29.1.12

Tu, quindici anni

(vabbe' questo è anche il millesimo post)

Martedì scorso all'Hiroshima Mon Amour Xplosiva ha festeggiato i suoi primi quindici anni con il piatto forte di Nicolas Jaar, ometto* copertina del 2011 in ambito dance elettronico (gli acculturati direbbero pure emblema dello Zeitgeist rallentante/rigurgitante). Sulle pareti dell'Hiroshima scorrevano centinaia di nomi che negli anni in tutti i giorni della settimana in ogni tipo di luogo a Torino (e non solo) Xplosiva ha reso disponibili con un'idea di clubbing attenta, personale e amichevole che ha anche fatto scuola, almeno qui a Torino. Ancor più di quei nomi tutto questo si respirava nel set iniziale di Giorgio Valletta che ha sintetizzato tutte le anime degli ultimi anni nei generi dell'ultimo anno da un inizio misteryoso, alla bass music inglese, al ritmo che cresce della house fino al rallentamento sedato vera via di fuga dall'oggi e passaggio di testimone a Jaar. Dalla sala vuota all'apertura porte al locale pieno con tutti che ballano in poche consumate mosse, it is all over our faces.

Non so se dopo mille post (e vabbe' qualche migliaio di altri post della vita precedente) ancora sia rimasto a leggere qualcuno che non sia interessato ai suoni che animano queste pagine. Riassumendo, Nicolas Jaar è un americano di padre cileno nato nel 1990 che ha stregato gli appassionati di dance l'anno scorso facendo tutto ciò che il pubblico medio della dance, persino nelle sue frange più acculturate, aborrirebbe. Prolifico invece che sfuggente, amante dei mischioni invece che rigoroso, lento e senza cassa e talvolta capace anche di grossi sbagli. Il suono di ora in mano a un ventenne belloccio(e dunque spendibile su un palco) e intraprendente (il primo singolo per l'etichetta dei Wolf+Lamb a diciott'anni e la propria etichetta a venti).


Mi aspettavo il buon Nico insieme alla band con cui è in tour (batteria, chitarra, sax). Purtroppo invece è da solo sul palco, ma non escludo ciò sia un bene. Il live non è un concerto, non è un laptop set e non è un djset. Jaar inizia suonando una tastiera in cui i tasti comandano contemporaneamente note e folate di vento. Il pezzo successivo è fatto di effetti di riverbero ed eco in feedback sulla sua voce. Poi partono quei beat palline da ping pong che rimbalzano lenti da un lato all'altro (grazie impianto dell'Hiroshima)e tutti quegli effetti che ormai conosci per nome. La prima voce amica che arriva nell'ondeggiamento è quella della figlia di Bruce Willis e Demi Moore (cfr video qua sotto).

A quel punto pur mantenendo la stessa velocità Jaar imprime corpo al set trasformandolo in un djset. Qui entrano in gioco i suoi edit e i suoi remix con un atmosfera che allude alla house newyorchese della dissoluzione e però suona goffa, ancorché tutti ballino e le ragazze gli facciano gli occhi dolci. Non un mostro di tecnica in questo caso, forse nemmeno prima, ma è chiaro che siamo oltre la dance, che si usino quei materiali per fare altro. Non è goffaggine, non è teorizzazione, è una visione, discutibile ma che riempie una pista la manovra e sovverte le sue idee, solleticando più l'introspezione che il divertimento. Da lì si va verso la fine con Too Many Kids Finding Rain In The Dust (la sua Red Right Hand) ed El Bandido, una finale e l'altra bis o viceversa oppure no. Peccato per il sax, avrebbe fatto troppo discoteca malfamata anni 90 rendendo il tutto veramente perfetto.


(
With Just One Glance You (ft Scott Larue) e Space Is Only Noise che però qui non ha fatto)


* non puoi definire altrimenti uno che aveva sei mesi mentre Schillaci animava le notti magiche

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23.1.12

Scoloured In Memory

"Your Coca Cola Sign Rattling"

Lo scorso fine settimana tra il singolo dell'anno di Resident Advisor Blawan, la sensazione giovine italiana dell'anno I Cani e le martellate storiche e dell'annodisempre di Regis ho scelto il set ritirato di prima cintura di Fairmont (se non avessi sentito Regis e Function al C2C forse avrei scelto diversamente). Le memorie che mi sento di condividere sono poche e a loro modo soddifatte. Il dj in apertura davanti a una pista letteralmente vuota suona gli MFA(la cinquantina di persone presente a mezzanotte stava dall'altra parte del Barrio al bar, la ragazza del dj era a fianco al palco e la tarantolata(torino-forum-op-cit)ancora non era arrivata). Thelicious apre e chiude con i Koltelli. Fairmont ha un microfono effettatissimo ed è stato massaggiante.

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22.12.11

Sedimenti non dimentichi

Sabato scorso, se fossi stato mosso dalla curiosità, avrei probabilmente scelto l'ex Bolina (la dishcuteca di Ventola) ora diventato l'Haçienda (sikh, la nuova indiedisco di Bari) e il concerto di Ben Westbeech. Se non altro per vedere quanto dal vivo sarebbe rimasto del manipolo sontuoso di collaboraproduttori (Soul Clap, Enrichetto Schwarz, MJ Cole e Motor City Drum Ensemble tra gli altri). E per dire ai miei nipoti, sapete, una volta sono andato a ballare all'Haçienda.

Mosso invece dalla necessità, mi sono inoltrato nei due gradi sotto zero della strada verso Cuorgné (TO) per raggiungere El Barrio. L'ultima volta che sono stato a El Barrio fu per Jens Lekman. Poi una volta volevo andare a vederci Alberto Camerini, ma mi sono perso per strada, o forse all'ultimo minuto avevo deciso che era meglio di no. L'idea di andare a ballare lì un djset di Scuba era contemporanemente svuotata degli ovvi significati e ammantata di nuovi scarti.

Le due ore e mezza di Scuba, davanti a una pista non stipata ma attenta e calda, mi hanno soddisfatto in pieno. Un ascolto disattento potrebbe bollare con eclettismo la somma di techno (rimembrante) delle origini, house technica e ritmi da strada brit. Invece, così come nel suo DJ Kicks di quest'anno, oscillando tra educazione crucca e vitalità stradaiola inglese, ne è uscito fuori un mix capace di cariche e di break dolci, pulitissimo per tecnica e sapiente nelle variazioni. Un set da dj, più che da produttore, e dopo un po' ci voleva.


Scuba - Adrenalin EP [HF030] by Hotflush

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19.12.11

Everymania, o del governo di tutto, lo scriverà tra dieci anni


Ma allora, Every(hun)thing o Every(un)place? Fateci non capire!

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8.12.11

Vibra




(Caribou + Hebden + Holden)

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25.11.11

Bisky Rusiness (Un rosa blu)

La scena iniziale ha una città ripresa dall'alto, titoli dai colori equivoci, un orologio conta alla rovescia, i Tangerine Dream sono sempre gli stessi. Sette giorni fa Torino è immersa nel primo nebbione dell'anno, titoli dai colori equivoci, spero di tornare a casa prima dell'una, Alexxei'n'Nig hanno una bassa battuta che è un piacere. Il solesgocciolato sul palco, la tentazione di invertire tutte le iniziali è forte, il ticchettio è quello di un batterista vero, Com Truise alle manopole.

Ahhh. Riverberi. Ahhh. Altri riverberi. Ho visto la settimana scorsa il live di Com Truise, ma parlarne la settimana dopo è quasi come parlare di un altro concerto appena tornato a casa prima di andare a dormire. Tipo che c'ho ancora angoli dell'auto, tasche e tubature del bagno in cui si annidano pezzetti di vudoppie o di daterotte e la cassetta al cromo che si sente meglio. Si è portato appresso un batterista poppante, industrioso, che lo si ricorderà più per il dilemma "Ma con la maglietta dei Joy Division intende alludere al fatto che non riesce ad aprirsi la lattina di birra?". Però guardavo Com e mi dicevo che se avesse suonato roba tipo gli Zu o dell'hiphop misotutto sarei stato più tranquillo. Invece su Cathode Girls temevo che potesse fare il rullante scalciandomi la testa con gli anfibi.

Angelo Badalamenti non è Cliff Martinez e col fatto che abito al primo piano ho rimosso da tempo le gioie e i dolori degli ascensori.


Com Truise - Com Truise - Brokendate by ghostly

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15.11.11

XI CtoC: durezza senza eguali

"I'm not sure I'll make it Im in Los Angeles right. Now I was asked to stay and play some shows and not sure I've time to make fly from LA to Italy with time diff etc". Nel pomeriggio si diffonde la voce che quell'omm'e'mmerda di Zomby pacca il Clubtoclub, così come ci si attendeva da quando si era letto il suo nome nel programma. Roba da metterci una croce sopra se non fosse che con gli zombie non basta. Al suo posto suonerà Untold che era già previsto per lo showcase della R&S al Teatro Vittoria.


La R&S negli ultimi tempi invece di vivacchiare sui classiconi del catalogo sta puntando su un manipolo di giovani ibridi del bit, basso, funk, meldoia. Al livello 1 (Foyer) Lone ha alle spalle una vetrata sul centro di Torino sferzato dall'inizio di tempesta + lucidinatale (o dartistachesiano). Impeccabile nell'essere il suo suono anche visivamente, lui e il suo maglione (giovane che recupera i Novanta techno, le meldoie BoC e il gusto zerought per la frammentazione). Ribeccarlo all'uscita poco fuori il TeatroV col suo piccolo trolley mentre aspetta il taxi o che la pioggia smetta non ha prezzo. Al livello 2 (Teatro) Untold fa subito cenno a chi si stava già accomodando sulle poltrone di raggiungerlo davanti alla sua postazione: complice l'impatto dell'impianto infila uno dopo l'altro una serie dei suoi classici bongopentolobassstep. Il set è molto carico ma si ondeggia. Sarà che sono le nove e mezza, sarà che lui ha addosso una freddezza post punk, sarà che il contesto è più da ascolto che da danza. Comunque Swims di Boddika e Joy Orbison comincia a essere omnipresente.


Il tempo di un panino e si è subito al Lingotto perché Function e Regis (ovvero Sandwell District) cominciano per primi alle 22.30. Cominciano addirittura coi cancelli ancora logisticamente chiusi e così la prima mezzora davanti a meno di dieci persone è spettrale ma bella. Techno vaporosa dalla battuta lenta e rotonda che va via via asciugandosi con l'arrivo della gente. Il gioco di cenni e indicazioni sui due laptop che duettano paralleli e ora alzano la posta, ora la sviano, è simbiotico e pieno di esperienza.


A malincuore si alterna tale bendidio col palco grande dove Byetone parte dritto e pesante per sfumare di droni verso un Alva Noto più coinvolgente dal punto di vista visivo ma molto più spezzante ancorché sostenuto da martelli pneumatici: il Lingotto ipnotizzato tributa loro gli applausi per i maestri.



Faccio in tempo a tornare in boiler room dove, in vista del passaggio di consegne a Pantha Du Prince, F&R inframezzano melodie e financo campanelli. Goduria. Pantha, sempre col maglione in testa, parte con la sua collaudata cosa e allora decido di conquistare la prima fila del palco grande per i Modeselektor.


Stadium rock una volta si diceva. Pur avendoli già visti lo scorso anno, un nuovo disco e un live rinnovato a base di peli di scimmia, scimmie azteche 3D, facebooo, Zer0, scimmie cattive, nuvole blu e arbusti gialli hanno avuto la meglio su Pearson Sound. L'inizio mentale di Grillwalker si è mantenuto fino a dopo Pretentious Friends, quando è iniziato il nucleo tamarro pestone Moretti in playback black bloc stappo la sciampagna tanto capace di fomentare lo sterminato peak time del Lingotto.


Provvidenziale la voce di Thom Yorke e del remix di Mr Magpie a dare ossigeno agli interdettellettuali che ascoltano i due solo dagli altoparlanti del pc. Il finale ragadream di Let Your Love Grow col giallo incendio-in-fermo-immagine è il loro saluto e uno dei pochi momenti in cui l'amore è apparso in una serata finale rigorosa e poco incline ai sentimentalismi.



Appurato che Dettman si concentrerà per l'ennesima volta su marcette arricchite da antifurti, si torna da Untold che ripropone quanto sentito qualche ora prima raccogliendo reazioni più danzerecce. Jeff Mills inizia come due anni fa spazial-ambient per passare in breve a un treno altavelocità incessabile che come al solito spezza e arricchisce di drum machine. Lo si abbandona per l'inizio del dj-set di Caribou che si muove dalle parti della roba Daphni: benevolo ma non troppo perché all'ennesimo pezzo afrocazzo lo farcisce con Spastik e decido di tornare nel salone dove scampanano le campane. Da lì Mills è sempre più duro, quasi (parolaccia) rave nel finale, con l'acustica ormai compromessa dalla riduzione di pubblico. Il finale è improvviso su grande esaltazione e non si è capito se sia stato problema tecnico, audio staccato o il fatto che a Mills facevano male le nocche. Fuori la tempesta, manco a dirlo, era dura e tutta questa durezza la sento ancora sull'orecchio destro che ticchetta.

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9.11.11

Xi CtoC. Black is White is Black

The rhythm is the bass and the bass is the treble

Chords
Strings
We brings
Melody
G-Funk
Where rhythm is life
And life is rhythm



La sera prima della sommersione dei Murazzi si parte dai Murazzi dove un Theo Parrish assai sorridente (cazzo, un detroitiano sorridente) imbastisce un set negrissimo di battuta lenta, radici disco soul r'n'b e contrappunti sintetici. I suoi ugly edits più che il viaggiospazio. Tecnica pulita e rigore filologico stampano sorrisi sulle facce nonostante il set suoni (piacevolmente) passatista e il suo continuo uso delle manopole di bassi, medi e alti (almeno qui non seguiti dalla cassa ma da viulini e da cori motowni) sia - a cercare un difetto - troppo ripetitivo. Il magnetismo è pero tale che, anche ammesso che i più giovini siano lì per il successivo Ben Clock, nessuno reclama sugli splendidi break orchestrali o sulle divagazioni funk. E quando sembrava di aver imboccato un labirinto minimale involuto ha subito scartato verso la gioia acida.




Lasciando Ben Clock al suo destino si percorre (finalmente, riesco per la prima volta) la città nel pieno spirito del CtoC alla volta dell'Hiroshima dove K(uedo) e K(ode9) chiudono la serata Hyperdub. In Sala Modotti Kuedo è live in the mix che vuol dire che suona i suoi pezzi (e qualche altra cosa) uno dietro l'altro come in un dj set. Severant è uno dei dischi dell'anno e su un impianto più carico di quello che sono le mie cuffie si gode non poco dei brandelli premonitori e delle tenerezze 10010 che in realtà sono analogie. Poi a un certo punto spunta Miami Vice e la sabbia dentro gli anfibi e il bianco giallo verde acqua che ci circondano.




Non rimane che l'ultima ora delle tre di Kode9. Ritmi spezzati è dire poco. Nell'hardcore continuum che sgorgava dall'impiantone dell'Hiroshima il buon Steve Goodman aveva già abbandonato ogni residuo di linearità in favore di una persistenza retino-ritmica-alogica in cui grime, two e duestep si intersecano sviando e costringendo a consegnarsi. Strings Of Life apre la sezione housettona e di vecchia techno prima del finale culminante nell'ovvio ricordo di Burial e nel bis finale di Regulate. Poi i superstiti hanno cercato di avere un ultimo pezzo, ma il proprietario dell'Hiroshima ha castrato tutti vietando al fonico i volumi. Si è andati avanti per cinque o sei minuti con le proteste, giusto il tempo in cui si poteva suonare ancora un altro. Però Regulate come ultimo ultimo chiude. Il tartan addosso è a quadri come le camicie del 94.



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8.11.11

XI CtoC. IntroC, Blue

Si diceva palchi o platea del Teatro Carignano. Un arrivo improvvido (vuoi per dare un'occhiata all'intro di Servizio Pubblico, vuoi per la scelta di andare all'ultimo minuto via metro per il maltempo) mi costringe a una doppia fila in ingresso e al ritiro biglietti che mi fa optare per i palchi invece della consueta platea. Acclarato che il palco regio è riservato, salgo la prima rampa, salgo la seconda, salgo la terza e mi ritrovo in vetta alla piccionaia, dove i palchi non ci sono. A questo punto considerandomi volatile penso fuori dalla seggiola (dove non avrei avuto potuto vedere niente) e mi attrespolo su una sbarra laterale dalla quale godo una visibilità che nelle due scorse edizioni mi era mancata e un'acustica forse anche migliore.


Lucy, a cui è consegnata l'apertura della serata e del festival, opta per un live di intro ambientale che sacrifica i battiti in favore di suoni stirati, campioni e beat destrutturati (in fondo suonerà da club il giorno dopo). Termite dei velluti purtroppo invece di aggredire la struttura circostante se ne fa condizionare immerso in un perenne e freddo blu. Alla fine del set la platea lo riscalda, ma la palpebra un po' calava. Alla fine del set le luci si accendono e mentre si prepara il setup per il concerto della Apparat Band, maschere biondo platino, vigili del fuoco, commessi extra-parlamentari e celerini si avventano sui fuori posto della piccionaia, rei di non sedere alla poltrona. Si viene cortesemente informati che si troverà un posto per una loro corretta fruizione dell'esibizione. Pacioso sul mio trespolo-transenna, invero non oscurante la visuale di alcuno, nessuno mi disturba. Apparat e la banda entrano.


Devo ammettere il pregiudizio. A me il disco della banda apparata non ha convinto. Belli i suoni, belle anche le melodie ma lo percorre quella sensazione che in cerca di una legittimazione popolare (lui, non la banda) abbia sacrificato il mirabile equilibrio tra pucciosità e cassa in favore di un equilibrio tra i sigurrosi e i thomjorky. Sebbene il live sia incentrato su questa visione, i richiami a un passato più (o forse meno) compromesso sono palpabili. Arcadia, la Moderat-a Rusty Nails (col richiamo al live al castello purtroppo mai vissuto perché si era all'Hyde Park per eccellenza e le insospettate sfumature depeche sulla voce e lo stupendo gioco di luci a metà tra il cero cimiteriale e la segnalazione autostradale) e tutto il bis da Sayulita al finale drummoso non fanno che proclamare Song Of Los come l'apocrifo episodio che si salva. A differenza delle due precedenti edizioni con Tristano-Craig-Maurizio o Kode9+ricchiBurial&cotillon il pubblico riservato delle prime file non si alza e non se ne va e così Ring conquista il suo status pop a suon di applausoni. Se lo merita, anche se sotto sotto si spera in copiose versioni remix.



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6.11.11

Α&Z



Anche se la chiusura della serata finale al Lingotto del Club To Club è stata affidata a Jeff Mills seguito in un gioco squisitamente circolare dal pezzo accompagnanellatormenta di Apparat, la chiusura ufficiale prevista stasera con il dj set di Carsten Nicolai per Artissima Social Club impone di identificare con lui e con la riuscita del rischio Raster Noton su palco grande il grande tema della serata finale di quest'anno, ovvero l'inesorabilità dell'intransigenza che conquista le masse. Il resto tra l'A e la Z presto.

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3.11.11

The Beginning Is Near

Apparat - Song of Los (Director's Cut) from Saman Keshavarz on Vimeo.


Potete reggere tutta questa puccyness? Se sì, ma anche se no, non perdete stasera il concerto di Apparat (e in apertura Lucy) al Teatro Carignano di Torino che aprirà l'XI Club To Club. Anche chi non si accomoderà sui palchi o in platea potrà esserci grazie allo streaming live di Resident Advisor, più o meno dalle 22.30. Da domani poi ci si potrà esercitare nell'Antica Arte Dello Scegliere Ai Festival. Martyn o Theo Parrish? (Theo Parrish) Kuedo o Kode9? (prima Kuedo e poi Kode9) Sandwell District o Raster Noton? (non si può tutti e quattro?). E Zomby sarà tra noi sconfiggendo le malelingue?

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1.11.11

Intellectualize my clubness

Persi purtroppo gli Aufgang al Conservatorio di Torino (pare sia stata una bella serata, con un buon live e ottimi suoni), domenica mi sono recato al secondo dei tentativi di dare spessore a un festival altrimenti vittima dei mali del clubbing italiano quale il Movement. Il party gratuito della Superga al Museo dell'Automobile (splendida lochescion, come si suol dire) inizialmente doveva consistere in una selezione dei talenti cittadini (Gandalf, Gandin e I-Robots) culminante nel djset della leggenda della house di Chicago Lil Louis. All'ultimo minuto è stata aggiunta Steffi+amica dal Berghain e per giunta nello slot finale che avrebbe chiuso alle due di notte. Per gioia della mia anzianità quindi lo slot affidato a LL è stato quello del telegiornale delle 20. Gioia pure nel poter usufruire della nuova fermata Lingotto della metro per tornare a casa. Mentre Gandalf prepara il passaggio ad I-Robots, il posto è ancora semivuoto e preda di ex-clubber che vantano carrozzine, treenni saltellanti, seienni che hanno capito che girare intorno a se stessi aumenta la sensazione musicale (dervisci docent) e dodicenni che rieditano i video di Non è la Rai con la madre effettivamente un po' eccessiva. Le ventenni che ridacchiano non sanno che si stanno vedendo in uno specchio.


I-Robots col suo bel set a bassa battuta disco-analogico è la giusta anticipazione. Mentre l'organizzazione fa di tutto per mostrare tutto il suo vero volto (security fascistissima schierata nel vuoto davanti al palco e non dietro le transenne ma davanti - non avvicinarti, delinquente -, stangone di due metri vestite da streghe che distribuiscono librettini della Bacardi sul bere responsabile e bar che ti sensibilizza ancora di più con la birra piccola a dieci euro), lui con la t-shirt del benemerito progetto The Units - Connections (il rework di Zombo!) e i saluti degli amici quarantenni che si susseguono è la boccata di ossigeno che permette di arrivare al passo successivo: lo sbrocco della drama queen. Alle 20 Lil Louis dà di matto perché l'impianto non fa quello che lui vorrebbe (credo che non gli rispondessero i medi e che volesse proprio un diverso setup). Lasciando perdere che se sei un perfezionista dovresti portare il tuo hardware e fare un soundcheck prima di andare in scena (l'umiltà prima di tutto, ce lo insegna la Ventura) o mettere delle penali e demandare tutto a un galoppino se sei un superstardj, gli interminabili quaranta minuti di tira e molla con Gandin cha faceva da paciere e I-Robots che prolungava il suo set caricando sempre di più i ritmi invece di suonare tre volte di seguito il rework di Zombo sono stati imbarazzanti anzichenò per la leggenda di Chicago che l'house, l'orgasmo, la lonelypeople. Per la cronaca poi si è convinto e, sapete, I-Robots non ha suonato il rework di Zombo (nonostante gli si mandassero messaggi mentali).


Accordata la continuità di carico e di ritmo col pezzo precedente, Lil Louis scatena i saxoni fin dal secondo pezzo. Poi maneggia un loop di sax su una base bongosa, vira su un crostone disco cantato, passa a uno strumentale con sopra due o tre parole di James Brown, ritorna ai bonghi con una roba ipnotica che il Caribou di Daphni si sogna. Mi ritrovo per qualche pezzo a fianco Derrick May e compagnia bella, che poi si ritirano nel retro transenna nonostante non ce ne sia bisogno, e si arriva al culmine di metà set con I Feel Love che introduce French Kiss. Le prime file sono prime file e dei ragazzini diciottenni agitano un vinile che aspetta solo un autografo. Purtroppo da questo momento Lil si incarognisce su suoni più techno (sempre vecchia scuola eh, ma un po' opachi e forse poco desiderati), mentre i ragazzini cominciano ad accorrere per l'ultima parte con Steffi e io mi dirigo verso la terzultima metro. Alle undici e mezza il delivery mi rifiuta di portarmi una pizza e non ho sentito Zombo sull'impiantone.


PS: all'entrata del Museo ho detto letteralmente "Sono in lista, il mio nome è...". La ragazza con la lista mi ha guardato e mi ha fatto passare senza controllare.

PPS: quasi quasi mi risento il rework di Zombo per l'ennesima volta.

THE UNITS - ZOMBO (I-ROBOTS Rework) by I-ROBOTS

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27.10.11

Much love to the Droog

Droog - Droog's Fabric Way We Swing Mix - October 2011 by R_co

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10.10.11

4 Walls



(vabbé, non so più cosa, non so nemmeno scegliere un concetto da affiancare a quanto si può ascoltare da qui sopra)

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The Italian New Wave

The Italian New Wave ebbe a dire l'anno scorso James Holden in chiusura di Club To Club e The Italian New Wave è il motto dell'undicesima edizione del miglior festival musicale italiano. Anticipato dalla tre giorni del Viva Club To Club (dal 20 al 22 Ottobre tra Milano, Roma e Torino con Holy Other, Space Dimension Controller, Kyle Hall, Paolo Della Piana, Bottin, Giorgio Valletta, Teho Tehardo, Giorgio Gigli e Jeff Mills), in onore del 150esimo dell'Unità d'Italia il festival troverà la sua seconda sede nella città di Roma. Dal 3 al 6 Novembre a Torino il festival si approprierà di teatri, gallerie e club culminando col finale al Lingotto. Il calendario come ogni anno non è riassumibile tanto è ricco. Meglio riguardarselo per organizzarsi i propri saltabecchi tra club e sale.



Giovedì 3 Novembre
[Teatro Vittoria - 17.00]
Egyptrixx (live set)
[Teatro Carignano - 22.00]
Apparat Band (live set)
Lucy (live set)
[Lapsus - 23.00]
O: Vaghe Stelle + Stargate + A:RA (live set)
Jackmaster (dj set)

Venerdì 4 Novembre
[Teatro Vittoria - 21.00]
Planningtorock (live set)
Opium Child (live set)
[Hiroshima Mon Amour - 23.00]
Kode 9 presents Hyperdub Night:
Kode 9 (3hrs dj set)
Hype Williams (live set)
Martyn (live set)
Cooly G (live set)
e nella seconda sala
Kuedo (live in the mix)
SRSLY (dj set)
[Jam Club - 23.00]
Ben Clock (3hrs dj set)
Theo Parrish (3hrs dj set)
Lucy (dj set)
Stereo / Gandalf (dj set)
[Fluido/Gamma - 23.00]
Deniz Kurtel (live set)
dOP (live set)
WPTWL (dj set)

Sabato 5 Novembre
[Teatro Vittoria - 17.00]
R&S Showcase:
Lone (live set)
Untold (live set)
[Museo d'Arte Orientale - 20.00]
Teho Tehardo (Maps of Enthusiasm special project)
[Lingotto Fiere - 22.00]
Padiglione 1:
Modeselektor (live set)
Jeff Mills (dj set)
Marcel Dettman (dj set)
Alva Noto (live set)
Byetone (live set)
Sala Rossa:
Caribou (dj set)
Zomby (live set)
Pantha Du Prince (live set)
Sandwell District: Function & Regis (dj set)
Savana Potente / Claude (dj set)

Per informazioni su biglietti e abbonamenti:  http://clubtoclub.it/2011/ita/_tickets_1
 
Ben Klock - Subzero (Function-Regis remix)

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5.10.11

C2Coming Soon

 
Ghost People di Martyn racconta di gente che incombe nel suo non esser vista e viene notata nel suo non esserci. Essere fantasmi / vedere fantasmi è in ogni caso ripianare col piombo la mancanza di apparenza. Poi io ancora del disco non ne sono venuto interamente a capo, ma di certo il pezzo conclusivo We Are You In The Future è un compendio stratificato di gente che ci aveva visto nel futuro e ci ha raccontato così venti-trentanni fa (non l'altra possibilità, in questo caso). Almeno per quanto mi riguarda, invece di fare a meno dell'ossessione per il passato dovremmo iniziare a fare a meno delle idee di futuro che abbiamo alle nostre spalle.

Martyn - We Are You in the Future

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15.9.11

11.9.11

Il mercato delle spezie

Radiotre disquisisce su quanto all'Auditorium Arturo Toscanini di Milano si sta svolgendo per la parte Mi del venerdì di MiTo2011, con gli ascoltatori critici (via mail, sms e persino fax anche se non so se sia il caso) come ormai non succede più nemmeno nella mezzora di telefoni aperti di Radio Padania o de Il Fatto Quotidiano. Io mi dirigo verso l'evento di inizio stagione, che guarda caso è la coincidente parte To dello scorso venerdì di MiTo2011. Omar Souleyman is in the house.


Se non avete presente, il fenomeno Omar Souleyman è più o meno l'equivalente siriano di un neomelodico, un Ciro Ricci,  che viene invitato da tutti i festival hipster del mondo dal Sonar a Glastonbury senza nessuna giustificazione etnografica o musicale. Omar ha tutta una mitologia occidentale, a volerla raccontare, ma a noi interessa che come ogni buon neomelodico canti ancora ai matrimoni nonostante il livello raggiunto.


Il nocciolo è qui, lui non è un musicista di world music fatto per una buona metà del pubblico qui radunatosi. Nel suo essere ancora adesso cantante da matrimoni è più affine al rave, al fomento, al taglio della cravatta, che alla radice orgogliosa. È il braccio col finestrino abbassato e allora viva l'assenza di ogni giustificazione acustica, del suonatore di oud, in favore di un uso maiuscolo della strumentazione da pianobar da parte di Rizan Sa'id. Così mentre tutti sono seduti sulle sedie pieghevoli della Sala Espace, non appena parte la musica sotto il palco si raduna una folla che interpreta il senso sonoro sfollando quanto succede alle sue spalle, richiamandolo e mandandolo via allo stesso tempo.



Certo poi, accanto al sudore, all'adrenalina e ai sorrisi di questa specie di acid house triplamente accelerata, c'è quella sensazione che il mondo occidentale si stia fottendo con le proprie mani. Come un turista che ama farsi fregare al mercato delle spezie di Istambul, il ballerino che suda e che imita i vocalizzi berberi non si accorge che Omar guarda impaziente l'orologio d'oro appena prima di ogni "ehhhhh". Che Rizan è scoglionato mentre scatena il solito inferno. Che tutto è finto, esotico, esorcizzante. Però Shift Al Mani (e tutto) spaccano e mi fanno gli ovvi complimenti per la scelta della tshirt della Skull Disco per la serata. Hit orchestrali ad libitum e che la Cina acquisisca il nostro debito pubblico.






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28.8.11

Quant'è bella la Bernalda (or How the Indie was won and where it got us)

Seriamente? Dopo tutti i post versati sulle grandi biondine, sulle frasi non sentite, sulle conversaille, su FrassicaMariniVentura, nessun indieblogger è stato invitato al matrimonio di Coppolina™? Nessuno ha twittagrammato? Ma soprattutto, come mai sappiamo che David Guetta ha messo i dischi allo sposalizio della Figlia1 di Bernie Ecclestone e non si sa niente del dj che ha fatto digerire a fine serata gli invitati?


(se ce ne fosse bisogno, come mi si dice dalla regia, è ormai chiaro che la Basilicata è il Salento degli Anni 10)


update: bastava leggere il link a destra della pagina della GdM intitolata a Johnny Depp e ai lampascioni per sapere che i dischi sono stati suonati dall'altamurano Dante Fontana e da Il Giaguaro



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31.7.11

oUT oF tHE cLUB

Le trasferte nella foresta nera tedesca. Le trasferte londinesi in cui non potrò arrivare per un weekend lungo. Le scadenze. Le vacanze. L'ultima settimana. E mi dimentico di ricordare che i dEUS suonano il venerdì a GRUgliasco in un ipermercato (quindicieuro e un sacco di punti su spesAmica) e il sabato (gratis) a Giovinazzo. Il venerdì in cui ad Agosto ci sposteremo da Parigi alla Normandia ci sarà Aphex in Bretagna e non pensiamo minimamente di invertire i nostri programmi, saremo lì la settimana dopo (in mezzo, una marea da 13m). Finiremo tutti in Belgio.

(il video qui sotto è stato girato al Cafè d'Anvers e avrebbe dovuto fare a meno di quegli effetti speciali del cazzo)

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15.6.11

Disarcionati

All'improvviso un disco mi racconta. Racconta il peso degli anni passati a sentire musica pensata per far divertire (gli altri). Le gambe stanno cedendo, dopo una certa ora senti il mal di schiena e il battito è rianimatorio. Bilanci. Certi dischi rappresentano e raccontano chi li ascolta con un valore stellarmente più importante dei dischi belli in assoluto. Ma poi è bello in assoluto, anche, poche storie: come quel cavallo in copertina scoppia con le sue vene, i suoi muscoli e il suo crine nella polvere.

Imperfezioni, io amo le imperfezioni (le increspature di Selfoss, l'accostamento analogico zingaropolislamica di Selfoss, il tzan tzan di Selfoss, i polyrhitmi di Be With Me, la memoria dei primi due pezzi nel terzo, il ticchettio di un tempo che non è il secondo in Deep Inside, l'assenza di imperfezioni mentre si enumerano i difetti in Over, il cello slabbrato che prelude a granule della voce in Within You, il sinth gommoso fuori fase del cavallo arabo e gli echi a fette delle sue voci, i cigolii liquidi di Magnified Love e quell'urletto, la metrica impossibile del ritornello di When Your Lover's Gone, i rimbalzi di mille sport non giocati di mille strumenti non suonati in Benched)

Self(l)oss. Il letto è una prigione senza di te in cui ci rigirarsi (Be With Me now). Deep Inside commuove quando urla deep e aggiorna a suoni da via lattea i Blue Nile (così come When Your Lover's Gone): congelata fuori posto inceppata è il suono del non si sa perché non vada. Over. Finito. Oltre. Abbiamo fatto i nostri sbagli. Siamo andati su e giu. Una volta dopo l'altra. Incrociato, tradito. Non abbiamo nemmeno provato a far funzionare le cose. Make me over vuol dire trasformami. Nella solenne Within You arpeggio archi e grani di disturbi vocali puntano tutti sul falsetto del vocione. Lacrime nelle vene, cuori nelle mani, ho venduto il mio oro. Arabian horse (il pezzo) scompare come l'inizio di un lato b che si perde nei suoi rivoli e si aggrappa al ritornello non sellato. Un lato che si arrende e si lascia perdere nel club fumoso.

Messi in panchina non aspiriamo con orgoglio alla vita da mediano. Con l'orgoglio vano di un cavallo senza sella che scalpita nel deserto, incurante che nessuno sia intorno. I Gus Gus sono tornati. Arabian Horse.


(e visto che il pezzo in streaming è stato rimosso, eccoli in tutto il loro splendore live)


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1.6.11

Pillole di Primavera Sound 2011 - Giorno 3
(Sim Sala Bin)

Intro: si arriva presto e la prima ora è una birretta sul parco di erba sintetica coi cuscini giallo e blu e i Za! che rompono le palle a The Tallest Man Of Earth appropriato per l'atmosfera rilassata.

Yuck: concerto del pomeriggio del festival. Sono fatti per dargli addosso e invece le loro perfette ovvietà pop da pischelli sono ultrafunzionali per l'auto, la spiaggia e il vento nei capelli. Una lentissima Rubber chiude le carezze.


tUnE-yArDs: ne ignoravo l'esistenza fino al primo pezzo. Ma cosa sono le Cocorosie afrobeat? Musicalmente tocca anche cose che mi piacciono, ma siamo un altro mondo.


Fleet Foxes: sanno suonare insieme, sanno cantare insieme, potrebbero rompere le palle insieme e invece incantano insieme. E poi quei Sim Sala Bim, Mykonos, IwasfollowingtheI sono gli elementi fuori posto che trasformano la normalizzazione nella psichedelia fuoriditesta che sono.


Gang Gang Dance: Santa Dnympha sarà stata la patrona dei malati mentali, delle vittime di incesto e dei fuggiaschi, ma loro sono la spazzatura del mondo sul palco (sono zingari, mi si chiede?). Già si percepisce pesante la cappa di PJ, ma comunque mantengono occupato il Pitchfork Stage, con un live incentrato sull'ultimo discusso (e ottimo) disco. Accompagnati da due Mangoni (uno sbandieratore di lavori stradali e uno storpio che fa la verticale) e con la cantante che indossa la canottiera rigata della salute su una tutina di latex, sono l'effetto Pisapia del Primavera.Il ballo tra la spazzatura umana termina solo quando lo urla il muezzin.


Matthew Dear Live Band: nel pieno del live di PJ non c'è esattamente il pienone per il concerto di Matthew Dear, irricchionito in uno smoking bianco e in atteggiamenti pesantemente new romantic. Stranamente però il live sembra una roba acid house dell'89 grazie alla struttura dilatata e all'apporto costante del trombettista. Menzione d'onore al manipolo di quattordicenni spagnoli (figli di qualche organizzatore?) che conoscono a menadito i pezzi e trasformano il sottopalco nello studio di Non è La Rai.


James Blake DJ Set: le donnine inglesi delle prime file urlano come nemmeno al concerto. Il dj set è tutto quello che ci si aspetta, dagli harmonimix che prendono di mira la musica nera (compreso Bills), ai tentativi di carica techno, dai suoi pezzi non cantati al dubstep puro col basso wahwah scorreggione. Purtroppo manca quel senso di costruzione poco caro al djismo dubstep e molto più presente negli orizzonti dei dj techno.


Animal Collective: merda. Dispersivi e poco propensi a misurarsi col fatto di trovarsi sul palco principale, annegano la prima mezzora in pezzi sconosciuti (era per caso la musica di Oddsac?), in un suono che non convince e in pause che spezzano tutto l'interesse. Si rimpiange l'aver perso gli Odd Future e si corre da DJ Shadow.


DJ Shadow: la trovata visiva del festival è semplicissima. Una palla che contiene il protagonista e tira fuori le tre dimensioni dai visual. Musicalmente non viene fornita nessuna concessione al qui e ora. Il concerto è la visione del mondo musicale di Shadow, forse ora vecchia eppure energetica come quasi nessun'altra esibizione elettronica del festival. Mi sono perso il primo quarto d'ora per colpa dell'organizzazione (ha fatto Midnight?) ma per il resto dopo un po' di inediti è partita una sequela di tesissime riletture dei primi due dischi. Forse ancor più dei Pulp, per la distanza da quei giorni e da quei beats, questo è stato il vero momento nostalgia del festival. E il finale, coi titoli di coda in Orbovision.


Persi della giornata: John Cale, Damo Suzuki, The Soft Moon, Mercury Rev, Einstürzende Neubaten, Galaxie 500, Jon Spencer Blues Xplosion (ma sentita di passaggio Flava), Odd Future, Holy Ghost, Kode 9, Caspa, Mogwai (Messi Fear Satan)



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31.5.11

Pillole di Primavera Sound 2011 - Giorno 2 (Riassunti)

The Fiery Furnaces: persino quando vedi i concerti per intero, persino quando arrivi mezzora prima per stare sotto il palco, i festival sono come un enorme zapping di volti, suoni, colori o se vuoi stili, snobberie, cattive abitudini. I Fiery Furnaces, anche se ora mi sono stancato di sentirli, sono quello zapping lì. Next, next, next. Next anche a loro (che fanno onestamente la loro cosa).


James Blake: sembra non siano passati quasi due anni da quando faceva capolino nei mixtape o da quando per la prima volta si sottolineava che aveva iniziato a cantare. Bianco e insieme nero, triste e tenero, digitale eppure acustico. Poche storie, è il concerto del "qui e ora" di un festival che spesso dimentica il qui e ora. Dal palco principale il fracasso di M Ward viene sovrastato da cuori tristi, silenzi che si gonfiano di battiti e saturazioni da sogno e persino da qualche tentazione dance (una Klavierwerke enorme). Sul finale bellissimo e smarmellato quasi si schermisce di avere conquistato il palco e invita al suo djset del sabato.


Belle And Sebastian: i carucci di sempre sono così twee che al mixer hanno un fonico twee che li intuba e li fa suonare come un giradischi portatile nonostante siano sul palco principale. Certo Stu Murdoch gioca con le estetiste spagnole e consegna medaglie d'oro sul palco e c'ha le gigantografie sixties e cantano pure Common People col pubblico, ma purtroppo tutto ciò non basta a risollevare un live che non passa musicalmente.


Pulp: il live grosso della giornata è il loro. Jarvis Cocker in grossa forma scimmieggia sugli amplificatori e sulle pertiche come se stesse per spuntare alle spalle di un Jacko redivivo e consuma ogni ingresso di pezzo con le storielle da cantante confidenziale agée. La selezione di classici è completa (forse mancano giusto Mis-shapes o Help The Aged) e filologica nel citare i video (Babies) o il lato più gloom (I Spy, This Is Hardcore). La tastierista è ormai una signora e il resto del gruppo sembra capitato per caso dietro il grande entertainer che chiede il permesso di togliere giacca e cravatta. Nella sublimazione della poetica di Cocker mai troppo benevola nei confronti dei suoi personaggi, la proposta di matrimonio di un fan alla fidanzata fa sganasciare. E si balla e si urla e si ride but that's as far as the conversation went.


Jamie XX: si arriva su Ye Ye di Daphni e nelle quattro canzoni successive riesce a infilare senza un filo logico discomusic, techno e house old school come il peggiore dj generalista indie fa coi pezzi indie. Almeno il pubblico balla ma confermo la diffidenza verso il personaggio.

Battles: ci si sposta così all'ATP dove in una replica più fredda della scorsa volta i Battles catturano comunque il loro pubblico. I featuring del nuovo disco appaiono sincronizzati su schermi alle spalle del gruppo e mentre si torna al Pitchfork non ci si perde il singolo con Aguayo.

Lindstrom: inizia in anticipo rispetto al previsto e termina come al solito dopo un'oretta verso le cinque. Il suo live tocca tutti i momenti del suo sterminato minutaggio prodotto, con un battito mediamente più veloce che su disco e con una scelta dei pezzi inizialmente molto dritta (qualcuno cantato da Christabelle) che si libera solo verso metà sul lato più cosmico. Il finale è tutto in mano ai classici e all'Another Station che non è della metro.


Persi della giornata: Sufjan (non avendo vinto al sorteggio e avendo preferito alla fila la passeggiata in spiaggia e la seguente Yakuzi), Ariel Pink's Haunted Graffiti, Arto Lindsay, Low, Deerhunter (LLevant merda) ed Explosions In The Sky (che fanno il pienone al RayBan e cominciano con la canzone del merluzzo Findus).



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30.5.11

Pillole di Primavera Sound 2011 - Giorno 1 (Evanescense)

p.s.: giudizi, lamentele, set fotografici completi arriveranno più avanti in altre forme. Per ora solo frammenti.

[ghost track iniziale del giorno 0]
Caribou: l'ora e più di fila per entrare al Poble Espanyol dove "uno esce, uno entra" è giustificata solo dal mirare cos'era il Primavera Sound quando è iniziato. Caribou su palco grande delude: carica la massa sonora per reggere la circostanza, ma smoscia l'esibizione dal punto di vista ritmico, perdendola in pezzi che non partono alternati a code stiracchiate. Il pubblico ballicchia, ma sei mesi fa nei club era stata un'altra cosa.

Moon Duo: il mio festival inizia con questa specie di Kills crauti al palco RayBan (giuro che durante il concerto mi sono cresciuti sugli occhi dei wayfarer che ho tentato in tutti i modi di sgrattare via). Fortunatamente fanno Mazes subito, per il resto non sono altro che una figurante con il chitarrista barbuto che fa due o tre cose fighe in mezzo ad altre trascurabili su una base in playback.


Seefeel: al palco ATP dopo un inizio droneggiante, trasognato (per i vocalizzi sparsi della "cantante") e punteggiato da qualche divagazione ritmico-industriale, i Seefeel scadono nel basso wahwah-dubsteppo fino ad arrivare ad una chiusa dub su cui divertirsi a cantare i grandi classici. Esili e confusi non si risollevano dall'ultimo disco.


P.I.L.: venti minuti di passaggio al malefico e lontanissimo palco grande2 LLevant bastano per urlare Slow Motion Slow Motion e Una canzone d'amore, per farmi ricordare. Il live è carico e con resa sonora millimetrica ma con i pezzi che vengono stiracchiati in code insostenibili. Come quando stai a parlare coi parenti anziani (Johnny in questo caso), che raccontano una storia anche fica ma si perdono in mille dettagli e non arrivano alla fine.


Oneohtrix Point Never: dato il fittissimo programma si cena all'ATP davanti alle bordate di strati prima senza compromessi e poi via via infiltrate di desideri melodici. Nessuna concessione allo spettacolo, concentrazione davanti al laptop, visual alle spalle, un timido saluto quando abbassa lo schermo per andare via. Forse non è stato il luogo più adatto e la sensazione che rimane è quella della dispersione.


Grinderman: al palco grande1 San Miguel baraccone da cui scappare (The Walkmen comunque riescono a riempire il Pitchfork in contemporanea). Standby.

Suicide: baraccone di anziani anche qui, ma sublime nella sua merda. Alan Vega biascica gocce di kukident e Martin Rev luccicante come al solito suona la tastiera coi pugni e coi gomiti. È il mio concerto di Vasco Rossi, vederli è scemo come suicidarsi. Spaccano timpani a caso e sono fastidiosi ora che quel disco del 1977 non è più fastidioso e viene campionato dalle starlette electro-world. Un concerto che non si riesce a reggere fisicamente e così inframezziamo con una pausa dopo Mon Cheree Cheree per soppravvivere. Si torna per la fine, come hanno fatto loro con noi.


The Flaming Lips: non c'è traccia della collaborazione con Prefuse 73 comunicata in parallelo al festival. Non rifanno per intero The Soft Bulletin così come si era ventilato sul forum del Primavera. È, più o meno, lo stesso live degli ultimi anni co' la palla, i lustrini, i palloni, i video con le donnine lisergiche, le manone, i megafoni, le chitarre con le bolle. Cambiano i ballerini di fila che in questo caso consistono nella rivisitazione panzanella del mago di Oz: ciotte Dorothy coi leoni rattusi che le ghermiscono con la coda. Per chi come me va al circo la prima volta, è tutto bellissimo e non mi distrae dai suoni stupendi e dall'essere sommerso da quel misto di zucchero distorto. Per gli altri, abituati ed insensibili, Wayne non è che un leone spelacchiato (stola di cane simbolica) che deve tornare a ruggire invece di fomentare per compensare il deficit di accudimento. (Però ammetto che girellare per il forum con la macchinina del golfista tra un palco e l'altro e fermarsi ogni cinque metri per l'applauso e la foto avvalora la tesi).


John Talabot: il finale è la prima puntata al palco Pitchfork, totalmente popolato da gente coi capelli neri (i biondi si cuccano Girl Talk al LLevant). La dimessissima promessa barceloneta rimane a testa china sulla valiga dei dischi e si rifugia saltuariamente dietro le quinte. Il set ha il caratteristico ondeggiamento delle sue produzioni e raggiunge il suo primo picco col private mix di Changed. Poi da lì è discesa con quello che sembra un suo edit di The Bells (ma sarà altro), una versione rallentata di "Get Get Down" di Paul Johnson e quello che sembra essere un suo rilavorio inedito di Caribou (ma sarà altro). Poi inspiegabilmente alle cinque dopo tre quarti d'ora termina in modo brusco e il palco chiude, inaugurando l'impero del Male notturno del LLevant e la fine festival senza metropolitana per il ritorno.


Persi della giornata: Of Montreal, El Guincho, Big Boi, Glenn Branca, Salem, Glasser, Gold Panda, Ducktails.



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23.5.11

Non è tutto Oro quel che fa Primavera

Gli ultimi preparativi in vista della partenza per Barcelona e il Primavera Sound sono in corso (pochi dubbi sulle cose che sentirò). Quasi come un antipasto, il weekend torinese ha proposto una due giorni a base di Gold Panda e Gonjasufi, utile per ridurre il numero delle sovrapposizioni (nel caso di Gold Panda con i coriandoli, i tric trac e le sorprese dei Flaming Lips e nel caso di Gonjasufi con l'esibizione di Gonjasufi).

Partiamo appunto da Gonjasufi. Avevo letto in giro qualche recensione basita delle più recenti esibizioni dello sciamanoinsegnantediyogasufistaetcetc e allora ho tenuto d'occhio i giudizi sulla data bolognese di venerdì. Dato che è sembrata a tutti una roba indegna (hardcore fracassone suonato male) e che non c'entrava niente col disco, ho lasciato perdere e risparmiato soldi ed energie. Pare poi che anche qui abbia replicato con lo spettacolino sfollagente.

Il giorno prima in uno Spazio 211 ormai pronto per i concerti all'aperto (la caldazza) Gold Panda chiudeva la stagione di Loser. Laptop, controller, manopole, un pedale per droni, un telone di cerata alle spalle su cui proiettare qualche visual liquido nientediche, collanazza, maglietta da biker e il cappuccio tirato su a tener fermo il riporto. Gold Panda inizia droneggiante e montando su i beat sul momento, poi tira dritto ed è un piacere. Ogni tanto svirgola col beat repeat, spezza con inserti random e quasi sempre torna a droneggiare sul finale. Lo fa quasi in ogni pezzo, tanto che nonostante i suoni ottimi e il tiro quando ingrana, il tutto sembra non risolto e prevedibile. Molto meglio appunto quando strati e spezzate vengono integrate nel flusso che li nasconde (drone in mezzo al pezzo = figo, drone alla fine del pezzo = coda alla fine dei pezzi dei concerti dei Pooh). Sarebbe insomma meglio vederlo in un livedjset a un orario più tardo invece che in un concerto. Nota di curiosità: il pubblico oltre ai soliti frequentatori di concerti era equamente suddiviso tra indiemodaioli e frequentatori della Notte della Taranta di Melpignano. Ragazze vestite con palandrane, ragazzi coi tondi nei lobi delle orecchie, ballo che coglieva certe derive da pizzica di alcuni pezzi, pogo(!), mancavano solo le damigiane di vino fatto con la bustina. Non andavo a un concerto da un po' di tempo, devo essermi perso qualcosa, cos'è lo stile hippie-Coachella?

Purtroppo poi il sabato mi sono perso Tom Trago, che col Primavera non c'entra niente, ma bisogna risparmiare le energie.

Snow & Taxis (Glitterbug's Pink Snow by Gold Panda

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10.5.11

Ssgeelllatiii



(seriamente Battles, l'ennesimo video con le tipe? non vi bastava bastayademinimal alla voce?)



(le origini)



(un aiutino per il quiz di nannimoretti, ahaha no, scherzo)

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7.5.11

Del non esserci

hey girls, hey boys, superstar djs, here we go

Ci sono tante ragioni per non esserci. Noia? Saturazione? Sazietà? Mancanza di stimoli? Poco tempo? Poca voglia? Paura che l'esserci sia peggio del non esserci?

(Parlo del blog o parlo di) Tra poco Ricardo Villalobos suonerà ai Murazzi. Torino è scossa dal dilemma etico se pagare o no 27/30 euro per essere uno dei Mille (ma davvero dentro il Jam ci si sta in mille?) che andrà a comporre il cachet da ventimila euro per le tre ore e mezza del suo dj set. Non è solo un interrogativo da città operaia / città dal braccino corto e non si tratta certo di speculazione da parte di chi organizza. Qui si riflette sul valore anche morale di una prestazione artistica, sul rischio che gli prenda male, sull'investire i soldi nel talento e nel suono che sarà. Il grosso problema è insomma che lo abbiamo già visto e/o forse è meglio vederlo rilassato a casa sua o nel suo tour da vecchia gloria che farà quando avrà cinquant'anni. O forse non vado solo perché oggi ho dovuto saltare lo sciopero generale perché sono stretto sui tempi delle mie attività lavorative e mi sento in colpa.



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