle, così accolgo una segnalazione di mm1. Un amico di mm2 organizza per giovedì 23 aprile a Vicenza in Piazza Matteotti un concerto aggratis di Fennesz. Siate numerosi, così potranno organizzare anche altro in futuro. O mare nero mare nero mare ne.

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Marketing /2

Forse finalmente qualcuno si accorge dei gusti di questo blog: tra i quintali di spam arriva anche il promo digitale ad alta qualità di Snowboarding In Argentina 2009 e si viene inclusi senza nemmeno chiederlo nella mailing list della Hybris.

Ah no, mi è appena arrivato un invito su twitter di Adam Green.

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8.4.09

Basta con questi HPD10, non siamo mica in 4FR1K4

Quando sabato scorso il canadese trapiantato a Berlino Guillame And The Coutu Dumonts appoggiava su due montanti una specie di fornello elettrico delle dimensioni da pentola da pasta, non immaginavo che avrebbe iniziato il suo live set suonandolo come un bongo (e tirando fuori le profondità e le rotondità di un vero strumento percussivo, mica quei tipici preset piatti da tastiera). Senza scadere nella poetica del bonghettaro jazz che viaggia in Senegal alla ricerca del confronto musicale delle note biografiche, questo gesto fisico insieme all’ascolto di suoi vecchi live al MUTEK di gustosa house frammentata, del suo disco schizofrenico tra il Medio Oriente e le tentazioni doo-wop e delle sue ultime produzioni deep giocattolo funzionavano da buona apertura di credito. Altro che Manheim. Oh guarda!, suona anche il sax coi pad.

Dopo dieci minuti avevo già i bonghi girati. Il volume esagerato del djembe-hero era superato solo dal finto sax che diventava sempre più terribiledonista. Voglio l’afrohouse e mi danno l’africanism di seconda mano. I sax peggiori poi erano in pezzi che non conosco e che mi fanno mettere una croce preventiva sul nuovo album in uscita quest’anno. L’umore negativo si traduceva nella ricerca puntigliosa dei difetti e allora giù che tra i pezzi non c’erano quasi transizioni, che il controller delle percussioni veniva usato banalmente anche quando gestiva la cassa o le percussioni sottili, che le manopole erano lì solo per fare figura. Però ballavano tutti. Festosi come in un disco-incubo in cui il dj è ammazzato dal bonghettaro e dal sassofonista live. Di peggio poteva esserci solo che facesse anche da vocalist embedded.



(per l'immagine si ringrazia Bari Night, niente mp3 a Guglielmo per punizione)

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Marketing

La città che nelle ultime settimane è andata nello stesso locale ai concerti di Bandabardò, Modena City Ramblers, 99 Posse si merita dopo il concerto degli Almamegretta un dj set che viene pubblicizzato sui manifesti col faccione di Samuel e la scritta a caratteri cubitali Samuel (e in piccolo come una clausola capestro Krakatoa djset*) e in radio come dj set “ipnotico”.

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27.3.09

I casini di marzo si vestono di nuovi colori

Il morale è basso. L’ora legale arriva. Bisogna risollevarsi, prima che il conteggio arrivi a 10. Ci sono un sacco di pezzi che vorrei condividere e alla fine il modo più comodo è raggrupparli in una sequenza croccante e colorata, che non so perché ma mi fa pensare molto alla seconda parte dei Novanta.



Light Through The Veins (Radio Edit) - Jon Hopkins
Growl’s Garden - Clark
Connections (Ewan Pearson Slo NRG mix) - Moon Unit
$tunt$ (Flying Lotus Remix) - Mr Oizo
Runaway (Radio Edit) - Grum
Skeleton Boy (Air France remix) - Friendly Fires

Di pastoral zampogna al suon festante (mix) - maxcar (mirror)

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23.3.09

Your name’s not down, you do comin’ in

Lo scorso weekend ho mandato a quel paese le maledette primavere di Rockit e la bongol-noia di Mihalis Safras e mi sono intrufolato nel tutto esaurito dell’apertura della stagione operistica del Petruzzelli. Premessa: io non sono mai entrato a un concerto o a un djset vantando l’invito di chi stava sul palco e forse se la prima si fosse tenuta (come avrebbe dovuto essere) come inaugurazione del Petruzzelli e non in un padiglione della Fiera del Levante, difficilmente sarei entrato. Soprattutto dopo uno scambio come:

collega: Siamo ospiti del Maestro-segue-nome-del-regista
addetta all’accoglienza (scorrendo la lista): mi risultano due ospiti del Maestro, ma sono già entrati
collega: In realtà siamo ospiti dell’aiuto-Maestro
addetta all’accoglienza (scorrendo la lista): non mi risulta (interdetta), ma seguitemi comunque

Fortunatamente riconosciuti dal cognato del collega, ci siamo situati al fondo del padiglione e abbiamo seguito all’inpiedi insieme alla security una Turandot semi-scenica non sempre a fuoco per via dell’allestimento costretto (davanti a orchestra e coro pigiati come sardine i personaggi si alzavano da sedie in fila con fare più da teatro dell’assurdo che da fastosa opera esotizzante. Ai lati della platea le voci bianche e il papà di Turandot da una parte e gli ottoni in forma di banda dall’altra facevano venire il torcicollo) e dei contrattempi (Turandot sostituita all’ultimo momento da una soprano ‘con molta esperienza’ che ha eclissato l’inglese Calaf, la pioggia costante sul tetto di lamiera zincata che creava un effetto rumore di fondo stile dubstep). Tralascio le mie riflessioni musicali, che pure ci sarebbero, in favore della ridarola mentale per l’associazione di idee tra il mistero del nome e The Bouncer. La locandina poi sembrava quasi un flyer.



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19.3.09

Lov Fak'ers

Morivo dalla voglia di far sentire ai lettori di Inkiostro quella figata ti-amo-aphex di Fentiger di Nathan Fake, dal nuovo EP Hard Islands, ma dovevo pure inventarmi qualcosa ed è corsa in mio aiuto Sara Lov. Da queste parti invece si spacca tutto con l'originale.


Fentiger - Nathan Fake (link removed as requested by Nathan himself)
(ascolta dall'altra parte Touched by a Fentiger (Hi Low To Lov maxcar vibrato) - Sara Lov vs Nathan Fake)

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18.3.09

Ieppa Ieppa (Animalaction)

Non andavo a un concerto da quasi otto mesi e se devo tornare indietro fino all’ultimo bel concerto visto i mesi crescono. Ho serie difficoltà nel trovare (e perché no, nel provare) quel movente che ti fa uscire di casa in cerca di gente che imbraccia strumenti e intona parole. In un certo senso i chilometri aiutano a mettere le cose in prospettiva, se non altro perché rendono le cose giusto un po’ più difficili. Fatto sta che sabato scorso ho fatto i chilometri e ne è valsa la pena.

A me sembrava di stare dentro il 2009. Dondolavo aggrappato all’arco superiore del 2, facevo uno slalom dentro gli 0 e sfidavo la gravità in un antiscivolo che dal 9 mi sparava verso l’alto. Solo per caso fuori un’insegna diceva Rolling Stone, ma era il presente, circondato da un posto morente, da gente che forse ancora non capisce e che di sicuro non balla perché preferisce esserci.

Alle otto e mezza Pantha Du Prince suona un vero campanello e da rumori di fondo solleva la sua techno pop tintinnante. Mentre ballo sul posto vedo intorno facce che dicono disorientate “Che c’entra la unz alle otto e mezza”, ma il buon Hendrik ha il merito di montare un set dall’energia crescente che smuove alcuni gruppetti, fossero anche solo in vena di mossette goliardiche, fino al finale con due ottimi pezzi nuovi, il primo con aperture vocali femminili alla Orbital e l’ultimo techno abrasivo e corposo.



Tra il suo shutdown e il primo bottone degli Animal Collective capisco perché certi posti devono chiudere: su quell’insensato pezzo hard rock per sonorizzare l’intermezzo avrei voluto lanciarmi in un reverse ram jam verso il selezionatore della piccionaia. Il palco è fico in parte: belli i drappeggi a nuvola dai quali sorgono i macchinari e la perpendicolarità tra i cosi di Avey Tare e quelli di Panda Bear, ma i due tengono avulso Geologist sulla sinistra, la palla non salta sul pubblico e non è una piñata, non ci sono i leddoni verticali e la copertina di Merrychristmas è sullo sfondo lontana, rabbuiata e soprattutto non illude otticamente ma sembra più la tappezzeria di un divano dei nonni.



I'm the dancer. In The Flowers comincia così come comincia il disco, giusto con le briglie più trattenute e meno detonante sul finale. Avey Tare che avanza crooneggiante verso il pubblico è simbolo di confidenza e confidenzialità, ma la vera gioia è nell’emozione che nasce da manopole e tasti premuti non come orpelli ma come strumenti che influenzano la scrittura e le possibilità. Lion In A Coma va e viene come uno scacciapensieri siciliano ed è solo con My Girls che alcuni tra gli smorti del pubblico si scuotono e saltano, coi campioni che svariano asincroni e un prolungamento che destabilizza ipnotico i fedeli dei limiti temporali della canzoncella pop. In mezzo i pezzi vecchi sono rimaneggiati all’occorrenza: Slippi è tirata a lucido dalle sporcizie blackdiciane, Winter’s Love è sospensione sentimentale e Chores parte solenne come un inno nazionale che all’improvviso esce fuori di testa. L’impianto che sembrava ottimo per Pantha Du Prince, messo alla prova mostra i suoi limiti acustici mancando di quella definizione che a Roma sarà stata ottima, ma è pur sempre meglio di certi altri postacci a cui purtroppo ormai si è fatta l’abitudine. Daily Routine è un dondolo e la corsa verso il finale è tutto un crescendo: il pezzo nuovo noto come Blue Sky inizia come Orb + breakbeat e si solleva piroettando con un uso circolare di un campione vocale che ricorda certe soluzioni del recente Jens Lekman. Il palpito arpeggiato di batteria di Lablakely Dress, variato nel passo, introduce una Fireworks che è lo stupore, i colori e la gioiapaura dei primi fuochi d’artificio visti su una spiaggia familiare coi tizzoni che ti cadono sui piedi e la rincorsa verso quel 2009 che è il finale. Brother Sport pesta e rincuora gli entusiasmi in vista del bis trasognato su Guys Eyes e su una conclusiva Summertime Clothes saltata a squarciagola. Gli Animal Collective hanno visto e incasinato tanto, ma (come su disco) sembra che solo oggi abbiano compiuto un cammino in cui la comprensione dei propri limiti e delle proprie possibilità ha portato al pop più bello che abbiamo in circolazione. Poi non ho avuto la possibilità di urlare Are You Also Frightened (ma forse era un momento troppo à la Flaming Lips da desiderare), non ho avuto la mia amata Bluish e soprattutto il primo pezzo post-concerto è stato Ulysses dei FranziFerdinandi (e non certo quella giuoia aphexata di Fentiger) che mi ha sfollato verso un meritato sonno già a mezzanotte, schivando il delirante volantinaggio di Rockit e pensando che è una di quelle serate in cui fai scorta per tempi sicuramente più bui.



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12.3.09

Acerbo è un aggettivo?

Qualche settimana fa avrei voluto scrivere di tormentoni da ep acerbi. Poi la vitareale™ ha preso il sopravvento, e non se n’è fatto più niente. Successivamente qualcuno ha cercato sul blog risposta alla domanda di cui al titolo, i Salem sono stati chiamati per Dissonanze e quel mito di Koze nel suo commovente mix per per Resident Advisor è partito con un pezzo di Mount Kimbie e allora ho avuto un rimorso per la mancanza di prontezza con cui negli ultimi mesi non ho parlato di Zomby, Salem e Mount Kimbie. Però, ecco, Zomby, Salem e Mount Kimbie sono ancorà lì verdi a tormentare con la loro spettralità così giovane da risultare quasi amatoriale e così imperfetta da sembrare programmatica nel suo fare a meno del concetto di padronanza, che tanto invece amo nel 90% di ciò che ascolto ultimamente. In ciò bisognerà riconoscere un merito al vomito continuo di demo dei Crystal Castles degli esordi.


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9.3.09

In Particular

E comunque avrò pure riscoperto come tutti la house, ma i sassofoni mi fanno sempre orrore

Mi agganciavo ad alcuni particolari e l’ingresso in quell’enorme villa, luogo segreto di un party privato riservato a non più di quattrocento eletti, era la materializzazione di Bretistonellis a Palombaio, frazione di Bitonto, provincia di Bari. La ragazza alle liste al cancello fingeva di non trovare il nostro nome quasi a tenerci sulle spine e a esercitare tutto il suo potere rimbalzante. Dentro i posteggiatori mascheravano l’accento rivolgendosi con un inusitato “Signore” alla mia consueta imbranatezza che faceva scivolare per terra i pezzi da dieci centesimi con cui comporre i soliti due euro. Li ho tutti. Grazie signore, e buona serata. Entrati, avvolta nel fumo, ci accoglieva una reception in giacca scura e cravatta. Certo è una sorta di nemesi storica la tessera per i prossimi appuntamenti, un feticcio anni Novanta che torna a braccetto con la crisi e la necessità di fidelizzare anche quando si rifugge il divertimentificio di massa, ma il gioco è di attaccarsi a tutti i particolari fichi possibili. Per esempio a una consumazione compresa preparata con perizia da barman-in-livrea in bicchieri veri. Altro che quelle robe tutto ghiaccio in bicchierini di plastica versate dal solito fuori-corso brufoloso.

Probabilmente avvisato del nostro arrivo (eheh), Kalabrese iniziava dopo due minuti il suo djset. In un ideale collegamento col no-live-ma-djset della settimana scorsa di The Mole, Kalabrese si muoveva in modo diverso sullo stesso campo da gioco. Sempre house originaria con grossa carica disco, ma dove The Mole era fluido e più interessato a come declinare oggi quel gusto, Kalabrese sceglieva invece una via mimetica: mixato netto da dj fineOttanta-inizioNovanta, cantatoni feelgood, scelte d’esperienza e solo e soltanto bottigliette di acqua tonica Schweppes da 50cl una dopo l'altra. Non fosse stato che i pezzi alla Van Helden, i Soul Rebels della rivoluzione non teletrasmessa, la Contemplation di Josh One (sempre prezioso Luigi) e i tribalismi classici erano intrecciati con Pantha du Prince, l’onnipresente nuovo Moody(mann) e col Turkatech su Simon Baker, sarebbe venuto da pensare a una serata macchina del tempo. Agganciandosi solo ad alcuni particolari, Todd Terje al posto di Todd Terry. Il problema è che guardi la felpa di Kalabrese e pensi che non è Knuckles o Morales e che tu non vivi quegli anni con dieci anni di ritardo da un’altra parte del mondo. Che ci si diverte e che è pur sempre meglio di tanti set rompipalle, ma a questo punto la voce di Laurie Anderson ricoverata da Mandy e Booka Shade e triturata da Audiofly X non è che un virus che macina una cartella iTunes ormai troppo grossa per stare sull’iPod. Così felice e disilluso penso che le bordate di feedback che distruggono la triste gioia filologica di Blind nell’Hercules Club Mix siano la sintesi perfetta, e necessaria alla mia sopravvivenza, di questo essere immersi in troppa musica nel luogo e nel posto sbagliato, e così si esce e si torna a casa. A volte non puoi trascurare i particolari.



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6.3.09

Più in basso del cielo

Scena 1: questo è quanto, ti abbiamo fregato. Inventatene una, se sei capace
Scena 2: ragazzine e ragazzini ballano la sigla di College e non erano nati quando tu lo vedevi alla tivù
Scena 3: The Mole! The Mole! The Mole! L’ultimo giorno il basso fu la speranza



Mai martedì fu più magro. Non sappiamo ancora il finale, ma siamo pronti a scrivere il terzo episodio della saga Cassa Disintegrata / Settimana Corta. Se avete una proposta in ambito intrattenimento da almeno duemila teste prenderò in considerazione anche voi. In poche parole niente Loco Dice che fa il Loco Dice di buon gusto. C’era un motivo, c’era.



Venerdì, primo di quaresima, non si dovrebbe fosforescere. Se pensate come me che fossero tristi i Bugged Out milanesi dell’anno scorso con le mezze calzette e Uffie all’Hollywood e il fluo e le kefiah fuori tempo massimo, non avete idea di cosa possa essere vedere tutto ciò oggi nella BAT provincia (non quella di Batman, quella di Barletta-Andria-Trani). Ti dici pure che c’avranno diciannove anni e avranno il diritto una volta ogni due mesi di sognarsi stylish e abdicare alla vittoria storica di Fabio Fazio e dei gilet. Poi però arriva un vocalist. UN VOCALIST. Con l’occhiale finto sfigato che urla come un ossesso come un personaggio di Fabio De Luigi. Io quando vado alle serate techno avrò pure intorno qualche ragazzino con la cresta, ma fortunatamente nessun vocalist rompe i coglioni. Nonlodireanessunononlodireanessuno, vaffanculo io lo dico a tutti. Fossi stato in Borut non so come avrei reagito. Tanto era il cattivo sangue, che alla fine ho apprezzato solo a sprazzi il suo set, soprattutto nelle parti che suonavano più di vecchio e del discone o che tentavano incisi minimalosi. I funzionali remix dei Soulwax e le svisate più londinesi (o milanesi?) come si sa ormai mi lasciano un po’ freddo e per il futuro dei Furano spero che non si indugi più di tanto da quelle parti. Hang the vocalist, comunque.



Sabato invece puro piacere. Il mio solito ingresso ad apertura porte avviene sul tepore crepitante di Freaky Mutha F_cker di Moody(mann) e The Mole è già lì che gioca a ping pong con Andrea Fiorito. Non saranno i fuochi d’artificio di cui si dice per i live set del canadese (compagno di merende della cricca Jonson/Cobblestone Jazz, uno dei miei favoriti dell’anno scorso con la sua destrutturazione/ricomposizione dell’house in salsa cosmica, un supergruppo tra Avalanches e Lindstrøm concentrato in un’unica pesona), ma quattro ore di back to back a tali livelli ripagano ampiamente della mancanza. Pur concedendosi entrambi un po’ quello che vogliono, è subito chiaro che Fiorito avrà tra le sue incombenze quella di mantenere il contatto con le necessità del pubblico, caricando ogni tanto i toni e mantenendo fluidità al tutto. Il risultato è che l’intricatezza di As High As The Sky viene svolta nei fondamenti in un misto di polvere d’angelo disco, break scintillanti e bassi bollenti. Nonostante l’aria a dir poco cazzeggiona, il buon Colin De La Plante ha mostrato una notevole pulizia tecnica, rovinata semmai dal ricorso all’equalizzatore, unico effetto impiegato in modalità togli i bassi prima delle parti senza bassi. Finisce tutto presto per il solito, col consueto gesto del proprietario quando il bar langue e senza un finale vero e proprio, ma ce ne vorrebbero di serate come queste capaci di carezzare e alleviare almeno un po’ le mazzate che arrivano, ormai, sempre più grosse.



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23.2.09

SIae O NO

MM1 citava la notizia a margine di Sanremo che vado a integrare con qualche particolare ulteriore. La Sony-BMG ha deciso di eliminare il bollino SIAE. Tutti i cd inviati nei negozi ne saranno privi e in più la Sony ha garantito in una circolare assistenza legale a tutti i negozianti che avranno problemi a seguito di controlli sui cd senza il contrassegno.

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Il freddo sopra Berlino


(so che suona come un togli-cassa-metti-cassa, ma bisogna pur riprender(si) e questa settimana sarà campale (Loco Dice "Under 300" prima di un giorno lavorativo, Scuola Furano, The Mole in cinque giorni). Così favorite questo chiancone dettmaniaco oscuro come il nuovo e irreprensibile come un classico)

Minus 126 In Berlin - Do Not Resist The Beat

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18.2.09

Il paese è Senza Amore

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14.2.09

I fratelli prosecco prograsso (Fat is sexy)

La settimana scorsa mi sono schiodato dal letargo. Tre mesi di allontamento dal clubbing, dieci dal clubbing cittadino sono stati interrotti in onore dei Wighnomy Brothers e delle loro famigerate maratone techno alcoliche dietro davanti sopra sotto alla console. Per avere un'idea eccoli all'opera quando me li sono persi qui più o meno un anno e mezzo fa con Robag Wruhme che fa jogging davanti a Raving, I'm Raving e Monkey Maffia che balla attorno ad un albero del lido. Gente umile e di panza, capace di tracannare intere bottiglie di vodka liscia e capace di set a oltranza che ti ripagano di tutti gli stitici da due ore contate.



I due entrano dentro a mezzanotte e mezza, più o meno un quarto d'ora prima dell'apertura porte e del mio ingresso, gironzolano e prestano attenzione al set di apertura con un aria pacata che non lascia intendere quello che succederà da lì a poco. Quando devono prendere possesso dei piatti, la prima azione di Robag è quella di mettere un bicchiere basso pieno di prosecco a girare al posto di un vinile. L'inizio è scuro e compresso, con un suono classico. Via via su quello scheletro si incrociano membra sempre più umane fatte di bassline alla Saunderson e rotondità funk di provenienza house. Io mi sento molto arruginito: non riconosco niente a parte Nina Simone con Sinnerman e a parte il vero dj tool dell'anno, ovvero il discorso dell'elezione di Obama (già usato anche dai due ragazzi in apertura). Monkey Maffia è scazzato perché uno dei monitor non va e perché dopo il primo cocktail che gli hanno servito hanno portato solo bottiglie di prosecco per Robag e si è dovuto adattare. Robag invece produce il meglio di sé ballando, scolando una bottiglia dopo l'altra e trovando usi alternativi alle cuffie. Tutti cercano di ravvivare la cassa rotta aggiustando fili o dando botte laterali e Robag trasforma questi gesti nel ballo del pugno al monitor o in quello dello schiaffo di vinile sul monitor.



Con giradischi e cdj, il loro mixato è sporco vecchia scuola, con i pezzi che entrano e riescono quando necessario. Forse mi sogno il basso slappato di Art Of Letting Go di Supermayer, ma via via che dalla terza bottiglia passano alla quarta i suoni si arrotondano e ammorbidiscono un po'. In un set da cinque ore sulla chiusura di Pimp Jackson partirebbero le ultime due ore prima bpitchkompattose e poi swingjazzorchestrali. Invece qui che al massimo toccheremo le tre ore e mezza, partono con le luci accese gli ultimi due pezzi: su un intro prolungato che sembra un edit di Windowlicker (ma mica era così lungo su disco?!) canto a squarciagola il wehaveallthetimeintheworld di Thom Yorke coi Modeselektor - io che canto una canzone di Thom Yorke, non mi si può vedere. Poi parte un pezzo kompaktosissimo (sono quasi sicuro che fosse Mariposa di Koze) e Robag fa di tutto: mette la quinta bottiglia sul giradischi - cadrà subito - e poi scende ad abbracciare uno a uno tutti i presenti. Vogliono suonare un ultimo disco ma per le sei devono chiudere tutto. Poteva essere Evan & Chan nel remix una-lacrima-sul-viso di Superpitcher, o W.E.E.K.E.N.D. di Arling and Cameron, Raving, I'm Raving o chissà cos'altro. Bisogna però far togliere quest'abitudine agli italiani che urlano "Ul-ti-mo, Ul-ti-mo".


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30.1.09

Dancing About Architecture

L'entrata della Cosmic Disco di Lazise, Verona


Discotechnic - The Art & Architecture of Nightlife è nato solo da quattro giorni, ma già lo tengo tra i preferiti.

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Settimo Cielo

Ehi! Ti è piaciuto tanto il mixone techno-house sulle mie ferie obbligatorie? Corri allora a sentire il mixone disco-house facilone ma non troppo sulla mia settimana corta. Smaltisci anche tu con noi il tuo monte ferie. In fondo ogni settimana corta è solo un weekend più lungo.

Settimana Corta (means Long Weekend Mix) - maxcar

Intro
Parage - Justus Köhncke [Kompakt]
Veronica’s Veil (Erol Alkan Extended Rework) – Fan Death [Phantasy Sound]
Of Moon, Birds and Monsters (Holy Ghost Remix) – MGMT [Columbia]
Walter Neff – Matias Aguayo [Kompakt]
I’m In Love With A German Film Star (Mark Reed’s Stuck In The 80s Mix) – Pet Shop Boys presents Sam Taylor Wood [Kompakt]
Breakfast In Heaven (Diskjokke Remix) – Lindstrøm [Feedelity]
Personal Angst – In Flagranti [Eskimo Records]
William’s Blood (Aeroplane Dub – Personal Angry Maxcar Short Edit) – Grace Jones [white label]
Opera Soap – Üstmamò [Virgin]
Goblin Think 1 – Margot [Margot Recods]
Minimal (Dj Koze Remix) – Matias Aguayo [Kompakt]
Leash Called Love (12 Inches Remix) – Sugarcubes [Elektra]
Superyou (Justus Köhncke Remix) – International Pony [Columbia]
Endorphinmachine – Erobique [Mirau]
Hello Tomorrow – Moody(man) [KDJ]



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26.1.09

Averci un twitter per vantarsi


Vado a pranzo e poi sentiamo un po'

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20.1.09

Vulture Club

Il liberismo ha i giorni contati e ne approfittiamo. Non sappiamo se avremo un futuro (come possiamo non averlo?) e sfruttiamo il Regno Unito e la sua crisi. La ster£ina è quasi come l’€uro, ti tirano dietro gli sconti e ridi di quelli che comprano su ebay roba usata pagandola più di quanto tu tiri fuori per il nuovo. Io per esempio ieri ho comprato un giocattolino con le manopole che è l’equivalente controller midi inutil-design plasticoso di un iPod nano. Non lo mostro in dettaglio solo perché ancora non mi regalano i gadget, ma altro che i vostri ukulele del cazzo. (Ok tranne il flying ukulele metal giallo di Spongebob). Io compro i gadget, ma se avessi avuto i soldi, avrei fatto il pensierino di comprare casa in Inghilterra: prezzi delle case –30%, moneta in calo di un altro 35%. Tanto come possiamo non tornare ad essere quelli che eravamo prima? Ogni discesa in borsa del 50% è un possibile raddoppio del capitale. Tanto come possiamo non tornare ad essere quelli che eravamo prima? Sempre che non si fallisca. Prima. Fate presto comunque, per i gadget, che tra un po’ la Regina stampa moneta e vi scordate la deflazione. (No, non ci credo che gli inglesi possano agganciare la sterlina all'euro)

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14.1.09

Il paradosso del nonno

Henrik Schwarz, Dixon e Âme da queste parti sono tra i preferiti, con la loro musica (oltre l’)house. Su richiesta di un cd (mixato e non) nel quale ripercorrere le proprie influenze, hanno deciso con il prossimo The Grandfather Paradox di celebrare le loro radici minimali. Dove minimale non sta per techno minimale ma per quel modo di comporre che da Steve Reich, passando per il kraut, la new wave, Arthur Russell e tanti altri ha portato a Robert Hood e a Richie Hawtin. Letta la tracklist monta l’attesa e ci si barcamena tra classici conosciuti e intriganti nomi del quale si ignorava l’esistenza.

The Three Faces of Balal - Yusef Lateef
N.I.T.A. - Young Marble Giants

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13.1.09

Roots Bloody Roots

In the words of Sylvester: reality was less "everybody is a star," and more "I who have nothing."

Un anno dopo Hercules & Love Affair, Anthony e Blind. Tutto intorno per l’ennesima volta ci si riempe la bocca con la parola house e a volte fatichi ad associare quel termine a quello che si sente. L’house, più di altri generi, ha sofferto nei tempi le brutture di chi l’ha cooptata e l’ha condotta verso popolarità sempre più improbabili fatte di vita, amore e felicità. Le disco-dive per il grande pubblico, il suono champagne per gli aperitivi provinciali, l’euro-demenza per sonorizzare gli autoscontri e le montagne russe, l’abitino afro-decontestualizzato oggi perché ogni due anni bisogna cambiare abitino alla cassa che rassicura il pubblico del daje e daje.

L’house però di suo è musica che è nata con un rapporto problematico nei confronti di vita, amore e felicità, musica di malinconica dis-integrazione sospesa tra ricerca di identità (nel gender, nelle radici, nella fuga dal quotidiano) e un divertimento che non cancellava tutti i problemi ma li cannibalizzava e se ne nutriva. Se poi guardiamo a New York il contesto era ben definito: crisi sessuali e di gender, prostituzione transgender, ormoni al mercato nero, dipendenza da alcol e droga, solitudine, razzismo, HIV, ACT-UP, il parco di Thompskin Square, la brutalità della polizia, lavoro sottopagato, disoccupazione e censura. Tutti a 120 beat al minuto .

DJ Sprinkles (alter ego per Terre Thaemlitz, veterano di quella scena) canta il blues decadente di quei giorni a 120 beat al minuto. La sua house originaria racconta tutto questo, sconfinando per bellezza nell’ambient pastorale delle piste da ballo svuotate e delle ferrovie che portano dalla provincia alla metropoli e nel fag-jazz ossessivo che nasconde dietro l’organico degli strumenti le sfumature più tecnologiche. Tra il tragico e il sublime, come quel volto in copertina che non sai se sia uomo o donna, se rida o se pianga.


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11.1.09

Videomusic



Marie Antoinette vs Elisa di Rivombrosa vs Uguccione vs Fantaghirò

Anima Mia dei Cugini di Campagna dal programma dell'anno Ciak si Canta.

Altrove Albano meets MGMT (ma il livello è altissimo per tutti)

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9.1.09

Picchio Tel Aviv

Immolate Yourself è discontinuo. Ha delle tentazioni new wave che non capisci (tipo quelle del singolo e di Stay Away From Being Maybe, che ha il titolo bello e però ricicla il trattamento vocale usato per il remix di Apparat). Inizi folgorato e finisci interdetto. Però quell’unico flusso tra i tamburoni di Your Every Idol e la malinconica dichiarazione d’amore sepolta e arpeggiata di You Are The Worst Thing In The World resiste a quella tentazione che dicevi prima e ai pad troppo ossigenati. Però Mostly Translucent è una ballata per cervelli fritti dalla ketamina. Però The Birds rende l’ossessione della memoria con un perfetto staccato di batteria che segna il tempo e si fa crescendo come un dannato picchio sul cranio.

(I Telefon Tel Aviv hanno abbandonato il tric e trac al laptop con l’etichetta indm di Chicago Hefty in favore dell’amicizia con Apparat, della Bpitch Control di Ellen Allien e di un pop elettronico sempre più europeo, alla M83)


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