16.5.05

What happened to my young movie star?


Un balzo sulla sedia. Va bene, è un incrocio tra il solito high school movie e la satira sui fervori cristiani, ma qui si balza sulla sedia imbattendosi per caso in Saved. Si potrebbe per la presenza di Heather Matarazzo, forse per il ritorno di Macaulay Culkin, in realtà si esulta perché all’improvviso appare davanti ai nostri occhi Eva Amurri, sulla quale puntiamo da tempi non sospetti. (Qui sotto Eva Amurri con Culkin versione disabile)

Il link stupido di cui tutti sentivamo il bisogno


Dopo Monopoly, Blogpoly.

Muttley è un cane


Lo strano rapporto di indifferenza non negativa nei confronti dei Paper Chase è proseguito anche dal vivo e credo che il fatto che abbia visto solo la seconda metà del concerto sia legato a questo. Per dire, non avrei indossato stamattina la loro t-shirt col ragno che dice alla mosca mo me te magno, se non fosse stato per una fetta di pan brioscé con marmellata caduta dalla parte sbagliata. Oscillo insomma tra i troppi panni da lavare e i troppi panni da stirare. Non comprendo nemmeno la logica delle presenze ai concerti, quella secondo la quale ai tavolini delle prime file ci sono una serie di ultracinquantenni dalla candida capigliatura o una bambina di cinque-sei anni. Dov’eravamo a cinque anni? E un giorno a cinquantanni staremo seduti dietro un tavolino in prima fila a un concerto di un gruppo di ventenni che mischierà Morr Music e Franz Ferdinand? Ah, la sera prima Uochi Toki (buona musica, risate, parole altalenanti davanti a un’infante, una voce che non mi convince forse perché in italiano mi ricorda più Caparezza che gli Anticon-iani ma parole altalenanti davanti a un’infante, risate, buona musica e il tormentone del cane che continua a percorrere questi luoghi).

PS: io faccio un salto a Torino. Giovedì ci sarebbe Isis+Jesu+Tim Hecker. Ieri pomeriggio qualche assaggio per decidermi se: Tim Hecker, a parte le canzoni dai titoli belli (Balkanize You è geniale), mi sa di classico concerto rovinato dagli avventori semi-casuali che parlano in sottofondo. Jesu non pervenuto. Gli Isis che sono riuscito a procurarmi fanno thrash metal e dubito che siano gli stessi di questa triade.

Road To Sin City


Non sapete cosa sia Sin City e perché abbia ispirato il nuovo film di Frank Miller, Robert Rodriguez e Quentin ‘che dirige solo una scena ma fa nome’ Tarantino? Date un’occhiata allora ad alcuni albi del fumetto in questione (i file possono essere decompressi come semplici .rar).

13.5.05

Champagne in area di rigore


Giovane modella chiamata Crystal Ferrari deve sposare sosia di Batistuta a cavallo (Maximilian I Riccadonna) ma durante l’addio al nubilato le danno fuoco a una tetta. In un gesto di autolesionismo per la sua carriera stroncata si taglia i capelli corti e se li tinge di nero. Per tutta risposta la madre di lui che vive coi piccioncini dice che sembra una lesbica. La suddetta madre scopa con un compagno di squadra del figlio e rimane incinta. Darà il bambino alla nuora lesbica senza tetta perché questa ha uno squilibrio di mancanza di tetta e non vuole prendere ormoni che sennò ingrassa.

E poi infermiere necrofile, una Jane Alexander torbida pippatrice di cocaina, rapimenti di bambini poveri adottati, un bisonte con un taglio di capelli assurdo, Costantino Vitagliano, flashback deliranti, una colonna sonora che oscilla tra l'epigonia dei Nirvana e il post-glitch.

Meraviglia.

12.5.05

The Thickness Between Us


Pensatela come lui o pensatela come lei sul nuovo disco di The Russian Futurists, ognuno è libero. Io mi concentro su una canzone e sui suoi elementi. 2 Dots On A Map è una canzone che chiude un disco. Se fossi un musicista sarei abbastanza nazista sul fatto che una canzone alla fine del disco debba chiudere il disco: niente versioni giapponesi con anonime aggiunte buone per i maniaci, niente remix, figuratevi se ammetterei la triste traccia fantasma, qualora non fosse la canzone che chiude il disco. Metterei in dubbio persino la legittimità di allegare cd o dvd aggiuntivi, tracce video o multimediame vario. Tutto ciò per arrivare ai due punti sulla cartina e allo spazio tra di loro, all’inizio, alla fine e al ‘nostro spessore’ tra di loro.

‘Siamo due punti su una cartina e, senza possibilità d’errore, quei centimetri tra di noi sono chilometri quando riportati in scala’. Io sostengo da anni come l’approccio romantico alla cartografia sia sottovalutato. Una convenzione per comprendere, come tante che ci circondano, figlia delle nostre opinioni e delle modifiche introdotte dal tempo. Io per anni, per esempio, a Palermo abitavo in una via che non esisteva sul Tuttocittà. Tutto sommato delle cartine e delle mappe mi attira questo aspetto più che quello della scoperta. Non sono un grande esploratore probabilmente. Ritorno ai due punti sulla cartina perché la frase è più sottile di quanto sembri e per quanto si possa riportare in scala poi entra in gioco il concetto di linea d’aria e percorso. Non so bene se Hart giochi qui su una distanza fisica annullata dalla rappresentazione o su una distanza personale per cui è lo spazio fisico che deve essere riportato in scala. Poco male, quando leggerò il testo rimarrò con la mia non idea.

2 Dots On A Map chiude un disco in maniera massimalista ed è una scelta lecita quanto quella della chiusura in chiave minore. The Russian Futurists tra l’altro hanno questa abitudine alla chiusura improvvisa della canzone, stop. Tale scelta non si ripercuote sulla chiusura del disco, pensata con l’ottica del finale, dei titoli di coda, del “The End” conclusivo persino. Ai nostri giorni nessuno più scrive “The End” alla fine dei film, c’è sempre lo spettro del seguito. Qui invece partono gli archi e chissà perché anche questi archi alludono all’idea di finale. 2 Dots On A Map è una canzone che da questo punto di vista non possiede inizio, vuoi perché ha questa struttura di canzone cantata su canzone ascoltata, che da sempre mi intriga non poco: il tizio ha una canzone in sottofondo mentre canta la sua e me ne accorgo perché corrono parallele due distanze sonore. In medias res una radio trasmette un pezzo di quelli che non ricordi nemmeno il nome ma è strano, è come se questo pezzo sembrasse un finto campionamento, una buona cosa di pessimo gusto inventata per ricreare una sensazione: la tecnica impiegata per ottenere ciò è l’utilizzo di un loop voce-batteriadamusicaleggera-sviolinate (ma sicuri che sia una vecchia canzone?) su cui è sovrapposto un clarino+synth aggiuntivo che riprende il tema e si innalza di tono. Nel frattempo sulla batteria programmata il solito Hart sovrapposto e microfiltrato si alterna col ritornello, riempiendo gli spazi tra le pressioni dei tasti che lo fanno partire. Poi la canzone finisce all’improvviso.

11.5.05

Mississauga Goddam Feelgood


Come faccio a uscire vivo dall’ascolto di La Foret degli Xiu Xiu in una mattinata in cui il mio stato è a dir poco definibile con la locuzione di straccio congestionato?

Con una roba facile facile (via The Big Ticket)

8.5.05

Turn On, Tune In, Phreak Out


C’è un piacere sottile nel collegarsi a internet al fresco del terrazzo sfruttando il router wi-fi di un ignoto Claudio. Potrebbe essere il vicino di casa. Potrebbe essere qualcuno del palazzo di fronte. Potrebbe essere qualcuno che sta proprio al limite dell’area raggiunta dalle onde elettromagnetiche. Non so se sia giusto tutto ciò. O forse lo è. Lui invade i miei spazi, io invado i suoi.

6.5.05

Ciucciati un pannolino


Prima di diventare una tra le serie a cartoni animati più amate degli ultimi anni i Simpson erano i personaggi di una serie di corti ospitati nel Tracy Ullman Show. Era il 1987. Erano brutti. Insomma, ci si può interrogare su come la loro bruttezza sia stata cambiata e abbellita durante gli anni, visto il momento revisionista in cui qualcuno sostiene che South Park sia il manifesto artistico della destra americana.

Momenti (Le mie parole sul niente, il mio niente sulle parole)


Ci sono pochi momenti in cui rimango senza parole ma la visione, per quanto non sufficientemente attenta, di T’amo e t’amerò è uno di questi. T’amo e t’amerò è il musicarello con Luciano Caldore, nipote di Francesca Rettondini e compagno di scuola di Barbara Chiappini (i due sembrano degli ultrabocciati più che liceali). Si resta a bocca aperta dall’inizio alla fine, in questo sconcertante incrocio tra il genere scolastico e la lotta di classe triangolare, tra il filmaggio da cantante neomelodico e il raccoglitore di semivip televisivi. Il picco è quando il protagonista incontra Solange, lo saluta come Solange e si fa leggere la mano da lui. Di peggio solo le ormai famigerate vicine cielline che in parallelo cantano le canzoni di Jimmy Fontana con voce da dodicenni.

Immagino remix frammentari degli Offlaga Disco Pax (con musiche del noto gruppo canadese che per ora mi piace tanto, per esempio) e mi stupisco perché cambierei le musiche e tagliuzzerei i flussi verbali. Odioeamore, un poco.

Stasera finale nazionale delle selezioni di ElettroWave. Per il concorso tra i gruppi qui si tifa per la band di casa, i già nominati Fabryka. E poi sfide tra dj, videoartisti e l’incognita del momento Krapfen.

Vorrei tornare a parlare di dischi ma sono in un momento un po’ incasinato. Tra il 15 e il 20 sarò a Torino e la prossima settimana sarà dedicata alla preparazione di presentazioni, riunioni e incontri. Probabilmente salterà anche l’eventuale trasferta per vedere i Nouvelle Vague dal vivo. In compenso ho raccattato un po’ di roba interessante almeno nelle aspettative (= In Case We Die d(egl)i Architecture In Helsinki che sta per partire sul mio lettore).

Mi ha detto mio cugino che i Flaming Lips hanno registrato una cover di Bohemian Rapsody per una raccolta tribuuuu-to.

Uno dei miei superiori in una riunione, parlando del valore aggiunto, ha detto "quello che per chi è di scuola marxista è noto come Plusvalore" con un tono per nulla sprezzante.

4.5.05

Un non post impegnato


Qui si è molto contenti per come è andata una serata e si mandano tante grazie a chi l’ha resa DI LUSSO (trademark by G.T.). Al momento non posso discutere di Troppo Belli o della schermaglia con le poco gentili vicine che ne hanno disturbato la visione, ma mi riservo di trovare il tempo per alcune minuzie che mi hanno colpito. Nel frattempo, pur non essendo molto interessato all’evento, mi chiedo e chiedo a eventuali lettori concittadini: cosa ci fa a metà luglio Devendra Banhart gratis in Piazza Magione a Palermo? Anche questa estate il forzitaliota comune di Palermo persevererà nella politica di distruzione simbolica* gratuita del mio morale, come l’anno scorso con Blonde Redhead, Liars, Kings Of Convenience e compagnia cantante?

* ché comunque poi si sono visti BR e KoC e si vedrà deVashti Banhart

2.5.05

Join The Caravan of Love


E chi sono io per non segnalare il video dei New Order che suonano Love Will Tear Us Apart?

(e alla fine arrivò il) PS: mossette bolse anche nel nuovo video con la tizia degli Scissor Sisters, Jetstream. Per curiosità, c'è qualche fratello maggiore che sa dirmi se la posizione da bassista heavy metal di Peter Hook sia una posa storica o un gero-delirio?

Piccola (Sun) Pietroburgo


Nella rossa regione dove è nata Francesca Antonaci,
Nella rossa provincia dove è nato Pasquale Zagaria,
Nel rosso comune dove è nato Gianni Ciardo,
C’è Via Adige.
Ed in mezzo,
Un terrazzo che guarda verso la Chiesa Russa.
A mezzanotte, le campane battono interminabili il passaggio dell’ortodossia,
Ricordano che la nostra Pasqua è il Primo Maggio,
Mentre il gelato al caffè, al whisky e al cioccolato delle Tre Marie solletica il palato.
A mezzogiorno, il sole abbronza i fiori del compagno vicino.
Sotto casa,
C’è un circolo Acli,
C’è una sede della Cisl,
C’è una ricevitoria del lotto.
Il barbiere, accanto al mio portone, ha un’insegna con su scritto
“Handsome Man”.
Non immaginavo che da un terrazzo,
sarei tornato a un terrazzo,
passando per un terrazzo.

28.4.05

Aridatece Viola Valentino


Ascoltando Romanticism Aside, album di debutto del duo canadese The London Apartments, per quanto il genere non mi dispiaccia dal punto di vista musicale nel suo intreccio tra elettronica del frammento e code ed effetti dreampop, vengo infastidito non poco dalla voce e da quello che canta: la voce debole, miagolante, senza fiato e su toni troppo alti rispetto a quelli che natura consente comincia a diventare simile a quello che era la voce bassa, piena e tendente alla salita urlante per certo grunge terminale.

26.4.05

Quando ho detto che avrei voluto essere il tuo cane vagabondo




Tanto per cominciare una stazione e una scritta sul muro. Quella scritta è più sottile di quanto sembri, cangiante. Forse davvero rimanda a una canzone dei Diaframma, forse è soltanto il patetico inno di chi unisce le ammaccature sentimentali al triste fenomeno dell’essere punkabbestia, piaga mai troppo stigmatizzata. Ha un segno finale di chiusura (una parentesi?) ma non si vede da dove parta tutto ciò. Poi io passo lì davanti mentre vado a comprarmi il panino salame piccante e provola per il viaggio. Io decontestualizzo tutto quello che mi capita davanti, persino la mia ombra è un’ombra cinese. Jens Lekman nelle sue canzoni cita mezzi di trasporto, tram, taxi e la luce. Il cane vagabondo è una coincidenza tra un regionale e un eurostar.




Reduci dal party di laurea “Santo Subito!”, nel segno del cane broccolone ci siamo spostati verso il Covo con un’impazienza tale che davanti alla porta chiusa c’era soltanto il nostro gruppo e pochi altri noti. Imbambolato davanti alle proiezioni sulle pareti valuto la carenza della sezione beveraggi del posto. L’apertura della serata è affidata a tale Jenny Wilson e, sarà per la sua presenza matronale, sarà per gli atteggiamenti, sarà per la sua musica, ma non sembra per niente una mia coetanea. Imbraccia una chitarra con pericoloso fare da folk-singer e non ha nessuno intorno a sé. Sullo sfondo un ragazzino spolvera il mixer con un pennello da mobili. La musica della Wilson è quel paio di dozzinali sandali rossi (in questo momento sono molto attratto dall’uso della parola dozzinale, scuserete): non scaccia l’immagine di una cantautrice infognata nel suo essere brutta copia di brutte copie, disco di sconosciuto epigono venduto al mercatino dell’usato tra i suoi imbarazzanti sandali, il vestito che non riesco a definire nemmeno panda e le pantofole simil-DeFonseca del dopo concerto. Per quanto lanci dall’aggeggio posto sullo sgabello basi pseudotroniche e friccichii assortiti, l’impressione è che questi elementi non si mischino con la ripetizione stanca di formule e non provino nemmeno a salvare il salvabile per quanto siano avulsi dalla scrittura dei pezzi. Come se non bastasse, la sua voce non è particolarmente interessante (dozzinale?). Ci si chiede dove l’abbia raccattata Jens Lekman o chi per lui, se sia un’amica o una confidente a cui deve troppi favori e soprattutto ci si chiede se in un percorso di implosione progressiva questa Jenny Wilson spingerà qualche giovane donna sui sentieri della fastidiosa epigonia. Ma mentre ero assillato da simili paure, Jens Lekman, le Spice Psychogirls e il violinista preso in prestito da un set porno svedese anni settanta erano già sul palco.



La prima a salire sul palco è la violoncellista, bruna mole vichinga, collare per cani e calze a righe su collant: sistema il suo strumento e posiziona il portatile dall’impresentabile sfondo desktop con cui farà partire le basi quando necessario. La violoncellista manterrà per tutto il concerto espressioni di musica altezzosità oscillanti tra il rapimento mistico e l’orgasmo semitonico, punteggiati qui e là da qualche sorriso a denti stretti. La violoncellista è sempre immersa in una luce rossa. Gli altri arrivano tutti insieme. La band di Jens Lekman è composta quasi esclusivamente di ragazze, ognuna caratterizzata rispetto alle altre per un’inezia, un particolare. Oltre alla violoncellista circondata dal rosso, l’immagine classica della posh tastierista e della tamburina bionda è stata sovrastata dalle tre espressioni contate dell’incantevole bassista (sguardo sbarrato verso sua sinistra, sguardo sbarrato a occhi chiusi, sguardo sbarrato con sorriso). Il violinista dall’aspetto vagamente rattuso, si occupa anche delll’ormai immancabile campanaccio e si unisce ai cori dal microfono posto sotto le corde dello strumento, seguito nell’azione dalla violoncellista circondata dal rosso. Jens Lekman ha una maglietta bianca dal collo vissuto la cui illustrazione rimanda ai Decemberists e ai loro velieri. Alterna una chitarra e un ukulele di romantico fiore ornato. Canta anche lui per quasi tutto il tempo a occhi chiusi, indossa una coppola e porta una mirrorball come portachiavi.

La maggiore curiosità con cui mi apprestavo al concerto riguardava come sarebbe stato reso il trasporto grandorchestrale di alcuni pezzi. Il numero di persone sul palco non ha certo evitato l’uso di basi e campionamenti. Pur nondimeno le canzoni non sono state imballate in scatole e in andamenti precotti, un po’ per le variazioni di tempo rispetto agli originali (quasi tutte al rialzo) e un po’ per la capacità di fornire un insieme caldo e non meccanico. Paradossalmente questo risultato non è stato raggiunto grazie a particolari capacità dei musicisti: la tamburina spesso rimpolpava sezioni ritmiche già presenti su base, l’incantevole bassista non aveva grossi compiti e, scuserete, ma non ho decifrato bene il compitino della posh tastierista. Più incisivo il lavoro della sezione archi sia dal lato melodico che da quello legante. Gran merito va allora alla prova senza sbavature di Lekman e al suo alternare pieni e sottili vocali, alla scrittura di queste canzoni che evita l’effetto karaoke proprio perché ammette fin dall’origine, quando Lekman non rimane solo con il suo ukulele, una preregistrata certezza di sostegno.

Certo il concerto è stato breve, pur essendo costituito da quasi tutto When I Said… (ma mancava la canzone del compleanno e dei testimoni di Geova), da alcune canzoni recuperate dagli EP (ma mancava un saluto di/a Rocky Dennis) e da versioni recuperate dal dipartimento delle canzoni dimenticate (ma mancava Boisa-bis-o-boisa, che sarà anche una cacatina ma non resisto al campionamento simil-Royksopp-remixano-KoC + (s)citazioni nel testo assurdo + nonsense bambinesco). Certo Lekman non si è diretto verso il prato esterno per soddisfare le richieste più disparate come aveva promesso e si è limitato a un mini-show per pochi nel camerino. Certo potrei trovare altri tre, massimo due, difetti a una sessantina di minuti così piacevoli. Invece restano alcuni frammenti. Restano gli andanti col tamburo grasso, con gli archi che fioriscono primaverili e le parole fraintese a nostro piacimento come in Maple Leaves o come i tormentoni creati con l’imbecillità del T9. Resta un messaggio non mandato per non svegliare qualcuno su Do You Remember The Riots? e Jens che grida che vuole vedere quel fuoco, senza stonare. Resta Pocketful of Money, dove la musica non finisce e cullato dal piano corro insieme a una voce cavernosa e familiare. Resta il violino finale di Psycho Girl che mi ricorda la canzone di Gianni Morandi sui comandamenti e il papa (primotunonprendiparteneancheaunabarzelletta). Resta il battimani e la dedica ‘ncarcerata di You Are The Light. Resta qualcuno che lì accanto piange e ride. Resta la delicatezza di uno straniero che conosce le canzoni che conosci tu e da loro non sa scappare. Resta quella ghetto-figata della dolce notte d’estate del 1993, che nomina Regulate di Warren G e i nostri sedici anni: bom-bo-bom-bo-bom-bo-bom-bo-bom-bo-bom e microfono portato al petto. Resta un jack staccato. Resta un fiore forse di plastica che per uno strano gioco di luci e ombre cinesi disegna un cane vagabondo su una maglietta.




















21.4.05

Rinfresco compulsivo


Oggi esce qualcosa, mi hanno detto. Clicco ininterrottamente qui. Poco fa hanno cambiato il layout e ora i menù sembrano a disposizione, ma la scritta dice ancora ‘proximamente’. E allora continuo a premere aggiorna.

Update: rueda de prensa alle 11:15 (credo fuso orario spagnolo)

Update: la conferenza stampa inizia con mezz'ora di ritardo. Il video non si vede causa firewall, utilizzo la versione testuale. Dall'anno prossimo Benicassim sarà tenuto in Luglio.

Update su gruppi confermati: Xiu Xiu, Wedding Present, The Tears, Kasabian, The Kills, LHR, Ladytron, Lemon Jelly, Mouse On Mars, Pansonic, Sr Chinarro, Tarwater, Oasis, Nick Cave, Dinosaur Jr, Yo La Tengo, !!!, Devendra Banhart

Update su gruppi confermati: Il Cartel
(tra i più interessanti oltre a quelli qui sopra Underworld, LCD Soundsystem, Basement Jaxx, Fischerspooner, Matthew Herbert, Andrew Weatherhall, The Polyphonic Spree, Daniel Johnston, The Raveonettes, Mylo, Erlend Øye, Four Tet)

Update su gruppi confermati: imperdibili i Subsonica nella festa di apertura. Aggiunti Zephirs, Cycle, Thomas Brinkman e una serata LADO con i Robocop Kraus

Casa Morr ci comunica la presenza di Masha Qrella

Update modaiolo anzichenò: Peaches, Hot Hot Heat, Micah P. Hinson, Mando Diao, Austin Lace e 'na poco che non conosco

Update con revisioni e aggiunte: per il settore "cortisone e faccia gonfia" The Cure, sul palco kefiah atteggiosa Prefuse '73. Micah P. Hinson era una bufala

Update: Maximo Park, Rosina Murphy dei Moloko, Solex, Bookless e vincitori del Progetto Demo per le varie nazioni (per l'Italia Les Fauves)

Update: Oltre a qualche altro nome (cfr sito) annunciata un'intera DFA night che va ad aggiungersi ai concerti di LCD Soundsystem e !!!. Concerti di Hot Chip, The Juan Maclean, Delia & Gavin, Black Leotard Front e Black Dice. In chiusura dj set di James Murphy, Tim Sweeney e Marcus Lambkin

(Pare che, uffa, sarà uno degli ultimi) Update: Lemonheads, Bubble Gum, Electronicat, Layo & Bushwacka, RBK & SUM, Toner Domestic e una Wall Of Sound night con Erol Alkan, The Infadels, Justin Robertson, Mark Jones and Alvin C. Si aspettava il grande nome e invece pare che si attendano soltanto un gruppo per il FIB Club, un dj per la festa di partenza e il line-up della Pista Pop. I Subsonica non più presenti nella FibStart

Photo-Update: i partecipanti, giorno per giorno, palco per palco.


Update: Migala e Optimo DJ nel Fib Start

Four Tet o The Cure? The Raveonettes o Mouse On Mars? The Robocop Kraus o i Dinosaur Jr? Daniel Johnston o Nick Cave? Sì, sono usciti gli orari.

20.4.05

Cose che nemmeno Sandy Marton e i Daft Punk


Pareti di vetro


Mattina strana tra inserimenti ripetitivi di parametri e riflessioni. Ascolto il cd di rarità degli Yo La Tengo, il terzo di Prisoners of Love. Sono in loop da un bel po’ sulla bella versione acustica di Tom Courtenay e non riesco a capire se la versione elettrica sia la fioritura semplificante dell’acustica o se l’acustica tiri fuori dei lati intimi e nascosti dalle chitarre dell’elettrica. Mi perdo nei rivoli dei riferimenti al Billy Liar (film non visto di tanti nostri preferiti), ai suoi attori, ai personaggi, a Marshall Crenshaw che nel video faceva qualcosa che non ho mai visto e che era Buddy Holly in La Bamba. Mi chiedo se la chiave sia la voce di Georgia Hubley al posto di quella di Ira Kaplan, il pa-ppa-pa-paa a un volume più alto, la fragilità rara e insieme banale nascosta dietro a una teca di vetro. Mi chiedo se le pareti di vetro intorno a questa versione siano specchi.

Peccati privati



Il mio attuale precedente sfondo del desktop
(non so voi ma quando cambio sfondo, la mattina dopo l’apparizione mi inquieta)

Strani incroci


Tutti quanti abbiamo visto tanti telefilm, immagino. Tutti quanti sappiamo che da un telefilm può nascerne un altro (‘spin-off’). Ma cosa succede quando un personaggio di un telefilm visita il suo vicino di programmazione? Sapevate che in una puntata di Batman Lurch degli Addams guardava da una finestra la classica scalata del grattacielo da parte dell’uomo pipistrello e del fedele Robin? Ricordavate quella volta che le Charlie’s Angels andarono in crociera sulla Pacific Princess di Love Boat? E poi Arnold e Mr Drummond e George e Weezie Jefferson che cercano di prendere in affitto la casa del Principe di Bel Air, gli incroci a cartone animato e le storie a due tra Magnum P.I. e Simon & Simon, tra Manimal e Nightman, tra Xena ed Hercules, tra l’Uomo da Sei Milioni di Dollari e La Donna Bionica. Tra il salto dello squalo, la sinergia produttiva e il richiamo alle radici.

19.4.05

They’ve said all I need to say about them


L’ultima giornata della Tidicappa Dance Marathon è sintetizzata nella domanda di chi capita lì per caso e ti chiede ‘Ma qui si balla stasera?’. In termini di serata danzereccia potete vederla come il crescendo simbolo di una notte in discoteca: si inizia con un sottofondo che mantiene distratte le persone, qualcosa che per variazioni ritmiche innalza la temperatura, seguito da una corporeità crescente fino ai pezzi che tutti conoscono e su cui la folla improvvisa coreografie scomposte o ripete calibrati passi pensati davanti allo specchio durante la settimana (non ditemi che non pogate contro i mobili quando sentite Movement). Poi arriva un dj e molti di quelli che fino a quel momento si sbattevano l’uno contro l’altro smettono di ballare e preferiscono lasciare il campo ai consueti frequentatori dei Magazzini Generali in favore di un po’ di sana chiacchiera post-concerto. Ecco, forse è mancata la scelta di un dj forte dopo il concertorgasmo. Di certo, il quadro che è venuto fuori dalla serata (o dalle scelte degli organizzatori) è che l’elettronica pura è la grande assente perché da sola nungliafà più, non riesce a scrollarsi quell’anonimato che solo in rari casi si trasforma in spettacolo. L’elettronica diventa allora elemento di struttura per nuove improvvisazioni di musicisti che si guardano in faccia (The Battles), radice storica ed elemento prismatico attraverso cui scomporre cliché e intuizioni dell’hiphop (Prefuse ‘73), lama di un frullatore in cui un genio del male scaraventa le nostre esistenze in musica e danza (LCD Soundsystem).

Scendendo nei particolari la prima tentazione è l’agiografia. Perché due tizi di quelli che “It’s like a movement from a smaller place to a bigger city” mi costringono a esclamazioni quali “Prefuse ‘73 è dio” e “James Murphy non scherza” fino ai più contenuti “Sono diventato politeista” e “Santi subito!”. Ma siccome qui siamo persone serie riavvolgiamo tutto e torniamo all’inizio. Il primo giorno James Murphy e Scott Herren si incontrarono e decisero che quello era il primo giorno (scherzo). Dicevo, torniamo all’inizio. In apertura, sarà l’insalata di riso, sarà che sono ancora le nove di sera, sarà che non c’è il mare a Milano ma il Boris che apre non lascia particolare traccia di sé a differenza di The Battle. Il supergruppo che accompagna il prefuso in tour viene reindirizzato sui megaschermi e mi accorgo che si guardano tra loro mentre suonano, si cercano come se il concerto non fosse che una serie di improvvisazioni in cui chi tiene a tracolla uno strumento con le corde, ne ha davanti anche uno coi tasti su un cavalletto. La vecchia storia del rock mischiato con l’elettronica si direbbe, eppure l’approccio è legato molto all’intreccio di musica suonata e i risultati spaziano tra le parti più ballabili, contigue al punkfunk, e quelle più spezzate, debitrici al lato elettronico e alla regia della ritmica. Curioso relativamente a quanto ciò sia venuto fuori dal vivo e a come ciò sia reso su disco.

Scott Prefuse ‘73 Herren arriva nel pomeriggio con una cricca di almeno otto persone (il suo gruppo + The Battle) sulle macchine promozionali fornite dall’organizzazione. Si presenta addobbato come un albero di natale della contestazione all’Impero e quando si avvicina Kieran Four Tet Hebden scatta un saluto repposo in cui nemmeno Will Smith e Jazzy Jeff si sono prodotti nelle prime puntate del Principe di Bel Air. È il colore che ci concediamo prima del ‘Gloria a te, minipimer col sogno del ghetto dipinto da Picasso’, ma è un colore necessario perché Scottie, per quanto intellettuale e astratto e innegabilmente bianco, flirta con una serie di pose e atteggiamenti che rischiano di farlo sembrare una macchietta, se non proprio uno stronzo pieno di sé. Nonostante ciò il suo set dal vivo è un meccanismo ben congegnato a partire dalle forze dispiegate: invece di assistere al neutro spettacolo di “Un uomo, un laptop”, la scelta di avere due dj e un bassista di supporto da un lato movimenta il palco e dall’altro sgrava il lavoro del titolare, che spesso si limita alla regia e all’intervento sul moog e sulla batteria elettronica, dove però l’effetto è quello di chi tamburella sul tavolo mentre ascolta un pezzo (ma noi siamo malfidati, eh). Sgombrato il campo da questi dubbi/apprezzamenti, si riconosce l’affiatamento raggiunto dai tre giradischi e la cura con cui il quartetto carica sempre più la tensione. Probabilmente la mancanza degli ospiti, di cui purtroppo è pieno l’ultimo disco, spinge a una maggiore concentrazione sulle dinamiche e a una minore reverenza rispetto all’altro da Prefuse. Io a un certo punto gli ho gridato “Yo Motherfucker!”, il pubblico ha persino ballato e richiesto un bis al posto del quale è arrivata una sostenutissima rimozione degli strumenti con tanto di finto broncio. Poi siamo corsi dall’altra parte di Milano.

Beat Connection è già iniziata quando entriamo e ci discoinfiltriamo tra la folla fino a raggiungere il palco. Questa parte ve l’hanno già raccontata in tanti, in certi casi benissimo. Verrebbe voglia di rimandarvi semplicemente agli aggregatori di testimonianze, la gentile Violetta e il dancing dj Enzo Polaroid, curiosamente entrambi spettatori a distanza. E invece no, perché il senso di tutto è che per quanto tutti abbiano già detto tutto, i particolari non risaltano sempre allo stesso modo, come quando scrivi una frase la cancelli e la riscrivi per dieci volte: la coazione a ripetere verrà scardinata da qualcosa che in questo caso però è conscio, programmatico e sottilmente paraculo. Yeah ripetuta in più versioni, fuori da dischi e dentro, su compilation con altre canzoni sovrapposte è il punto chiave attraverso cui si capisce che il materiale è lo stesso ma viene fuori diversamente qualora James Murphy decida di gridarla da dietro un banco mixer su disco, da dietro un giradischi su compilation o da dietro un microfono su palco. Per modifiche sottili ci si accorge che Daft Punk Is Playing At My House dal vivo è giocata sul flirt di un attacco volutamente sottotono e di un sovraccarico ritmico al quale si arriva impreparati. A tratti si ha l’impressione che gli LCD puntino sulla carnazza, sull’assenza di pause e sul coinvolgimento del pubblico spingendo in certi episodi i lati estremi e più rock, con pezzi che radono al suolo sfruttando la semplicità house e quella punk (Tribulations e Movement), ma il gioco delle scatole cinesi evidente su disco sfugge solo perché si è presi dal ballo e dai volumi sparati sulla faccia e la gestione dell’uditorio tipica del dj permane nei crescendo controllati di pezzi come Losing My Edge e Yeah. Potrei continuare con altre mille pippe mentali che mi sono fatto a posteriori, come per esempio ‘quale sarà il passo successivo? La sovrapposizione e la confusione degli elementi come nella sovrapposizione tra Yeah e Beat Connection alla fine della DFA Compilation #2?’, ma la migliore recensione del concerto è un’immagine relativa al sottoscritto: per ben tre volte mi è caduta per terra la macchina fotografica digitale per l’eccessiva foga nel ballo (quella foto che avete visto mente!).

Possibile che nessuno ci abbia pensato?


Perché non avete inserito il tormentone su Josh Homme nel tormentone del ripetuto titolo/citazione, perchééé? Non si accetta come risposta l’effetto continuato del the alle parti intime di tigre, fruttato e piccante al tempo stesso.

Oggi (Silica Gel)


Stasera* mi è caduta la borsa del portatile. Quando a mezzanotte ho preso lo strumento era bollente e la batteria era completamente scarica. I due piccoli sacchetti di gel de-essiccante erano bucati e dappertutto rotolavano piccole sfere trasparenti.

*qui si va in differita, ieri sera

18.4.05

Tra Zelig e Wally


Visto che il maniaco delle compilescion mi ha definito come 'quello che fa un lavoro serio', scoprite l’infiltrato in questa foto tratta da uno degli innumerevoli album fotografici del concerto, scovato dalla ricercatrice più rock’n’roll della serata.

In attesa delle parole


“I’m losing my edge, but I was there”

Love Boat

Festoni da ballo di fine anno (giustificati solo da qualcuno dei piani alti che passa la serata aspirandosi l’elio dalle bombole davanti al Museo in questione)

Il Fourtetto Sul Ponte

Antidivi (meno male che non l’ho visto suonare, forse)

Il suo nome è jam

Il suo nome è jam

Trivial scene from the silver screen

Vi risparmio i dadoni

Atteggione '73

Scottie c’ha gli atteggiamenti, epperò

Il Prefuso c'è e rappresenta

Prefuse '73 c’è

Panza e Presenza

Portami una birra piccola da dieci euro!

Distruggi

Spaccano le digitali

Hell Yeah (Yeahllow Version)

Yeah Yeah Yeah, Ye-Ye-Ye-Ye Yeah (ad libitum)

15.4.05

Feel The Panic (Stop The Music And Go Home)


Cari, il sottoscritto stanotte si muoverà alla volta di Milano per la serata finale della TDK Dance Marathon. Al momento il sottoscritto è colto da attacchi di panico dovuti al fatto che le prevendite su internet per LCD Soundsystem sono chiuse. Pertanto se vedrete domani un giovane con maglietta a righe rubata al guardaroba di un film anni sessanta della serie Ricchiepoveri ma belli che sbraita contro la solita commessa della FNAC, sappiate che quello sono io. O meglio, il sottoscritto (gesto di Belmondo sul labbro in A Bout De Souffle).

14.4.05

Torino, una delle mie città


Oggi il mio capo mi ha affidato un altro compito. La conseguenza di ogni nuovo compito che mi viene affidato è la frase “Perciò potresti salire a Torino per un po’ o qualcuno da Torino potrebbe scendere per [motivo a caso]”. Torino è una delle mie città non solo perché l’azienda per cui lavoro è torinese. Torino è una delle mie città perché ho vissuto gran parte della scorsa mia estate lì e sono stati tre mesi che ricordo nei loro alti e bassi, negli istanti preziosi raccolti per le strade e davanti ai palchi e in quelli indolenti della domenica pomeriggio nel giardino di plastica, nei blog che ho chiuso e in quelli che ho aperto. You should always tell cities you love them in case you never see them again, dicevo nell’ultimo lunedì a Torino.

Torino è anche la città di to_potlatch, webcompilation di cantanti torinesi e piemontesi che cantano canzoni di altri torinesi e piemontesi: canzoni a Torino e canzoni su Torino per celebrare Il Cielo su Torino, sotto l’alto patrocinio di quei due matti matti EnzoP e Loser.
(Oh, la stroncatura arriverà non appena vi faranno saltare i server per i troppi accessi)

13.4.05

Gettate il telecomando


Non so quanti minuti servano per rivederli tutti, ma un folle ha raccolto in un indice alcuni dei video più belli degli ultimi anni. Videografie complete e rarità, tutte quante in un unico post del Gran Faro.

11.4.05

My Melody


Melody Nelson a des cheveux rouges
Et c'est leur couleur naturelle


In un doppio DVD intitolato D'autres nouvelles des étoiles che uscirà il prossimo 25 Aprile si potrà ammirare il video completo della registrazione dei ventisette torridi e storici minuti de L’Histoire de Melody Nelson. Nel frattempo, non smetterò mai di sostenere quanto sia impagabile l’opera di Bedazzled, che pubblicherà per intero e a puntate sul suo blog il video-film dell’Histoire. Ecco la prima puntata Melody, dove Serge Gainsbourg vaga nella notte allucinata con la sua Rolls Royce fino a investire la bicicletta della giovane e rossa Jane ‘Melody’ Birkin.

Andareeee Lontanoooo



Poster russi
(belli quelli della sezione cinema,
divertenti quelli della sezione agitata)

Magliette rosse bloccate alla dogana



The Russian Futurists live in Bari
“I do pop 'cause that's what my heart goes, I don't call it art, no sir”

8.4.05

Message Personnel


Questa è la voce sintetica su midi di Batteria Ricaricabile.

Batteria Ricaricabile è al momento tra le nuvole.

Batteria Ricaricabile ascolta un remix stupendo, immaginando un disco che sarà, così.

Batteria Ricaricabile si chiede: L’Indietronica è il nuovo Buddha Bar?

6.4.05

Thank you for the metal


In questi giorni credo di essere uscito fuori di testa. Il livello di delirio di questo pomeriggio è testimoniato dal ritrovamento e successivo ascolto di un tributo metal agli ABBA. Thank you for the music diventa un musical recitato da un clone di Bon Jovi, Take A Chance On Me è electrificata alla maniera dei Rammstein, Waterloo è una rassegna di luoghi comuni, Chiquitita è epica, Dancing Queen è punk, S.O.S. tramuta i rullanti in codice morse. Facendo ricerche ho scoperto che esiste di peggio: un disco svedese di tributo in cui si incrociano le canzoni degli ABBA coi classici del metal (Mamma Mia incontra Smoke On The Water e Take A Chance On Me sfida Enter Sandman). Se invece siete interessati a musica per Commodore 64, a sconosciuti artisti svedesi di tutti i tempi e a molto di più, date un’occhiata alle altre cartelle sul server.

5.4.05

Ponti d’oro


Egregio ing. maxcar,
siamo la Sua Azienda e la obblighiamo a un ponte tra il 2 e il 5 Giugno. La coincidenza con la data romana e con quella bolognese di 13 & God non è in alcun modo correlata con la nostra imposizione. Distinti saluti.

Piccola Sun Pietroburgo


Prossimamente su questi schermi (no, non sto per ripartire).

Sai (Tenere) Un Segreto?


Mentre sbircio le cartoline degli altrui segreti, ho come la sensazione di trovarmi a metà tra la De Filippi e il sottile gioco art-psicologico.

4.4.05

Una veranda nella notte


La domenica sera è un momento particolare per un concerto. Non ho ancora capito se apprezzo quando quella sensazione di pace e stanchezza accumulata nel weekend si mischia con un concerto che non comincia mai, come al solito da queste parti. Guardiamo per la nona volta l’orologio e si inizia, nel legno. Siamo tutti seduti, chi sugli sgabelli chi su panche adagiate al muro, tra tavoli troppo vicini e ringhiere marroni su cui appoggiare la testa, il mento sulle mani, gli occhi semichiusi non per il sonno ma per la tranquillità.

La musica dei Califone (o dei due dei Califone, uno dei quali è originario di Mola Di Bari) scorre sulle venature del legno che è tutto intorno, irregolare come i percorsi delle linee nere tra il marrone circostante. Non l’ascolterei su disco forse, non in questo momento, ma i residui di canzoni fatti di banjo e corde sfilacciate cullano la fine di un weekend perfetto senza cariare i denti, un attimo scostanti e quello dopo persi in carezze dove senti anche le unghie.

Chiacchiere con una svedese-barese


Emmaboda è panda.
(qualcosa che non ricordo, credo Uppsala) è Polignano.

Together In Electric Dreams*


Marc Almond è al centro e il maxischermo dietro lampeggia la sua immagine in giallo e verde mentre canta, per conto suo e senza essere amplificato, I feel stupid and contagious: riflettendoci su, la cover electro che sta passando gioca su uno scarto, lo stesso di The Light 3000 di Schneider TM, ma dove lì l’emozione diventa metallo freddo con spot caldi qui la rabbia giovanile nonsense viene tradotta nel messaggio testuale del tilt di una macchina automatica per il divertimento.
Chissà quanto c’è di automatico in Marc Almond che mette i dischi. Lui sembra divertirsi, sorride con la solita faccia allungata che sembra congelata dai vecchi video, mixa rigorosamente non in battuta e per lo più segnala ad un aiutante cosa mettere sul piatto. Il pubblico è strano e già il fatto che usi ‘pubblico’ la dice lunga sul fatto che il djset viene inizialmente percepito come un concerto. Tutti fermi verso il palco a sentire il primo pezzo che metterà dopo il precedente (Sheriff Whitey?) remix dei Bloc Party.
Gruppi di dark abbigliati con calze a rete, strisciole di pelle e trucco pesante e da rifare ogni due per tre al bagno si aggirano senza l’espressione che secondo me avrebbero dovuto avere, quella dei fuori posto: Almond nelle sue incarnazioni non è mai stato particolarmente dark, la musica che mette ora è electro e anche un po’ unz e si ha il sospetto che siano lì solo in memoria di un’epoca, per salutare la figura mitologica che fende la folla alla fine o per suscitare in lui un interesse che difficilmente proverà per loro. Il resto del pubblico si è equamente diviso tra fan che sollevavano le copertine dei vinili in attesa di autografi che più volte arriveranno dal palco, ballerini scatenati e astanti incuranti.
La selezione ha alternato ultime sensazioni (remix dei Fischerspooner di Just Let Go) a pezzi anonimi passando per classici rivisitati, come nei venti minuti conclusivi dove ha ripescato dal passato per chiudere su Blue Monday. La durata si è mantenuta nei confini delle due ore. Alla fine i dark sono scappati via, a pulirsi il viso in vista delle scrivanie dei lunedì blu.

* la versione dei Lali Puna

1.4.05

Uni Giapponesi a Manchester


Colui che vi potrebbe fare cambiare idea sull’ultimo video dei New Order in quattro semplici mosse, di cui una è la temibile ‘battito di ciglia’, vi segnala il nuovo singolo Krafty col testo e i plin plon in giapponese in casa I Suburbi ci stanno uccidendo. Con ciò si congeda da voi e si appresta a un weekend fatto di dj set di Marc Almond, Califoni, champagne e così. Vado a preparare le spalline.

To all the firewalled chimbleysweepers


Dappertutto avrete letto che il nuovo video dei Decemberists 16 Military Wives, delizioso incrocio tra Rushmore e Il Grande Dittatore, verrà diffuso via Torrent per raggiungere un numero di persone impensabile rispetto ai passaggi televisivi previsti. Un piccolo problema è che il probo lavoratore non potrà vedere il video, qualora il firewall aziendale non lo consenta. Ecco allora un regalo per l’indefesso faticatore.

Yin & Yang*


Pessime scene in grandi film, grandi scene in pessimi film.
* avrebbe dovuto chiamarsi Tango & Cash, lo so

Cose che quasi tutti sottovalutano


Lo scoiattolone di porcellana ne L’Infernale Quinlan.

31.3.05

Tres Cosas


Topthreeisms: al primo ascolto della qui in precedenza lodata triade Four Tet, Prefuse ’73, Caribou (ex Manitoba) si stenta a crederlo ma le preferenze vanno nell’ordine opposto a quanto ci si aspettava. Il grado di rischio preso si spande dal centro. L’ordine alfabetico è mutato.

Indirocche: non lo si frequenta tanto da queste parti ultimamente, a parte il ripescaggio tutto privato dei Beat Happening. Tainted Love’s too fast to dance to, so let’s leave them all behind. Però mi sento lo stesso di consigliarvi Set Yourself On Fire degli Stars, anche se una loro canzone è costruita sul giro di basso di Zombie dei Cranberries (e ci scappa l’injoeeee-e). Se pensate che io non sia più attendibile su quei lidi, importunate come farò io il vostro dj di fiducia per ballare la titolotraccia, Ageless Beauty e soprattutto What I’m Trying To Say e poi ditemi. E Twenty years asleep before we sleep forever è una bella frase per una maglietta. Perché We don’t want to sleep tonight.

Cinetoponomastica: a Bari c’è un night american bar che si chiama Effetto Notte Profonda.

30.3.05

Disordem e progreso


Favela On Blast (si ringrazia Boom Selection) è: torrido. Non ho i mezzi per capire se sia una porcata ma è: torrido. (e fanculo alla gasolina)

28.3.05

Pronomi personali e congiunzioni di identificazione


Io. Iniziamo tutti e due cosi, dai. Io, e le virgole alla fine di ogni frase prima di un, aggettivo. Io sono nato nel 1976. Io non mi riconosco nei testi degli Offlaga Disco Pax e per questo forse non li amo, ma facciamo ordine. Ho sentito per la prima volta gli ODP lo scorso settembre a Torino, dopo un aperitivo alla milanese. Fuori dalla macchina sul marciapiede qualcuno teorizzava improbabili giustificazioni per il suo amore verso gli U2 attuali. Enzo mi ha chiamato e ha utilizzato una compila di Enver per farmi ascoltare Robespierre dall’autoradio: non devo aver fatto una faccia molto convinta al suono di quella discoanimarossamia. Parte due, una domenica mattina tornato a Palermo dopo l’assunzione, scarico i primi tre pezzi del bootleg romano e, boh, non fa effetto. Tutti pazzi per gli Offlaga e io lì annoiato da Soap Opera e Khmer Rossa. Perché a vent’anni avevo occhi solo per le coetanee, e non per le quattordicenni, immagino. Io ho saputo della caduta del Muro in prima media la mattina dopo in classe e non ricordo perché la sera prima non guardavo la televisione, non guardavo Bruno Vespa.

Sento il disco ora che è bello e fatto, senza aver macinato il demo, senza aver ricevuto i wafer Tatranky e le Cinnamon al concerto, senza aver diffuso il culto. Non aspettatevi insomma da queste poche righe filologia sul come Cinnamon fosse soffocata nel bootleg registrato il 14 Settembre, il giorno del mio compleanno, e come adesso abbia acquistato leste dinamiche punk-funk. Come quel giorno Max, che si chiama come me, calcava ironico il ‘Che Cariiino’ in Khmer Rossa e su disco ora non più. Non aspettatevi discorsi sui protagonisti di Tono Metallico Standard, perché ho dovuto usare Google per capire chi c’era dietro il beep.

Non avendo particolari odi et amori nei confronti della musica con testo declamato non li dismetto certo per quello. Non ritengo che sia un’idea a esclusivo uso e consumo di due o tre gruppi eletti. Certo mi disturba, quando si adotta questa scelta, l’impiego di troppe parole consecutive, non ripetute, ammucchiate. Da questo punto di vista Enver rappresenta il mio ideale, asciutto e disco-integrato.

Il mio problema è l’identificazione. L’identificazione non è una bassezza tecnica, probabilmente sarò colto da orgasmi multipli alla prima canzone su chi preferiva il Cucciolone, per le barzellette, e chi il Camillino, per il minimalismo. Non crea necessariamente muri l’identificazione altrui, ma è un’arma a doppio taglio e cominci ad esigere. Perché se ritengo perfetta la sottigliezza con cui Enver racconta di Anna Oxa e di Enver Hoxha senza indulgere nell’iconografia, per tratti accennati, e perché se trovo commovente la divisione dei beni per francobolli prioritari di De Fonseca, vorrei che Kappler fosse una canzone sul fatto che alle elementari cambiavo maestri ogni anno, cantata da Rachele dei Baustelle. Vorrei prendergli anche quello che gli è rimasto, per esempio la coda strumentale di Tatranky.

E, soprattutto, pretendo che sulla bellissima musica shoegaze di Tono Metallico Standard non ci sia una storia di inadeguatezza e invidia ma il mio, *fottuto*, Tempo Delle Mele.

Di Anna O(per)A


(Non so se risuscirò, prima di tornare a essere 15 per 12 ore, a riordinare quei due o tre pensieri su Socialismo Tascabile degli Offlaga Disco Pax che mi passano per la testa – no, non una stroncatura snob ma una dichiarazione di non amore motivata. Nell’attesa visto che è un disco di molte, troppe, parole fisso qui quelle di Enver, l'unica canzone che ritengo perfetta nel disco)



Sento un frastuono
Rimbombi lontana
In modo
imperfetto


Hai lasciato


Piazze Piene
Urne Vuote
Tremori Gentili
Trecce Sottili
Tracce Profonde sugli zerbini dei miei
Pianerottoli


Mancano


Le tue parole sul niente
Il calore
Bagnato sporco che avevo
Il dispiacermi
Di non bastare


Siamo rimasti a guardare
Un desiderio qualche volta noioso
E non sarai mai
Un’emozione da poco

27.3.05

Uova di pasqua bisessuali


I miei genitori hanno regalato a me e ai miei due fratelli delle uova con doppia sorpresa, una maschile e una femminile. Non ho capito se cercano di dirci qualcosa. Fatto sta che dentro ho trovato le sorprese più belle che abbia mai visto negli ultimi due anni. La sorpresa femminile è una collana orrenda intrecciata bianca e nera che nemmeno la peggiore delle white trash da sobborgo newyorkese indosserebbe. Qualora aveste gusti pessimi accentuati da miopia, sappiate che odora anche di cioccolata. La sorpresa maschile invece è una splendida mano semovente, gialla su bacchetta arancione: alla sua vista ho esclamato con fare simpsoniano “Con questa mano posso grattarmi la schiena!”. La mano sembra anche un inquietante gioco erotico sadomaso. È davvero un peccato aver dimenticato lo zaino con la digitale a casa altrimenti avreste avuto le foto.

Rank Zero(X)


Per chi avesse ancora dubbi su quello che penso anche io sull’operazione Human After All, verificate la nascita di Robot Rock, ovvero i due fichetti prendono dieci secondi di una canzone stranamente a metà tra funk e hard rock dei primi anni Ottanta, li mettono in loop e aggiungono una voce sintetica che ripete il titolo.

26.3.05

Dovevo dirti molte coseeeeee, cheeeeee


Un viaggio di dodici ore potrebbe spingere a familiarizzare coi vicini di chilometri, ma di solito rifuggo dalla possibilità e limito i miei contatti ai convenevoli dello scusi potrei passare, visto che in pullman preferisco il corridoio. Ciò non esclude l’osservazione dei tre che compongono la mia linea, quella del 13-14-io-16. Accanto a me la 16 è una Go Go Yubari cinese di dodici anni. Legge, nei pochi momenti in cui la luce delle aree di sosta e delle gallerie lo consentono, un libretto che è un fascicolo e ha un cuore stilizzato sulla copertina: è strano perché il libretto contiene solo ideogrammi, ma il trasporto e l’interesse sono quelli con cui si leggerebbero la pagina della posta di un Cioè o di un Top Girl. Go Go 16 scende a Catania, così come 13 e 14. Oltre il corridoio 13 e 14 sono una strana coppia di sconosciuti, nel senso che non li conosco e nel senso che non viaggiano insieme. 13 è molto anziano è ciò che dice è sconnesso dai suoi gesti: quando doveva abbandonare il pullman ha chiesto a 14 di spostarsi, ma solo perché voleva sgranchirsi le gambe. 14 sembra un trentenne ubriaco e forse lo è. Verso le quattro e mezza ha improvvisato un gospel smozzicato a metà tra l’agrigentino e l’inglese, ma nessuno ha protestato. Io al solito non dormo, ci riesco solo tra Villa San Giovanni e le sette di mattina. Non ho mai apprezzato gli Eels ma questa notte è Blinking Lights (For Me) [A tutti è presa questa mania del doppio. A tutti è presa questa mania dell’essere tristanzuoli. A tutti è presa questa mania della rivelazione. Ma questa canzone non è male, ed è breve a differenza del viaggio]

I turisti già camminano per le viuzze infossate del centro storico e giovani tedescofone si stupiscono al passaggio davanti al Conservatorio nascosto tra rovine e vicoli, o almeno lo faranno quando i giovani musicisti torneranno dalle vacanze.

Ho difficoltà di comunicazione coi parrucchieri. Non so come dire che taglio voglio (quand’ero bambino ho usato anche l’approccio con riferimento a persona famosa, vorrei i capelli come Angelo dei Ricchi e Poveri). La tattica adottata per superare questo problema è dare carta bianca la prima volta e chiedere il solito le volte successive: ho portato per anni tagli orribili per questo motivo. Attualmente mi sono affidato a un tizio di un centro estetico che sembra stilosissimo e frequentato da top model e costantini in nuce e che invece è più economico del barbiere del nonno, dove peraltro si sconta l’impossibilità di prenotare e la conseguente attesa fastidiosa riempita da discorsi su auto, autoradio e ricambi d’auto. Questa volta non volevo il solito, basta basette e soprattutto basta frangetta, taglio cortissimo: la mia capacità di convinzione è stata tale che l’accenno di basetta è al solito lezioso e la frangetta è stata approntata comunque e poi spettinata verso l’alto, con la scusa che i miei capelli sono facili da modellare.

Non ricordavo quanto fosse scomoda l’auto dei miei genitori (sarebbe un buon titolo per una vecchia canzone degli Arab Strap). L’auto non serve, non antiblocca e ha la feritoia della chiave dalla parte sbagliata. Ritorno con piacere però all’inventiva degli improvvisi zig-zag.

La processione del venerdì santo appare irregolarmente dalle traverse di Via Maqueda, meno affollata del solito.

Le passeggiate dei poco sopportabili ragazzi della “Palarmo Bane” in via Roma, nei pressi della chiesa anglicana Holy Cross, sono musicate dall’afrore di sfincione proveniente da chissà dove.

I soundsystem del centro storico sparano come al solito le ultime salve dell’onda sanremese. La canzone che dà il titolo al post è strana perché ha in sé qualcosa che mi piace, la batteria insistita e quelle chitarre che se non fossero state a San Remo avrebbero vissuto di strati, e qualcosa che me la butta giù, le parole e come si inerpicano in certi momenti sulle righe. Ho comprato una polo a righe, l’ultima della mia taglia. Ho trovato un paio di scarpe che mi piacevano, ed è un evento.

A Palermo le ragazze coi capelli rossi sono molte più del solito.

Comic Strip


Il disegnatore di Tank Girl illustra Common People dei Pulp
(via Chromewaves)

23.3.05

Human after all


[(Im)perfezione è il modo che ho per descrivere qualcosa di riuscito eppure di umano alla radice e per questo storto, obliquo, (im)perfetto]

In Piemonte c’è un liquore che si chiama Bicerin. Il Bicerin è un liquore di gianduiotto e in potenza sarebbe qualcosa di perfetto, l’unione di due grandi passioni quali l’alcool e appunto il gianduiotto. Non è così, almeno per me. Quando ho saputo di 13 & God ho avuto paura di potermi trovare davanti a due (im)perfezioni che non avrebbero fatto una (im)perfezione. 13 & God sono infatti i Notwist, ovvero melodie e canzoni in elettronica minima, e i Themselves della Anticon, ovvero l’unico approccio non strumentale che riesco a reggere nell’hip hop attuale. Per essere brevi 13 & God non è il Bicerin che temevo.

All’inizio una parte è più rispettosa e al servizio dell’altra: in Low Heaven i Notwist si occupano del crescendo del prefinale e dei cori, mentre in Men Of Station i Themselves sono presenti come controcanto a una canzone che recupera le visioni di treni e locomotive giocattolo dei Notwist. Se Ghostwork prosegue con questa idea dell’alternanza, quasi che gli addendi fossero lì ancora prima del segno di uguale, arriva Perfect Speed a fugare il dubbio: Notwist con beat hip hop teso alla velocità di insetti ronzanti. È la (im)perfezione che cercavo, nella sua veste forse più immediata. Più immediata perché il disco riserva altre sorprese come le melodie degli uni che si impadroniscono del rappato degli altri (Afterclap o la commovente Soft Atlas), come le voci che si compenetrano e confondono e vengono spezzettate in frammenti, come gli inni all’incerto dei se, dei condizionali e di ciò che non è urlato e chiaro (If), come Superman che fa pattinaggio su un ghiaccio troppo sottile descrivendo lenti archi, mentre vicino ai pattini si solleva minuscolo il freddo in polvere.

13 & God è un disco di gente fica in un momento di malinconia e incertezza e chi è fico (nota, non chi fa il fico) lo è anche in quei frangenti, triste forse ma pronto a guardarsi dentro e a fronteggiare le cose o a sfuggire, se necessario, per poi tornare. Un rapper che dice I don’t exist non è una contraddizione, è la negazione di una macchietta, la sostanza che i catenoni d’oro faticano non solo ad essere ma perfino a rappresentare.

22.3.05

Ieri: I’m (drinking) with the band


maxcar: Una rossa doppio malto media, grazie.
barTENDERess: Sei del gruppo, vero?
maxcar: Uhm, no.
barTENDERess: Vabbé, te la offro lo stesso.

Man Of Station

21.3.05

Non sono io ad amare la musica, è la musica ad amare me


(Questo è solo il solito post autoreferenziale stagionale velatament’intimista minimo nonsolarmenteprotetto sdraiato anzi stinnicchiato aggettivato copiato non salato volatile e, beh, un po’ contento)

Ho capito su una sdraio che l’entusiasmo è un ciclo. Sono le pause troppo lunghe a minarlo, il disinteresse o peggio l’idea che tutto quello che si sente sia troppo * per piacerti. Ho scoperto l’acqua calda il sole caldo, il primo sole caldo dell’anno sul terrazzo direte o l’ultimo sole caldo dell’anno sul terrazzo dico, su quel terrazzo. La musica è ritornata perché la musica ritorna sempre.

Chitarra e voce, basta anche solo quello. Non c’è niente che la musica possa dire per farci stare bene e niente che possa fare per farci stare diversamente da come stiamo e, sai, c’è la possibilità che ci si perda di vista con la musica. Capita quasi a tutti, quella cosa per cui quando hai cinquantadue anni scegli in tv un programma perché ci sono le canzoninonimportaquali e a me era quasi capitato ma mi sono salvato e mi illudo ancora che la musica mi amerà per sempre.

Sarebbe stato meglio per lei se fosse andata da un’altra parte, di certo. Avrei trovato un altro modo per aiutare me stesso, altre porte dietro cui lasciare incidenti minori ma lei sarebbe stata lì di nascosto per vedere se ce la facevo, se saremmo stati entrambi orgogliosi di noi.

L’armonica è uguale a questo soffio sulle guance. La passione sopra tutte le altre passioni con la testa tra le nuvole, insensibile ai miei maltrattamenti mi ricorda che mi amerà per sempre, con un’eco di disco vecchio, come se le cuffie fossero attaccate a un grammofono lucido.

(dove si prende a prestito e si maltratta con modi consunti una canzone)

18.3.05

enovecentocinquanta reprise
(just like “Honey, let’s go!”)


Se non fosse che qui si impiega il tempo anche in iniziative cinematografiche interessanti avreste letto su queste righe una gustosa dissertazione su 13 + God. In mancanza di ciò, ritorno sull’argomento nuovo singolo dei R(ave)onettes , visto che qui ci si è innamorati del suddetto oggetto di 194 secondi e si fa penitenza per aver apostrofato in passato il duo con il nome di Raviolones.

Si ritorna sull’argomento perché Ode to L.A. è più della canzone semplice che sembra, perché parla di un ‘posto col sole’ e chi nasce in un ‘posto col sole’ finge di amare la malinconia metereologica, perché è una tesi a orologeria sull’amore per i propri miti musicali che funziona più di un inutile saggio breve sulle ossessioni da cui non si può scappare.

Ode to L.A. contiene decenni di musica in carne e ossa e effetti e muri di suono. La batteria di Moe Tucker dei Velvet Underground si mimetizza influente con il pop dei gruppi di Phil Spector e della California dei Beach Boys, si rispecchia nel controcanto di miele solo a posteriori rubato a Jesus & Mary Chain e, mentre tutto sembra stare fuori dal tempo, introduce la voce di Ronnie ‘Ronette’ Spector matura e bellissima madre: Ronnie prende per mano la canzone e tuttò ciò che fino a quel momento era leggero diventa grande.

Sentire Ode to L.A. è come rivedere Dirty Dancing e pensare che quando (BeMy)Baby si innamora di Johnny in realtà si sta innamorando anche di Bodhi, il surfista di Point Break. O forse solo di un bel fantasma dotato di un’espressione unica.

Fino al fondo


Insieme a mondo oltro (lacrimuccia nostalgica sulla citazione odierna di Top Secret), l’attuale fornitore di minutaglia, gossip e frattaglie varie è Golden Fiddle che oggi mi delizia con una foto del 1991 di Nicole Kidman durante il suo periodo Tomas Milian e con l’annuncio di un libro fotografico erotico sulle donne ciccie di Leonard ‘Dr Spock’ Nimoy.

This Is Hardcore (una squallida marchetta)


il 21 marzo, cioè lunedì sera, attorno alle 21
(e non oltre, eh, che Cascade deve lavorare il martedì)
BARI, TAVERNA VECCHIA DEL MALTESE
:


FRONTIERA
il sound delle montagne, da aosta con furgone

+

IRIDIO
faster domenico modugno


bene. i frontiera tornano in puglia.
tra le città della puglia c'è bari, e tornano a bari.
tra i locali di bari c'è la taverna vecchia, e (guarda caso) tornano proprio lì.

chi sono i frontiera lo sappiamo(?), brava gente, onesti lavoratori e (soprattutto) uomini di chiesa.
vabbé, a parte gli scherzi. i frontiera non hanno troppo bisogno di presentazioni.

apriranno il concerto quegli sfigati (eh, sì eh...) degli iridio,
nota cover band dei duran duran.
oramai assuefatti alle critiche, non paghi degli insuccessi,
privati dell'unico vero suonatore
e ridotti a chiedermi un provino come cantante solo per il mio aspetto,
tornano (a suonare) a bari dopo anni e anni.

SE SEI NEI PARAGGI, SIICI!
Chi non viene è Nu Radical

17.3.05

enovecentocinquanta
(I need your sunshine like the loving)





Come on, let’s go to where it’s fun
I want a slice of L.A. sun
Uo-oh-oh
Uo-oh-oh

Honey, let’s go!










16.3.05

I remember nothing



Ieri in tre ascoltavamo i Joy Division e oggi mi passa questa cosa per la mente, il concetto ossimorico di figlia di Ian Curtis. Non m’ero mai soffermato su questa cosa, era solo un’informazione come tante lette in maniera distratta su biografie e racconti dell’epoca. Ian Curtis aveva una figlia, Natalie, e quando guardo la foto sgranata qui accanto mi accorgo che tutto è lì dentro, nella bellezza dei contrasti dei due sguardi.


Cosa sai fare?


Ti assumono per un motivo e poi fai altro. Questa è la storia del ventiseienne Dennis Hwang, uno dei manutentori di Google che da un giorno all’altro è diventato il disegnatore delle edizioni speciali del motore di ricerca.
(Il Chicago Tribune richiede registrazione gratuita)

15.3.05

Everybody needs a Beaterator


Vi scappa un ritmo e avete a disposizione solo internet? Ho quello che fa per voi. (Imprescindibile, ma non quanto l’action painting segnalato da Garnant)

Mutandine


Ma quale Bugo*, qui c’abbiamo Francesco Niente.

*Bugo sarà qui sabato. Quasi sicuramente invece di unirmi al CBGB’s (Comitato Barese Gambizzatori di Bugo), comunque qui sostenuto, andrò ad una festa di ingegneri.

Un blog è un blog


Abbiamo già fatto tutto.

14.3.05

Solstizi, anzi tempo


Sulla canzone del giorno. Che parla di inizi ma io l’associo alle fini, perché se fossi un diggei e fossero le quattro e mezza e quattro persone e mezza davanti a me non smettessero di ballare e il proprietario del posto volesse chiudere, se tutto questo accadesse io vorrei regalar loro un crescendo perfetto di parole già dette, l’ultimo sorriso scatenato, una fine che dice che è solo l’inizio. Poi la musica sembrerà fermarsi, rimarrà solo il basso e il bongo e poi poco altro ed è il segnale perché prendiate i cappotti e affrontiate l’escursione termica e i seguenti due gradi (di separazione) esterni. E poi ritornerà il coro, it’s only the beginning.

Agosto è il mese più crudele


perché è di nuovo qui a rimuovere gli amanti dai ponti e sono tornate le signore inglesi dell’altro anno cinquant’anni più vecchie per via della svalutazione della sterlina e delle leggi contro la segregazione razziale nel lavoro che hanno provocato l’ira dei dockers di londra nipoti snaturati dei famosi proletari che ci fecero credere nel manifesto sono tornate a svalutare le loro gonne le ragazze apolidi o svedesi (non si sa mai) le loro fette di coscia mordibili definitive per un apprezzamento strutturalista delle violazioni e il dumping di sottoprodotti del violino sui terrazzi

i giovani biondi mendicanti che dovevano diventare geni in ginocchio rifanno i loro velazquez di gesso sui marciapiedi tra ornamenti di fil di ferro gatti di lana quattro o tre monete e la gentaglia che arriva da tutto il mondo come se soltanto qui ci fossero ristoranti e donne decise lentamente a spogliarsi o a spogliarsi lentamente

ma di giorno non c’è altro da fare che andare a vedere il louvre e questo e si avvicinano scettici perché a volte si tratta di una poesia e si allontanano prudenti sorridendo perspicaci perché è scritto grazie in tutte le lingue e perfino in arabo risulta imbarazzante

ma in qualsiasi momento si può ricreare il disturbo come un cane chiuso in un attico che aspetta qualcuno che apra la porta dopo le ferie perché il quartiere latino è il solito con in più la polizia che solleva il selciato e ricopre con l’asfalto la spianata che c’è sotto perché la gioventù marxista-pessimista non si porti dietro la sua giustizia accumulata fin da maggio

ecco l’unica novità dell’estate e che troveranno senz’altro altre armi quando vorranno e che sto peggio come prima o più di prima se è possibile e che sentiamo la mancanza di quelle notti di fuoco ogni notte e ci sentiamo inutili davanti a tante automobili intatte monumento successivo all’animale pre-umano e la calma cotonata l’ordine come un’accusa

di quella festa della violenza che abbiamo avuto resta solo l’orgoglio di essercene infischiati dei limiti del possibile esigendo tutto il potere per l’immaginazione

lei adesso è la vera pazza della casa qualcosa avviene passa non è reale ancora e tuttavia è l’unica cosa vera

tu ad esempio

non ho altre risposte alle domande idiote della logica

(Qui si è tremendamente alla moda e le immagini poetiche di Jorge Enrique Adoum vengono svuotate del significato politico e usate in modo esclusivamente estetico-simbolico e immaginatele lette su Superheroes of BMX dei Mogwai da Government Commissions)

Queste lampade abbronzano la faccia


Il sodale definisce l’attuale andazzo, forse a ragione, come svolta elettrocazzona. Non sa il suddetto che qui nel frattempo va sempre peggio (o meglio secondo i punti di vista) ed è arrivata l’estate. Sul finto bagnasciuga portabile che ci segue ovunque, l’inno dell’estate è già il reggae di plastica di Brazilian Girls, quello col ritornello in punta di fioretto Pussy pussy pussy marijuana.

Oggi


Iniziestati.

La canzone del giorno


Beginnings – Astrud Gilberto

11.3.05

Master & everyman


Oggi è l’ultimo giorno, udito comunque dall’esterno.

10.3.05

Generazione di fenomeni


La comunità dei blog musicali crea fenomeni con cadenza ormai regolare, al pari delle riviste o delle webzine più famose. Dopo i Junior Boys ed Annie arriva M.I.A., figlia di un rifugiato dello Sri Lanka e interprete di un rap filtrato dalle sue radici senza per questo scadere nell’etnico, circondato di spazi vuoti elettrofratturati e figlio colto, decontestualizzato ma giudizioso dell’ormai defunto bulimico bastardpop. Da buon fenomeno M.I.A. miete recensioni positive, raccoglie articoli su quotidiani importanti e suscita polemiche come le ultime nei nuovi luoghi sacri della sega mentale soggettona sulla musica, riguardanti i risvolti politici, l’autenticità della sua musica e la sua credibilità di strada – spulciatevi se siete interessati gli articoli di Blissout-Reynolds e Christgau sul Village Voice, i seguenti thread su I Love Music e i botta e risposta via blog tra le parti in causa. Il suo nuovo disco Arular è il primo(?) caso di bastardpop al contrario visto che i pezzi, opportunamente ripuliti, provengono dalla mixtape bastarda Piracy Funds Terrorism Volume 1 di Diplo. In Italia per ora si sono accorti di lei i compagni di merende, già responsabili su altri lidi pre-blog di avermi indirizzato nello scorso agosto all’ascolto dei Junior Boys.

Le polemiche sulla credibilità di strada di Arular non sono peregrine ma sono inutili. Per quanto infatti M.I.A. faccia certa musica pur non essendo lo stereotipo della cattiva ragazza, quello che conta è il risultato e le sue sottigliezze. Il rappato di M.I.A. è sempre cantato e le reminescenze delle origini orientali non sono ostentate ma integrate e decontestualizzate come gli altri elementi etnici. La programmazione finto-povera crea spazi vuoti per mettere al centro la voce mai piatta e, soprattutto, sensuale senza essere mai vittima delle esagerazioni dell’R&B melodico. Nel disco si alternano momenti da ballo come 10 Dollar, Bucky Done Gone e Galang a invenzioni come il tappeto soffocato di Pull Up The People, l’esotismo femminile di Amazon e il finto latino di Hombre o il ritornello nasale di Sunshowers. Ho ripetuto troppe volte finto ma, ehi, chi lo dice che la buona musica deve essere anche vera?
(Continuate insomma a sorbirvi il mio periodo anti-folk, nel senso che a meno di ciò che ha passato il filtro nei mesi scorsi qui ci si tiene lontani da ragazzi e ragazze sole con la chitarra e si celebra una nuova fiducia nell’elettronica da divertimento e nel rock sgangherato)

9.3.05

Eternal sunshine of the spot mind


Lo spot onirico della nota marca di scarpe da ginnastica, hai presente? Sai che è di Spike Jonze e che il jingle originale lo canta Karen O?

Update: da Emmebi lo potete anche vedere.

Mario Merola and Mogwai battle Big Lucertolons


Queste righe si riconoscono un’utilità sociale: portare alla luce un disco introvabile, ancorché inutile. Le Peanuts erano due gemelle che partirono come cantanti con gli standard di fine anni Cinquanta per poi approdare al cinema della Toho con inquietanti incroci tra i musicarelli di quegli anni e l’horror giapponese alla Godzilla (cfr. Mosura, noto da noi come Mothra). Nel loro primo vinile del 1959 tra i tanti classici spicca una deliziosa versione di Come Prima*.
(*qui noi si gioca con le parole e in pochi possono afferrare)


Dark Matters


Oh, voi che mi state aiutando a cercare casa. Io abbandono un condominio in cui un vicino di casa agli arresti domiciliari sente a tutto volume canzoni napoletane con oscure linee melodiche rubate ai primi Cure. Non si accettano passi indietro, eh.

7.3.05

Frammenti


Rifletto sull’inutilità dei gesti. I segni della rottura propagano le loro venature in maniera circolare e poi sempre più irregolare. All’automobile davanti almeno hanno rubato l’autoradio, a me non hanno rubato nemmeno i cd che si accumulavano distratti nel portaoggetti. L’autoradio integrato è come un cuore che non riesci a spezzare. Penso ai fastidi dei prossimi giorni, ma i problemi sono quelli del momento. Quando il finestrino del lato passeggero è rotto, di notte il freddo non arriva dal lato che ti aspetti. Arriva dal lato opposto, quello sinistro, quasi dalle spalle. È una questione di aerodinamica, mi hanno detto.

Quando la mattina dopo devi liberare l’auto dai pezzi di vetro che sono finiti dappertutto ti accorgi che più grandi sono i frammenti, più facile è prenderli e gettarli nel sacchetto, se non hai l’apposito aspirapolvere. I più grandi non si erano nemmeno staccati dalla portiera e li avevi gettati via la sera stessa. I medi, volendo, li puoi prendere anche con le mani. Per i più piccoli devi ingegnarti, fogli di carta dimenticati nel cruscotto diventano utili palette instabili. Dopo un’ora credi di aver messo tutto alle tue spalle, ma quando passi la mano sul velluto azzurro scuro del sedile rimangono sulla mano delle piccole schegge che nemmeno riesci a vedere. Le togli con l’altra mano e ti rimangono delle piccole puntine di sangue.


4.3.05

A fake kick in the fake teeth


Siete fortunati. In questi giorni l’umore era da batterie morte (vai sul sito dei cimicioni mangia libri) e si progettava un post simil-problema di prima elementare in cui dovevate aiutare il sottoscritto a venir fuori da tre settimane in cui avrebbe dovuto fare un salto in Russia (ma se ne riparlerà ad Aprile, giusto in tempo per farmi perdere qualche concerto interessante), tornare a casa per Pasqua (perché qui non si è nostalgici ma tre mesi sono ancora troppi e si sono saltati due compleanni importanti) e trovare un nuovo alloggio per i prossimi mesi a Bari (questa vale ancora, si accettano proposte di monolocali o bivani a meno di trecentocinquanta euri). Il vincitore sarebbe stato premiato con la dolcezza di una visione perfetta (ehi, nel disco di Montag c’è anche Amy dei Broken Social Scene a testimonianza che in Canada è tuttunmagnamagna).
Poi gli eventi hanno avuto la meglio. La giornata di oggi ha preso una piega che più danzereccia non si può, in ufficio con le cuffie sparate e i simulatori che descrivono evoluzioni a tempo. Finora si è alternato il nuovo Fischerspooner (ascolta i suoi calci nei denti) con i Robocop Kraus e i loro finti ragazzi e finte ragazze. Tra un poco mi aspetto di finire dalle parti stupid-techno della colonna sonora di Le regole dell’attrazione (cfr scena delle vacanze in Europa). Ma non mi preoccupo, tutto ciò sarà bilanciato da un weekend rock’n’roll.

Come ti creo lo star system




Breve ma interessante saggio fotografico di Slate su George Hurrell

1.3.05

Esperando el nuevo sol


Oggi*, va tutto quasi bene.
Oggi* quando sono entrato in macchina ho abbassato il sopracciglio sinistro, quello che ripara il guidatore dal sole, anche se quel sole sarebbe stato lì per due minuti o poco più.
Oggi* ho acceso il lettore e dentro c’era un vecchio nastrone, quello con Ella Es Azul dei Volovan, che se li ascolti sembrano l’incrocio spagnolo tra gli Strokes e i Lunapop.
Oggi*, mi sono tolto i capelli dalla fronte.
(No, non li ho tagliati. Dopotutto, va tutto quasi bene)

*Ieri

Clonely


In Danimarca c’è questa Henriette Sennenvaldt che crede di essere Björk a meno delle esplosioni vocali, ovvero si limita al lato più introverso e trattenuto. Canta negli Under Byen e se proprio li volete ascoltare partite da Batteri Generator (eh eh). Io che però sono inciampato per caso nella ragazza, mi sono chiesto se Henriette copiasse miss Figliadellabuonaluna anche nell’aspetto. Beh, quella qui è lei.


(foto tratta da qui)

We’re not in our skin anymore


Ma lo sai che oggi inizia Sanremo?

28.2.05

Stanotte ho fatto sogni strani


Le facce conosciute immerse in scenari astratti sono state provocate dalla revisione consecutiva de L’esercito delle 12 scimmie + Dancer In The Dark. Non oso pensare cosa succederà stasera quando metterò di fila
Le Retour à la raison (1923)
Emak-Bakia (1926)
L’Étoile de mer (1928)
di Man Ray

25.2.05

Digital Bands In A Digital Post


La scena elettronica barese non è particolarmente rigogliosa e allora vale la pena di segnalare ogni possibile appuntamento dal vivo che potrebbe meritare. Per esempio questo sabato se siete da queste parti fate un salto al Kismet per il live dei
Fabryka.

Si basano sui film: Cient’Anne


Dico solo una cosa: che delusione. Il film del passaggio di testimone tra Mario Merola e Gigi D’Alessio è vittima delle sue tentazioni espressive e paradossalmente ciò si traduce in un minor controllo della struttura. Lo spostamento di D’Alessio verso un pubblico più ampio, anche dal punto di vista geografico, influisce in maniera discontinua come nel caso delle sue canzoni del periodo, metà in italiano e metà in dialetto con la parte in dialetto melodrammatica a contrastare il baglionismo dell’altra. Si assiste così a scene da musicarello classico (quella davanti alla finestra mentre piove) come a scene da video musicale in cui Gigi è ripreso col viso spostato rispetto al centro dell’inquadratura. Il discorso dei due piani è anche portato avanti sul piano del cast a metà tra la tv locale napoletana e quella del sottobosco Mediaset (Mastrota! Il capitano di College!).
La musica d’accompagnamento assume direzioni incontrollate dal pop da boutique al finto Almamegretta per le macchiette col tunisino napoletano, recentemente ripescato per l’interessante programma di pizzica e taranta della stessa rete, condotto da una ritrovata Federica Moro (ancora College e tutto torna). Il montaggio analogico della scena di Scusami è commovente per il tentativo di estrarre in maniera stocastica dagli attori un’espressione che sia differente dall’altra. Non serve a migliorare la situazione la citazione hitchcockiana da La Donna Che Visse Due Volte, il cui unico effetto è l’uso di un tema ricorrente copiato quasi in toto da Laura Non C’è (la canzone, non il film). Sa di occasione sprecata però soprattutto la presenza di Merola. Latitante per tutto il film si riscatta nel finale quando, infartato, si sorbisce in barella appena fuori dall’ambulanza il duetto con D’Alessio che impedisce il suo spostamento in ospedale per occupare anche la fetta di mercato del Maestro. Una scena e una canzone, quella che dà il titolo al film, che servono a riscattare la fastidiosa noia delle due ore precedenti.

24.2.05

Vista da lontano




Nella figura, lettera di accompagnamento al nastrone Meccanic Dancing (Oh We Go!), sì come la canzone altrochefankpank degli XTC, anche se la canzone degli XTC non c’è.
(foto opportunamente trattata per ovvie questioni di privacy, ma qui proposta per ribadire la superiorità della magica accoppiata carta+pessima calligrafia)

PS: ma si dirà cacografia?

23.2.05

Mamma Cass (Subtraction is an addiction)


Subtraction(Cass McCombs) = Ritmica_movimentata(Housemartins) + Organo_da_chiesa + Ritornello_da_I Drove All Night(Cindy Lauper)

Localism


Immaginate una città levantina del sud dell’Islanda. Questa città ha una radio che si distingue dalle altre per una programmazione musicale interessante, se non coraggiosa. Gli abitanti del luogo vi diranno che si può avere di più, ma siamo pur sempre al sud e ci piace lagnarci. In particolare questa radio di questa levantina città del sud ha un programma presentato dal noto dj. Il noto dj è figura contrastata perché, pur portando avanti un discorso musicale condivisibile in radio minato solo dal suo approccio alla Pippo Baudo, dal vivo cede ai bassi istinti della folla e non rischia un centesimo che sia uno, dall’alto della sua posizione e del suo nome. Gli hipster di Reykjavik parlerebbero di braga calata, ma in questa levantina città del sud al sabato per combattere il freddo spesso i boscaioli mandano giù qualche goccetto di troppo e alla fine si ritrovano senza nemmeno volerlo nel corridoio di un teatro hippie e periferico, ballando l’ultimo successo dei Dogs Die In Hot Cars.

Questa settimana però ci si interroga su una scottante questione. Nella sua mailing list il noto dj comunica che in una serata della settimana metterà i dischi in un posto chiamato Figo. Il Figo è l’equivalente levantino di uno di quei locali presenti in quella città che verrà cantata nel nuovo disco del nostro gruppo islandese preferito: luci fredde leggermente ambrate e mai troppo basse, volumi spogli e pacchianamente minimali, bariste e personale di servizio scelti dal pool di designer. La particolarità del Figo è però l’interessante scostamento tra tutto ciò e la gente che lo frequenta: cinquantenni ex-scaricatori del porto della levantina città del sud arrichitisi con la malavita e col commercio clandestino di olio di balena sono lì accompagnati da raggrinzite e poppute quarantenni che occhieggiano ai giovani scagnozzi di Vivienne Westwood vestiti. Uno degli elementi della prima categoria l’unica volta che sono andato lì accostava le mani a conchiglia sul viso e si produceva su una base jazz-house in un rumore ipersonico a metà tra un urlo primordiale e il cowbell adesso tanto di moda. Orbene, il noto dj questa settimana metterà i dischi lì e ci si chiede se in onore del principio dello scostamento farà un set da ricordare per gente che non apprezzerà o se suonerà per l’ennesima volta l’apposita cover di I’m a believer degli Smash Mouth per il pubblico fedele che lo seguirà anche lì, per una volta di Vivienne Westwood vestito come negli altri giorni della settimana.