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10.10.11

The Italian New Wave

The Italian New Wave ebbe a dire l'anno scorso James Holden in chiusura di Club To Club e The Italian New Wave è il motto dell'undicesima edizione del miglior festival musicale italiano. Anticipato dalla tre giorni del Viva Club To Club (dal 20 al 22 Ottobre tra Milano, Roma e Torino con Holy Other, Space Dimension Controller, Kyle Hall, Paolo Della Piana, Bottin, Giorgio Valletta, Teho Tehardo, Giorgio Gigli e Jeff Mills), in onore del 150esimo dell'Unità d'Italia il festival troverà la sua seconda sede nella città di Roma. Dal 3 al 6 Novembre a Torino il festival si approprierà di teatri, gallerie e club culminando col finale al Lingotto. Il calendario come ogni anno non è riassumibile tanto è ricco. Meglio riguardarselo per organizzarsi i propri saltabecchi tra club e sale.



Giovedì 3 Novembre
[Teatro Vittoria - 17.00]
Egyptrixx (live set)
[Teatro Carignano - 22.00]
Apparat Band (live set)
Lucy (live set)
[Lapsus - 23.00]
O: Vaghe Stelle + Stargate + A:RA (live set)
Jackmaster (dj set)

Venerdì 4 Novembre
[Teatro Vittoria - 21.00]
Planningtorock (live set)
Opium Child (live set)
[Hiroshima Mon Amour - 23.00]
Kode 9 presents Hyperdub Night:
Kode 9 (3hrs dj set)
Hype Williams (live set)
Martyn (live set)
Cooly G (live set)
e nella seconda sala
Kuedo (live in the mix)
SRSLY (dj set)
[Jam Club - 23.00]
Ben Clock (3hrs dj set)
Theo Parrish (3hrs dj set)
Lucy (dj set)
Stereo / Gandalf (dj set)
[Fluido/Gamma - 23.00]
Deniz Kurtel (live set)
dOP (live set)
WPTWL (dj set)

Sabato 5 Novembre
[Teatro Vittoria - 17.00]
R&S Showcase:
Lone (live set)
Untold (live set)
[Museo d'Arte Orientale - 20.00]
Teho Tehardo (Maps of Enthusiasm special project)
[Lingotto Fiere - 22.00]
Padiglione 1:
Modeselektor (live set)
Jeff Mills (dj set)
Marcel Dettman (dj set)
Alva Noto (live set)
Byetone (live set)
Sala Rossa:
Caribou (dj set)
Zomby (live set)
Pantha Du Prince (live set)
Sandwell District: Function & Regis (dj set)
Savana Potente / Claude (dj set)

Per informazioni su biglietti e abbonamenti:  http://clubtoclub.it/2011/ita/_tickets_1
 
Ben Klock - Subzero (Function-Regis remix)

10.5.11

31.1.11

Tuff-i


Questo qui sopra è Actress, ovvero Darren Cunningham. Con grande probabilità il vostro disco dell'anno faccio-capire-che-mi-piacete-anche-voi-altri sarà stato Caribou o Kanyewest. Splazsh di Actress (anch'esso scelto come disco-ponte dell'anno dal giornale filofighetto) invece è un disco immerso in tutto e poi sgranato. Sabato scorso (seconda serata di Houdini) Actress ha interrotto il funzionale back to back introduttivo di Vaghe Stelle e Sergio Ricciardone con dei droni dai quali è emersa della techno scura incatramata, spezzata dalla vecchia scuola electro tutta in fila di Maze spezzante al punto da spezzare se stessa e sfaccettarsi prima dei tentativi di house che imprigionano i campioni degli Human League, con tutto che sfugge e si sgambetta, con gli elementi che vanno tutti fuori tempo, o meglio che seguono tutti il loro tempo. Tutto poi era goduriosamente ovattato, affilato e sepolto dagli effetti e dal bitrate e poi nuovamente distorto dall'impianto (forse era un errore, ma rientrava tutto nel processo di impoverimento del suono primigenio alla ricerca del brivido della nostra esperienza di ascolto di oggi: prima o poi uscirà fuori un fanatico dell'alta fedeltà che diventerà il nuovo beniamino del riflusso). Era una serata così spezzante che anche il biglietto d'ingresso che ho ricevuto era spezzato in due biglietti, uno intero da cinque euro e uno ridotto da tre euro (ma davanti a un live come questo si chiude un occhio davanti alla finanza creativa che permette di mantenere in vita il clubbing).

Always Human by Actress

7.10.10

Name Dropz

Tutti gli stick, spat, toc dell'inedito di Apparat per il suo DJ Kicks mi ipnotizzano nella loro nettezza che risalta sul mare di washing e riverberi piatti che va per la maggiore. Fiati fagotti nasalità d'ottone e pentolini sono organizzati con la ormai irritante maestria dal signorino Motor City Drum Insieme per l'anteprimo estratto da quello che si preannuncia come lo stellare disco di remix di Caribou (triplo Koze, Ikonika, Fuck Buttons, Holden, Gavino Russom, Gold Panda et al). Vincent Oliver zompetta con la sua orckestrina, il SignorBanjoNo, Ludovico Pellegrini. I Margot ci sono. James Blake affronta finalmente il suo lato pianolo, mi hanno spedito il inoltrato i link del promo del nuovo Mount Kimbie (il live al Berghaine di Maybes echeggia come risate in un cupo stanzone vuoto non ho ancora sentito il nuovo di Shed), ma non nascondiamoci che l'attesa è tutta per North dei Darkstar. Alla voce techno nera disperata travestita da dubstep invece esploro Jack Sparrow. I paesaggi, quando faccio finta che le Alpi non esistano, me li confeziona CFCF. L'ep sudanese della Innervision con guest il tipo dei Knife non si può sentire, ma è divertente. Tanto roboamore per Squarepusher roborock col primo Shobaleader.

E non dimentichiamoci di Brianino, la minaccia

29.9.10

Carnezzeria

Quando faccio la spesa al supermercato, il mio momento preferito è un piccolo ritaglio. Un pizzicotto. Separato dal freddo reparto carne di plastica (pollo di plastica, maiale di plastica, bovino di plastica, vitello di plastica) c'è un rimasuglio di infanzia, di corporeità, di calore. In quell'angolo, ogni settimana, spero di trovare un pezzo nuovo. Delle volte è cuore, polmone o banalmente fegato. È un piccolo box refrigerato separato dalla carne sostenibile, quella che non ha più niente di animalesco che è nata e morta fettina in formato famiglia, sceltissima. In quel rettangolo convivono specie, piedini di maiale, code di bue e teste di coniglio. Il vicino di scomparto ha stranezze più sottili, lo struzzo (proteina del terzo millennio che non riesce a conquistare), il cavallo con prezzi assurdi (we're not in Bari) e le quaglie (a loro modo sexy, anche se irregimentate in un ordine che urla allevamento). Mi chiedo da dove provengano tutte quelle lingue, se siano in qualche modo correlate alla tranquilla carne trita o al carpaccio per i fighetti fuori tempo. Mai ho incrociato i granelli. Non faccio testo, rincorro il pane con la milza anche qui a Torino, mi sono commosso per la ricetta del piccione di Pronti Al Peggio, quand'ero piccolo i miei compravano il coniglio solo se aveva la pelliccia, anelo alle stigghiole e agli 'nghimiridd' e per me la carnezzeria non può non avere una testa di bue appesa all'ingresso.

La carne accettabile rimuove la colpa dell'assassinio, non cola nemmeno sangue ed è pronta per il freezer. Come una cover sintetica tracciabile che sostituisce le nostre urla a quelle delle vacche.

(Prossimamente il banco del pesce: rane! razze! pescatrici! granchi azzurri! fasolari da mangiare vivi!)

K.I.M. - Meat Is Murder (Smith Cover) /Miyage by K.I.M.

28.5.10

Come i film per la tv di Hallmark

Il disco nuovo di Trentemøller è da latte alle ginocchia. Voleva essere il Badalamenti (Angelo) electro e invece la sensazione è quella dei film remake per la tv di Hallmark (Carrie ex sguardo di Satana passato all'ammorbidente era un caposaldo, ma qui si è più dalle parti di un Lynch nella prateria con gli spiegoni e senza i coniglioni). Unica eccezione che strappa il sorriso è quando si ricorda che faceva il puzzone bastard'ø (do you remember Chris Isaak?) e tira fuori quella che sembra una cover della colonna sonora di Pulp Fiction ad opera di DJ Shadow con la spudoratezza di un Blackeyedpeaoneeyedjackrabbitslims. Pompa.



5.1.10

Rotante (La Settimana Dei nonSaldi A Londra)

No. Al minifestival dubsteppo non sono poi andato (la bass music, quella che una volta era il dubsteppo, ha monopolizzato le classifiche di fine anno ma per fortuna non è ancora diventata il nuovo trip-hop dato che i negozi di Londra, il vero metro di brit-popolarità post-NME, non la usano perché spaventa i clienti o li fa inciampare e sbattere l'uno contro l'altro come pacman intrappolati in un tenori-on). Al nonCapodanno nella solita topaia rappezzata di Shoreditch gli Aeroplane sono stati commoventi nonostante la trappola per topi in cui suonavano facesse di tutto per tenerti ai margini (i loro grandi classici misti alla disco polverosa, One Life Stand inaspettata da lacrime, un giorno vivremo a Parigi te lo prometto, like battery thinkers/count your thoughts, DON'T YOU WANT ME di FELIX e quel tepore da Deejay Time se il Deejay Time fosse esistito vent'anni prima). Erol Alkan invece ha annoiato pure la shop assistant gobba del Fred Perry di Covent Garden (andare lì quattro volte perché si ha la teoria che ogni giorno mettano qualcosa di diverso negli scaffali e ritirarsi con un unico noioso pullover smanicato): se vuoi accontentare ancora oggi tutti, il tuo miscuglio di post-disco, electro, milanesità rompi-coglioni risulta artefatto e senza mordente anzichenò (non puoi fare la profumiera con un minuto dei KLF prima di lanciare l'hit milanlondinese del momento - Bangkok di Boris Dlugosh - e poi era così giusto terminare sull'intreccio di Waves riletta da Gonzales con l'originale che non dovevi continuare a sonorizzare la fila al catastrofico guardaroba). Fico invece in apertura Rory Phillips che nonostante mixi con una cornetta telefonica al posto della cuffia ha intrattenuto amabilmente con la più recente tendenza di ibridazione di minimal e nuovadisco. A capodanno la fila per i fuochi in riva al Tamigi è durata un'ora (vai per Westminster e ti ritrovi oltre il London Eye), i fuochi dieci minuti, l'accenno di neve dieci secondi e più o meno un'altra ora per ritrovarsi al Fabric semivuoto popolato da indiani e turisti italiani (lo si voleva, ma non a questo punto) dove nello stesso momento suonavano Weatherall/sala uno, Joe Goddard degli HotChip/sala due, Rub'nTug/frigo-piccionaia. L'hotchippo ha optato per il polpettone nerobianco che strizza l'occhio alla band di provenienza (house sbagliata alla dOP, pochi technoni controllati, un pezzo vocale femminile post-r'n'b, ritmi rinse.fm-spezzati per il pre-finale e la chiusa con la suddetta Bangkok). Dopo si è resistito solo per una mezzora tra la coda minimalsfiancante di Weatherall (era ovvio, ma cristo per un set umano ti devo rincorrere nei pub?! a casa?!) e il freddo insostenibile per il mio raffreddore della sala tre dei Run'n'Tugghi. Al ritorno alla mezzanotte di sabato tra le ormai inutili luminarie festive sulla strada di Luton l'autista del pullman della Greenline canticchiava classici minori di Bacharach, Lucky Lips di Cliff Richards e astruse donnine northern-soul, tirava su col naso per il raffreddore e sbadigliava anche se avrebbe guidato fino a mattina.



ps:
Scena al Rock Shop di Charing Cross Rd.
Io: posso vedere il Launchpad della Novation?
Tipo dietro il bancone che capisci che ha aperto il negozio per vendere le chitarre e ora si ritrova a vendere queste diavolerie mentre il socio a fianco strimpella indolente su una fender: è lì in vetrina.
Io: niente sconti?
Tipo di cui sopra: No, è piuttosto caldo (pretty hot, in certi casi l'inglese sa essere davvero efficace)
Io: Vabbé, lo prendo.

Lungi dall'essere un post pubblicitario dato che centoquarantanove sterline le ho spese e ancora non mi rincorrono tirandomi addosso i tenori-on come a Four Tet, mi preme sottolineare due o tre fatti.
1) Chiunque pensasse che quelli della Novation abbiano pensato a un coso con dei bottoni per far partire le tracce si sbaglia di grosso. è un attimo e grazie ai prodigi di Max ci si barcamena tra emulatori di monome, step-sequencer, sample-scrambler e si è a un passo dal tenori-on.
2) Smanettando un po' ci si rende conto di quanta musica amata negli ultimi quattro-cinque anni sia figlia dell'approccio vettoriale-matriciale-grafico alla scrittura. Per una volta ci si accorge che la musica amata non è la solita figlia delle droghe (cocktail di anfetamine e allucinogeni) ma di un misto di patchinko, scandaglio nei forum alla ricerca della patch funzionante e occhiaie da 'no stasera dormo quattro ore che domani recupero'.
3) Non ho sentito The Visitor di Jim O'Rourke, ma sicuramente è stato uno degli alfieri dell'approccio matriciale. Fa tenerezza a tal proposito vederlo mentre i signori Yamaha gli spiegano come funzioni il tenori-on e lui risponde interessato (!), in giapponese (!!) e con interiezioni che non ti aspetteresti nemmeno da una macchietta giapponese (!!!).



pps: una delle sere dando un'occhiata alla BBC mi sono imbattuto in Goldie che partecipava a un quiz per celebrità chiamato Celebrity Mastermind. Rispondeva a domande correlate ai film di PT Anderson. Ora, è assolutamente ok che musicisti (che sono stati) di nostro interesse frequentino i programmi televisivi inglesi di prima serata - in una delle puntate di The Big Fat Quiz c'era anche Lily Allen. Goldie però fa caso a parte. Per chi non lo sapesse, Goldie è stato uno dei concorrenti del Celebrity Big Brother del 2002 (eliminato per primo), si è rotto il femore facendo sci d'acqua nelle prove del reality The Games (a cui non ha mai partecipato) ed è stato uno dei concorrenti più amati di Maestro una specie di Ballando con le stelle applicato alla direzione d'orchestra andato in onda ad Agosto-Settembre dell'anno scorso. Goldie è arrivato secondo, battuto da una specie di Maria Amelia Monti punk, ma è stato il vincitore morale tanto che questa estate la BBC ha trasmesso l'esecuzione alla Royal Albert Hall di una sua composizione pseudo classica (!) chiamata Sine Tempore (!!), facendo commuovere il suo grill in platea (!!!). La Giusy Ferreri del Regno Unito



Don't You Want Me? - Felix
Inner City Life - Goldie
Viva Forever - Jim O'Rourke

10.11.09

VellutoToMoquette (Il Club To Club: parte prima)

Posso ripetermi che non cerco rivalse nei confronti della musica che ascolto, posso dirmi che non ho bisogno che Evelina Christillin mi dia il benvenuto e mi accomuni alla figlia nei giovani che finalmente entrano a Teatro con la musica elettronica per la prima volta (e che la legna non sia troppa, orsù), posso lamentarmi quanto voglio del fatto che siano meglio i diciottenni datch-vestiti che attendono sempre l'ultimò ultimò rispetto ai trentaseienni col posto riservato che non hanno pagato il biglietto, che non sanno dove stanno, che si alzano e se ne vanno venti minuti prima della fine o che forse in realtà, com'è più probabile, mi facciano ribrezzo tutti. Però il misto di attenzione sull'ostico, commozione sul finale e gioia, quando dopo quindici minuti parte per la prima volta la cassa e sembra di stare al Concerto di Capodanno a Vienna con tutti che applaudono a ritmo, tutto ciò non sarebbe stato lo stesso lontano dai velluti, dai palchetti e da tutto quel rosso ingoiato dal buio, in cui ci immergiamo ogni fine settimana.



Serate come quella di giovedì scorso al Teatro Carignano di Torino con il concerto di Francesco Tristano, Carl Craig e Moritz Von Oswald (soli, senza orchestrali o strumentisti) sono tentativi che in fondo cercano di annullare una distanza che, per quanto ce la stiamo a raccontare, è tutta lì nelle parole intorno, nelle sensazioni aumentate e persino nelle ricerca di indifferenza dietro cui possiamo nasconderci. Non se ne può fare a meno e allora si prova a raccontare anche il resto, quello per cui si è davvero lì.



Senza l'orchestra e gli strumentisti, i tre scelgono la via di un suono live, non artificialmente sincronizzato e improntato su un'esecuzione ai limiti della divagazione in jam. Tristano martirizza di effetti il piano, ora metallizzandolo, ora grattando il timbro,pizzicando e percuotendo il budello direttamente. Per i primi ventiminuti punteggia le vibrazioni di fondo dilatate di Craig e Maurizio con un concreto trattato che riprenderà più avanti ma che non mi conquista più di tanto. Molto meglio quando aprirà l'arcobaleno timbrico house nascosto sotto gli effetti, classico e dolente allo stesso tempo, o quando si preoccuperà di contrappuntare con la melodia di basso sintetizzato. Craig sembra rincorrere, nonostante chiami come un direttore di orchestra incisi e variazioni: la drum-machine live scarna e non lavorata ricerca un sapore classico detroitiano, però il più delle volte risulta legnosa e priva di respiro (anche se è il classico colpo di gomito all'amico con la palpebra calante); il suo sintetizzatore poi suona monocorde ed elementare affiancato al respiro del basso di Tristano. Maurizio (gran cuore per lui e tutto per come cerca di riprendersi dai problemi di salute) lavora molto di architettura, riempiendo i vuoti e addensando il materiale a volte un po' slegato degli altri due. Prenderà la scena sull'ultimo pezzo prima del bis quello con la più grande carica dub. Tra le cose suonate Technology, uno da Recomposed, frammenti affioranti dai libretti dei tre (qualche detrito da Auricle Bio On, tappeti da M Series, qualche passaggio soffuso al synth per C2) e su tutti una The Melody che scalda il cuore e lo fa sorridere e gli accordi ritmici di The Bells che fanno sempre la mossa di partire e non vengono mai raggiunti dalla melodia. Poi per il bis tornano solo Craig e Tristano che improvvisano rilavorando passaggi già sentiti in precedenza ripetendo sostanzialmente i pregi e difetti della serata. Un gran tentativo di spettacolo elettronico senza la pompa e i lacci dell'accompagnamento orchestrale, ottimo a tratti ma che richiede ancora l'affinamento dovuto da simili maestri.




Dopo qualche chiacchiera si attraversa la città e dall'altra parte al Mirafiori Motor Village (la zona di Mirafiori riconvertita a centro polivalente / spazio di vendita) si raggiunge la serata Do You Warp?. Tra una cosa e l'altra faccio in tempo per venti minuti di Hudson Mohawke che è un ventenne robusto e nerdonissimo nel suo ingobbirsi su manopole, giradischi e laptop. Elegante quanto la copertina di Butter, affastella un accumulo di beat storti, frammenti melodici, elettronica disparata con l'incoerenza della scoperta. Puzza ancora di latte nei suoi estremismi (nonostante un'enorme gavetta alla puntina), ma in fondo suona come il pop che vorrei sentire alla radio, con 800 tab diversi aperti sul browser, e lo stile di una pagina geocities fine anni Novanta: il Prefuse'73 del buon umore. Lo si ama per Fuse anche se il suo futuro è dalle parti della conclusiva Ooops!!!. Lo applaudono pochissimo alla fine (molto più durante il set), ma lui è convinto non poco. Subito dopo Jimmy Edgar nella sua mezz'ora (pagati poco i ragazzi per la serata a ingresso gratuito?) passa da un suono funkadelico con tanto di voce trattata a un martellone pneumatico alla Autechre, a tentazioni house senza un minimo di senso compiuto. Indeciso. A seguire il dj set di Passenger e xluve sceglie la strada di una specie di fidget(!) cosmica(!). Già abbastanza infastidito, su Yeke Yeke decido di abbandonare la moquette in erba sintetica e andarmene a dormire.



The Melody (Carl Craig's C2 Remix) - Francesco Tristano
Fuse - Hudson Mohawke

22.4.09

Tentativi di respiro

Negli ultimi due anni la cricca della M_NUS (il m_no così m_nimale che non ha nemm_no la I) è stata spesso di casa in città. Sono venuti quasi tutti (Troy Pierce, Heartthrob, Gaiser, Minicoolboyz, se non sbaglio anche l’italiano Fabrizio Maurizi), ma non mi sono mai deciso e non mi sono mai messo alla prova - Matthew Dear as Audion benché affiliato non vale. Non sto qui a rimarcare quanto le produzioni della setta (ooops) casa abbiano avuto spazio nullo da queste parti, ma il microcosmo algido e dissociato difficilmente ha superato sterili primi ascolti. Ora che il mondo è altrove, circondato da bassi che celebrano/scacciano l’aria di crisi, mi sono deciso e ho dato una possibilità a Magda.

(che palle, sembra che io sia andato solo perché lei è dj-donna e sto per partire con la solita menata su quanto siano leggiadre semplici eleganti le dj-donne e su come passi sopra alla musica noiosissima che suonano perché in fondo la serata scorre veloce mentre scatti cento fotografie sfocate tutte uguali con la luce rossa dietro le spalle che sembrano una copertina di un EP dei Belle And Sebastian risultando ancora più misoDJno di Ubercoolische e del suo tormentone)



Tifo da stadio con tanto di cori. Il finto vinile utilizzato per interfacciare Traktor col giradischi fa le bizze tra i flash (chissà cosa pensano i puristi di questa via di mezzo) ma il problema è presto risolto. Il set alterna due fili conduttori. Il primo è quello che ti aspetti, forse giusto più corposo ancorché schiacciato dal solito impianto obbrobrioso. Il secondo ha un sapore electro vecchio stampo che ti riporta in vita con battito lento, indeciso se essere celebrazione di Chicago, della Germania o del synth-pop (tanto che a un certo punto tra i bassi arpeggiati e rotondi scorgiamo un cantante che Tiga non è ma poco ci manca). Il respiro dura solo il necessario a restare vivi e a godere dell’asfissia. Il problema è che, tranne in qualche sprazzo soprattutto verso la parte finale, l’asfissia è noiosa e non si gioca mai nel passaggio tra i due stati. L’ultimo pezzo prima dei bis sculetta pop e il primo del bis tenta un’apertura in loop epico-melodica che purtroppo non si concretizza e si affloscia in quanto già sentito prima. In fondo, mi aspettavo m_no.



27.3.09

I casini di marzo si vestono di nuovi colori

Il morale è basso. L’ora legale arriva. Bisogna risollevarsi, prima che il conteggio arrivi a 10. Ci sono un sacco di pezzi che vorrei condividere e alla fine il modo più comodo è raggrupparli in una sequenza croccante e colorata, che non so perché ma mi fa pensare molto alla seconda parte dei Novanta.



Light Through The Veins (Radio Edit) - Jon Hopkins
Growl’s Garden - Clark
Connections (Ewan Pearson Slo NRG mix) - Moon Unit
$tunt$ (Flying Lotus Remix) - Mr Oizo
Runaway (Radio Edit) - Grum
Skeleton Boy (Air France remix) - Friendly Fires

Di pastoral zampogna al suon festante (mix) - maxcar (mirror)

23.3.09

Your name’s not down, you do comin’ in

Lo scorso weekend ho mandato a quel paese le maledette primavere di Rockit e la bongol-noia di Mihalis Safras e mi sono intrufolato nel tutto esaurito dell’apertura della stagione operistica del Petruzzelli. Premessa: io non sono mai entrato a un concerto o a un djset vantando l’invito di chi stava sul palco e forse se la prima si fosse tenuta (come avrebbe dovuto essere) come inaugurazione del Petruzzelli e non in un padiglione della Fiera del Levante, difficilmente sarei entrato. Soprattutto dopo uno scambio come:

collega: Siamo ospiti del Maestro-segue-nome-del-regista
addetta all’accoglienza (scorrendo la lista): mi risultano due ospiti del Maestro, ma sono già entrati
collega: In realtà siamo ospiti dell’aiuto-Maestro
addetta all’accoglienza (scorrendo la lista): non mi risulta (interdetta), ma seguitemi comunque

Fortunatamente riconosciuti dal cognato del collega, ci siamo situati al fondo del padiglione e abbiamo seguito all’inpiedi insieme alla security una Turandot semi-scenica non sempre a fuoco per via dell’allestimento costretto (davanti a orchestra e coro pigiati come sardine i personaggi si alzavano da sedie in fila con fare più da teatro dell’assurdo che da fastosa opera esotizzante. Ai lati della platea le voci bianche e il papà di Turandot da una parte e gli ottoni in forma di banda dall’altra facevano venire il torcicollo) e dei contrattempi (Turandot sostituita all’ultimo momento da una soprano ‘con molta esperienza’ che ha eclissato l’inglese Calaf, la pioggia costante sul tetto di lamiera zincata che creava un effetto rumore di fondo stile dubstep). Tralascio le mie riflessioni musicali, che pure ci sarebbero, in favore della ridarola mentale per l’associazione di idee tra il mistero del nome e The Bouncer. La locandina poi sembrava quasi un flyer.



Tre Enigmi M’Hai Proposto! - Luciano Pavarotti
The Bouncer (original mix) - Kicks Like A Mule

19.3.09

Lov Fak'ers

Morivo dalla voglia di far sentire ai lettori di Inkiostro quella figata ti-amo-aphex di Fentiger di Nathan Fake, dal nuovo EP Hard Islands, ma dovevo pure inventarmi qualcosa ed è corsa in mio aiuto Sara Lov. Da queste parti invece si spacca tutto con l'originale.


Fentiger - Nathan Fake (link removed as requested by Nathan himself)
(ascolta dall'altra parte Touched by a Fentiger (Hi Low To Lov maxcar vibrato) - Sara Lov vs Nathan Fake)

6.3.09

Più in basso del cielo

Scena 1: questo è quanto, ti abbiamo fregato. Inventatene una, se sei capace
Scena 2: ragazzine e ragazzini ballano la sigla di College e non erano nati quando tu lo vedevi alla tivù
Scena 3: The Mole! The Mole! The Mole! L’ultimo giorno il basso fu la speranza



Mai martedì fu più magro. Non sappiamo ancora il finale, ma siamo pronti a scrivere il terzo episodio della saga Cassa Disintegrata / Settimana Corta. Se avete una proposta in ambito intrattenimento da almeno duemila teste prenderò in considerazione anche voi. In poche parole niente Loco Dice che fa il Loco Dice di buon gusto. C’era un motivo, c’era.



Venerdì, primo di quaresima, non si dovrebbe fosforescere. Se pensate come me che fossero tristi i Bugged Out milanesi dell’anno scorso con le mezze calzette e Uffie all’Hollywood e il fluo e le kefiah fuori tempo massimo, non avete idea di cosa possa essere vedere tutto ciò oggi nella BAT provincia (non quella di Batman, quella di Barletta-Andria-Trani). Ti dici pure che c’avranno diciannove anni e avranno il diritto una volta ogni due mesi di sognarsi stylish e abdicare alla vittoria storica di Fabio Fazio e dei gilet. Poi però arriva un vocalist. UN VOCALIST. Con l’occhiale finto sfigato che urla come un ossesso come un personaggio di Fabio De Luigi. Io quando vado alle serate techno avrò pure intorno qualche ragazzino con la cresta, ma fortunatamente nessun vocalist rompe i coglioni. Nonlodireanessunononlodireanessuno, vaffanculo io lo dico a tutti. Fossi stato in Borut non so come avrei reagito. Tanto era il cattivo sangue, che alla fine ho apprezzato solo a sprazzi il suo set, soprattutto nelle parti che suonavano più di vecchio e del discone o che tentavano incisi minimalosi. I funzionali remix dei Soulwax e le svisate più londinesi (o milanesi?) come si sa ormai mi lasciano un po’ freddo e per il futuro dei Furano spero che non si indugi più di tanto da quelle parti. Hang the vocalist, comunque.



Sabato invece puro piacere. Il mio solito ingresso ad apertura porte avviene sul tepore crepitante di Freaky Mutha F_cker di Moody(mann) e The Mole è già lì che gioca a ping pong con Andrea Fiorito. Non saranno i fuochi d’artificio di cui si dice per i live set del canadese (compagno di merende della cricca Jonson/Cobblestone Jazz, uno dei miei favoriti dell’anno scorso con la sua destrutturazione/ricomposizione dell’house in salsa cosmica, un supergruppo tra Avalanches e Lindstrøm concentrato in un’unica pesona), ma quattro ore di back to back a tali livelli ripagano ampiamente della mancanza. Pur concedendosi entrambi un po’ quello che vogliono, è subito chiaro che Fiorito avrà tra le sue incombenze quella di mantenere il contatto con le necessità del pubblico, caricando ogni tanto i toni e mantenendo fluidità al tutto. Il risultato è che l’intricatezza di As High As The Sky viene svolta nei fondamenti in un misto di polvere d’angelo disco, break scintillanti e bassi bollenti. Nonostante l’aria a dir poco cazzeggiona, il buon Colin De La Plante ha mostrato una notevole pulizia tecnica, rovinata semmai dal ricorso all’equalizzatore, unico effetto impiegato in modalità togli i bassi prima delle parti senza bassi. Finisce tutto presto per il solito, col consueto gesto del proprietario quando il bar langue e senza un finale vero e proprio, ma ce ne vorrebbero di serate come queste capaci di carezzare e alleviare almeno un po’ le mazzate che arrivano, ormai, sempre più grosse.



Sunglasses (Scuola Furano@Night Remix) - 0131
Ain't The Way It's Supposed To Be - The Mole

29.8.08

Suo fratello non è figlio unico

Mathew Johnson ha un fratello che nella techno inietta electro e la bella IDM di noi che eravamo ragazzini negli anni Novanta e nessuno mi (vi) dice niente?! In passato lo ha pure remixato The Mole che nell’occasione buttò nel calderone pure l’house schizzata.

Per la cronaca io torno in ferie (bella la vita del lavoratore, eh). Vado ad Anversa, città del mare, del design e della musica disco-cosmica. Aspetto appena che se ne vadano da lì i Mogwai per arrivare. Poi giuro che faccio penitenza e salto Jay Haze, Passarani, D’Julz, Solomun, Sasha (ahahah) come ringraziamento agli dei per la possibilità di assistere a ben due set degli Aeroplane, uno al Laundry Day e uno di supporto a Radio Slave. Benvenuta Nuova Ibiza.

Love's Duel (The Seduction Business) - HRDVSION

2.7.08

Calembour della settimana

Il nuovo singolo della Turbo non mi esalta particolarmente, ma ci si complimenta sempre con chi scova un gioco di parole come Rainer Werner Bassfinder che stava lì da anni e ancora non mi era venuto in mente.


(La copertina è censurata, clicca se proprio ci tieni)

11.6.08

From disco(blog) to disco(blog)

Metto cinque dischi da inkiostro.
Non so se la farò diventare un abitudine.
La scaletta della selezione è:

Plonk (Dub Mix) - Redshape
Killing For Love (Todd Terje Brokeback Mix) - Jose Gonzalez
Trembler (Discodeine Mix) - Photonz
Jolly Joker (Supermayer Remix) - Alter Ego
Digital Love - Miracle Fortress



DisKoInKiostro Volume 1

5.6.08

A Dissident is here

Il secondo giorno di super-ponte si apre con una scelta sofferta. Ai Corsica Studios, circondato da gente a me sconosciuta, suona il produttore mascherato del momento (È un alieno? Un’astronave? È Carl Craig? No, è Redshape). Lo si sacrifica, nella speranza di incrociarlo presto, con la dichiarata missione di toccare dal vivo il fenomeno Dissident. Nata l’anno scorso per mano di Andy Blake, la Dissident si è già creata una solida reputazione con le sue uscite che esplorano quello spazio indefinito tra l’italo e cosmic disco, disco-punk e techno. Vinili a singola traccia, con copertina che si differenzia solo per il nome e il relativo carattere dell’artista e del titolo, tirature iniziali limitate a 100 copie (ora salite a 200) e un approccio alla promozione quasi scostante – non esiste nemmeno il myspace dell’etichetta, per dire. Fatto sta che la Dissident viene adottata come etichetta di culto del sottobosco londinese della rinascita disco, l’equivalente di quello che nei paesi scandinavi gravita intorno alle figure di Lindstrom, Prins Thomas e Todd Terje e che in Francia ruota attorno al collettivo del DIRTY Soundsystem di Pilooski e soci. Persino la DFA si è spostata gradualmente lungo lidi più disco e pare che la notizia sia che lo sbarco sul mercato statunitense di Dissident avverrà proprio tramite i canali della DFA. È notizia di questi giorni poi della prima raccolta dissidente (eccezionalmente su cd ed eccezionalmente in 1000 copie). Insomma, prima che la bolla esploda (cfr. il portato commerciale di cui sono capaci Hercules o il Pilooski Edit di Beggin’) o prima che l’hype si sgonfi noi siamo andati a una serata Dissident/Discobox/Futurismo. In un pub di Hackney.

L’anno scorso eravamo stati testimoni della movida di Hoxton/Shoreditch, ma la crescita dell’aura modaiola ha portato con sé maggiori costi e più difficoltà per gli organizzatori. Così in molti, come testimoniano queste interviste su Fader, si sono spostati verso i territori di Dalston e Hackney. “La gente dai gusti musicali avventurosi in fondo sa spingersi in posti avventurosi” e così alcuni basement e pub sono stati adottati dalla scena, attingendo tra l’altro alla numerosa popolazione giovanile che abita da quelle parti. In particolare la serata in questione si svolge attorno al Dolphin, pub dalla licenza estesa su Mare Street. Che sarebbe la strada che parte dalla fermata di metropolitana di Bethnal Green: qualche fermata di autobus e siamo a posto. Io però mi convinco che la strada non sia quella ma una parallela, adocchio un tizio sull’autobus con un borsone che potrebbe contenere vinili e cd e decido che dobbiamo seguirlo per arrivare a destinazione. Quando scende, noi scendiamo. Lui volta per la traversa e noi dietro. Si gira e ci nota. Affretta il passo e si rigira, spaventato. Entra presto dentro casa sua, probabilmente per farsi venire un attacco di cuore. Quello non era un dj, e io e le due compagne di inseguimento non eravamo certo così minacciosi. È il quartiere che è spettrale, anzichenò. Fatto sta che sembra svanire la possibilità dell’ingresso gratuito prima delle undici. Quando arriviamo alle undici e dieci e l’omone della security all’ingresso ci chiede il pagamento dell’ingresso, io comincio con il mio solito piagnucolio stronca-buttafuori (sono solo cinque minuti, non siamo di Londra, il tipo ci ha messo fuori strada). Rimediamo un tre al prezzo di due che è un bonus rispetto alla visione della mia scenetta.

Dentro c’è ancora il vuoto. Il Dolphin è un pub all’irlandese di una certà età con un modesto slargo davanti a un lato del bancone dove immagino si potrà ballare. C’è anche un biliardo e un beer-garden esterno. La musica è già all’opera morbida. Decido di resistere alla tentazione di contatto con i tipi e consumo una Guinness mentre il suono cosmico arpeggia che è un piacere. Via via che la battuta cresce arriva un’insieme di persone non categorizzabile. Arrivano le ventenni vestite come nei film di Doris Day, arrivano i ragazzi inglesotti che probabilmente abitano da quelle parti, arriva gente di mezza età cresciuta in quel pub e a un certo punto, mentre la selezione diventa un labirinto in cui non si capisce più cosa è stato prodotto questa settimana e cosa venticinque anni fa, cosa sia edit e cosa sia extended, il pubblico diventa sempre più visionario: un gruppetto coi baffi a maniglia accompagnato da altissime bellissime e biondissime, una sosia italiana di Amy Winehouse con due amiche vestite in maniera simile impegnate con un fotografo in un photoset sui divanetti, un cinquantenne loro amico che mi è sembrato la cosa più simile a un incrocio tra uno zombie e un frequentatore di casa Andy Warhol. Uno dei tizi col baffo a maniglia balla la musica a velocità doppia tenendo fermo il busto e oscillando solo le estremità inferiori e superiori. La fidanzata altissima biondissima bellissima è ferma davanti a lui e cerca di non guardarlo. È l’unica ferma mentre ormai la selezione ha preso una spudorata piega disco e tutti interagiscono con tutti, sorridendo con soddisfazione. Da noi questo succederebbe solo con i soliti Village People e soci, ma qui il piacere è di farlo con pezzi che sembri di conoscere e in realtà non conosci (e viceversa). Forse è anche questo uno dei sensi di questo recupero, insieme all’esplorazione delle nuove possibilità del genere: l’idea che quella sensazione correntemente ottenuta dal nastrone di Capodanno, possa essere provocata da scelte meno collaudate, dalla comunicazione tra i generi e i tempi, dalla filologia e dal suo contemporaneo sovvertimento. Mentre fumi di Detroit iniziavano a contaminare il ritmo ancora crescente, usciamo fuori insieme alla sosia, al baffo, alle Doris Day, al ragazzetto di quartiere e prendiamo la strada di casa. Presto questo pub sarà abbandonato in favore di qualche locale più accogliente a Dalston, così sembra dalle interviste. Le scene crescono, i quartieri spettrali diventano fighi, ma ci sarà sempre qualche altro posto in cui essere avventurosi.

Ps per nerd: FM Synth is the way


Zombie Raffle - Ali Renault
Bursting The Bubble - Gatto Fritto
We're Back - Heartbreak

4.6.08

Strano pareggio

Vorrei tanto cominciare il racconto del super-ponte a Londra, incerto fino all’ultimo, facendovi come al solito scuotere la testa. Mi sarebbe piaciuto tantissimo il concerto di quel piccolo gruppo pupazzoso dei Boy Least Likely To al posto dei Silver Jews, ma i BLLT sono stati annullati. Anche per questo mese non avrò ricadute twee. Avrei desiderato provare l’ebbrezza del secret show dei Mistery Jets con relativa interminabile fila e una ventina di minuti di durata al posto dei Silver Jews, ma non avendo contatti presso l’azienda produttrice di sidro che organizzava la cosa, lo show è rimasto – come dire – secret. A questo punto la scelta del concerto dei Silver Jews all’ULU sembrava inevitabile, ma continuavo a essere vagamente restio: un bagarino vendeva biglietti davanti alla fila e io “ecco, tutto esaurito, andiamo a valutare l’opera di irrigidimento del Millenium Bridge in condizione di pioggia leggera”. Io, per un po’ di tempo li ho anche sentiti e apprezzati, i Silver Jews, ma non so spiegare tanta ritrosia. Comunque i biglietti c’erano e siamo entrati così presto che sulla lista degli artisti a quell’ora c’era scritto ‘Doors’ e dal palco non si sentiva certo Light My Fire.

L’ULU sarebbe l’Unione degli studenti dell’Università di Londra. È un posto fichissimo di quelli che ti fa chiedere se ci sia qualcosa di simile in un’università seria italiana: un palco enorme da teatro, una buona acustica, tre bar, di cui uno con terrazza e una bella atmosfera senza troppe pose, fighetterie o punkabbestialità di ritorno. Non si capisce però perché sulle pareti siano appese a un metro di distanza tra di loro decine e decine di foglietti che avvisano riguardo l’uso continuo di “strobe light” che sarà fatto durante la serata. Non si capisce soprattutto dopo l’inizio del live del primo gruppo spalla, i Port O’Brien: capitanati dal sosia obeso di Kurt Cobain, bivaccano sulle ceneri della tristezza adolescenziale americana dei primi anni Novanta. Non che siano fastidiosi, ma sono più che indifferente. Altra storia sono i successivi Monotonix: brutti sporchi e cattivi, potrebbero essere noiosi quanto il loro hard-rock e invece montano su uno spettacolino a base di lanci continui di birra, strumenti che vagano tra il pubblico, salite e salti dai parapetti e un cantante più vecchio pazzo che sciamano che si denuda via via e quando tutti pensano che avesse già dato il meglio mostrando le chiappe, si toglie i calzini e se li ficca in bocca, continuando a cantare. Strappano più di una risata, ma vale più che altro l’effetto sorpresa. David Berman dei Silver Jews se li porta appresso da quando gli fecero da supporto nella loro Tel Aviv, suppongo per creare un forte momento di stacco tra spalla e inizio della loro esibizione. Durante il cambio strumenti chiedo a Valido se abbia voglia di scrivere qui qualche racconto sulla scena techno e disco in quel di Londra, ma lui diniega gentile e probabilmente con una citazione degli Scorpions che non colgo.




Presentati dal vecchio pazzo, i Silver Jews iniziano con la vecchia Random Rules. La perfezione viene curata, sin dal 1984. David Berman ha l’eleganza di un Jarvis Cocker nato e invecchiato per sbaglio in Tennessee. Sembra anche un po’ un Antonello Venditti indie: pensateci, una faccia simile, canzoni generazionali, personaggi, volemose bene, i giovani che lo citano di continuo nelle loro canzoni e nei titoli dei loro gruppi. Sembra un po' Enver, anche. Cullato dalla matematica alternanza tra pezzi vecchi e nuovi e dalla celebrazione dell’amore coniugale sul palco, vengo riportato alla realtà dalla pressione del folto pubblico. I Silver Jews conquistano applausi via via crescenti e io sento il bisogno di una sedia a dondolo e di una veranda che non arriverano certo in allegato al bis. Vi chiederete se almeno loro abbiano usato le luci strobo. La risposta è no, ma oggi ho scoperto che la sera prima all’ULU avevano suonato i Booka Shade.






Per chiudere in bellezza, saremmo andati a ballare, visto che le serate di venerdì e sabato erano a rischio. Scartati Jennifer Cardini e Danton Eproom al T-Bar, la scelta più soft era tra la serata della Innervisions al Plastic People o quella di beneficenza per War Child allo Scala con Punks Jump Up, Filthy Dukes e un dj set aggiunto all’ultimo minuto degli Hot Chip dopo i concerti di Autokratz, Kid Harpoon, Rumble Strips e Does It Offend You Yeah?. Dato che Dixon della Innervisions si è fatto male con la bicicletta, preferiamo lo Scala ai soli Âme. Il tipo della security all’ingresso non ci ha convinto abbastanza dicendoci che in un’ora avrebbero chiuso: con un’ora di ballo saremmo stati persino più freschi per il nostro mestiere da turisti alla mattina. Dentro scopriamo invece l’ineluttabile: l’ora finale sarà occupata dal concerto dei Does It Offend You Yeah, finora evitati con maestria dal sottoscritto. I dj-set in realtà erano due o tre dischi suonati tra un gruppo e l’altro. Il dramma. Il mischione tra qualche beat electro inoffensivo, chitarroni, urla e voci filtrate eccita un pubblico composto esclusivamente da diciottenni maschi ubriachi. Praticamente l’inferno sulla terra. Seguo così il tutto annoiato dalla balconata nella posizione che al Rolling Stone di Milano occupano di solito i matusa. L’unico divertimento è un roadie-buttafuori hooligan di mezza età che scaccia dal palco i giovani, asciuga gli strumenti e il palco con carta igienica e risolleva il cantante quando si butta per terra. Secondo me con quella carta igienica voleva dirci qualcosa. Alla fine accendono le luci ed è chiaro quello che avevamo vagamente intuito prima. Non resta che prendere un taxi e dirigersi verso la camera accanto alla cucina del ristorante indiano e verso un meritato riposo tandoori.



Random Rules - Silver Jews
Strange Victory, Strange Defeat - Silver Jews