2.4.08

Il 2.0 di Aprile

No, il post di ieri non era un pesce d'aprile (Bostro Pesopeo esiste per davvero). Lo è stato invece l'ascolto di Narrow Stairs, il nuovo dei Death Cab For Cutie sul mio last.fm. Si trattava in realtà di una copia di Silent Movie, il nuovo dei Quiet Village, coi tag opportunamente modificati. Lo scherzo è stato abbastanza masturbatorio, cretino e poco riuscito. Ma morivo dalla voglia di usare il titolo qui sopra.

Your New Twin Sized Bed - Death Cab For Cutie
in realtà era
Can't Be Beat - Quiet Village

Videografia di riferimento:
The Days Of Pearly Spencer - David McWilliams
Il Volto Della Vita - Caterina Caselli
The Days Of Pearly Spencer - Marc Almond

1.4.08

What's a hip to do

Sono indeciso se sia più sfacciatamente spocchioso puntare sulla Dissident Records (uscite tra fantascienza disco e techno numerate da cento vinili ebbasta: niente mp3, myspace evanescenti e pezzi introvabili di Columbia #1 o di Invincible Scum sulla bocca di chi sa) o su un nome meraviglioso come Bostro Pesopeo. Meno male che almeno Sebastien Tellier porta la Francia all'Eurofestival cantando in inglese.

27.3.08

Tutti i sabati in casa della nostra giovinezza

Son giorni in cui certi trentenni come me han da far conti dal punto di vista musicale. Uscite come quelle di Portishead, Notwist e Matmos mettono davanti ad un come eravamo / come siamo / come saremo denso di attese prolungate, scelte diverse e umori ormai più o meno distaccati. Forse dovrei scaricare anche il nuovo Moby. Invece cerco di venire a capo di Saturdays = Youth degli M83. Sono affezionato agli M83: i cauti post dalla forma incauta sul vecchio e sul nuovo blog stanno lì a ricordare quanto si possa crescere ed essere menopeggio.
L’uguale non tragga in inganno. Saturdays = Youth è un disco per vecchi. Vecchi che da giovani passavano i loro sabati ad ascoltare musica già vecchia e soprattutto inutile. Quale giovane donna quindicenne metterebbe sulla testata del suo myspace/twitter/facebook parole come “The cemetery is my home, I want to be a part of it, invisible even to the night…I'm 15 years old and I feel it's already too late to live. Don't you?”? Qualcuna di sicuro ci sarà, ma il problema siamo noi, quelli che maciniamo revival a velocità così alte (dove eravamo quando avevamo altri gusti?!) che ormai amiamo anche il revival al quadrato. Il revival dell’ascolto revival.
Non si confronti allora S=Y con i vecchi dischi degli M83. I suoi stracci di Kate Bush sono oltre Rossana Casale che fa Kate Bush nel jingle della pubblicità della Coppa del Nonno e oltre le cover dei Chromatics, siamo alla ristampa dei dvd di Twin Peaks e quest’estate ormai tutte le band shoegaze avranno perfezionato la loro reunion. Balliamo sia la techno di Detroit che Redshape che chi copierà Redshape. E i giovani sono da qualche altra parte, con qualche altra diavoleria troppo noiosa. Sui quindici minuti iniziali remix (gli unici amabili) di My Blueberry Night di Wong Kar Wai, temevamo amavamo l’idea di un remake afro-beat de Il Giardino Delle Vergini Suicide. I Portishead mi hanno sorpreso, i Notwist mi hanno ricordato che non riesco più a essere così ghei e i Matmos, beh, quelle cose le trovo più divertenti in salsa techno sul nuovo ep di Four Tet. Forse dovrei scaricare anche il nuovo Moby.


We Own The Sky - M83
Up! - M83

17.3.08

Puntini di sospensione

Sono vivo. Se tutto va bene, dalle prossime settimane potrò anche tornare più spesso da queste parti. Ovvero via da Torino, dai live di Tiger Stripes, Shout Out Louds, 2000 And One e dell’I Am Festival (con Funk’d’Void, Los Hermanos, Fumiya Tanaka, A Guy Called Gerald, Ananda ed Eulberg)

Una volta c’erano nei pub i gruppi di diciottenni che scopiazzavano Sonic Youth e Blonde Redhead. Oggi sei passato ai club e i diciottenni imitano in console Nathan Fake, persino nella capigliatura pennellona. Una volta andavi a vedere al Cinema Massimo il film muto Dans La Nuit musicato dai Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo. Oggi vai al King Kong MicroPlex a vedere Three Ages di Buster Keaton musicato da Jeff Mills.

Non sono potuto andare alla data torinese dei Baustelle. Tutto esaurito giorni prima. Io non sono abituato ai ‘tutto esaurito’. Con una forma di rimozione nervosa, per me il concerto non avviene più, così come nel caso di eventi a cui non si può partecipare. Alcuni credono di avere visto i Pixies quattro-cinque anni fa e invece si era trattato di allucinazione collettiva.

In compenso il giorno dopo sono andato a sentire Juan Atkins, l’uomo che con Model 500, Cybotron e un’altra dozzina di nomignoli ha segnato la transizione dall’electro funk alla techno di Detroit. Col cervello mangiato dagli alieni dei suoi pezzi, il succedersi impreciso dei consueti capisaldi aveva un che di spettrale. Pesante e techno nella prima parte, malinconicamente disco nella seconda. L’aria da revival in casi come questi è giustificabile, ma di fronte al rullo compressore di The Bells, alla lussuria di I Feel Love e all’unico pezzo del bis – quella Jaguar che risveglierebbe gli entusiasmi anche a una mandria di elefanti sedati – testa e cuore non superavano il contrasto tra pezzi oggettivamente “inutilizzabili” e l’effetto potente che continuano ad avere.

La settimana dopo, l’enorme fila davanti all’Hiroshima Mon Amour per gli Autechre è fatta di giovani, vecchi, sinistrati, cubiste del Club 21, manovalanza impiegatizia e uomini e donne di mezza età che non hanno superato indenni la frequentazione con le droghe chimiche della seconda metà degli anni Novanta. Sono solo le 22e30 e Rob Hall sfugge al concetto di djset di apertura con una techno molto inglese, acida ma rotonda, ritmicamente dritta ma ornata di break spezzati. I SND si presentano sul palco con due martelli pneumatici della Apple: per due minuti in mezzo mi sono divertito, per il resto credo che abbiano iniziato i lavori del nuovo capolinea della metro al Lingotto. Fortunatamente Rob Hall torna in scena alla destra del palco, mentre al centro attaccano i jack. Poi si fa buio. Buio nero. Niente schermi e visuals, niente strobo e riflettori, niente luce verde per le uscite di sicurezza. Gli Autechre cominciano spediti, ballabili e belli grassi. Il buio non va via. Se hanno degli schermi sono orizzontali e privi di illuminazione. Il concerto è il contrario di Quaristice, solido e continuo. Al primo rallentamento quasimelodico scoppia l’applauso. Ma tutto rimane buio. Ballano tutti, il live trasuda esperienza e mi chiedo se qualcuno ci avesse già pensato: più che inquietante quel buio sapeva di rimozione dell’inutile, dei capelli rosso finto, dei cardigan, dei jeans dentro gli stivali, dei pallini sui maglioni infeltriti, dei giubbotti di pelle nera, del vuoi qualcosa, del che mi dai un sorso, della chiacchiera in mezzo al concerto, dei flash delle macchine digitali, di tutti voi. Chiunque e qualunque cosa voi siate. Poi dopo un’ora senza cadute di tono le luci si sono riaccese sull’applauso e non si sono rispente per un bis. Rob Hall prende in consegna la ventina di persone che decide di restare per la sua chiusura, che non andrà oltre un’ulteriore gustosa mezzora. Sono le 2e30, tutto è finito e mentre torno a casa mi sembra di risentire di tre ore di fuso orario.

Rae - Autechre
Vessels In Distress - Model 500

27.2.08

22.2.08

Di sGuincho

Non credevo che a febbraio 2008 una recensione positiva di Pitchfork muovesse ancora le ricerche su internet.

20.2.08

Avevamo un conto in sospeso (e forse ce lo abbiamo ancora)

Avevamo un conto in sospeso. Quel venerdì sera di metà Agosto a Stoccolma i Black Devil Disco Club suonavano dal vivo e invece altrove tu tenevi interminabilmente a mezza altezza la tua unica birra omaggio, mentre ascoltavi zitto i tuoi amici stranieri. Per ore. Io scoprivo che in Svezia, a differenza che in Italia, puoi vedere in trasparenza attraverso un bicchiere di vino rosso. Per ingannare il tempo in attesa del tuo dj set passavo da una Jimmy sulla pista principale alla Rozzalla (‘Faith in the power of LOVE’) nella sala revival-non-siamo-svedesi-per-caso. Condivo il tutto con un hamburguesa (il bello delle discoteche svedesi estive) e con una Nastro Azzurro (‘Sì, ma avete una birra appena un po’ più forte?! Yeah, Nastroh Azzouroh’). La tua birra era ancora a mezz’altezza. Tu hai messo sei pezzi in croce. SEI ES DRUM. Sei pezzi che tu avevi utilizzato nei tuoi dischi, ma sei dannatissimi pezzi. Sei andato a mettere i dischi con una custodia da dieci, cazzo. Poi hai pure avuto il coraggio di andartene via su un taxi nero. You killed the party again, Goddam. Goddam.



Avevamo un conto in sospeso. Dovevamo eiaculare il nostro amore per Arthur Russell, a Ferragosto. Anteprima del documentario, anteprima dell’EP. Tu, Victoria Bergsman, Verity Sussman e Joel Gibb. Io non avevo capito i manifesti e non volevo chiedere. La tua bassista mi dava lo zucchero filato. I due cantavano i pezzi di Arthur da soli, due o tre pezzi degli Hidden Cameras, due pezzi delle Electralane. Due volte You Can Make Me Feel Better. Poi mi hanno spiegato del rimborso. Il volo decollava prima. Il giorno dopo, quando chiedevo anticipatamente il rimborso per un questione di principio, tu attraversavi la Kulturhuset con un bustone blu dell’Ikea e non sembravi malato. Cosa ci tenevi dentro, l’attrezzatura per lo zucchero filato?



Avevamo un conto in sospeso (e forse ce lo abbiamo ancora). Soprattutto ora che non siamo in vacanza, tu ripeti la solita storia che tra un po’ (dopo la fine del concerto) ci canterai il resto, ed è l’una e fuori fanno due gradi sotto zero. Avevamo un conto in sospeso, ma io domani lavoro e non ho voglia di raccontarti tutto e torno a casa. La casa dell’Azienda. Goddam. Goddam.



P.S.: mille grazie ai LeGo mY eGo: Niobe di Caribou è da sogno per introdurre un concerto. Purtroppo quelli sono andati per le lunghe. Forse anche Strange Things Will Happen avrebbe avuto il suo senso. Sui Magnetic Fields ho capito che bisognava attendere. Subito dopo mi hanno esclamato nelle orecchie “I Postal Service!!!”, ma cazzo, dovevate urlarmi prima “Caribou!”. Invece si è iniziato con i Books più Prefuse ’73 (a meno che non mi sia confuso). Caribou, Caribou, Caribou. Goddam, Goddam.

E non se ne possono restare

Una delle cose che ho sempre invidiato ad altri che come me provano a raccontare il piacere di ascoltare uno che mette i dischi è l’esperienza della durata infinita. Quei set che iniziano alle tre e finiscono alle nove di mattina, che sono discorsi che non basta un mp3 a raccontarli. Stava per succedere venerdì scorso e non a Milano con il coincidente Villalobos, ma a Torino con Solomun. Su un’intelaiatura di techno non troppo pippotica e mai fredda o cattiva, il bosniaco spargeva ogni tanto sprazzi melodici come il C#1 Movement Remix di Tides di Beanfield o il bootleg della chiacchieratissima Enfants (celo, ma Sei Es Drum rischia alla nascita di configurarsi come l’etichetta dei tools di Ricardo). Soprattutto si adoperava con fare da dj e non come un produttore che spende a questo modo la sua fama. Per farla breve, dopo le consuete due ore di set Solomun si concedeva una ventina di minuti di pausa per poi riprendere in mano la pista che non si era svuotata. Già pregustavo il sole sul Po, quando dopo una risicata mezzora una mano infausta abbassava il volume e i BPM. Se non altro avevo avuto il tempo di gustare su un impianto appropriato, il gusto pizzicagnolo di Solomun, hommo capace di vestire la maglietta del mercato sulla canottiera del mercato. [Collane d’oro not included]


Feuervogel - Solomun And Stimmung

19.2.08

Jens fa surf

Inizia dicendo: “Questa è una canzone sul chiudere con tutta la merda che”. Più avanti solleva il dito medio al cielo. Certo ora ha uno che gli lancia la drum machine, ma…

12.2.08

Packs Of Dear

Il dj set barese di Matthew Dear as Audion ha soddisfatto tutte le aspettative della vigilia, smontandole una a una. Si attendevano montagne russe di crescendo e precipizi ai limiti della sostenibilità e invece il set ha compresso quantità energetiche via via crescenti giocando più sulle densità che sui picchi. I filmati della data romana di dicembre lasciavano intendere l’impiego dei singoloni e dei popolari remix per scatenare la folla e invece il buon Matthew ha incrociato con due piatti, manopole e MAC inediti, pezzi vecchi e techno altrui, ricreando comunque l’atmosfera ai limiti del nome Audion. Le prime file continuavano a indicare le labbra con l’indice e la sua concessione è stata appena un accenno a basso profilo della rilettura Mund Zu Mund. La sua faccia tranquilla, sorridente e attenta e il saluto gentile alla fine (felice come un bambino di dieci anni che torna a casa dalla partitella pomeridiana giù in cortile) rimandavano più all’immaginario di un Sufjan Stevens, che al disturbante labirinto oscuro audionesco. Inquietante anche questo, a suo modo.


Bees Please - Matthew Dear (As Audion?)

3.2.08

Bonanza

Ieri sera a Bari si poteva scegliere se andare a sentire Alex Smoke o Dave Mancuso e la sensazione (in piccolissima scala) era di quelle che, immaginavo, avrei provato solo a Londra, o Bologna. L’offerta e la libertà di scelta – (e il ‘tanto poi è molto probabile che tornino’) – si sono quindi tradotte in un turno di riposo casalingo a base di spiedini di ‘nghimiridd e braciolette di agnello alla griglia*, cannonau e un telefilm che non si può nominare (e non è Bonanza). Perché qui già si stanno raccogliendo le forze per il dj set barese di Audion, sabato prossimo.

* appurato che chi viene a Bari per un concerto indie viene portato in osteria (soprattutto VeC), ci si chiede: anche Matthew Dear sceglierà nel menù completo a base di patate, riso e cozze, fave e cicoria, polpo arrosto e braciola di cavallo al sugo?


Olga Dancekowski (Audion Paradise Cafe Mix) - Matt John


29.1.08

Fiori Bianconi

Paradossalmente, la vera trasgressione oggi potrebbe essere la fede.
«Ma quella di tipo francescano, assoluta e rigorosa».
(Un Bianconi sulla strada di Lindo dalle colonne de Il Giornale)

27.1.08

Non me gusta (è questa la cosa giusta)

Sarà per contrasto col suo disco, uno dei più interessanti di inizio 2008, ma il live di Bruno Pronsato visto ieri sera a Bari è stato una delle esibizioni più noiose e moleste a cui abbia mai assistito, mettendo nel novero anche concerti di cantautori folk, art rocker e tutte le orchestrine che suonano in quelle balere-ristoranti per anziani che ogni giorno il benemerito programma Ballando Le Cupole porta all’attenzione di tutti noi. Così noioso e molesto che dopo un’ora buona di “piatta cassa e poco più -> tolgo quasi tutti i campioni -> riparte la cassa (urlo della folla) -> effetti di ableton -> riparte la cassa (urlo della folla) -> abbasso il volume -> riparte la cassa (urlo della folla)”, meditavo di tornare all’interminabile fila* all’ingresso dalla quale dopo un’ora di attesa mi aveva strappato l’intervento pronto del compagno di sventure La Scarpa Che Respira, oppure alla coda* del guardaroba, a farmi mettere i gomiti altrui nello sterno.

* termini convenzionali da rendersi visivamente come ammasso caotico di persone disposte a raggiera intorno a un varco

Bruno Pronsato nella sua classica posa con cui ogni cinque minuti rilancia la cassa

24.1.08

L’amico del giaugaro

Quando venerdì scorso, a un metro e qualcosa di altezza dal Po e dopo un’ora e mezza di dj set, Len Faki buttava sul piatto Knights of Jaguar di DJ Rolando, ho pensato che tutto potesse finire lì. Certo, Jaguar dovrebbe essere vietata nei dj set di chi non ha vissuto la Detroit di quegli anni e chiudere una serata con un pezzo dalla linea melodica fondamentalmente triste e però capace di saldarti un sorriso enorme sulla bocca, da un orecchio all’altro, irriterebbe certo tutti i soliti antipatici snob e farebbe la gioia di noi poveri dal cuore molle. Poi Len Faki non avrebbe finito lì, continuando con una selezione di vecchia scuola che sembrava chiudere a ogni pezzo: The Man With The Red Face di Laurent Garnier, Timbuktu di Ferrer & Sydenham, il remix di Carl Craig di Kill 100 degli X-Press 2 fino a quel pezzo così studiato e così per me irritante che sovrappone un orgasmo ad un rallentamento ritmico per poi riprendere, buono forse per metà set ma non certo per la fine (per la cronaca, French Kiss di Lil Louis). La fine invece è una corsa sempre più veloce, qualcuno stende la pasta, qualcuno del sud balla a nord. La melodia è triste, ma noi sorridiamo.

(Fortunatamente poi Jaguar arrivava a chiudere la seconda parte del dj set a base di techno fattona stile la sua My Black Sheep. Molto più apprezzabile la prima parte composta per gran parte di nuovi pezzi che rimandano alla vecchia scuola come Elephant di Rune & Sydenham o la sua Rainbow/Mekong Delta)



Knights Of Jaguar - DJ Rolando AKA The Aztec Mystic

16.1.08

Stainless sky when the style is falling

Uno sembra il seguito di Gnarls Barkley, l’altro un mash-up album di Rufus Wainwright in salsa synth-pop. I nuovi album di Neon Neon (Gruf Rhys dei Super Furry Animals e Boom Bip più una manciata di ospiti rap) e Kelley Polar sono discontinui, o meglio NN discontinuo e KP diviso in due metà sbilanciate. Eppure quando Gruf Rhys canta su uno di quei pezzi che ormai escono fuori solo dalle radio di certi personaggi di Eggers o di Richard Kelly o quando la voce sintetica di Kelley Polar zippa libri liceali di filosofia su base disco, ho una piacevole sensazione simile a questa . Poi li accomunano due botta-e-risposta-dontyouwantmebabe (I Lust You vs Entropy Reigns), il gusto per la messa in piega della parola e una pesante glassa anni ottanta. Eppure. Eppure quando all’inizio di Steel Your Girl lampeggia Videogames su una melodia degna dei Fountains Of Wayne o quando il paradosso di Zenone viene tradotto in spaziature di sintetizzatore che non arriveranno mai, penso che forse dovrei rivedere la mia opinione su Supermayer Save The World.

I Told Her On Alderaan - Neon Neon
A Feeling Of The All-Thing - Kelley Polar

5.1.08

Le dodici fatiche erotiche di Ercole

Lo so, tutti aspettano il pezzo con AnthonydiAnthonyAndTheJohnsonsRigheira, ma io sono in fissa con il remix che Hercules & Love Affair ha preparato per A&E di Goldfrapp. Come certi pezzi che l’anno scorso hanno contribuito a demolire il castello di stuzzicadenti della minimale, il remix di A&E adotta una struttura scarna, ipnotica eppure pop. Gli elementi stranianti (i cori afro e le campane trattate) sono così caratteristici che se la giocano col cantato originale (rotondissimo) e i giochi di frequenze tra i bassi dei tom e le bordate ad alta frequenza dei piatti, ascoltati ad alto volume, sono energia compressa. Poi, certo, chi lo scorso capodanno non ha ballato Blind, non può dire di essere stato ad una festa degna di nota. Ma vi capisco, all’una io già ronfavo a casa per evitare delusioni.

A&E (Hercules & Love Affair Remix) - Goldfrapp
Blind (Motik Lok Edit) - Hercules & Love Affair feat. Anthony Hegarty

2.1.08

Torri, tette e tagliacode

Dove sono i bolognesi quando servono? Com’è che vengo a conoscenza de Il Tagliacode di Andrea Sartori da forum e blog stranieri? E le webzine italo-che-più-italo-non-si-può? Per amore di precisione qui in Italia ne hanno scritto su Frequencies e Inkiostro ha linkato la compilation della Homework, l’etichetta fondata dallo stesso Sartori, ma per il resto l’uscita de Il Tagliacode è passata sotto silenzio e ascoltandolo si capisce purtroppo anche perché. Niente coretti generazionali (a meno che non si voglia considerare tale il riferimento al Supertele della prima traccia), niente gadget per esibizioni dal vivo, un titolo geniale come Ehi Amigo (Hai Bisogno Di Un Autoradio?).

Sartori gioca nello stesso campionato di Kalabrese e Bruno Pronsato, ovvero quello della musica carnale strapazzata. Mentre Pronsato è un maestro nella gestione di un insieme senza centro, Sartori predilige sviluppare a partire dalle registrazioni suonate: i pezzi iniziano come jam jazz o funk e dopo l’introduzione indossano ritmi quasi dance, in maniera però più restia e meno dritta che nelle cavalcate di Kalabrese. Il rischio è di scontentare tutti, da chi attende il terzo minuto per ballare agli snob poltroni. Troppo intellettuale, troppo cafone. Per quanto mi riguarda l’aspetto che più mi ha urtato sono stati i momenti che più tendevano al phuture jazz. Molto meglio quelli in cui alla pheeghetteria si preferisce la sporcizia del funk o la serie B dell’easy listening. Per esempio, in Horror Vaqui il ruvido funk fratturato iniziale si trasforma in un pezzo deep house dove al posto della solita diva con enorme capigliatura crespa urla una erinni sedata solitamente dedita ai cori di musica contemporanea. Prima Le Signore sembra invece il nome ironico di uno di quegli horror seminali italiani dei Settanta, quasi un tributo alla giovane Florinda Bolkan. Altrove buoni i giochi tra corde e tasti di Vodkatronic, la circolarità nera di Rompicapo e la coatta (e come non potrebbe esserlo) Ehi Amigo (Serve Un Autoradio?). Il Tagliacode non regge sempre i suoi momenti migliori, ma ha il pregio di essere un disco divertente in modo non immediato, che non dà soddisfazione al pimo colpo di un ascolto distratto col solo auricolare destro della cuffia.

Horror Vaqui - Andrea Sartori
Prima Le Signore - Andrea Sartori