23.2.05

Groupie


- Ehi hai sentito quella cosa del palmare rubato di Paris Hilton e della rubrica pubblicata su internet?
- Notizie vecchie, io so chi scriverà la colonna sonora di Bridget Jones: la smagliatura colpisce ancora.

Musica per bambini


Quei grossi dei Fiery Furnaces hanno suonato una trascinante canzone con orecchie topoline nel programma per infanti Pancake Mountain (guarda il video e balla in ufficio anche tu).

(okkei, l'hanno fatto anche gli Arcade Fire ma preferisco di gran lunga i primi)

A Century Of Fakers?


Simone dei Super B arriva nei commenti e dice la sua sulla discussione intorno al dopo Super B. Dall’analisi delle statistiche pare che sia arrivato direttamente senza passare dal blog e il suo IP non è di quelli “stanziali”.

22.2.05

Storia di un amore morto appena nato


Sono capitato per caso sulla pagina di Anne Bacheley. Disegnatrice francese, si definisce così in quest’intervista: “Sono una ragazza francese di 25 anni. Lavoro in una libreria. Adoro la musica”. Spulciando tra i suoi ascolti ho notato delle interessanti affinità, anticipate già dai suoi tre dischi preferiti. Anne è anche cantante e sul suo sito ha una pagina dove ha messo a disposizione le sue canzoni: alla vista di titoli come Mixtape Babies, Ballad Of A Passive Smoker e Underground Summer Love Song stavo per confezionare il nostro piccolo nuovo fenomeno, ma poi ho ascoltato i pezzi. A volte la somma non fa il totale.

Oggi
(Stop me if you think you've seen this one before)




Le ossessioni cinematografiche, visuali e cromatiche che percorrono
le copertine degli Smiths.

21.2.05

Tristia


L’impressione al primo ascolto di Waiting For The Siren’s Call, il nuovo New Order, è riassumibile in un participio presente: irritante. La causa dell’irritazione è nella piattezza e nella banalità di pezzi che scorrono senza guizzi e senza appigli. Tra le due e mezzo eccezioni che si incontrano segnalo Guilt Is A Useless Emotion, così millenovecentonovantatrè nel suo essere canzone per discoteche di alberghi semivuoti in primavera frequentati dai ragazzi delle gite scolastiche. Quelle discoteche in cui il dj possiede solo una ventina di dischi, tutti rigorosamente dell’estate precedente ma non importa perché la canzone canta I need your love, I want your love.
(Prima o poi se verrà la voglia di mettermi davanti al mixer virtuale posterò qui un dj set intitolato “Gli anni Novanta sono adesso” e comincerei con tecniche house di separazione e nostalgia applicata, ovvero il remix di Mylo di Hear The Music di The Glass)

3nD


Anch’io ho un blog segreto.

NP


Il djset di Philippe Cohen Solal dei Gotan Project non è stato visto perché lo Zenzero è stato riempito in prevendita. (E se non è giornalismo musicale d’inchiesta questo, mi chiedo cosa lo sia)

18.2.05

Si basano sui film: Annarè


Ieri sera faceva freddo, era tardi, ero stanco e così invece di uscire sono rimasto a casa a guardarmi quella perla che è Annarè del maestro Ninì Grassia con Giggi D’Alessio. Colpito dalla colonna sonora, ho riflettuto sulle interessanti differenze rispetto al classico musicarello napoletano. Il materiale utilizzato può essere ricondotto a tre categorie fondamentali, ognuna delle quali trattata con modalità cinematografiche differenti: le canzoni napoletane di Gigi D’Alessio, la dream-house contestualizzante e il porno-midi d’accompagnamento. Quello che stupisce è che il ruolo funzionale di ciascuna di esse è fortemente pensato e mai gratuito.

Il porno-midi d’accompagnamento è un classico dei film a basso costo. L’unica categoria utilizzata in maniera extra-diegetica per tutta la durata del film è però impiegata per rendere i vari registri, dal poliziottesco dai toni gravi al romantico come riproposizione strumentale dei temi del buon Gigi passando per tutte le sfumature intermedie. Il punto di forza del film non è l’uso “dogmatico” ma quello accorto del materiale sonoro e così si riconosce un valore di raccordo strutturale a questi inserti.

La dream-house contestualizzante è il colpo di classe che non ti aspetti. L’approccio è completamente diegetico e l’unico tema riproposto in più scene è ora sonorizzazione dei locali dove il giovane cantante ha terminato la sua esibizione, ora martello radiofonico proveniente dagli altoparlanti della sua macchina, ora musica della festa di compleanno dell’amante tradita per amore. Si presume che una tale scelta sia volta a fornire la cornice spazio-temporale, ovvero la Napoli del 1998 come luogo dello spirito.

Le canzoni napoletane di Gigi D’Alessio sono il centro del film e di questa analisi. Il musicarello napoletano classico ricalca spesso l’approccio da musical in cui i personaggi all’improvviso al posto di parlare cantano, ovunque si trovino e spesso in contrasto con le situazioni. Annarè invece si distringue per l’impiego quasi totalmente diegetico delle canzoni del protagonista: Gigi si esibisce nei localini, viene richiesto al piano del ristorante dove cena, canta in un megaconcerto dove festeggia il contratto per la tourneé in America. Certo a volte non è presente l’intera band alle sue spalle e a volte suona il pianoforte anche se nella canzone non si sente, ma si apprezza la buona volontà e la genuinità delle composizioni (l’inserto parlato! Uno strumento caro al neomelodico capace di fornire sempre nuove soddisfazioni). Unica e voluta eccezione è il tema principale, utilizzato nel pre-finale che racconta lo struggimento del protagonista: la canzone nasce nello studio di Gigi, sul suo piano, si stacca da lui e lo accompagna nel suo vagare triste e sconsolato. O meglio, le immagini accompagnano la musica nel suo farsi cinema così che non si nota lo spiacevole effetto posticcio del musicarello classico, anche perché Gigi evita di cantare o peggio di cantare rivolto alla macchina da presa.

Non so se giovedì prossimo Cient’Anne, il film del passaggio di consegne tra Mario Merola e Gigi D’Alessio, fornirà simili spunti. Di certo c’è la speranza che qualcuno raccolga la lezione di questo film per affrontare la tradizione del genere e conferirle nuova dignità.

16.2.05

Is You Is Or Is You Ain’t My Band?


Le prime due edizioni di Verve Remixed a loro modo esibivano una certa convenzionalità nella scelta dei mastri al lavoro, data soprattutto dalla contiguità dei remixer con le sonorità jazz, sia che ciò avvenisse sul piano della musica per aperitivo alla Gotan Project (questo sabato allo Zenzero il loro dj set) o alla Thievery Corporation, sia che ci si trovasse davanti a più insinuanti figuri alla Matthew Herbert o alla Richard Dorfmeister. Per la terza edizione della compila si è scelto un altro approccio o così almeno sembra dai nomi: i pezzi di Nina Simone, Billie Holiday, Astrud Gilberto e altri verranno affidati a Postal Service, Junior Boys, Brazilian Girls, RJD2 e The Album Leaf (su Lilac Wine!). Ringraziando il pericolo scampato di Verve DFA-ed (giusto perché suonerebbe troppo di baffo sulla Gioconda) si attende con curiosità e con un minimo di paura pre-bufala.

14.2.05

Tre cose su tre cose


Venerdì: Antonio Rezza @ Teatro Vignola – Polignano (BA)
Antonio Rezza vorrebbe essere un comico difficile che agisce sul piano della comunicazione descrivendo il deragliamento dell’Io. Non resiste però alla tentazione di condire la sua comicità con le risate e per essere sicuro approfitta di espedienti. Così come in Troppolitani lo spiazzamento della classica intervista da stazione scadeva spesso nell’approfittarsi dei pazzi che le popolano, nello spettacolo Io il frantumarsi dell(e)’identità viene sostenuto dal ripetuto e finto-cattivo gioco col pubblico, nel tacito accordo che lo spettacolo sia la grande truffa di cui abbiamo bisogno. Si ride consci che Antonio si riconosce spessori eccessivi rispetto ai risultati.

Sabato: Franklin Delano @ Agorà – Bari
La voce del cantante dei Franklin Delano è tanto irritante quanto invece apprezzo le evoluzioni effettate della chitarrista. I loro pezzi non sono male e toccano delle corde che sono mie pur non ricorrendo ai classici trucchi del genere, ovvero l’esplosione fragorosa e il saliscendi ritmico-melodico. Il cantante-chitarrista indossava una maglietta dei Califone, la chitarrista-cantante una dei Giant Sand. Interrogata nel dopoconcerto (non da me, che certe cose non le faccio) la chitarrista ha dichiarato che il suo più recente disco preferito è quello dei Wilco.

Domenica: dDamage + Stuntman 5 @ Nuova Taverna del Maltese – Bari
Annullati per presunto attacco epil-schizofrenico di uno dei componenti. Tentati dal sostituire il concerto con le selezioni regionali per Arezzo Wave allo Zenzero, si è passata la mano dopo aver ascoltato alla radio alcuni dei concorrenti che si avvicendavano sul palco.

(da Angry Little Girls, fumetto minimale scoperto su Coniglio Cattivo)

11.2.05

My morning sun is the drug that brings me near
To the childhood I lost, replaced by fear


Non è neanche male questo non troppo fathers and sons tra Peter Hook dei New Order e i giovini Bloc Party davanti al signor Guardian. Soltanto mi assale l’orrore alla vista della foto: cioè, quello è un mio teenage hero? (l’uso di cioè è fondamentale parlando della nostra adolescenza)



E in tema di formazione, solo per poco non è partito un mio progetto di lotta mediatica contro il fenomeno dell’indie infantilismo. Avevo in mente questa nuova rubrica intitolata James Murphy Is Dead in cui destabilizzare il nostro culto verso certe figure alla base della nostra (mancanza di) crescita. Resomi conto che a forza di collezionare figu di Doraemon e riproduzioni a grandezza naturale di Sibert (diapositiva!



rimossa, eh?) il trentenne smette di essere figura mitologica per il giovane adolescente. Per tale motivo credevo che elaborare lutti ignoti di miti adolescenziali potesse essere una buona terapia d’urto. Sarei partito dal suicidio del capo dei Mio Mini Pony (evento doppiamente destabilizzante non solo per la morte, ironicamente impiccato, ma anche per la scoperta che i Pony avevano un capo supremo), per poi passare al decesso di John ‘Sloth’ Matuszak per tossicodipendenza da steoidi anabolizzanti fino alla tragica scomparsa di Eduardo Palomo, indimenticato protagonista di Cuore Selvaggio (e chi di noi non ama Lynch), per infarto. Avevo pensato anche a eventuali illustrazioni firmate daw, era tutto pronto insomma, sarei stato infantilissimo, ma poi mi hanno regalato un vasetto di Didò.

(Ah, intesi, se avete a casa foto di Mio Mini Pony impiccati la casella g-mail accanto è funzionante, eh)

10.2.05

Cappellai matti


In una mailing list del luogo qualche giorno fa veniva pubblicizzato il prossimo concerto di Giorgio Canali portando a sostegno citazioni di webzine quali Kronic, Sentire Ascoltare e Rock It. Particolarmente esilarante quest’ultima che iniziava con un delirante “Chapeau, chapeau e ancora chapeau per un disco davvero splendido”. (Il sottoscritto dubbioso se andare si immagina violentemente percosso dal recensore che tra un pugno e l’altro urla “Chapeau! Chapeau, cazzo!”.

L’etica al tempo dell’m-blog


Mentre su The Rub si discute, o meglio si litiga, sulle scelte di Scenestars e Teaching The Indie Kids To Dance Again di postare più di due pezzi da dischi non ancora usciti, la IFPI, associazione dei discografici del Belgio, fa chiudere Chips And Cookies ed Eviltijuh, colpevoli di segnalazione di album completi e open directory.

He takes two (don’t try this in your house)


Avete visto duellare due banjo. Avete visto duellare due dj. Avete visto duellare due dischi. Non avete mai visto duellare su due dischi due dj con due banjo a tracolla. Per rendere il tutto un po’ pretenzioso e un po’ convenzionale i due dj, nella mia persona schizofrenica, adotteranno la modalità “Flusso di coscienza incrociato su dischi sentiti per la prima volta” . L’ordine delle canzoni è cronologico ma incrociato. I dischi in questione sono
- The Kills - No Wow
- Daft Punk - Human After All
Signore e signori, si sposti l’arredamento in garage e si dia inizio al divertimento.

io non esulto più per niente per i crescendo per le batterie elettroniche per la pelle nera per tutto per le ripetizioni per le perle ripetizioni rip io non ho emozioni o forse io non ho emozioni perché voglio ripetizioni perché voglio pelle nera perché voglio batterie elettroniche perché voglio crescendo che non sono ripetizioni io non esulto io cresco ma non esulto

disturbo mentre scrivo Windows si imbizzarrisce vede una periferica USB non riconosciuta che dà errore bip continuo la pretende inserisco isterico un mouse per farlo smettere p (non smette inserisco una periferica di archiviazione di massa) j è lo stesso tiro fuori una pistola sparo era amore amore era sparo pistola una fuori tiro stesso lo è j (massa di archiviazione di periferica una inserisco mette non) p smettere farlo per mouse un isterico inserisco pretende la continuo bip errore dà che riconosciuta non BSU periferica una vede imbizzarrisce si Windows scrivo mentre disturbo

sette è il numero di volte che dico tre volte sei ho il problema di scegliere la strada dove scegliere la casa bitch e witch differiscono per una lettera non per sette e se sei tres dolce witch mi diventa wish come le streghette dei telefilm in tv arriccia il naso e userai i tuoi poteri senza bisogno di rane e numeri e sette

mi dia due quarti di quello buono o anche quattro tintinno il bicchiere per ringraziare mi fa male l’indice mentre cambio frequenze sul sintonizzatore

tu guardi da un’altra parte tu non sei da questa parte tu sei nella parte due tu ami il modo in cui ti odio e non va la ruvidezza non è finta fanta amara mi lava il cervello sintetizzatore dice another dimension another dimension another dimension another dimension another dimension another dimension another dimension I'll take your brain to another dimension I am another dimension I am another than me

io ti riprendo con finta ruvidezza sei dalla mia parte seconda solo a me le chitarre sono due ma una è muta e l’altra suono di cassetta del Commodore 64 piano forte piano con finta ruvidezza io ti riprendo voce dal vocoder anche solo per un secondo dalla mia parte seconda solo a me

vedi mai le dita in un battimani la q nel cucù il plettro come ritmica del sangue che fiotta rosso rotondo quasi nero evapora grumi voce sfiata alta pressione inala bolle analogiche di accompagnamento senti l’umidità crescere appiccicare sopraffare

le nuvole sono banali parlo del mio tempo in ascensore delle nuvole che ho visto e poi ho perso sia sangue sia cucù sono un assolo che sono bo diddley preso dai quicksilver windows messenger che oggi gli danno una droga nuova 9.0 che non so l’extasy è già passata e non è più di moda bruciare cellule da stadio o da festival o da estate quest’estate tutti a benicassim allitterando automi e musica e sudore con parrucche ricce e lunghe per l’occasione

il contrario di evil è live fantasma ciao ti canto una canzone la più canzone e io penso che il nome del gruppo in realtà è il nome del disco daisy daisy daisy per te la prima volta ricordi la prima volta della tua vita dopo il ferro freddo del forcipe che afferrava la testa eri un pezzo di robot in quel momento poi non più i battiti crescono scoppia il cuore implodi e poi esci. e ridi

lui spunta all’improvviso poco bassa voce non ha bisogno di urla lui aveva una chitarra e una batteria elettronica e ora torna oh oh o-oh se torna tutto torna ride mi hai beccato sulla traccia giusta miele umano poco umano io ballo avevo una chitarra e una batteria elettronica e ora torno oh oh o-oh se torno tutto la voce diventa chitarra dopo tutto nel senso di dopo tutto e prima di tutto

ecco il biglietto qual è il problema piano che vuoi il problema è il biglietto passi porta passi tosse che mi aspettavo e invece non c’è il dannato clandestino

9.2.05

8.2.05

Les sucettes


Oggi passo il mio tempo tra una richiesta di visto per un anno per la Russia e il sommarsi insano dei lavori che ho per le mani spiluccando Bedazzled e la sua propaggine dedicata ai videojukebox francesi Scopitones. Dalle colonne sonore dei film di Ed Wood al malizioso video per scopitone di Tous les garcons et le filles (voglio un luna park, ora!). Da France Gall e Gainsbourg alle immagini che accompagnano i post. Fico come ai vecchi tempi.


7.2.05

Musiche per domeniche mattine
(Destroy All Dreampoppers)



La mia domenica mattina di solito non esiste. Quando però mi sveglio alle undici e riesco a fare colazione col cappuccino e prendo un libro e mi siedo sulla panchina del lungomare vicino casa, quelle volte la mia domenica mattina ha questi suoni.

Architecture In Helsinki – Fingers Crossed [sito]
Uno dei miei preferiti al momento. Se la domenica mattina ha un elettropop di riferimento questo è quello di Architecture in Helsinki. La domenica mattina ha bisogno di campanelli, trombe, bassi tuba e sorrisi. Se di sabato balli The Go Team! non puoi certo risvegliarti o passeggiare coi Mum. Four, three, two, one. Salta la corda, su.
Ascolta The Owls Go

Destroyer – Your Blues [sito]
Un film alla televisione alla domenica mattina. Un incrocio tra la lingua di pezza di Paperino e la teatralità del primo Bowie, finito per sbaglio in un film di Baz Lurhman. Sulle scenografie sintetizzatori rosa e sezioni d’orchestra pomposamente sfuggite all’attenzione degli orchestranti. Al primo ascolto l’impressione negativa delle impressioni negative sentendo certe cose degli Hidden Cameras svanisce in uno stiracchiarsi pacioso e distratto.
Ascolta The Actor’s Revenge

Broken Social Scene – Feel Good Lost [sito]
Si parla tanto di feelgood e joycore come delle parole d’ordine con cui scardinare il monopolio sonoro dei tristoni. L’ascolto del primo Broken Social Scene è una riscoperta necessaria e inaspettata che solo a tratti rientra nelle definizioni precedenti. Gli strumentali tranquilli e dilatati più che a una caffettiera gorgogliante rimandano alle mezzore in cui svegli si rimane sotto le coperte, con la luce che illumina già la stanza e il rumore dei vicini e delle loro radio che filtra da pareti sottili.
Ascolta Cranley’s Gonna Make It

Casino vs Japan – Go Hawaii [sito]
Ti svegli e pensi che sei in ritardo per la scuola. Anche se è domenica. Anche se ormai lavori e hai anche il sabato libero. I CvsJ sono i Boards Of Canada della domenica mattina, quel tanto di ossessione provocato dall’alterazione degli stati di sonno e veglia.
Ascolta Late for school

On! Air! Library! – S/T [sito]
La sai quella delle due gemelle, del batterista degli Interpol e dei tre punti esclamativi? Forse è meglio che ti svegli altrimenti il tuo sogno presto diventerà un incubo spezzato. Dopotutto anche l’inizio ha bisogno dei suoi titoli di coda. Prendi il pane, spalmaci su un po’ di Nutella e ricorda che domani è lunedì.
Ascolta Bread

Ballo ballo ballo (e la capa gira)


Qui non abbiamo il listone dei blog accanto.
Qui non si fanno quasi mai segnalazioni se non è necessario.
Qui.
http://www.weekendance.com/.

Tu non sai Niente di me



Lei non parla mai. Lei non dice mai Niente.


Il pubblico dello Zenzero Club che attende Nada Malanima e Massimo Zamboni è eterogeneo. Mi guardo in giro e vedo di tutto: dai sessantenni con lei cotonata e lui che lamenta i cambiamenti di filosofia immobiliare (“le case non hanno più la sala di rappresentanza”) all’ex-punkabbestia accompagnata dal figlio di cinque anni; dalle giovinette frangettate a chi non spicca per un motivo particolare. Un pubblico generalista potrebbe dire qualcuno, sanremese? Di certo i convenuti mostrano più calore nei confronti di Nada, tralasciando gli eccessi di una parte della prima fila che non vi sto a raccontare. (È chiaramente una versione di comodo, visto che qualche urletto c’è stato pure per Massimo ma io sono andato lì per Nada e allora beccatevi la mia cronaca distorta).



Zamboni diventa strumentista del repertorio recente di Nada, virato in una chiave elettrica che sembra spolverarlo da certe ragnatele da Club Tenco. Nada acquista in freschezza anche se le soluzioni adottate dal chitarrista sono quasi sempre le stesse del suo ultimo decennio, eccetto per qualche excursus più dilatato e privo di effetti. Il concerto alterna le canzoni di Nada con letture musicate dai due libri dei due musicisti: è in questo caso che la serata trova i momenti meno esaltanti, ma io non faccio testo perché ho un rapporto problematico coi reading e soprattutto con quelli dei cantanti italiani che leggono i loro libri. L’Emilia antistereo(s)tipata di Zamboni e l’inno alla madre ipersensitivo ed eccessivamente lungo di Nada in modi diversi risentono dei difetti del genere, con la musica che cerca disperatamente di risollevare il testo e di contenere l’espressività o l’inespressività del lettore. Se non altro tra un pezzo e l’altro non si sentono storielle amene, fastidiosi monologhi o introduzioni autocelebranti.

Nada ha delle canzoni che iniziano e procedono verso frasi sempre più semplici e lapidarie: tu non sai Niente di me, tu non mi vuoi bene, ti aspettavo tanto. Uno scrivere pop così smaccato da risultare attraente. La sua voce invecchia bene tanto da non risultare fuori luogo nei momenti più rock. Diverso è il discorso della gestualità, che oscilla tra il televisivo anni Sessanta (bene) e un qualcosa a metà tra una Bjork goffa e una Patti Smith forzata (male – il vicino parlava di mossa dello scimmione). Il concerto procede insomma tra passi falsi e picchi positivi, con l’entusiasmo crescente del pubblico. Nei bis Nada fa saltare il posto con una versione new nouvelle bossa di Ma che freddo fa e con la mia amata Amore Disperato su un tappeto elettronico, rarefatto e minimo che sembra preso in prestito dal catalogo della Morr Music.



(update: e sembra strano ma apri una mail al lunedì e scopri che il testo di Amore Disperato trova il suo contrasto solo nel fatto che cammino troppo veloce ed è facile perdermi di vista.)

2.2.05

Smile in my face


La stagione degli spostamenti del sottoscritto suegiù per l’Italia causa concerti e festival comincia ufficialmente con l’annuncio che Prefuse 73 (aka Savath & Savalas, Delarosa & Asora, etc.) suonerà in Italia il 16 Aprile a Milano al TDK Dance Festival, del quale non sono ancora riuscito a trovare il programma online. Il giorno dopo Scott Herren sarà a Roma (data da confermare e anche un po’ scomoda dal punto di vista logistico anzichenò).

Know Your Enemy


Era la sansa.

31.1.05

Freezepop




Il sottoscritto partecipa al Frigidaire Contest
(clicca sul banner per vedere il mio frigorifero)

What the world (outside Hungary) needs now


Vilmos e video di pubblicità ungheresi anni Ottanta.

The weekend never starts round here



I
Da Feltrinelli per l’imbarazzante scioccheis di Lello Voce. Discussioni neutre su poesiamusica, artepolitica e Creative Commons anticipano l’inanticipabile. Lello Voce si soffia continuamente il naso rosso e si lamenta della sua voce, scusandosi per il gioco di parole. Introduce il pezzo che reciterà parlando di Carlo (sic, per il fatto di chiamarlo per nome) e del fatto che “Io ho fatto una controinchiesta, eh. Sono io che ho scoperto che in macchina non è stato Placanica a sparare”. Vabbè, comunque di seguito all’introduzione scatta la musica, una versione malriuscita dei Recycle su Remo Remotti. Il tizio dal dubitabile e retorico gusto nella scelta delle parole urla da un impianto eccessivamente amplificato che la condanna danna la panna. Anna, mi verrebbe da dire. Una suicide girl barese scatta foto da tutti i lati mentre io trattengo a difficoltà le risate quando, con fare à la Mangoni, Lello Voce urla paillettes. Si muore di fame e di obesità. Il cd della base salta due volte e allora Lello s’inkazza e smette di “cantare”. In un gesto di estrema protesta degno di Alberto Sordi io, il blogger che oltre a detenere il dottorato detiene un soprannome in quel di Palo del Colle, e la blogger misteriosa ce ne andiamo a mangiare zampine e involtini e a bere vino della casa in una macelleria di Cisternino, serviti dal caro cameriere catastrofe dallo sguardo inebetito.

II
Bari illude quando si propone come città mediopiccola che offre quattro appuntamenti differenti in tre sere al giovin signore. Illude perché al primo del giovedì non vai causa pacco dei coinquilini (ma tanto la serata Music Boom @ Super Stone - 4 Indie Rockerz only, nel senso di soltanto quattro persone presenti, non si è tenuta causa indisposizione di uno dei digeis). Illude perché al secondo nju-ueiv del venerdì non vai causa raptus alcoolico-culinario (ma tanto gli altri che c’erano hanno detto che non c’era nessuno e figuriamoci se quel nessuno ballava). Illude perché al terzo del sabato non vai perché si è snob contro-la-braga-calata™ e perché si preferisce il quarto. Vado insomma al concerto dei Blessed Child Opera, filiazione del chitarrista degli Ulan Bator. Non c’è nessuno a parte i soliti quattro gatti e, di questi quattro, tre abbandonano prima dell’inizio ritardato dagli organizzatori nella speranza di infoltire le fila. I Blessed Child Opera si ritrovano pure a dover interrompere per dieci minuti perché la corrente non arrivava sul palco. Per la prima volta assisto a un gruppo che chiede scusa perché farà dei bis. Nel dopoconcerto davanti a una birra nera e sgasata divento vittima dei peggiori luoghi comuni da parte di una nota razzista del luogo (prrrr) relativi alle categorie a cui appartengo, dall’ingegnere al siciliano, dal (quasi)trentenne al razionale-della-vergine. Una sorta di contrappasso morettiano per la deriva albertosordiana della sera prima.

28.1.05

The ghost of all the unkissed kisses*


Un Jour Comme Un Autre – Brigitte Bardot
(con la benedizione di zio Gainsbarre)


* e si ringraziano le stelle blu tremanti per il titolo


Approssimazioni


Un giorno a quattro anni ho preso un libro da uno scaffale e sono uscito sul balcone. Era domenica, la pasta era nel forno e il sole era bianco. Sull’altro balcone c’era il mio vicino di casa, un carabiniere in pensione che aveva la faccia di quelli che hanno sempre avuto i baffi e a un certo punto, a settantanni, decidono di non volerli più. Il mio vicino di casa si chiamava signor Ferrauto e l’accento va sulla u perché a Palermo il Ferrauto con l’accento sulla a è quello che aggiusta le macchine. La moglie del signor Ferrauto è nata lo stesso giorno che sono nato io, il 14 Settembre, però un anno diverso.

Il signor Ferrauto mi chiede “Massimiliano, cosa stai leggendo”, anche se il libro era sottobraccio. E io gli rispondo tenendo la ringhiera del balcone con una mano “Fisica Nucleare”. Nucleare per me non voleva dire piccolo, era una parola che si allargava. Poi io allora non pensavo ancora all’essenza delle cose e alle approssimazioni. Non conoscevo nemmeno The Essence, ma se li sentivo pensavo che i Cure facevano uno scherzo a tutti quanti, per ogni epsilon maggiore di zero.

24.1.05

Oggi (Il malinconico chirurgo)


Searching for some legal document as the rain beat down on the hood.

99 problems: #1 (God of cookery)*


In Italia abbiamo una decina di programmi televisivi in cui si cucina abitualmente, più rubriche varie dedicate all’argomento sparse un po’ ovunque. Il mio dubbio è: chi guarda questi programmi ha cambiato modo di cucinare? Le nuove ricette vengono utilizzate per la cena di tutti i giorni o si va comunque avanti a cotolette e patatine fritte? Insomma, il cibo in televisione è solo estetica ed eventuale titillio pre-pasto?

Now playing: Tagliatelle alle castagne e funghi porcini

*prova tecnica di nuova rubrica

21.1.05

These Will Be Our Years


Beck è tornato electro. I Portishead sono di nuovo al lavoro. I Daft Punk suonano nella mia casa.
Tutto è pronto per il ritorno degli anni Novanta. Ma anche in questo caso spunterà fuori la foca con la faccia di Red Ronnie?

In sides


Più di una volta mi hanno detto che parlo dei concerti in maniera laterale. Trovo che sia corretto per un incompetente evitare l'avventura sui terreni non propri della tecnica e dell'analisi, anche se non disdegno il facile balbettio sull'ordine delle canzoni, sulle stonature palesi, sui suoni diversi dal disco. Preferisco i particolari. Ai concerti viene fuori il mio lato osservatore, anche se in fondo mi concentro sul palco e non mi accorgo che a due metri da me c'è la futura attrice di teatro. Lustro il mio indice e vi parlo del concerto di Solex a Bari.


Ho sentito Solex per la prima volta circa due settimane fa, quando ho saputo del concerto. È stato un ascolto utile perché mi ha dato modo di riflettere su un'altra annosa questione: ti ricordi la prima volta che ascolti un disco? Perché a forza di scaricare e masterizzare e prestare e comprare oscilliamo tra l'estremo del distratto e l'estremo folgorato, passando per l'estremo dell'evento per cui non stiamo nella pelle. The Laughing Stock of Indie Rock sarà per sempre legato al momento del suo primo ascolto, al suo essere stato intimo sottofondo di una sera. A lato, altoparlante destro, altoparlante sinistro.


Solex su disco è scatoloni in vista di un trasloco, pieni sparpagliati con cui riempirai una piccola macchina. Solex dal vivo è giallo e rosso. Pur sembrando a tratti Iaia Forte che recita un bio-film sulla Tori Amos del Rogue Moog. Solex dal vivo è *movimenti di corpo = attorcigliamenti di voce*, quando batte il piede, quando si accartoccia sull'armonica, quando agita la stella coi sonagli. Corre però il rischio di essere soltanto quello, visto che è gia tutto suonato sul mac e non sembra nemmeno il solito musicista che aspetta un'e-mail importante. Due tasti di moog suonati, manopola e cursore, rotazione e traslazione.


Solex dal vivo però è anche la batterista energetica che fa le facce quando Elizabeth non muove muscolo facciale. Cambia le dinamiche ed è un toccasana per un bel concerto che avrebbe rischiato di essere freddo e involuto più che piatto. Certo è onnipresente e non sarebbe stato male che alcuni pezzi avessero mantenuto un andamento più frammentato e tenue. Ma è stata la scelta giusta del concerto e, soprattutto, ci ha fatto lo sconto sulle magliette.




Io guardo le scarpe anche se mi dà fastidio che mi si guardino le scarpe. Io non seguo chi va a fumare davanti all'uscita. Io apprezzo la versione vitaminica di Fold Your Hands Child, You Walk Like An Egyptian, di cui non ho mai capito i riferimenti del geniale titolo, i suoi uccellini e le sue zanzare, anche se alla fine lei esagera col moog. E poi p-pp-ppp-pere, aj aj ah aj aj ah. Clacson. Una canzone finisce e un ragazzo mima una chitarra con la voce.



Ferma il piatto appena colpito. Abbassa i volumi con rotazione antioraria. Fine.


Candy click


Ricordati di:

fotografare il frigo prima di cambiare casa.

(E nell’occasione spendo una parola per la cena con giancascheid dal nostro mecenate culinario preferito. La musica di sottofondo ha assunto direzioni schizofreniche condotte dal tasso alcoolico crescente fomentato da un vino inaspettatamente tosto. Per farla breve entro in casa e trovo The Hidden Cameras con Music is my boyfriend, una delle canzoni che apprezzo del disco, al punto che la metterei anche in un cddibuoncompleanno (nonsifannonomi). delio torna però indietro perché lui sceglierebbe The Fear Is On. Ormai provato, non so se più dalla musica o dalla ricetta del vodka martini according to 007, cascade di soppiatto sostituisce il disco con una compilation hardcore. Reggiamo poco, il tempo di bruschette allo strutto da party sciolto e al patè di fegato (aka spuntì), e sulla pasta coi crauti soffritti proponiamo un compromesso: Naked City. Dopo un po’ quando il cantante si è imbizzarrito, abbiamo deciso che forse anche quello era troppo per il convivio e la scelta è stata affidata a me, raccolta apocrifa di Serge Gainsbourg. Numero 5. Zuppa di polpo con patate. Palla a delio, Arto Lindsay - Noon Chill (urlo "il papà di occhialone!"). Cantucci, vin santo, crema di castagne. Per chiudere in bellezza, Iridio (ascoltateli, chiamateli dal vivo, sono amici – a lato discussione sui conflitti di interesse nel mondo musicale). Non ripetevo da così tanto tempo ‘è che siamo ingegneri’. Ho pure riservato alla tesi di cascade il trattamento che subisce ogni libro che finisce nelle mie mani per la prima volta (leggo l’ultima frase e faccio una faccia assorta). Alla fine abbiamo abbandonato delio che in crisi alcoolica sbatteva su infissi e soprammobili di porcellana.)

19.1.05

Senza zucchero


The velocity of time turns his voice into sugar water

Ieri la zona industriale esalava un odore dolciastro dalle ciminiere, uno di quegli odori che anche se tieni i finestrini chiusi in auto ti arriva dalle prese per il ricircolo dell’aria. Siamo abituati ad associare il dolce al buono, tanto che se voglio descrivere un dolce non gradevole devo farlo diventare dolciastro. Ma questo sottintende un retrogusto cattivo o un’esagerazione di dolce e ieri pomeriggio tutto questo non c’era. Non ero infastidito ma percepivo che quel dolce prima o poi mi avrebbe fatto male.

Ieri ho anche dimenticato le chewing gum in macchina. Se dimentichi le chewing gum in macchina d’inverno, quando poi ne prendi una, gli incisivi la spezzano e la dividono in due più qualche granulo del rivestimento. Se dimentichi le chewing gum in macchina d’estate, quando poi ne prendi una, quasi si scioglie in bocca e in bocca ti lascia un sapore dolciastro, senza zucchero come il dolciastro della zona industriale.

Oggi (da una lezione introduttiva a Linux)


LESS is more than MORE


17.1.05

Omeopatici cilici


Come si espia una notte passata a ballare il peggio degli ultimi trent’anni, compresa La Notte Vola di Lorella Cuccarini?
Tirando fuori gli scheletri dagli armadi e condividendoli.

Scorderai
Venderai
Tutto quello che ora sei
Se mi vuoi
Cercherai
Crederai
Capirai
Solo me vorrai
(Dolceamaro – Barbara D’Urso)

Tum Tum Tum


Per pubblicizzare l’uscita del nuovo disco di The Impossible Shapes, gruppo psych pop che ha nel cuore i miticiannisessanta, la Secretly Canadian propone il download completo di Tum, album uscito in poche copie ed esclusivamente in vinile.

The O.C. Effect


Non hai la televisione e non ti sai spiegare come mai all’improvviso gli artisti che ti piacciono diventano famosi come i Cardigans dopo l’apparizione a Beverly Hills 90210? La spiegazione c’è. Qui e qui chi beneficia dell'effetto osì.

(Sonorizza il tutto con Be still my heart, nuova b-side dei Postal Service gentilmente offerta dagli impagabili Scenestars)

14.1.05

Oggi (punteggiatura)



I wanna be the exclamation mark

Buon viaggio (e tanto spazio)


La mia amica Elisa sta per partire per Londra.
La mia amica Elisa mi ha regalato un fischietto d’argilla di Rutigliano.
Il mio fischietto d’argilla si chiama Mimesi perché le macchie sulla pancia del gatto seduto sulla mezzaluna di terracotta sono simili alla stella appesa sopra come una lampadina.
Con quel fischietto oggi fischietto per lei Parade di Kimya Dawson.

13.1.05

Musica da un mese fa


And these tales I tales I tell are tall
Every man is evil, yes, every man is a liar
Into sweet dark circles of beautiful eyes
Come into my house and we’ll pick bones

The curse of those red lips on me
I got no reason to lie to you
These are the great dust bowl days
You hold the skeleton key

Bring your blade and your gun
Everybody knows my movement in this town
Boy you lost your grip
This is your season for standin' still

Let there be no goddamn doubt


Potrei raccontare la musica che sono stato la scorsa settimana. La semplicità, quasi facilità, verdeacqua delle chitarre di On The Bus Mall dei Decemberists. Un inutile e dolce manonellamano. Potrei raccontare la musica che sarò la prossima settimana. Il passo indietro, quasi avanti, argenteo delle chitarre di Just Stand Back dei Low. Un inutile e deciso progresso. Potrei raccontare la musica che sono adesso, ma preferisco parlare della musica che ero qualche mese fa, quando preparavo la carne coi peperoni in cucina.



In Colorado c’è stato il 1981, nel febbraio 1996. Ho visto quello che ho visto. I concetti iterati sono il pane del predicatore e il vino del post-punk. Non so se si chiamano ancora saloon, ma lì il gruppo vestito di nero permuta le chitarre elettriche e metalliche con banjo e slide, anch’essi metallici, e pallidi peccatori ballano il coro dell’anima nera.

Lei ha freddo e ha la pelle da accarezzare come la schiena di un corvo nero.
Lei ha occhi e nomi diversi ad ogni sguardo e mi riporterà a casa.

La tastiera è quella di una fisarmonica. La batteria, dove non corre, è sinuosa come quella di un batterista jazz che suona country per ubriachi, per ubriacarsi anche lui a fine serata. Il violino stride. La voce scava fosse, spezza catene. Tela da sacco e cenere.

Non c’è nulla di più annichilente della fede.
Ti rende apocrifa perfino un’edizione europea.

But baby don't look down
Keep your, keep your arms around me



Questione di m-blogtiquette


Vuole l’educazione tra m-blogger che, quando qualcuno diffonde musica attraverso il proprio spazio su internet, non si debba rimandare direttamente al file ma al post dove è presente il file. Non sempre l’ho fatto. Comincio adesso, segnalandovi su Scenestars Winter In The Hamptons, anticipazione di Nashville, nuovo disco di Josh Rouse.

12.1.05

We love the city


Antonio e Milano. (Qui non si arriva ad amare la città, ma si è apprezzato)

10.1.05

How come all the other unicorns are dead


Si sono sciolti gli Unicorns. Tutine rosa a mezz’asta.

7.1.05

La maglia verde


Dove non si parla di gran premio della montagna ma si scrive il classico post criptico e autoreferenziale per i cari commensali. Quella tonalità di verde l’ho scoperta io e voi siete soltanto dei copioni. E rilancio gli ascolti in mia assenza con un’ulteriore Speeding Motorcycle, sempre Daniel Johnston e Yo La Tengo, dal vivo insieme. Speeding Motorcycle che è anche la canzone-regalo di una nota blogger per il mio ventottesimo compleanno (veh, che coincidenze).

Of Angels And Angles


Oggi è proprio una bella mattina. Ringrazio àncora lo spacciatore.

Sulla spiaggia (An escapistic ode to sunburning)


Hey, hai freddo? Hey, hai passato gli ultimi due giorni col mal di gola e nonostante tutto hai dormito due ore per notte e vorresti essere sdraiato sotto il sole su una spiaggia semivuota? Hey, sei nato per sbaglio negli anni '70-'80? Ho il posto che fa per te.



Scorri le copertine di oscure orchestrine samba e bossa mentre ascolti gli mp3 della inestimabile sezione download. E scottati.


(Ascolta Homem Zero dei Brasilia Modern Six)

5.1.05

Almost Famous


Le cover spesso sono un attestato verso fonti di ispirazione o verso chi colpisce l’immaginario collettivo. Race Will Begin è un’etichetta che produce sette pollici virtuali liberamente scaricabili, secondo la licenza di libera distribuzione Creative Commons. Su RWH puoi sentire la cover glitchpop di Bus dei Radio Dept. ad opera di Mont Ventoux con la voce di Sophie Rimheden (altrove spesso legnosa, qui bambineggiante anche se vittima dell’immancabile vocoder post-Postal Service (cfr. Styrofoam)).

3.1.05

Train In Vein


Il viaggio non richiede una spiegazione ma solo dei passeggeri. I passeggeri di treni si dividono in quelli che prenotano il posto e quelli che cercano una volta su: i primi sfidano ogni volta il caso sulla scelta dei compagni di viaggio, i secondi hanno il gusto della ricerca. Io decido a seconda delle situazioni. Per esempio questa volta ho prenotato all’andata ma non al ritorno. O forse è il contrario e la prenotazione è la sicurezza di ciò che c’è quando arriva il 366esimo giorno, quella sicurezza che non devi avere in una mattina come quella del primo di Gennaio. Porto un libro da finire nel viaggio d’andata e uno che inizierò in quello di ritorno.

All’andata avevo davanti a me una ragazza dalla bellezza normanna. Le ragazze dalla bellezza normanna non sono rare a Palermo, longilinee bionde diafane dagli occhi azzurri discendenti di uno splendore multietnico che è anche il mio. La ragazza dalla bellezza normanna ha davanti a sé una copia de Il Codice Da Vinci, è alla fine del libro anche lei. Legge una pagina e si appisola. Ne legge un’altra, testa china, libro che scivola sulle gambe spiegazzando una pagina. Io fisso il finestrino e lo scorrimento di acqua-case-binariinparallelo assorto nel paesaggio piovoso con la malinconia delle otto di mattina. La ragazza dalla bellezza normanna ogni tanto mi sbircia sul riflesso del vetro con occhi che si fanno domande. Non trovando risposte prende da un sacchetto una vaschetta di macedonia e si ingozza gonfiandosi le magre guance.

Avevamo da poco superato Novara, quando alla stazione di Barcellona sono arrivate le mie cinque compagne di caso. Con fare minaccioso hanno intimato lo sfratto alla ragazza dalla bellezza normanna, che nel frattempo voltata verso di me mi guardava disperata per l’addio, o forse soltanto perché doveva spostare con sé una valigia pesantissima. Le cinque ragazze sono tre amiche più una zia e la sua amica, tutte in viaggio verso il capodanno romano. Hanno nomi strani le cinque ragazze: passi per Federica la riccia maschiaccia, vada per Domizia la lettrice della copia di fine anno di Visto, ma sulla rossa e taciturna Nancy ho cominciato a chiedermi se l’avessero chiamata così per la Reagan o per la Sinatra. La zia dal capello corto gellato si chiamava Pia e l’amica comica Pupa.

Eletto subito mascotte del gruppo (sennò come avrei mai potuto sapere i loro nomi?) ricevo un minimars in regalo e subisco un accurato terzo grado. Dopo alcune risposte Pupa mi chiede se non ho mica anche quarant’anni e non ho capito se mi ha detto questo in quanto unica caratteristica che mi mancava per essere il suo buon partito o perché nell’ultimo anno mi sono successe cose che a tanti succedono in tempi più dilatati. Per distogliere l’attenzione dai miei confronti, alla domanda sulla mia destinazione ho risposto che dopo mezzanotte avremmo ballato rock ed electro: frasi come queste hanno un effetto sicuro, senza dover scomodare l’indie.

La situazione non era però migliorata durante i discorsi che facevano tra loro. Erano giunte agli aneddoti contemplanti la cacca quando provvidenziale è arrivato lo Stretto di Messina, il traghetto, la libertà. Per mezzora. Da quel momento in poi hanno passato il viaggio alternando cibarie (avevano portato di tutto), sonnolenze e telefonate ai cellulari interrotte da gallerie in cui ricevevano informazioni sui duemila diggei che avrebbero messo i dischi alla Fiera. Foto di rito con me dotato di gesto della pace/vittoria indice-medio similgiapponese Ciao. Ciao. Auguri. Magari ci si vede sul treno del ritorno.

Il treno del ritorno parte alle 7.27 ed è vuoto. Non ho preso uno scompartimento vuoto per me, ho preso un intero vagone. Ho chiuso le tende sul corridoio, ho abbassato la tapparella davanti al finestrino. Ho spento le luci. Ho steso le poltrone e per la prima volta sono riuscito a dormire su un treno. Nessun rumore che mi desse fastidio, nemmeno il controllore che è entrato per avvisarmi che posso prendere un vagone per me, ma sarebbe meglio prendere quello più avanti di seconda classe, anch’esso vuoto. Poco prima del passaggio sullo stretto mi risveglia una telefonata e allora salgo sul ponte del traghetto e fisso le coste assorto, senza un pensiero esatto o compiuto nel mio assortimento.

We’re not deep (babapappapapà ba ba ba baaa)*

Nel frattempo tra queste dodici ore, altre dodici ore di belle facce, corse e musica che non ricordo. Non avrei potuto passarlo senza i veri e propri fratelli che mi sono stati vicini quest’anno durante i miei spostamenti sconclusionati. E comunque sarebbe stato infinitamente meno divertente senza gli altri cari, Benty, il gigante buono che ci ha guidati alla rivolta contro i matusa della metro, Enver il genio, dagli occhiali bianchi al pippobaudismo più anni ottanta che puoi immaginare e se non sei convinto del suo genio è soltanto perché non hai l’esclusiva compila in tiratura limitata per i protagonisti della serata che contiene un delirante e gustosissimo megamix che non vi sto a dire e la citazione clintoniana di fine anno, Fio, che insieme a me si dissociava felice dai brindisi anti-2004, Mammara, beatamente sdraiato durante Caparezza e miniera di racconti come quando ha parlato della partita di calcio con gli Housemartins, Max-IBDD, che reggeva poco alcune derive canore mosse dall’alcool ed ero d’accordo con lui fino a quando però non siamo finiti sugli ABBA (e non mi si tocchino gli ABBA).

La prima parte della serata è stata ambientata curiosamente in quei luoghi dove un anno e mezzo fa andavo a cambiare la mia vita. Terminata la festa alcolica con l'immancabile (dolceconretrogusto)amaro San Simone sui gradini di una strada frequentata solo da gente che cercava altre strade, ci siamo mossi in metrò verso Cinecittà. Ora, siccome sono figo, tacerò dei cori sulla metrò e ricorderò soltanto come ci avvicinassimo all’obiettivo cantando l’omonima canzone dei Baustelle. Poi siamo andati a ballare. Nel locale Fake, nomenomen, mi hanno fottuto l’unica spilletta che indoss(av)o sullo zaino (quella dei polaroidi) e ho perso la mia amata sciarpa. Ho ballato tutto il tempo con un’altra Fiorenza, (coincidenza, ma quante Fiorenze ci sono in Italia?), chimica dottoranda per giunta di Bari (a questo punto ho urlato al complotto e ho schivato un treppiedi). Alle sei di mattina eravamo diretti verso la stazione, ma non avrei potuto prendere il treno se non mi fossi fatto riprendere prima dalle telecamere durante il cappuccino.

* ebbene sì io avrei messo quella se avessi messo dischi

30.12.04

People Get Ready


Un due tre. Ecco cosa c’è. Cioè, no, non volevo dire questo. Tutti alle prese coi loro bilanci. Non ci saranno manovre correttive nel 2005, questi sono i migliori dieci dischi che non sentirai mai. Io quest’anno di bilanci non voglio sentire parlare. Anche perché io continuo a vivere nel sistema che prevede l’inizio dell’anno nella seconda settimana di Settembre. ‘74-‘75. Una vecchia abitudine nata con la scuola, ma che continua a regolare i miei cicli e ricicli. Pensaci, cosa cambia tra quello che stai facendo a Dicembre e quello che farai a Gennaio? Poco. Ad Agosto sai che invece tutto sta per cambiare, anche se hai le tue certezze, i libri del biennio/triennio, i vocabolari, i compagni di classe.
Che senso avrebbe, d’altra parte, giudicare il 2001, il 2002, il 2003 o il 2004 se gli eventi cruciali sono ancora più o meno a metà anno come nei campionati di tutte le discipline sportive? Ha senso ricordare le riflessioni isolate del campione di scacchi alla fine della carriera (anno 2001/2002), la transizione in sospensione del funambolico giocatore di pallacanestro (anno 2002/2003), le pedalate per l’Italia dell’instancabile ciclista (anno 2003/2004) o l’anno in cui il calciatore con la faccia da ragazzino è passato dalla primavera alla prima* squadra (anno 2004/2005). Se però voi siete dell’idea che stia per iniziare qualcosa, illusi, vi lascio con un augurio prima di prendere il primo treno per Roma e andare a festeggiare il centro esatto di quest’anno al centro del paese: che possiate avere tutto ciò che non vi aspettate dal 2005. Un due tre.

*voluto e non velato giuoco di parole

Una tastiera e uno stomaco


Oggi ti parlo di un disco brutto per cui provo piacere fisico, non mediato. Cose come questa mi hanno convinto tempo fa che non sarei stato buono a scrivere di musica sul serio. Per quanto romantico possa essere un ragazzo che apre un sacchetto e dice “ehi, queste sono le conchiglie che mi piacciono, sono anche tue”, quel ragazzo prima o poi si troverà davanti a un dilemma irrisolvibile: cosa dico loro? Che è una porcata o che l’ho sentito dieci volte oggi?

Degli M83 ti avevo detto già qualcosa quand’ero dall’altra parte: un incrocio ambivalente di modernariato tastieristico massimale e distorsioni/vocifiltrate/silenzi alla maniera dei beniamini che si guardavano le scarpe. Nel frattempo in Before The Dawn Heals Us sono diventati anche peggio. Spingendo sul pedale dell’epicità hanno accentuato tutti i loro lati possibili e accentuabili. Le tastiere sono diventate ancora più pompose. Il maggiore uso delle voci ha spinto il lato sentimentale dolciastro. E nei momenti più casinisti il casino che fanno per chitarre e synth è ancora più casino.

Cosa mi attira allora? Non certo il loro lato ambientale. Delle loro canzoni “non rumorose” amo soltanto Safe, perché per quanto risenta della melensaggine dell’astronomia decadente ha un bell’inizio e una bella fine, e la splendida Farewell/Goodbye. Farewell/Goodbye ha la bellezza (sotto anestesia però) delle più orribili canzoni d’amore degli anni Ottanta, quelle che erano rimaste appiccicate come chewing gum sotto ai banchi ed erano arrivate fino alle feste che frequentavano i miei coetanei alla fine del decennio in questione. Duetto maschile femminile, lui sconsolato, lei con una non voce aspirata che aumenta di volume via via che si separano. Vattene un po’, che pace più non avrò:
Il Tempo Delle Mele se fosse stato diretto dal Lynch di quegli anni.

Vado invece matto per il loro lato rumoroso. Don’t Save Us From The Flames, Fields, Shorelines and Hunters, la seconda parte di Car Chase Terror! (una canzone per capire che secondo me ci fanno) e soprattutto la sei senza titolo, Teen Angst (How fast we…) e A Guitar And A Heart (ah, quella cassaquattro). Ai limiti del peggiore rock da stadio in certi casi, cambiano di nuovo modo di usare le tastiere e dove non le impiegano per distorcere e saturare, si servono di loro in chiave melodica alla maniera semplicistica di certo pop sintetico ancora proveniente dagli anni Ottanta (o dalla Francia se preferisci). Ma tutti questi discorsi si perdono perché il bisogno che provo verso queste canzoni non è sul piano musicale quanto su quello delle dinamiche e delle potenze. Voglio alzare il volume dello stereo, degli altoparlanti del pc, delle cuffie e sentire la vibrazione della potenza che mi scuote. Dal vivo mi era capitata questa cosa solo un’altra volta, coi Mogwai. Ne avevo sentito di concerti rumorosi da infastidire i timpani, ma i Mogwai dal vivo ti prendono la cassa toracica ai lati e te la senti scuotere avanti e indietro e provi piacere. Con gli M83 rumorosi è un po’ così, una questione di pancia e di piedi. Ma non so perché ti sto dicendo questo.

29.12.04

Sorpresa del pomeriggio



Un motivo per fare meno straordinari al ritorno al lavoro.


18 Sekúndur Fyrir Sólarupprás



31.7 secondi dopo Waking Life

27.12.04

Until The Boat Floats On, Let It Float On


Non avevo dimenticato che casa propria può essere il posto più straniero di tutti. [L’amore non guasta - Jonathan Coe]
Goonies never say die! [The Goonies]

Canyglow, canyglow, canyglow don't say nugo. Le prostitute sulla baleniera in quarantena fanno sconti ai marinai quasi al verde. Attendono il segnale di via libera per scendere e non essere arrestate dalle guardie, ma una tempesta trascina la nave in alto mare. Gli indigeni che recuperano la baleniera le vendono come schiave. Ma è subito fuga, blues andante, dal Giappone all’Artide, danze d’amore di tamburelli inuit, fino all’arrivo a Terranova, l’undici giugno.

Stavo per scrivere del cartone animato di Natale. Un fratello e una sorella, due ragazzini che raccontano storie. Poi mi sono accorto che hanno fatto di più. Quando anch’io ero un ragazzino volevo un generatore di videogiochi. Io ci mettevo la storia e il Commodore 64 tirava fuori sprite a otto bit, sfondi e livelli. The Fiery Furnaces lo hanno costruito e hanno premuto shift+run/stop.

Cursing myself cause I got there too late. La Juventus (e l’Inter) in un internet café sperduto a Damasco. Corse a bordo di macchine scassate uscite da un garage rock, da una parte all’altra per vendere di più, noi Ericsson contro voi Nokia (e via di finnici giochi di parole). Telefonini lapidati per motivi religiosi. Licenziamento e ricerca in Georgia, poi a Baku, poi in teleconferenza verso Houston. Non serve a niente perché per un venditore la via retta non è quella da preferire tra due punti.

At dawn I had a scotch and made them switch off the porn cause there’s nothing that’s dirty about the ocean in the morn. I pirati esistono ancora. Il capitano Eleanor al suo primo carico di mirtilli attraversa lo stretto di Taiwan verso la vecchia Hong Kong e controlla sul radar le navi sospette. Cambio quadro. I pirati sono beat sintetico e aggressivo fino a quando ti si avvicinano, poi sono il silenzio. Entrano in una scena in bianco e nero, film muto e pianoforte in sottofondo, invisibili alla luce del sole. Lei urla fiera prima di annegare in fondo al mare. Potrete tagliare la gola al capitano, ma non avrete mai il suo carico.


Questo disco è un quasi concept. Tutto sembra sconnesso, non legato da un tempo, da un luogo, da persone. O forse è il contrario, il segreto per ricomporre il quadro sono gli scostamenti, le immagini fantastiche che ci inventiamo perché non viviamo più sulle navi.

She makes me wanna scream. Un’operetta assurda sulle gelosie adolescenziali da high-school girata da Wes Anderson. Il college-rock è il filo conduttore e quanto più il tema diventa banale, tanto più si succedono le invenzioni (il ragazzo di Jessica che si distrae mentre le parla al telefono e la immagina come un uccellino con tanto di onomatopee). In tutto questo Chris Michaels è solo il proprietario della carta di credito rubata.

The King of Spain don’t care. La canzone è il termine di un’altra storia (Quay Cur?), una fuga è andata male e la protagonista è legata a un albero di Paw Paw in attesa di essere giustiziata. Garage blues da dead woman waiting con tanto di tamburi indigeni in sottofondo.


Si potrebbe facilmente dire che Blueberry Boat è il solito mattone progressive. Blueberry Boat invece è regressive. Nel suo riavvolgere continuamente la storia della musica, sia in maniera ironica che in maniera amorevole, non rimane vittima della Sindrome dell’Ombelico del Gigante (dal nome dell’omonimo gruppo italiano progressive della Mellow). Eppoi la disco fa schifo al prog e le vendite del prog sono destinate a crollare nei primi del 2005, come dice Disco Stu.

My dog was lost but now he’s found. Il genio. Continua dalla precedente come se fossero legate e invece no. Ho maltrattato il mio cane e lui se n’è andato come nel più classico dei classici del litigio domestico matrimoniale. Lei ha chiesto ai gatti della lavanderia, in palestra, al supermercato ma nessuno l’ha più visto. Pianoforte e chitarra la conducono in chiesa dove il cane sta recitando un sermone. Il cane aveva infatti visto la luce, in un rovesciamento acrobatico degli stereotipi del country-blues.

Came a card marked Mason City from my forwarder. Una storia di eredità (?) viene raccontata attraverso gli anni sessanta flower-power.

I wanted to be a typewriter mender. In tre atti la storia di un fallimento, la sconnessa storia del capo ispettore biancofiore. Un bambino da grande vuole fare il riparatore di macchine per scrivere ma non lo diventerà mai. Il suo disordine da mancanza d’attenzione glielo impedirà. L’iperattività selettiva è la forma della canzone. Il primo atto è un Kid-A autistico ora-sto-giocando-nella-mia-piccola-casetta. E allora è entrato in polizia. Stacco assurdo, secondo atto. In un sogno disco-bambino si immagina detective nell’Inghilterra rurale del secolo scorso, l’Inghilterra dei fattori, del thè e delle drum-machine. Il terzo atto si lega rallentando la musica, con un carrello laterale sul protagonista che corre in moto verso Springfield col fratello Michael. Dopo una bevuta scopre che Michael frequenta la sua ex, Jenny. Decide di rivederla e le dice che secondo lui vuole solo prendersi una vendetta nei suoi confronti. Poi torna a Springfield sulla macchina della moglie per ubriacarsi a un bar. Il patetico finale viene reso con un patetico assolo da un minuto e mezzo (la pateticità è nell’occhio di chi guarda, no?). Stupentemente stupendo.


Il disordine da mancanza di attenzione è il regista. Ora che il tasto FFWD non esiste più per conto suo devi tenere premuto SKIP. Ma se per sbaglio lo lasci andare troppo velocemente passi alla traccia successiva. Questo è il disco del tasto SKIP. Che tu lo prema o no il risultato sarà lo stesso.

The pain, the pain, in Spain falls mainly on me. Per immagini una ragazza americana “volontaria della ricerca” racconta il disagio della vita in Spagna, rinchiusa in una nave dal suo rapitore, costretta dalla bigotteria e alimentata con pillole che le bloccano la crescita. Il suo unico rifugio è la sua chitarra con cui storpia triste My Fair Lady.

So I ask Dad, Why can’t we ever win, ever win, once? Marinai bambini ubriachi di bit e sherry raccontano le loro sconfitte davanti al fuoco prima di andare a dormire. È il 1917.


Avanti il prossimo: tu dici che le forme strutturali sono prese dagli Who perché uno dei due Furnaces li venera, tu sottolinei il debito alle solide architetture prog nonostante le strutture vogliano rappresentare la fragilità del disordine, tu dici Beatles, tu dici Rolling Stones. E tu, giovine, vieni qui e mi dici che ti sembra che i Flaming Lips abbiano raccontato alla maniera frammentosa dei Liars le storie dei Decemberists con un pizzico di Heather Parisi. Non vi accorgete che siete contraddittori? (e dopotutto la contraddizione è il sale della vita).

I hate the livery cars that have my bird brain seeing stars, That drive my Doberman to drink in bars. Odio i treni, gli aerei e le auto perché fanno impazzire col loro rumore me e i miei cani. Ma non le navi. E non abbiamo dovuto nemmeno aspettare un duetto Bjork-Flaming Lips per scoprirlo!

Catamaran Man you’re my cousin you’re my blood you’re ten feet tall. Il marinaio sulla terraferma non può che sognare il mare in un breve intermezzo verso la fine. Il suono è un basso dub.


Alcune di queste canzoni sono come matrioske rotte. Cerchi di aprirle e sembrano incastrate, ma poi all’improvviso la più grande si svita e ne vengono fuori due e una è di cristallo, si rompe e fa un rumore che non sentirai più per tutto il disco.

Prendi la tua trombetta, la tua trombetta di plastica. Prendi il tuo tamburello, il tuo tamburello FisherPrice. Prendi la tua pianola, la tua pianola Samsung Bontempi.
Turn off your radio
shut away your stereo
put away your discman
and play me a tune today


Madame Professor says Well done.
But an electric stroboscopic frequency meter’d say otherwise.

[The Fiery Furnaces]

Credits:
Max-IBDD: perché questo disco aveva avuto una sola possibilità, distratta, su un pullman da Palermo a Bari ed era stato bollato come cervellotico. Diamo sempre più spesso un’unica possibilità ai dischi (ma anche ai film, ai libri, alle persone). A volte nemmeno quella. E invece certi dischi hanno bisogno di attenzione per poi sentirli piacevolmente disattenti.
Clap Clap: perché gran parte di questo post è fatto delle sue riflessioni e intuizioni e del suo enorme lavoro sulle strutture del disco, mai slegato dalle storie raccontate o da come sono state raccontate. La mappa del tesoro è opera sua.
Empty’s Room: per l’immagine delle matrioske rotte, che è sua.

23.12.04

Smiling (a)way home


Another Christmas Day. Metto su un lento e, ciao, a tra un po’.

Le mie cose hanno i nomi /2


La mia azienda mi vuole bene. Mi ha regalato un portatile leggero e cromato. Scriverò grazie a lui in futuro in maniera diversa, ancora una volta, perché la tastiera sembra meno resistente. Scriverò in viaggio perché la batteriaricaricabile è nuova e non è vittima della sua memoria. La mia azienda mi vuole bene e mi ha regalato un portatile con molta meno memoria di quanto mi serviva. Sanno che lavoro contro la memoria e che cerco di essere meno bravo quando gioco. Avevo deciso di chiamarlo Oblio, ma lui mi aiuta solo nel breve termine e per questo lo chiamerò Memento.

La mia azienda non mi vuole bene. Non sa nemmeno che non mi piacciono i canditi.

21.12.04

Più Scene per tutti


Sono onorato di aver ricevuto l'incarico di Ministro per gli Affari Regionali nel nuovo governo ombra. Sento insieme l'orgoglio e la responsabilità per un dicastero cruciale in giorni che cambieranno il nostro Stato. Nel mio saluto ai cittadini ho anche comunicato l'intenzione di adeguare il nome del dicastero in "Ministero delle Scene", secondo quanto proposto dall'ultima revisione della proposta di legge sul federalismo.
In fede Maxenricolaloggiacar



Candid Camera-shy


Mi ero accorto delle telecamere nascoste. Ma non sospettavo minimamente che la candid camera in cui sono capitato fosse girata da Lars Von Trier.
Lars, avanti, vieni fuori e autografami le videocassette de Il Regno.

(E lo sappiamo che questo è l’anno delle cover e potremmo fare liste dei dieci migliori dischi dell’anno scegliendo soltanto dischi di XsingsY, ma chi lo immaginava che su un auto posso montare una cover del treno posteriore.
E chi lo immaginava che dentro un auto c’è un treno.
I’ll go through all this.)

20.12.04

L’ironia della puntualità


E chi lo sapeva che illo tempore ero finito sull’Avvenire.

Rome Calling


Vuoi evitare di passare l’ultimo dell’anno al cenone del circo Medrano tanto sai che la contorsionista ha già una storia con l’arrotino del lanciatore di coltelli? Vuoi fuggire dal capodanno cortinese perché hai litigato con Marta Marzotto per colpa dei Franz Ferdinand? Vuoi disertare la festa in piazza a Valguarnera Caropepe perché ogni anno ti sporcano i vestiti con spumanti puzzoni? Roma è il posto per te, anche se ancora non sappiamo cosa fare. Rimboccati anche tu le mani e punta l’indice verso lei (so che mi pentirò di ciò (faccine sorridenti)). Per quanto mi riguarda ci sarò, anche se ancora non ho deciso se ripartire alle sette di mattina o alle undici.

Shocking my town




Mi unisco ai cialtroni che lavorano di *shop e vi risparmio l’altra coi Pixies.
E anch'io chiedo perdono a Fio.

17.12.04

Awards for russian polar bears


Una nuova fine


I testacoda capitano quando si è ubriachi, ma non lo ero.
I testacoda capitano quando si va troppo veloce, ma andavo piano.
I testacoda capitano quando piove forte, ma l’asfalto era appena umido, al massimo salmastro.
I testacoda capitano nella serata di sabato quando i meccanici sono tutti chiusi, ma questo ha scelto con ironia un giovedì notte prima di un giorno pieno di lavoro.
I testacoda spezzano i braccetti delle sospensioni, ma questo li ha soltanto piegati, quanto basta per non poter tornare a casa da solo.
I testacoda ti fanno male, ma io non mi sono fatto niente.
I testacoda ti fanno incazzare, ma io ero calmo, catatonico.
Testacoda come questi ti fanno pensare qualcosa, ed è quel qualcosa che non va.
Buon venerdì 17, per chi ci crede.

15.12.04

14.12.04

All That I Came For


Di come io, delio ed (E)Lisa prendemmo una macchina e andammo. Di come quei due giorni furono di musica, facce, parole e sapori. Di come quei momenti furono così diversi dalla prima volta a Bologna: quelle che insieme ai Radio Dept. furono esplosioni spezzate, intense e veloci, in quei giorni consacrati ai Delgados furono crescendo inaspettati, che si rincorrevano senza il desiderio di essere storici. Pronti? Get Action!


Everybody come down


Il concerto al Covo è stato aperto dai Micecars. Quando siamo arrivati ho incrociato Emiliano, che mi ha presentato il mio omonimo Massimiliano. Tutti e due sentivano la tensione di una prova importante, quella che quando ce l’hai cominci a guardare in tutte le direzioni mentre parli. Subito dopo sul palco i Micecars mi sono sembrati buoni, ben bilanciati tra pop energetico e rock fratturato. Su disco probabilmente guadagneranno anche in particolari sonori che già si intravedevano dal vivo. (Senti: Hulk Hogan (Torch Song))

I Delgados attaccano come in Universal Audio. Dal loro aspetto sembra che non si rendano conto della potenza che hanno a disposizione. Mai scomposti, anche nell’alternarsi,
Alun


ed
Emma


producono il consueto miscuglio di melodia porcellanata e ruvidezze che tanto me li fa amare. Emma tiene gli occhi sempre chiusi o semichiusi, ma si concede un’aria più rilassata per Everybody Come Down. Il set è incentrato sull’ultimo disco, anche se non mancano una buona metà di Hate e diversi classici da Peloton e The Great Eastern. I pezzi sono suonati in maniera uniforme secondo lo stile di Universal Audio, anche se qualche aggiunta campionata è garantita alle canzoni di Hate. Coming In From The Cold viene svolta in una versione acustica che non la priva di bellezza e punta molto sulla presenza scenica di Emma, più che sulle dinamiche Flaminglipsose di Dave Friedman. L’assenza di intermezzi parlati ha reso il concerto molto denso e la scelta delle alternanze ha rispecchiato i bilanciamenti tra elementi diversi presenti nella storia del gruppo. Acqua e zucchero, ne volevo ancora di più. (Senti: Coming In From The Cold (Live))

I livelli della conoscenza


La prima volta che incontro un blogger sono per lo più convenenoli, a volte complimenti, spesso silenzi imbarazzati.
La seconda volta che incontro un blogger è sempre di sfuggita, ma prima o poi ci si rivede.
La terza volta che incontro un blogger sono lunghe chiacchierate in cui non so mai cosa dire finché non lo dico.
La quarta volta che incontro un blogger sono pettegolezzi e gossip.
La quinta volta che incontro un blogger si va al cinema.
La sesta volta che incontro un blogger si spiega a un nostro/a/suo/a amico/a cos’è un blog senza nominarlo dopo la fatidica domanda “Ma voi due come vi siete conosciuti?”.
La settima volta che incontro un blogger si forma una coppia comica che se ci fosse ancora Premiatissima avremmo un posto assicurato.
L’ottava volta che incontro un blogger ci si dà all’alcool.
La nona volta che incontro un blogger non succede nulla di preciso.
La decima volta che incontro un blogger si parla della prima volta che ho incontrato un blogger.
C’est la cristallisation, anche se non comme dit Stendhal.


The Past That Suits You Best


Avevamo da poco stigmatizzato il triste fenomeno dei punkabbestia. Dopo lunghe discussioni, intricate da parentesi bibliche e analisi dei testi dei Ricchi e Poveri (la logica stringente di Se c’è confusione, sarà perché ti amo. Ma se l’amore non c’è, basta una sola canzone, per far confusione), dopo tutto ciò si era pervenuti a dare il valore di indie-humus alla Nouvelle Vague. Giacchèsicera si era parlato bene anche dell’omonimo disco. A questo punto ci rendevamo conto tra una crescentina e l’altra di come in misure diverse gli autori del movimento avevano posto le basi su cui si sarebbero mosse le nostre riflessioni, argute e unte di squaqquerone.

[Stacco brusco di montaggio]

Ragazzi e ragazze vestiti con tute antiradiazioni distribuiscono patetici volantini del nuovo disco degli U2 su marciapiedi trafficati, lo danno anche a noi. Siamo vicini a un megastore e, toh, io e delio cogliamo l’occasione per presentarci e salutare lei. Ma ci accorgiamo che è impegnatissima e non vogliamo disturbarla e allora, pervasi di improvvisa e leggera nuov’onda, trasformiamo la scena in bianco e nero. Ci fingiamo boicottatori di How To Dismantle An Atomic Bomb e ci pariamo davanti a un ripiano pieno di versioni limitate per scrivere sul volantino un saluto. Poi passiamo veloci e lasciamo il biglietto vicino alla cassa e ci allontaniamo, guardandola. Lei non lo legge, nota forse i nomi alla fine. Solleva gli occhi e ci sorride. Noi scappiamo. Totò, Peppino e la nouvelle vague.

Qui apparirà un post che ancora non ho scritto

Svizzera


I Delgados il giorno dopo erano in Svizzera. Gli Young Gods sono un gruppo svizzero. Il gruppo spagnolo in realtà è svizzero, come dice Camillo. E poi, Audrey, che si pronuncia Odrè. Audrey è di Ginevra e ti ricordavo proprio così. Audrey è da qualche mese a Bologna e studia Scienze dell’Educazione. Audrey alle tre e mezza è inseguita da qualcuno e allora si unisce a noi e fa finta di conoscerci. La accompagnamo lungo Via Sant’Isaia, in direzione opposta alla nostra per qualche metro, perché siamo dei supereroi, We can disappear, we can reappear. Audrey ride random. È già stata in Puglia (delio, gesto dell’ombrello, tiè), non è mai stata a Palermo, le piacerebbe. Io la saluto, delio le regala un sacchetto profumato. Audrey, l’ossessione del risveglio di domenica mattina.

Reasons for silence


Una bella discussione sulla bella sensazione di stare in silenzio insieme.

Russian orthodox/It feels like spying


Come già ho spiegato, scherzavo sulla storia dell’agente segreto.

Coming In From The Cold


Quest’anno non farò il nastrone di Natale per le colleghe di lavoro.

Blogtitolidicoda


Grazie e saluti a:
Ilblogdelladomenica: senza l’ospitalità di Massimo, che non sarà mai abbastanza ringraziata, non so se saremmo stati qui a raccontare da vivi queste cose. Chapeau!
Inkiostro, detto l’insegnante gossiparo.
Polaroid, anche se Enzo mi ha accusato di trattare con freddezza Jens Lekman e anche se La Laura sta per andare nel continente del 2005.
Lucio, che dove ci sono blogger, lui c’è.
Bea, che ha ballato tutto il tempo nelle nostre vicinanze e poi quando se ne stava andando Fabrizio mi ha detto che c’era anche lei e allora all’urlo di Beatroce! io e delio ci siamo fiondati per presentarci e salutare.
Gomitolo, il blogger con la chitarra in mano sul palco.
Shoegazer, che ha citato Il Principe Cerca Moglie.
Giulia Blasi, scatenata sulla pista e zoppicante il giorno dopo causa urto piede-arredamento.
Indiechi e i suoi propositi verso Emma Pollock.
Elis, che sperò riprenderà presto.
Nin-com-pop, in prima fila come promesso.
Blue Blanket, con cui abbiamo parlato di Decemberists.
Il Grande Freddo, che mi ha aiutato a ritrovare Elisa.
La Fagotta, che sono quasi sicuro di aver conosciuto ai Radio Dept. e che era incasinata alla cassa con una fila interminabile e nonostante tutto ha trovato il tempo di sorriderci.
A Day In The Life, che ci ha introdotto alle meraviglie di Beppe Maniglia.
Enver, che ringrazio per la “compila” e che vorrei presto sentire mettere i dischi (molto più che EnzoP, eh).
Pulsatilla, Livefast/Sviluppina e delio e le loro sigarette di droga che io non fumo in quanto matusa.
Tutti quelli che mancavano (gnegnegnè, pensate a quando mi sono perso Decemberists e Broken Social Scene).
Me, in quanto narciso autoreferenziale.

9.12.04

The Light Before We Land 3000


Ci si vede domani a Bologna? Ho scoperto poco fa che posso. Il mio capo mi stava precettando per una trasferta a Toronto (o Taranto, non ricordo), ma ho fatto la voce grossa. Io, mister iba e la cara amica Elisa. Io e delio poi saremmo disponibili nel dopo-serata per un simpatico spettacolino che prevederà imitazioni del cane Spank, il numero di M&D, le scimmiette acrobate, e udite udite un indieblog award per il/la mecenate. Salvate anche voi M&D dalle intemperie notturne!

Update: ma forse questo non ti basta? E allora si parte con le specialità etniche che i nostri offriranno al/la fortunato/a. Per esempio quest'esclusiva cassetta di frutta di martorana del mese scorso. Certo, è stata comprata al supermercato e non ci ha convinto il suo sapore, ma la potrai sempre utilizzare come uno sciccosissimo oggetto di arredamento indiepop, almeno fino a quando le formiche non se ne accorgeranno. Fashion, ma non victim.

Bonus track /1: Il suono della città


Il primo contatto musicale con SP è stato nel minimarket sotto casa, mentre cerco qualcosa per la colazione del giorno dopo il primo giorno. Io so come si dice latte in russo, il mio collega per ovvi motivi no e si stupisce della mia conoscenza. Mentre disquisisco di pareti, latte più e ragazzotte chiamate Roisin, i diffusori audio ripescano Tarzan Boy. Deve andare molto in Russia perché anche nel primo ristorante dove proviamo invano a cenare ci accoglie la stessa canzone. Nel secondo ristorante, Kalinka, la cameriera parla italiano e si preoccupa della quantità di grasso presente nel piatto da me richiesto. Lì pervengo alla conclusione che il mainstream russo è dominato da due categorie: house con vocetta femminile e cantante maschio piagnone.
Sbirciando le reazioni delle persone alle sonorizzazioni di negozi, caffè e strade, ho notato che le ragazze prediligono la maledetta e fastidiosa anzichenò figura del cantante maschio piagnone. Non so se dipenda dalla ruvidezza predominante nella loro società, ma i muri sono tappezzati di poster di cantanti noti solo per il loro nome, una sorta di invasione di cloni di Christian, l'indimenticato usignolo di Boccadifalco.
La musica italiana è un punto fermo, in ogni senso, come diceva l'amaro cantore. Paul McCartney avrà riempito piazze e teatri qui in Russia, ma non raggiunge i livelli di ammirazione che sono riservati a Ricchi E Poveri, Toto Cutugno e Al Bano, dei quali trovate divertentissimi bootleg nei negozietti dei sottopassaggi del centro. La traduzione stilisticamente rispettosa in russo di Parole, parole sentita nel negozio di souvenir mi aveva bendisposto, ma all'uscita la Nevskij Prospekt era allietata dal chioschetto dei cd che sparava a tutto volume uno degli ultimi Celentano. Celentano in Russia è una sorta di divinità della musica e della commedia. Ma non tutti sono rimasti ancorati a San Remo, tanto che una ragazza in un programma televisivo, durante un servizio su una qualche discoteca, indossava una maglietta con la scritta cubitale "Tu sei bellissima", dovuta probabilmente al tormentone di Neffa.
Come si sarà capito da quanto detto sugli italiani, vi sarete accorti che se siete degli one-hit-wonder o degli scarponi caduti in disuso, il posto per voi è la Russia. A tal proposito in televisione ho visto il video del nuovo singolo dei London Beat, che nel frattempo si sono dotati di capigliature bizzarre e di immagini esplicite. I russi amano poi tantissimo i Rammstein, a San Pietroburgo il primo venerdì del mio soggiorno (delio, davvero). Il St. Petersburg Times ha anche cercato di imbastire una polemica tra Rammstein e Blixa Bargeld: Bargeld nel febbraio scorso(!) aveva dichiarato a SP che i Rammstein sfruttano e assecondano gli stereotipi americani sui tedeschi. Leggendo lo stesso giornale ho scoperto che i Pram stavano suonando da un quarto d'ora al Red Club, dall'altra parte della città.
Per una descrizione delle band del momento e dei posti dove sentire e ballare musica (il sottobosco vivacchia anche lì tra Dascha, Fish Fabrique, Moloko e Red Club) vi rimando al prossimo episodio tra circa due mesi, quando mi avventurerò da solo per SP in barba alla casalinghitudine del collega.

6.12.04

Non-post: Aeroporto


È evidente che deve esserci un legame spirituale – una sacra alleanza, una solenne comunione d’idee – tra aeroporti e romanzi spazzatura. Richard, almeno, si era fatto quest’idea.
I romanzi spazzatura si vendono negli aeroporti. I frequentatori di aeroporti comprano e leggono romanzi spazzatura. I romanzi spazzatura parlano di gente negli aeroporti, un po’ perché i romanzi spazzatura si servono degli aeroporti per spedire i loro personaggi a zonzo per il pianeta, e un po’ perché gli aeroporti fanno da sfondo, nei romanzi spazzatura, ai loro distacchi, incontri casuali, convegni e appuntamenti.
Certi romanzi spazzatura parlano solo di aeroporti. Certi romanzi spazzatura sono addirittura intitolati Aeroporto o qualcosa del genere. Perché, allora, potreste chiedervi, non esiste un aeroporto chiamato Romanzo Spazzatura? I film tratti da romanzi spazzatura, naturalmente, fanno grande affidamento sull’ambientazione negli aeroporti. Perché allora negli aeroporti non ti capita mai di assistere alla trasformazione di romanzi spazzatura in film? Forse esiste davvero un intero aeroporto, chiamato Aeroporto del Romanzo Spazzatura, o magari con un nome più stiloso, come Manderley International Junk Novel Airport, dove li girano tutti. Non sarebbe un aeroporto vero ma un modello in grandezza naturale in chissà quale cinecittà, tutto bidimensionale e fatto di plastica, carta stagnola e altro pattume.
I personaggi dei romanzi spazzatura, invece, non leggono romanzi spazzatura nemmeno quando sono all’aeroporto. Differenziandosi in questo da tutti gli altri frequentatori di aeroporti. Leggono testamenti e pubblicazioni di matrimonio. Talvolta, se sono intellettuali, o raffinati intenditori, o grandi ingegni, viene loro consentito di leggere romanzi non-spazzatura. Anche se nella realtà i lettori di romanzi non-spazzatura, persino gli scrittori di romanzi non-spazzatura, quando (e solo quando) si trovano in un aeroporto, leggono romanzi spazzatura.
I romanzi spazzatura esistono almeno da quando esistono i romanzi non-spazzatura. Gli aeroporti, invece, non esistono da molto tempo. Però gli uni e gli altri hanno spiccato il volo contemporaneamente. I lettori di romanzi spazzatura e i frequentatori di aeroporti vogliono la stessa cosa: evasione, e rapido trasferimento da un romanzo spazzatura all’altro, da un aeroporto all’altro.

Qualunque cosa siano, comunque funzionino, i romanzi spazzatura sono affini alla psicoterapia; anche gli aeroporti sono affini alla psicoterapia. Gli uni e gli altri appartengono alla cultura della sala d’aspetto. Musica via cavo, linguaggio tranquillizzante e suadente. Da questa parte – sì, l’assistente di volo si occuperà subito di lei. Aeroporti, romanzi spazzatura: ti strappano la mente dalla paura della morte.

(Parole di Martin Amis, da L’informazione.

Per l’episodio ambientato all’aeroporto Pulkovo 2,
Io e la bionda del duty free shop, separati da un vetro trasparente:
musica di Adriano Celentano, Susanna.

Per l’episodio ambientato all’aeroporto Pulkovo 2,
Bagagli pericolosi:
musica di The Flaming Lips, Zaireeka – Stereo Mixdown.

Per l’episodio ambientato all’aeroporto di Malpensa,
Fissando i gradini della scala mobile dalla sala d’aspetto:
musica di The Olivia Tremor Control, Dusk At Cubist Castle.

Per l’episodio ambientato all’aeroporto di Palese,
Il Ritorno:
musica di The Go! Team, Everyone’s a VIP to someone.)

2.12.04

Let's get lost


Ipnotizzato. Per quanto possano avermi colpito i vari Picasso, Cezanne, Matisse, Renoir e via dicendo, all'Hermitage vengo accalappiato da un accademico francese e da due sue donne. Resto per minuti interi imbambolato davanti a due quadri di Delaroche che non hanno rivoluzionato, che non hanno detto 'ehi, io sono il quadro che cambierà la storia', due quadri che poteva avere tua zia a casa, quella zia che quando da piccolo la salutavi, odorava di cipolla e ti regalava caramelle alla cannella a forma di corallo azzurro.

Henrietta è un bel nome. Henrietta è il nome di Henrietta Sontag e nel suo ritratto mi attraggono i particolari contrastanti del viso. Gli angoli della bocca accennano un sorriso mentre il labbro inferiore è proteso in avanti come quello che sta per scoppiare in un pianto a dirotto. Le palpebre sembrano serene, ma gli occhi sono opachi di lacrime. Il suo viso è passato, gli occhi enormi.



La giovane martire riposa nel lago di Tiberiade. Il quadro mette da parte il sacro, l'aureola è un cerchio per capelli che galleggia vicino al corpo. Niente violenza, niente santità, solo tranquillità e i resti di una sensualità che galleggia sulla superficie dell'acqua, nei suoi capelli rossi sciolti e ancora ricci. Le sto davanti per minuti, mi ispira le canzoni dell'ultimo Elliot Smith e la fine della bellezza. Lei diceva «Per favore, rimani», io le rispondevo «E tu non andare giù, stai con me». I rumori del lago erano in sottofondo a Twilight, mentre mi allontanavo, senza distogliere lo sguardo.



Ultimo minuto


Girando per l’istituto, curioso miscuglio tra la grandezza sovietica in decadenza e il laboratorio-cantina in cui mio zio prepara soprammobili di sughero, mi colpisce un orologio. Ci si attacca a tutto pur di evitare che i silenzi con queste persone superino la durata di dieci minuti e allora dico al referente che forse l'orologio del mio computer è avanti. Lui risponde che quell’orologio è fermo. «Perestrojka», dice. E io penso, che forza. Quando Gorbaciov si è grattato la testa, ha chiamato la Pravda e il primo canale della tivvù di stato e ha detto facendo spallucce «Perestrojka», quella volta hanno tolto le batterie a tutti gli orologi degli uffici di stato. Per ricordare come in un secondo cerchi di cancellare i difetti di decenni.

Continuando a camminare incrociamo un secondo orologio e l'orario in cui si è fermato è diverso. Con l'arrivo della Perestrojka, mi ha spiegato il referente, furono necessari dei tagli. L'ente che si occupava di controllare gli orologi nelle strutture pubbliche e militari fu tagliato. Da allora gli orologi furono lasciati a loro stessi e alla loro corsa verso l'ultimo ora-minuto-secondo. Fino a quando la carica delle batterie concedeva loro vita. Gli impiegati scommettevano sulle lancette e loro per ripicca se ne andavano di notte in modo da annullare le puntate. Alcuni tondi inceppavano i loro ingranaggi con un gesto invano epico. La loro lancetta dei secondi prima o poi smise di andare avanti e indietro tra un secondo e l'altro.