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26.8.12

I bei tempi luoghi

Se fai un disco di musica elettronica e arrischi certe melodie, fai un disco nostalgico. Ferraglia e ripetizioni ed è Futuro, due note in fila e ricordi con melanconia la cena coi professori prima dell'esame delle medie e prima delle nottimagicheinseguendoungol. L'equivoco incontro cui stanno andando certi recensori di Steam Days di Nathan Fake è che sia un disco su un tempo andato, quando è un disco su luoghi, in parte andati e in parte tra i piedi e in parte in cui forse non si è ancora stati. Seriamente, anche se siete cervelli in fuga, non state tre-quattro anni lontani da Neketona, voi e la vostra valigia di cartone. Così Steam Days più che un disco sui giorni passati, è un disco sul ritorno dell'altro ieri e quando il tempo è così poco, conta più lo spazio. Il lato destro e il lato sinistro di Paean. Però lo concedo, Necton oggi è meno sonnacchiosa.

31.7.11

oUT oF tHE cLUB

Le trasferte nella foresta nera tedesca. Le trasferte londinesi in cui non potrò arrivare per un weekend lungo. Le scadenze. Le vacanze. L'ultima settimana. E mi dimentico di ricordare che i dEUS suonano il venerdì a GRUgliasco in un ipermercato (quindicieuro e un sacco di punti su spesAmica) e il sabato (gratis) a Giovinazzo. Il venerdì in cui ad Agosto ci sposteremo da Parigi alla Normandia ci sarà Aphex in Bretagna e non pensiamo minimamente di invertire i nostri programmi, saremo lì la settimana dopo (in mezzo, una marea da 13m). Finiremo tutti in Belgio.

(il video qui sotto è stato girato al Cafè d'Anvers e avrebbe dovuto fare a meno di quegli effetti speciali del cazzo)

19.4.10

State of emergency




Mannaggia agli emotional landscapes. Datemi un biglietto del treno, non ho tempo per l'aereo ormai. Chissà se la cenere vulcanica mi evita di perdere il giorno di ferie per la mancata presenza sul posto di lavoro.

4.6.09

Week3nd: Joy Division in Salento


(Un negozio di elettrodomestici e telefonini chiamato Joy Division in un paese del Salento senza mare?)

Azz Klapz - Teengirl Fantasy

(fortunatamente il resto del terzo weekendone è stato più simile a questo pezzo dal terzo minuto in poi, ovvero "facciamo un pezzo pop da spiaggia ma ammirate come gli programmiamo sotto della ritmica techno oldschool")

6.5.09

I giorni dopo (la vita, le ventenni, le zanzare, le pompe)

[Stop the music and go home]
Di giorno era venticinque aprile. Masseria del sud barese. Vado per Tobias Freund, per Berlino che va da Massimetto, visto che Massimetto per ora non va a Berlino. No, dico, Tobias Freund, quello che quando non passa le serate nel tinello con Cassy o non fa techno è anche NSI ed è Atom™ insieme a Uwe "signor coconout" Schmidt e mille altre cose ancora. Più organizzazioni aggregate significa che in un luogo enorme qualche centinaio di appassionati di techno vengono diluiti in un migliaio di abbronzatissimi, tiratissimi, chissacosaltrissimi più intenti alla relazione sociale che a farsi martoriare nelle loro sale dai loro vocalist. La vendetta consiste nel presentarsi ad un ingresso prevendite e veder scambiate le proprie tessere da associazione culturale pro-sconto in lasciapassare simil-organizzativi – io poi per metterci del mio ho pure lasciato a casa la social-card e mi sono esibito nelle solite scenette da transenna e ho avuto la felice idea di dissipare l’ingresso gratuito guadagnato in un drink da dieci euro. Frequentare posti popolati da chissacosaltrissimi ha i suoi lati negativi. Passiamo in rassegna i vari ambienti e ci imbattiamo subito negli Autom-A che sono una specie di Bloody Beetroots minimal moltiplicati per due e coi laptop mascherati in tono. Molto meglio il suono vecchia scuola di Mikelino. Tobias Freund attacca i macchinari alle quattro in barba ai nostri propositi poco belligeranti (si va? Non si va? Se si va, non facciamo tardi?). La promettente partenza – battiti rotondi, obliqui e oscuri il giusto suonati sui pad con carica montante – viene flagellata da due mini-blackout prima e da due interruzioni legate a un non ben precisato intervento di forze dell’ordine, la prima temporanea e la seconda definitiva. Freund è incredulo e dopo appena mezzora non resta che una mogia ritirata attraverso gli spazi sfollati dai chissacosaltrissimi.


12 - NSI


[Va tutti benne]
Festeggiare il primo maggio in musica? Sembra come quella del pres.del.con.** che passa il venticinque aprile coi terremotati, sia mai! Il ventilato Handmade Festival viene così lasciato a chi non deve sobbarcarsi sette ore di automobile prima di nove-dieci ore all’in-die-piedi. Avendo però voglia di una gita, abbiamo optato per una due giorni in cui la media pesata di

(Teenagers*Covo + Sara Lov*Hana Bi)/(Bologna + Marina di Ravenna)

avrebbe generato un possibile equilibrio interessante. Il concerto dei Teenagers è stato così come da programma: una trentina di minuti ormonali fatti di una strana alternanza di eccitazione del pubblico delle prime file durante il pezzo e scazzo moscio alla fine, culminata nel voltaspalle conclusivo degli astanti al momento della solita sceneggiata dei bis. Momento più divertente: il cantante cerca delle cheerleader, non le trova e urla “Va tutti benne”. Si riferiva alla ritrosia delle ventenni* o a considerazioni estetiche? Vi risparmio la foto di chi è salito sul palco. Avevo stimato effetti maggiori sulla percezione del mio gap generazionale (= non ho visto nessuna coppia di sconosciuti limonare duro nelle prime file). Inkiostro a seguire scatena le danze di alcuni notabili componenti della sua scuderia di blogger, ma il limone continua a essere il convitato di pietra presso i ventenni. Così mi siedo accanto alla postazione del dj e origlio le richieste con cui le ventenni cercano di intortarselo, da “potresti mettere dei gran Oasis” fino ai Crystal Castles – oh, una che chiede i Crystal Castles come minimo vuole fare sesso selvaggio, o almeno a otto bit.


Feeling Better - The Teenagers


*i teenagers (sia gruppo che pubblico) in realtà hanno un po’ più di diciannove anni
**che banalità il pres.del.con e le teenagers nello stesso paragrafo (n.d.a.c.)

[In pineta si uccide meglio]
Il giorno dopo affronto la domenica inaugurale dell’Hana Bi col peso della leggenda e della fama che lo circonda. Sarà per rendere a mio agio la mia iniziazione al luogo che prima una combriccola di sfasciati anima parte del dj set di Inkiostro inscenando una pubblicità progresso sugli effetti delle droghe chimiche sulle cellule cerebrali e poi Trinity prende possesso della consolle con un croccante set electro pre-cena. La formazione dei notabili è leggermente cambiata: in particolare qualcuno che dovrebbe scrivere più spesso è sostituito da qualcuna che dovrebbe scrivere più spesso. Gli insetti, allegri dell’ancora lontana disinfestazione stagionale, si alternano tra la mia faccia e il mio piatto di cuscus. Il fresco esalta il calore della voce di Sara Lov + violoncellista + un reverendo dei Polyphonic Spree. Sara Lov alterna un thé che sembra non colorarsi a whisky e agli Arcade Fire. Forse manca quel tocco in più che regalano i Devics o forse vorresti che Sara Lov si conoscesse con Ewan Pearson, ma comunque riscalda dentro.


A Thousand Bees - Sara Lov


[Le pompe]
Nei due giorni:
a) è stata menzionata la pompa protonica
b) nel viaggio di ritorno in autostrada si è rotta la pompa del serbatoio del carburante, regalandoci gustosi intermezzi dialettali in quel di Borgo S. Maria di Pineto, oltre alla ricca sensazione di aver fatto il viaggio di andata e ritorno in una limo a noleggio
c) ho più volte giustificato la passione per la unz unz con pretese pseudo-intellettuali per le quali tuttora provo un atroce rimorso che può essere scacciato solo grazie al sempreverde inno alla pompa inaudita (visto all’epoca in diretta, ma per il quale si ringrazia comunque Frequencies, qui e qui)



22.4.09

Tentativi di respiro

Negli ultimi due anni la cricca della M_NUS (il m_no così m_nimale che non ha nemm_no la I) è stata spesso di casa in città. Sono venuti quasi tutti (Troy Pierce, Heartthrob, Gaiser, Minicoolboyz, se non sbaglio anche l’italiano Fabrizio Maurizi), ma non mi sono mai deciso e non mi sono mai messo alla prova - Matthew Dear as Audion benché affiliato non vale. Non sto qui a rimarcare quanto le produzioni della setta (ooops) casa abbiano avuto spazio nullo da queste parti, ma il microcosmo algido e dissociato difficilmente ha superato sterili primi ascolti. Ora che il mondo è altrove, circondato da bassi che celebrano/scacciano l’aria di crisi, mi sono deciso e ho dato una possibilità a Magda.

(che palle, sembra che io sia andato solo perché lei è dj-donna e sto per partire con la solita menata su quanto siano leggiadre semplici eleganti le dj-donne e su come passi sopra alla musica noiosissima che suonano perché in fondo la serata scorre veloce mentre scatti cento fotografie sfocate tutte uguali con la luce rossa dietro le spalle che sembrano una copertina di un EP dei Belle And Sebastian risultando ancora più misoDJno di Ubercoolische e del suo tormentone)



Tifo da stadio con tanto di cori. Il finto vinile utilizzato per interfacciare Traktor col giradischi fa le bizze tra i flash (chissà cosa pensano i puristi di questa via di mezzo) ma il problema è presto risolto. Il set alterna due fili conduttori. Il primo è quello che ti aspetti, forse giusto più corposo ancorché schiacciato dal solito impianto obbrobrioso. Il secondo ha un sapore electro vecchio stampo che ti riporta in vita con battito lento, indeciso se essere celebrazione di Chicago, della Germania o del synth-pop (tanto che a un certo punto tra i bassi arpeggiati e rotondi scorgiamo un cantante che Tiga non è ma poco ci manca). Il respiro dura solo il necessario a restare vivi e a godere dell’asfissia. Il problema è che, tranne in qualche sprazzo soprattutto verso la parte finale, l’asfissia è noiosa e non si gioca mai nel passaggio tra i due stati. L’ultimo pezzo prima dei bis sculetta pop e il primo del bis tenta un’apertura in loop epico-melodica che purtroppo non si concretizza e si affloscia in quanto già sentito prima. In fondo, mi aspettavo m_no.



17.4.09

Come a papà

Si avvicinano le elezioni e i faccioni cominciano a campeggiare sui manifesti. Da una settimana ad un incrocio vicino casa sono ipnotizzato da un enorme cartellone. A parte lo slogan poverello (Yes We Hope! Possiamo? Mah, speriamo), l'eidosi che provoca ogni volta il suono dei clacson alle mie spalle è l'effetto noto ai neuroscienziati come Effetto di Cunnigham-Twin (cfr. Windowlicker e appunto Come To Daddy). La foto originale in queste limitate dimensioni purtroppo però non rende la sensazione magnetica e insieme terrorizzante che distoglie gli occhi dal rosso e dal verde. Penso di cambiare strada per tornare a casa.



8.4.09

Basta con questi HPD10, non siamo mica in 4FR1K4

Quando sabato scorso il canadese trapiantato a Berlino Guillame And The Coutu Dumonts appoggiava su due montanti una specie di fornello elettrico delle dimensioni da pentola da pasta, non immaginavo che avrebbe iniziato il suo live set suonandolo come un bongo (e tirando fuori le profondità e le rotondità di un vero strumento percussivo, mica quei tipici preset piatti da tastiera). Senza scadere nella poetica del bonghettaro jazz che viaggia in Senegal alla ricerca del confronto musicale delle note biografiche, questo gesto fisico insieme all’ascolto di suoi vecchi live al MUTEK di gustosa house frammentata, del suo disco schizofrenico tra il Medio Oriente e le tentazioni doo-wop e delle sue ultime produzioni deep giocattolo funzionavano da buona apertura di credito. Altro che Manheim. Oh guarda!, suona anche il sax coi pad.

Dopo dieci minuti avevo già i bonghi girati. Il volume esagerato del djembe-hero era superato solo dal finto sax che diventava sempre più terribiledonista. Voglio l’afrohouse e mi danno l’africanism di seconda mano. I sax peggiori poi erano in pezzi che non conosco e che mi fanno mettere una croce preventiva sul nuovo album in uscita quest’anno. L’umore negativo si traduceva nella ricerca puntigliosa dei difetti e allora giù che tra i pezzi non c’erano quasi transizioni, che il controller delle percussioni veniva usato banalmente anche quando gestiva la cassa o le percussioni sottili, che le manopole erano lì solo per fare figura. Però ballavano tutti. Festosi come in un disco-incubo in cui il dj è ammazzato dal bonghettaro e dal sassofonista live. Di peggio poteva esserci solo che facesse anche da vocalist embedded.



(per l'immagine si ringrazia Bari Night, niente mp3 a Guglielmo per punizione)

Marketing

La città che nelle ultime settimane è andata nello stesso locale ai concerti di Bandabardò, Modena City Ramblers, 99 Posse si merita dopo il concerto degli Almamegretta un dj set che viene pubblicizzato sui manifesti col faccione di Samuel e la scritta a caratteri cubitali Samuel (e in piccolo come una clausola capestro Krakatoa djset*) e in radio come dj set “ipnotico”.

23.3.09

Your name’s not down, you do comin’ in

Lo scorso weekend ho mandato a quel paese le maledette primavere di Rockit e la bongol-noia di Mihalis Safras e mi sono intrufolato nel tutto esaurito dell’apertura della stagione operistica del Petruzzelli. Premessa: io non sono mai entrato a un concerto o a un djset vantando l’invito di chi stava sul palco e forse se la prima si fosse tenuta (come avrebbe dovuto essere) come inaugurazione del Petruzzelli e non in un padiglione della Fiera del Levante, difficilmente sarei entrato. Soprattutto dopo uno scambio come:

collega: Siamo ospiti del Maestro-segue-nome-del-regista
addetta all’accoglienza (scorrendo la lista): mi risultano due ospiti del Maestro, ma sono già entrati
collega: In realtà siamo ospiti dell’aiuto-Maestro
addetta all’accoglienza (scorrendo la lista): non mi risulta (interdetta), ma seguitemi comunque

Fortunatamente riconosciuti dal cognato del collega, ci siamo situati al fondo del padiglione e abbiamo seguito all’inpiedi insieme alla security una Turandot semi-scenica non sempre a fuoco per via dell’allestimento costretto (davanti a orchestra e coro pigiati come sardine i personaggi si alzavano da sedie in fila con fare più da teatro dell’assurdo che da fastosa opera esotizzante. Ai lati della platea le voci bianche e il papà di Turandot da una parte e gli ottoni in forma di banda dall’altra facevano venire il torcicollo) e dei contrattempi (Turandot sostituita all’ultimo momento da una soprano ‘con molta esperienza’ che ha eclissato l’inglese Calaf, la pioggia costante sul tetto di lamiera zincata che creava un effetto rumore di fondo stile dubstep). Tralascio le mie riflessioni musicali, che pure ci sarebbero, in favore della ridarola mentale per l’associazione di idee tra il mistero del nome e The Bouncer. La locandina poi sembrava quasi un flyer.



Tre Enigmi M’Hai Proposto! - Luciano Pavarotti
The Bouncer (original mix) - Kicks Like A Mule

9.3.09

In Particular

E comunque avrò pure riscoperto come tutti la house, ma i sassofoni mi fanno sempre orrore

Mi agganciavo ad alcuni particolari e l’ingresso in quell’enorme villa, luogo segreto di un party privato riservato a non più di quattrocento eletti, era la materializzazione di Bretistonellis a Palombaio, frazione di Bitonto, provincia di Bari. La ragazza alle liste al cancello fingeva di non trovare il nostro nome quasi a tenerci sulle spine e a esercitare tutto il suo potere rimbalzante. Dentro i posteggiatori mascheravano l’accento rivolgendosi con un inusitato “Signore” alla mia consueta imbranatezza che faceva scivolare per terra i pezzi da dieci centesimi con cui comporre i soliti due euro. Li ho tutti. Grazie signore, e buona serata. Entrati, avvolta nel fumo, ci accoglieva una reception in giacca scura e cravatta. Certo è una sorta di nemesi storica la tessera per i prossimi appuntamenti, un feticcio anni Novanta che torna a braccetto con la crisi e la necessità di fidelizzare anche quando si rifugge il divertimentificio di massa, ma il gioco è di attaccarsi a tutti i particolari fichi possibili. Per esempio a una consumazione compresa preparata con perizia da barman-in-livrea in bicchieri veri. Altro che quelle robe tutto ghiaccio in bicchierini di plastica versate dal solito fuori-corso brufoloso.

Probabilmente avvisato del nostro arrivo (eheh), Kalabrese iniziava dopo due minuti il suo djset. In un ideale collegamento col no-live-ma-djset della settimana scorsa di The Mole, Kalabrese si muoveva in modo diverso sullo stesso campo da gioco. Sempre house originaria con grossa carica disco, ma dove The Mole era fluido e più interessato a come declinare oggi quel gusto, Kalabrese sceglieva invece una via mimetica: mixato netto da dj fineOttanta-inizioNovanta, cantatoni feelgood, scelte d’esperienza e solo e soltanto bottigliette di acqua tonica Schweppes da 50cl una dopo l'altra. Non fosse stato che i pezzi alla Van Helden, i Soul Rebels della rivoluzione non teletrasmessa, la Contemplation di Josh One (sempre prezioso Luigi) e i tribalismi classici erano intrecciati con Pantha du Prince, l’onnipresente nuovo Moody(mann) e col Turkatech su Simon Baker, sarebbe venuto da pensare a una serata macchina del tempo. Agganciandosi solo ad alcuni particolari, Todd Terje al posto di Todd Terry. Il problema è che guardi la felpa di Kalabrese e pensi che non è Knuckles o Morales e che tu non vivi quegli anni con dieci anni di ritardo da un’altra parte del mondo. Che ci si diverte e che è pur sempre meglio di tanti set rompipalle, ma a questo punto la voce di Laurie Anderson ricoverata da Mandy e Booka Shade e triturata da Audiofly X non è che un virus che macina una cartella iTunes ormai troppo grossa per stare sull’iPod. Così felice e disilluso penso che le bordate di feedback che distruggono la triste gioia filologica di Blind nell’Hercules Club Mix siano la sintesi perfetta, e necessaria alla mia sopravvivenza, di questo essere immersi in troppa musica nel luogo e nel posto sbagliato, e così si esce e si torna a casa. A volte non puoi trascurare i particolari.



O Superman (Audiofly X Remix) - Mandy vs Booka Shade feat. Laurie Anderson
Blind (Hercules Club Mix) - Hercules & Love Affair feat. Anthony Hegarty

6.3.09

Più in basso del cielo

Scena 1: questo è quanto, ti abbiamo fregato. Inventatene una, se sei capace
Scena 2: ragazzine e ragazzini ballano la sigla di College e non erano nati quando tu lo vedevi alla tivù
Scena 3: The Mole! The Mole! The Mole! L’ultimo giorno il basso fu la speranza



Mai martedì fu più magro. Non sappiamo ancora il finale, ma siamo pronti a scrivere il terzo episodio della saga Cassa Disintegrata / Settimana Corta. Se avete una proposta in ambito intrattenimento da almeno duemila teste prenderò in considerazione anche voi. In poche parole niente Loco Dice che fa il Loco Dice di buon gusto. C’era un motivo, c’era.



Venerdì, primo di quaresima, non si dovrebbe fosforescere. Se pensate come me che fossero tristi i Bugged Out milanesi dell’anno scorso con le mezze calzette e Uffie all’Hollywood e il fluo e le kefiah fuori tempo massimo, non avete idea di cosa possa essere vedere tutto ciò oggi nella BAT provincia (non quella di Batman, quella di Barletta-Andria-Trani). Ti dici pure che c’avranno diciannove anni e avranno il diritto una volta ogni due mesi di sognarsi stylish e abdicare alla vittoria storica di Fabio Fazio e dei gilet. Poi però arriva un vocalist. UN VOCALIST. Con l’occhiale finto sfigato che urla come un ossesso come un personaggio di Fabio De Luigi. Io quando vado alle serate techno avrò pure intorno qualche ragazzino con la cresta, ma fortunatamente nessun vocalist rompe i coglioni. Nonlodireanessunononlodireanessuno, vaffanculo io lo dico a tutti. Fossi stato in Borut non so come avrei reagito. Tanto era il cattivo sangue, che alla fine ho apprezzato solo a sprazzi il suo set, soprattutto nelle parti che suonavano più di vecchio e del discone o che tentavano incisi minimalosi. I funzionali remix dei Soulwax e le svisate più londinesi (o milanesi?) come si sa ormai mi lasciano un po’ freddo e per il futuro dei Furano spero che non si indugi più di tanto da quelle parti. Hang the vocalist, comunque.



Sabato invece puro piacere. Il mio solito ingresso ad apertura porte avviene sul tepore crepitante di Freaky Mutha F_cker di Moody(mann) e The Mole è già lì che gioca a ping pong con Andrea Fiorito. Non saranno i fuochi d’artificio di cui si dice per i live set del canadese (compagno di merende della cricca Jonson/Cobblestone Jazz, uno dei miei favoriti dell’anno scorso con la sua destrutturazione/ricomposizione dell’house in salsa cosmica, un supergruppo tra Avalanches e Lindstrøm concentrato in un’unica pesona), ma quattro ore di back to back a tali livelli ripagano ampiamente della mancanza. Pur concedendosi entrambi un po’ quello che vogliono, è subito chiaro che Fiorito avrà tra le sue incombenze quella di mantenere il contatto con le necessità del pubblico, caricando ogni tanto i toni e mantenendo fluidità al tutto. Il risultato è che l’intricatezza di As High As The Sky viene svolta nei fondamenti in un misto di polvere d’angelo disco, break scintillanti e bassi bollenti. Nonostante l’aria a dir poco cazzeggiona, il buon Colin De La Plante ha mostrato una notevole pulizia tecnica, rovinata semmai dal ricorso all’equalizzatore, unico effetto impiegato in modalità togli i bassi prima delle parti senza bassi. Finisce tutto presto per il solito, col consueto gesto del proprietario quando il bar langue e senza un finale vero e proprio, ma ce ne vorrebbero di serate come queste capaci di carezzare e alleviare almeno un po’ le mazzate che arrivano, ormai, sempre più grosse.



Sunglasses (Scuola Furano@Night Remix) - 0131
Ain't The Way It's Supposed To Be - The Mole

14.2.09

I fratelli prosecco prograsso (Fat is sexy)

La settimana scorsa mi sono schiodato dal letargo. Tre mesi di allontamento dal clubbing, dieci dal clubbing cittadino sono stati interrotti in onore dei Wighnomy Brothers e delle loro famigerate maratone techno alcoliche dietro davanti sopra sotto alla console. Per avere un'idea eccoli all'opera quando me li sono persi qui più o meno un anno e mezzo fa con Robag Wruhme che fa jogging davanti a Raving, I'm Raving e Monkey Maffia che balla attorno ad un albero del lido. Gente umile e di panza, capace di tracannare intere bottiglie di vodka liscia e capace di set a oltranza che ti ripagano di tutti gli stitici da due ore contate.



I due entrano dentro a mezzanotte e mezza, più o meno un quarto d'ora prima dell'apertura porte e del mio ingresso, gironzolano e prestano attenzione al set di apertura con un aria pacata che non lascia intendere quello che succederà da lì a poco. Quando devono prendere possesso dei piatti, la prima azione di Robag è quella di mettere un bicchiere basso pieno di prosecco a girare al posto di un vinile. L'inizio è scuro e compresso, con un suono classico. Via via su quello scheletro si incrociano membra sempre più umane fatte di bassline alla Saunderson e rotondità funk di provenienza house. Io mi sento molto arruginito: non riconosco niente a parte Nina Simone con Sinnerman e a parte il vero dj tool dell'anno, ovvero il discorso dell'elezione di Obama (già usato anche dai due ragazzi in apertura). Monkey Maffia è scazzato perché uno dei monitor non va e perché dopo il primo cocktail che gli hanno servito hanno portato solo bottiglie di prosecco per Robag e si è dovuto adattare. Robag invece produce il meglio di sé ballando, scolando una bottiglia dopo l'altra e trovando usi alternativi alle cuffie. Tutti cercano di ravvivare la cassa rotta aggiustando fili o dando botte laterali e Robag trasforma questi gesti nel ballo del pugno al monitor o in quello dello schiaffo di vinile sul monitor.



Con giradischi e cdj, il loro mixato è sporco vecchia scuola, con i pezzi che entrano e riescono quando necessario. Forse mi sogno il basso slappato di Art Of Letting Go di Supermayer, ma via via che dalla terza bottiglia passano alla quarta i suoni si arrotondano e ammorbidiscono un po'. In un set da cinque ore sulla chiusura di Pimp Jackson partirebbero le ultime due ore prima bpitchkompattose e poi swingjazzorchestrali. Invece qui che al massimo toccheremo le tre ore e mezza, partono con le luci accese gli ultimi due pezzi: su un intro prolungato che sembra un edit di Windowlicker (ma mica era così lungo su disco?!) canto a squarciagola il wehaveallthetimeintheworld di Thom Yorke coi Modeselektor - io che canto una canzone di Thom Yorke, non mi si può vedere. Poi parte un pezzo kompaktosissimo (sono quasi sicuro che fosse Mariposa di Koze) e Robag fa di tutto: mette la quinta bottiglia sul giradischi - cadrà subito - e poi scende ad abbracciare uno a uno tutti i presenti. Vogliono suonare un ultimo disco ma per le sei devono chiudere tutto. Poteva essere Evan & Chan nel remix una-lacrima-sul-viso di Superpitcher, o W.E.E.K.E.N.D. di Arling and Cameron, Raving, I'm Raving o chissà cos'altro. Bisogna però far togliere quest'abitudine agli italiani che urlano "Ul-ti-mo, Ul-ti-mo".


The White Flash - Modeselektor feat. Thom Yorke

29.7.08

Disc Over-y

Tanta voglia di scrivere, ma bisogna pur pagarsi in qualche modo il cazzeggio (che sia più semplice farsi pagare direttamente il cazzeggio?). E alla fine se il cazzeggio ormai è un miraggio, non resta che il conto alla rovescia verso le vacanze. Qualche anno fa da un innocente viaggio in Portogallo uscì fuori uno dei concerti della vita col piramidone dei Daft Punk. Non oso pensare cosa possa succedere in dieci giorni di mare da vecchi a Cefalonia. ‘Vecchio (e stanco)’ è la parola in cui più mi riconosco in questo conto alla rovescia. Pensate che questo finesettimana c’era il Giovinazzo Rock Festival con headliner nei tre giorni i Blonde Redhead, Paolo Benvegnù e gli Africa Unite: io sono andato solo nella prima serata causa vecchiaia (e dire che volevo risentire anche gli altri) e persino nella prima serata mi sentivo molto vecchio ad averli visti praticamente una volta all’anno negli ultimi quattro anni (e loro tutto sommato erano meno scazzati delle ultime volte e direi anche godibili e il batterista era vestito alla marinara come Paperino anche se fa sempre paura quando parte la voce di Kazu per il ritornello e lei ha la bocca chiusa e solo dopo dieci secondi si interfaccia). Comunque mi sono convinto di essere molto vecchio (e stanco) quando dopo i Blonde Redhead non ho preso minimalmente in considerazione l’idea di dare una possibilità al per me incomprensibile Radio Slave in un posto da giovini dove ero già stato. Radio Slave è meglio quando fa il vecchio in Quiet Village ho detto quella sera. Invece non è solo questo. È che a un set di Radio Slave avrei preferito un set di DJ Koze e poche storie. (Incrociando le dita per un DJ Koze Live in Myrtos di seguito il pezzo (chez Matias Aguayo) che vincerebbe il Festivalbar Dance se solo esistesse: l’anello mancante tra i cazzoni french house e i cazzoni sudamericani. Con tanto di minuto finale vera presa in giro che se non siete emo, non siete brutal, non siete house, ma siete minimal, fate un po’ di tagliaincolla e anche voi avrete il vostro pezzo dell’estate che non sarà il mio)

ps: grazie a Luigi che mi indicò il pezzo oltre un mese fa quando era solo una creatura su myspace


Minimal (DJ Koze Remix) - Matias Aguayo
(per la foto grazie a Dinos Christopoulos)

16.5.08

Affittasi ubiquità (It’s the B_EAT, Giovinazzo Edition)

Ancora non si è spento il clamore per la notizia che Bari ospiterà la prima data del tour di riformazione dei Bluvertigo, quand’ecco che arriva un altro evento impedibile a segnare il prossimo weekend. All’interno delle serate legate al Fuori Biennale dei Giovani Artisti del Mediterraneo che inizierà la settimana prossima (e in corrispondenza della quale ho pensato bene di spostarmi il più lontano possibile in quel di Torino), questo finesettimana all’Arci 37 di Giovinazzo si terrà B_EAT: due giorni di concerti e dj-set con Redrum Alone, My Awesome Mixtape (non me ne vogliano, ma diciamo che il mio gusto è un po’ distante dalla loro visione musicale) e soprattuto l’attesissimo dj set di Enzo Polaroid (il primo al sud?) insieme alla gloria del luogo Tiger Town. Pare che stiano montando appositamente un banco per vedercivisi sabato sera. A suggello di questo imperdibile evento, volevo allegare un pezzo sufficientemente indiepoppe, ma data la penuria di ascolti in quel campo ripiego su una cosina con la cassa e un minimo di buoni sentimenti. Ci si vede lì (io sono quello vestito da discotecaro, penso che comprerò una maglietta DATCH per l'occasione). Giovinazzo is già burning.


22.4.08

La rivelazione adesso



Penso che si debba partire dall’apocalisse. L’apocalisse è quella cosa che arriva alla fine, a volte preannunciata da trombe o da archi sintetici, chiude tutto e rivela un senso che era già nell’inizio. Quando alla fine, senza antefatto spettrale-dark, Mathew Jonson chiudeva il suo liveset con gli oscillatori della sinfonia dell’apocalisse che variavano di frequenza impazziti, si assommava la sensazione del miglior concerto techno sentito dall’inizio dell’anno a come questa si formava: moduli di pezzi compiuti utilizzati in altra maniera, piegati ad un’esibizione immaginifica e complessa dal punto di vista ritmico. Oltre l’inadeguatezza dei dj-set dei produttori, oltre i live che si piegano ai compromessi del togli-metti la cassa, oltre gli stessi limiti di certi suoi live dell’anno scorso, così enfatici da sfiorare la trance o la progressive, il concerto è un capolavoro di bilanciamento. I tre-quattro pezzi iniziali di preparazione poliritmica culminano nel suo remix acido di Good Life, reso ancora più aggressivo dalla maggiore battuta. Su questo subito si prende la strada Cobblestone Jazz di 23 Seconds. Non si tralasciano i pezzi più vecchi alla Magic Through Music, semmai quelle che mancano sono certe sfumature house dei Cobblestone, rimandate a quando vedremo il trio all’opera e fortunatamente sostituite da uno scheletro più electro, figlio di Cybotron. Marionette, rilavorata come al solito sull’umore del pubblico, è emotivamente carica nonostante la patina (in teoria) ghiacciata di inno che si porta dietro. Alla fine, non è apocalisse per il gusto dell’apocalisse. Non sono manopole finte, né manopole cafone quanto un assolo metal. Solo musica, sincopata e intricata, ora ruvida e ora melodica, calda di bassi e acuta di testa.


Photo by Von Boot


Good Life (Mathew Jonson's Acid Mix) - Kevin Saunderson feat. Inner City


Gente Alla Quale Vorremmo Stringere Calorosamente La Mano (The Bari Spin-On)


Bari, Mathew Jonson Liveset
(La rubrica che necessita numerosi tentativi di imitazione)

13.4.08

Sabato sera dentro al Cube, no Michael Mayer il giorno pri-i-ma (o anche “Andarsene Così”)

Porto ancora le conseguenze insoddisfatte dello scorso fine settimana. Non che sia per questo che al concerto palermitano di Dente oggi ho preferito un tranquillo sabato sera pre-elettorale casalingo a base di elettronica e techno piagnona (o pingona chedirsivoglia). Non è cosa mia e lo avrei saltato comunque. Però lo scorso fine settimana mi è rimasto sul gozzo, ecco. Le due gioiose ore mixate malamente da Michael Mayer al venerdì sono saltate per sua indisposizione fisica. No socio Navid al seguito, no roboante Two Of Us, no remix inedito di Charlotte Gainsbourg. A sostituirlo il sempre apprezzato Arpino mi ha come al solito demoralizzato: questa volta mi è sembrato di riconoscere mezzo pezzo del quale non saprei dire il nome.

Sabato sera al Cube appunto, coi Baustelle. Io sono contento per la pubblicità del disco che passa su 105. Avrei voluto parlare di Amen, disco che ho amato e sto amando tantissimo, ma non c’è stata occasione. Finisce così che scrivo di quello stupro di massa che è stato il concerto barese (ma potrei dire di tutto il tour vista la scaletta identica per tutte le date). Ero di buonumore, ero contento persino di trovarmi schiacciato nel sovraffollamento di indioti, universitalternativi, adolescenti Charlie e compagne di scuola, quarantenni lettori di Repubblica. Cravatte strette, cinture bianche di plastica e maglioni infeltriti. Dopo l’intro che svela già il finale, storco il grugno sull’amata Antropophagus per l’intarsio di Battiato e per il taglio della sua coda strumentale ma torno a odiare il mondo quando su Colombo e Charlie i dementi intorno a me pensano di essere alla Notte della Taranta.

A poco a poco percepisco un senso di rimozione dei Baustelle nei confronti del loro passato: più o meno quando presentano I Provinciali come un vecchio pezzo. La scaletta negazionista cancella la memoria dei giorni del Sussidiario e dello YèYè più per disagio personale che in favore del nuovo pubblico. Prima dei bis sopravvive solo una maltrattata e barcollante Canzone di Alain Delon, con le note cambiate per non stonare (ma almeno prima si stonava insieme, ecco). I pezzi nuovi non se la passano meglio: il problema è rendere dal vivo il massimalismo orchestrale con un solo violino e allora si va via di chitarroni e si riesce col Liberismo, ma altrove è una pena. Specie quando entra in scena la fisarmonica, come in Alfredo affossata anche per il mancato inserimento della ritmica. Prima del bis Baudelaire mi convince che l’idea della sua coda è tanto azzeccata quanto povera nella sua realizzazione. Non ci si improvvisa DFA o Ewan Pearson.

Il bis è il colpo finale. Bruci La Città è programmaticamente altra, ma il risultato è confuso e tale da far pensare che la Grandi version sia di gran lunga pià baustelliana della cover. Il medley successivo tra Gomma e Riformatorio è uno sfregio senza senso, oltre che una soluzione concertistica degna dei Ricchi e Poveri. La canzone del parco sembra piegata su se stessa. Andarsene così chiude con la sua melodia iniziale da rave e il pubblico intontito nemmeno pensa a un ritorno sul palco per un doppio bis. Io credo che in futuro mi limiterò ai loro dischi, almeno fino ai concerti in palasport con l’orchestra sinfonica. E meno male che il prossimo finesettimana mi risolleverò col dj set di Mathew Johnson.

Symphony For The Apocalypse - Mathew Jonson