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5.12.12
Bausteel (from Lycos till Dawn)
Gli amici Polpette mi segnalano che Chrome ha deciso di bloccare (chissà da quanto) l'accesso a questo blogghetto per la presenza di contenuti potenzialmente dannosi (no, non la musica ormai raramente condivisa, ma le immagini da Lycos del glorioso template). Per questo motivo tinteggio di bianco le pareti e ricomincio dall'alba.
14.10.12
Non escludo il ritorno
Vabbe', la decadenza dell'ultimo Califano sotto i quaranta fa un po' ridere, ma è un sì.
Il Tempo + Importante (Non Escludo Il Ritorno Andropausa Mashup) - Amari vs Boddika by maxcar
1.6.11
Pillole di Primavera Sound 2011 - Giorno 3
(Sim Sala Bin)
Intro: si arriva presto e la prima ora è una birretta sul parco di erba sintetica coi cuscini giallo e blu e i Za! che rompono le palle a The Tallest Man Of Earth appropriato per l'atmosfera rilassata.
Yuck: concerto del pomeriggio del festival. Sono fatti per dargli addosso e invece le loro perfette ovvietà pop da pischelli sono ultrafunzionali per l'auto, la spiaggia e il vento nei capelli. Una lentissima Rubber chiude le carezze.
tUnE-yArDs: ne ignoravo l'esistenza fino al primo pezzo. Ma cosa sono le Cocorosie afrobeat? Musicalmente tocca anche cose che mi piacciono, ma siamo un altro mondo.
Fleet Foxes: sanno suonare insieme, sanno cantare insieme, potrebbero rompere le palle insieme e invece incantano insieme. E poi quei Sim Sala Bim, Mykonos, IwasfollowingtheI sono gli elementi fuori posto che trasformano la normalizzazione nella psichedelia fuoriditesta che sono.
Gang Gang Dance: Santa Dnympha sarà stata la patrona dei malati mentali, delle vittime di incesto e dei fuggiaschi, ma loro sono la spazzatura del mondo sul palco (sono zingari, mi si chiede?). Già si percepisce pesante la cappa di PJ, ma comunque mantengono occupato il Pitchfork Stage, con un live incentrato sull'ultimo discusso (e ottimo) disco. Accompagnati da due Mangoni (uno sbandieratore di lavori stradali e uno storpio che fa la verticale) e con la cantante che indossa la canottiera rigata della salute su una tutina di latex, sono l'effetto Pisapia del Primavera.Il ballo tra la spazzatura umana termina solo quando lo urla il muezzin.
Matthew Dear Live Band: nel pieno del live di PJ non c'è esattamente il pienone per il concerto di Matthew Dear, irricchionito in uno smoking bianco e in atteggiamenti pesantemente new romantic. Stranamente però il live sembra una roba acid house dell'89 grazie alla struttura dilatata e all'apporto costante del trombettista. Menzione d'onore al manipolo di quattordicenni spagnoli (figli di qualche organizzatore?) che conoscono a menadito i pezzi e trasformano il sottopalco nello studio di Non è La Rai.
James Blake DJ Set: le donnine inglesi delle prime file urlano come nemmeno al concerto. Il dj set è tutto quello che ci si aspetta, dagli harmonimix che prendono di mira la musica nera (compreso Bills), ai tentativi di carica techno, dai suoi pezzi non cantati al dubstep puro col basso wahwah scorreggione. Purtroppo manca quel senso di costruzione poco caro al djismo dubstep e molto più presente negli orizzonti dei dj techno.
Animal Collective: merda. Dispersivi e poco propensi a misurarsi col fatto di trovarsi sul palco principale, annegano la prima mezzora in pezzi sconosciuti (era per caso la musica di Oddsac?), in un suono che non convince e in pause che spezzano tutto l'interesse. Si rimpiange l'aver perso gli Odd Future e si corre da DJ Shadow.
DJ Shadow: la trovata visiva del festival è semplicissima. Una palla che contiene il protagonista e tira fuori le tre dimensioni dai visual. Musicalmente non viene fornita nessuna concessione al qui e ora. Il concerto è la visione del mondo musicale di Shadow, forse ora vecchia eppure energetica come quasi nessun'altra esibizione elettronica del festival. Mi sono perso il primo quarto d'ora per colpa dell'organizzazione (ha fatto Midnight?) ma per il resto dopo un po' di inediti è partita una sequela di tesissime riletture dei primi due dischi. Forse ancor più dei Pulp, per la distanza da quei giorni e da quei beats, questo è stato il vero momento nostalgia del festival. E il finale, coi titoli di coda in Orbovision.
Persi della giornata: John Cale, Damo Suzuki, The Soft Moon, Mercury Rev, Einstürzende Neubaten, Galaxie 500, Jon Spencer Blues Xplosion (ma sentita di passaggio Flava), Odd Future, Holy Ghost, Kode 9, Caspa, Mogwai (Messi Fear Satan)
Yuck: concerto del pomeriggio del festival. Sono fatti per dargli addosso e invece le loro perfette ovvietà pop da pischelli sono ultrafunzionali per l'auto, la spiaggia e il vento nei capelli. Una lentissima Rubber chiude le carezze.
tUnE-yArDs: ne ignoravo l'esistenza fino al primo pezzo. Ma cosa sono le Cocorosie afrobeat? Musicalmente tocca anche cose che mi piacciono, ma siamo un altro mondo.
Fleet Foxes: sanno suonare insieme, sanno cantare insieme, potrebbero rompere le palle insieme e invece incantano insieme. E poi quei Sim Sala Bim, Mykonos, IwasfollowingtheI sono gli elementi fuori posto che trasformano la normalizzazione nella psichedelia fuoriditesta che sono.
Gang Gang Dance: Santa Dnympha sarà stata la patrona dei malati mentali, delle vittime di incesto e dei fuggiaschi, ma loro sono la spazzatura del mondo sul palco (sono zingari, mi si chiede?). Già si percepisce pesante la cappa di PJ, ma comunque mantengono occupato il Pitchfork Stage, con un live incentrato sull'ultimo discusso (e ottimo) disco. Accompagnati da due Mangoni (uno sbandieratore di lavori stradali e uno storpio che fa la verticale) e con la cantante che indossa la canottiera rigata della salute su una tutina di latex, sono l'effetto Pisapia del Primavera.Il ballo tra la spazzatura umana termina solo quando lo urla il muezzin.
Matthew Dear Live Band: nel pieno del live di PJ non c'è esattamente il pienone per il concerto di Matthew Dear, irricchionito in uno smoking bianco e in atteggiamenti pesantemente new romantic. Stranamente però il live sembra una roba acid house dell'89 grazie alla struttura dilatata e all'apporto costante del trombettista. Menzione d'onore al manipolo di quattordicenni spagnoli (figli di qualche organizzatore?) che conoscono a menadito i pezzi e trasformano il sottopalco nello studio di Non è La Rai.
James Blake DJ Set: le donnine inglesi delle prime file urlano come nemmeno al concerto. Il dj set è tutto quello che ci si aspetta, dagli harmonimix che prendono di mira la musica nera (compreso Bills), ai tentativi di carica techno, dai suoi pezzi non cantati al dubstep puro col basso wahwah scorreggione. Purtroppo manca quel senso di costruzione poco caro al djismo dubstep e molto più presente negli orizzonti dei dj techno.
Animal Collective: merda. Dispersivi e poco propensi a misurarsi col fatto di trovarsi sul palco principale, annegano la prima mezzora in pezzi sconosciuti (era per caso la musica di Oddsac?), in un suono che non convince e in pause che spezzano tutto l'interesse. Si rimpiange l'aver perso gli Odd Future e si corre da DJ Shadow.
DJ Shadow: la trovata visiva del festival è semplicissima. Una palla che contiene il protagonista e tira fuori le tre dimensioni dai visual. Musicalmente non viene fornita nessuna concessione al qui e ora. Il concerto è la visione del mondo musicale di Shadow, forse ora vecchia eppure energetica come quasi nessun'altra esibizione elettronica del festival. Mi sono perso il primo quarto d'ora per colpa dell'organizzazione (ha fatto Midnight?) ma per il resto dopo un po' di inediti è partita una sequela di tesissime riletture dei primi due dischi. Forse ancor più dei Pulp, per la distanza da quei giorni e da quei beats, questo è stato il vero momento nostalgia del festival. E il finale, coi titoli di coda in Orbovision.
Persi della giornata: John Cale, Damo Suzuki, The Soft Moon, Mercury Rev, Einstürzende Neubaten, Galaxie 500, Jon Spencer Blues Xplosion (ma sentita di passaggio Flava), Odd Future, Holy Ghost, Kode 9, Caspa, Mogwai (Messi Fear Satan)
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31.5.11
Pillole di Primavera Sound 2011 - Giorno 2 (Riassunti)
The Fiery Furnaces: persino quando vedi i concerti per intero, persino quando arrivi mezzora prima per stare sotto il palco, i festival sono come un enorme zapping di volti, suoni, colori o se vuoi stili, snobberie, cattive abitudini. I Fiery Furnaces, anche se ora mi sono stancato di sentirli, sono quello zapping lì. Next, next, next. Next anche a loro (che fanno onestamente la loro cosa).
James Blake: sembra non siano passati quasi due anni da quando faceva capolino nei mixtape o da quando per la prima volta si sottolineava che aveva iniziato a cantare. Bianco e insieme nero, triste e tenero, digitale eppure acustico. Poche storie, è il concerto del "qui e ora" di un festival che spesso dimentica il qui e ora. Dal palco principale il fracasso di M Ward viene sovrastato da cuori tristi, silenzi che si gonfiano di battiti e saturazioni da sogno e persino da qualche tentazione dance (una Klavierwerke enorme). Sul finale bellissimo e smarmellato quasi si schermisce di avere conquistato il palco e invita al suo djset del sabato.
Belle And Sebastian: i carucci di sempre sono così twee che al mixer hanno un fonico twee che li intuba e li fa suonare come un giradischi portatile nonostante siano sul palco principale. Certo Stu Murdoch gioca con le estetiste spagnole e consegna medaglie d'oro sul palco e c'ha le gigantografie sixties e cantano pure Common People col pubblico, ma purtroppo tutto ciò non basta a risollevare un live che non passa musicalmente.
Pulp: il live grosso della giornata è il loro. Jarvis Cocker in grossa forma scimmieggia sugli amplificatori e sulle pertiche come se stesse per spuntare alle spalle di un Jacko redivivo e consuma ogni ingresso di pezzo con le storielle da cantante confidenziale agée. La selezione di classici è completa (forse mancano giusto Mis-shapes o Help The Aged) e filologica nel citare i video (Babies) o il lato più gloom (I Spy, This Is Hardcore). La tastierista è ormai una signora e il resto del gruppo sembra capitato per caso dietro il grande entertainer che chiede il permesso di togliere giacca e cravatta. Nella sublimazione della poetica di Cocker mai troppo benevola nei confronti dei suoi personaggi, la proposta di matrimonio di un fan alla fidanzata fa sganasciare. E si balla e si urla e si ride but that's as far as the conversation went.
Jamie XX: si arriva su Ye Ye di Daphni e nelle quattro canzoni successive riesce a infilare senza un filo logico discomusic, techno e house old school come il peggiore dj generalista indie fa coi pezzi indie. Almeno il pubblico balla ma confermo la diffidenza verso il personaggio.
Battles: ci si sposta così all'ATP dove in una replica più fredda della scorsa volta i Battles catturano comunque il loro pubblico. I featuring del nuovo disco appaiono sincronizzati su schermi alle spalle del gruppo e mentre si torna al Pitchfork non ci si perde il singolo con Aguayo.
Lindstrom: inizia in anticipo rispetto al previsto e termina come al solito dopo un'oretta verso le cinque. Il suo live tocca tutti i momenti del suo sterminato minutaggio prodotto, con un battito mediamente più veloce che su disco e con una scelta dei pezzi inizialmente molto dritta (qualcuno cantato da Christabelle) che si libera solo verso metà sul lato più cosmico. Il finale è tutto in mano ai classici e all'Another Station che non è della metro.
Persi della giornata: Sufjan (non avendo vinto al sorteggio e avendo preferito alla fila la passeggiata in spiaggia e la seguente Yakuzi), Ariel Pink's Haunted Graffiti, Arto Lindsay, Low, Deerhunter (LLevant merda) ed Explosions In The Sky (che fanno il pienone al RayBan e cominciano con la canzone del merluzzo Findus).
James Blake: sembra non siano passati quasi due anni da quando faceva capolino nei mixtape o da quando per la prima volta si sottolineava che aveva iniziato a cantare. Bianco e insieme nero, triste e tenero, digitale eppure acustico. Poche storie, è il concerto del "qui e ora" di un festival che spesso dimentica il qui e ora. Dal palco principale il fracasso di M Ward viene sovrastato da cuori tristi, silenzi che si gonfiano di battiti e saturazioni da sogno e persino da qualche tentazione dance (una Klavierwerke enorme). Sul finale bellissimo e smarmellato quasi si schermisce di avere conquistato il palco e invita al suo djset del sabato.
Belle And Sebastian: i carucci di sempre sono così twee che al mixer hanno un fonico twee che li intuba e li fa suonare come un giradischi portatile nonostante siano sul palco principale. Certo Stu Murdoch gioca con le estetiste spagnole e consegna medaglie d'oro sul palco e c'ha le gigantografie sixties e cantano pure Common People col pubblico, ma purtroppo tutto ciò non basta a risollevare un live che non passa musicalmente.
Pulp: il live grosso della giornata è il loro. Jarvis Cocker in grossa forma scimmieggia sugli amplificatori e sulle pertiche come se stesse per spuntare alle spalle di un Jacko redivivo e consuma ogni ingresso di pezzo con le storielle da cantante confidenziale agée. La selezione di classici è completa (forse mancano giusto Mis-shapes o Help The Aged) e filologica nel citare i video (Babies) o il lato più gloom (I Spy, This Is Hardcore). La tastierista è ormai una signora e il resto del gruppo sembra capitato per caso dietro il grande entertainer che chiede il permesso di togliere giacca e cravatta. Nella sublimazione della poetica di Cocker mai troppo benevola nei confronti dei suoi personaggi, la proposta di matrimonio di un fan alla fidanzata fa sganasciare. E si balla e si urla e si ride but that's as far as the conversation went.
Jamie XX: si arriva su Ye Ye di Daphni e nelle quattro canzoni successive riesce a infilare senza un filo logico discomusic, techno e house old school come il peggiore dj generalista indie fa coi pezzi indie. Almeno il pubblico balla ma confermo la diffidenza verso il personaggio.
Battles: ci si sposta così all'ATP dove in una replica più fredda della scorsa volta i Battles catturano comunque il loro pubblico. I featuring del nuovo disco appaiono sincronizzati su schermi alle spalle del gruppo e mentre si torna al Pitchfork non ci si perde il singolo con Aguayo.
Lindstrom: inizia in anticipo rispetto al previsto e termina come al solito dopo un'oretta verso le cinque. Il suo live tocca tutti i momenti del suo sterminato minutaggio prodotto, con un battito mediamente più veloce che su disco e con una scelta dei pezzi inizialmente molto dritta (qualcuno cantato da Christabelle) che si libera solo verso metà sul lato più cosmico. Il finale è tutto in mano ai classici e all'Another Station che non è della metro.
Persi della giornata: Sufjan (non avendo vinto al sorteggio e avendo preferito alla fila la passeggiata in spiaggia e la seguente Yakuzi), Ariel Pink's Haunted Graffiti, Arto Lindsay, Low, Deerhunter (LLevant merda) ed Explosions In The Sky (che fanno il pienone al RayBan e cominciano con la canzone del merluzzo Findus).
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30.5.11
Pillole di Primavera Sound 2011 - Giorno 1 (Evanescense)
p.s.: giudizi, lamentele, set fotografici completi arriveranno più avanti in altre forme. Per ora solo frammenti.
[ghost track iniziale del giorno 0]
Caribou: l'ora e più di fila per entrare al Poble Espanyol dove "uno esce, uno entra" è giustificata solo dal mirare cos'era il Primavera Sound quando è iniziato. Caribou su palco grande delude: carica la massa sonora per reggere la circostanza, ma smoscia l'esibizione dal punto di vista ritmico, perdendola in pezzi che non partono alternati a code stiracchiate. Il pubblico ballicchia, ma sei mesi fa nei club era stata un'altra cosa.
Moon Duo: il mio festival inizia con questa specie di Kills crauti al palco RayBan (giuro che durante il concerto mi sono cresciuti sugli occhi dei wayfarer che ho tentato in tutti i modi di sgrattare via). Fortunatamente fanno Mazes subito, per il resto non sono altro che una figurante con il chitarrista barbuto che fa due o tre cose fighe in mezzo ad altre trascurabili su una base in playback.
Seefeel: al palco ATP dopo un inizio droneggiante, trasognato (per i vocalizzi sparsi della "cantante") e punteggiato da qualche divagazione ritmico-industriale, i Seefeel scadono nel basso wahwah-dubsteppo fino ad arrivare ad una chiusa dub su cui divertirsi a cantare i grandi classici. Esili e confusi non si risollevano dall'ultimo disco.
P.I.L.: venti minuti di passaggio al malefico e lontanissimo palco grande2 LLevant bastano per urlare Slow Motion Slow Motion e Una canzone d'amore, per farmi ricordare. Il live è carico e con resa sonora millimetrica ma con i pezzi che vengono stiracchiati in code insostenibili. Come quando stai a parlare coi parenti anziani (Johnny in questo caso), che raccontano una storia anche fica ma si perdono in mille dettagli e non arrivano alla fine.
Oneohtrix Point Never: dato il fittissimo programma si cena all'ATP davanti alle bordate di strati prima senza compromessi e poi via via infiltrate di desideri melodici. Nessuna concessione allo spettacolo, concentrazione davanti al laptop, visual alle spalle, un timido saluto quando abbassa lo schermo per andare via. Forse non è stato il luogo più adatto e la sensazione che rimane è quella della dispersione.
Grinderman: al palco grande1 San Miguel baraccone da cui scappare (The Walkmen comunque riescono a riempire il Pitchfork in contemporanea). Standby.
Suicide: baraccone di anziani anche qui, ma sublime nella sua merda. Alan Vega biascica gocce di kukident e Martin Rev luccicante come al solito suona la tastiera coi pugni e coi gomiti. È il mio concerto di Vasco Rossi, vederli è scemo come suicidarsi. Spaccano timpani a caso e sono fastidiosi ora che quel disco del 1977 non è più fastidioso e viene campionato dalle starlette electro-world. Un concerto che non si riesce a reggere fisicamente e così inframezziamo con una pausa dopo Mon Cheree Cheree per soppravvivere. Si torna per la fine, come hanno fatto loro con noi.
The Flaming Lips: non c'è traccia della collaborazione con Prefuse 73 comunicata in parallelo al festival. Non rifanno per intero The Soft Bulletin così come si era ventilato sul forum del Primavera. È, più o meno, lo stesso live degli ultimi anni co' la palla, i lustrini, i palloni, i video con le donnine lisergiche, le manone, i megafoni, le chitarre con le bolle. Cambiano i ballerini di fila che in questo caso consistono nella rivisitazione panzanella del mago di Oz: ciotte Dorothy coi leoni rattusi che le ghermiscono con la coda. Per chi come me va al circo la prima volta, è tutto bellissimo e non mi distrae dai suoni stupendi e dall'essere sommerso da quel misto di zucchero distorto. Per gli altri, abituati ed insensibili, Wayne non è che un leone spelacchiato (stola di cane simbolica) che deve tornare a ruggire invece di fomentare per compensare il deficit di accudimento. (Però ammetto che girellare per il forum con la macchinina del golfista tra un palco e l'altro e fermarsi ogni cinque metri per l'applauso e la foto avvalora la tesi).
John Talabot: il finale è la prima puntata al palco Pitchfork, totalmente popolato da gente coi capelli neri (i biondi si cuccano Girl Talk al LLevant). La dimessissima promessa barceloneta rimane a testa china sulla valiga dei dischi e si rifugia saltuariamente dietro le quinte. Il set ha il caratteristico ondeggiamento delle sue produzioni e raggiunge il suo primo picco col private mix di Changed. Poi da lì è discesa con quello che sembra un suo edit di The Bells (ma sarà altro), una versione rallentata di "Get Get Down" di Paul Johnson e quello che sembra essere un suo rilavorio inedito di Caribou (ma sarà altro). Poi inspiegabilmente alle cinque dopo tre quarti d'ora termina in modo brusco e il palco chiude, inaugurando l'impero del Male notturno del LLevant e la fine festival senza metropolitana per il ritorno.
Persi della giornata: Of Montreal, El Guincho, Big Boi, Glenn Branca, Salem, Glasser, Gold Panda, Ducktails.
[ghost track iniziale del giorno 0]
Caribou: l'ora e più di fila per entrare al Poble Espanyol dove "uno esce, uno entra" è giustificata solo dal mirare cos'era il Primavera Sound quando è iniziato. Caribou su palco grande delude: carica la massa sonora per reggere la circostanza, ma smoscia l'esibizione dal punto di vista ritmico, perdendola in pezzi che non partono alternati a code stiracchiate. Il pubblico ballicchia, ma sei mesi fa nei club era stata un'altra cosa.
Moon Duo: il mio festival inizia con questa specie di Kills crauti al palco RayBan (giuro che durante il concerto mi sono cresciuti sugli occhi dei wayfarer che ho tentato in tutti i modi di sgrattare via). Fortunatamente fanno Mazes subito, per il resto non sono altro che una figurante con il chitarrista barbuto che fa due o tre cose fighe in mezzo ad altre trascurabili su una base in playback.
Seefeel: al palco ATP dopo un inizio droneggiante, trasognato (per i vocalizzi sparsi della "cantante") e punteggiato da qualche divagazione ritmico-industriale, i Seefeel scadono nel basso wahwah-dubsteppo fino ad arrivare ad una chiusa dub su cui divertirsi a cantare i grandi classici. Esili e confusi non si risollevano dall'ultimo disco.
P.I.L.: venti minuti di passaggio al malefico e lontanissimo palco grande2 LLevant bastano per urlare Slow Motion Slow Motion e Una canzone d'amore, per farmi ricordare. Il live è carico e con resa sonora millimetrica ma con i pezzi che vengono stiracchiati in code insostenibili. Come quando stai a parlare coi parenti anziani (Johnny in questo caso), che raccontano una storia anche fica ma si perdono in mille dettagli e non arrivano alla fine.
Oneohtrix Point Never: dato il fittissimo programma si cena all'ATP davanti alle bordate di strati prima senza compromessi e poi via via infiltrate di desideri melodici. Nessuna concessione allo spettacolo, concentrazione davanti al laptop, visual alle spalle, un timido saluto quando abbassa lo schermo per andare via. Forse non è stato il luogo più adatto e la sensazione che rimane è quella della dispersione.
Grinderman: al palco grande1 San Miguel baraccone da cui scappare (The Walkmen comunque riescono a riempire il Pitchfork in contemporanea). Standby.
Suicide: baraccone di anziani anche qui, ma sublime nella sua merda. Alan Vega biascica gocce di kukident e Martin Rev luccicante come al solito suona la tastiera coi pugni e coi gomiti. È il mio concerto di Vasco Rossi, vederli è scemo come suicidarsi. Spaccano timpani a caso e sono fastidiosi ora che quel disco del 1977 non è più fastidioso e viene campionato dalle starlette electro-world. Un concerto che non si riesce a reggere fisicamente e così inframezziamo con una pausa dopo Mon Cheree Cheree per soppravvivere. Si torna per la fine, come hanno fatto loro con noi.
The Flaming Lips: non c'è traccia della collaborazione con Prefuse 73 comunicata in parallelo al festival. Non rifanno per intero The Soft Bulletin così come si era ventilato sul forum del Primavera. È, più o meno, lo stesso live degli ultimi anni co' la palla, i lustrini, i palloni, i video con le donnine lisergiche, le manone, i megafoni, le chitarre con le bolle. Cambiano i ballerini di fila che in questo caso consistono nella rivisitazione panzanella del mago di Oz: ciotte Dorothy coi leoni rattusi che le ghermiscono con la coda. Per chi come me va al circo la prima volta, è tutto bellissimo e non mi distrae dai suoni stupendi e dall'essere sommerso da quel misto di zucchero distorto. Per gli altri, abituati ed insensibili, Wayne non è che un leone spelacchiato (stola di cane simbolica) che deve tornare a ruggire invece di fomentare per compensare il deficit di accudimento. (Però ammetto che girellare per il forum con la macchinina del golfista tra un palco e l'altro e fermarsi ogni cinque metri per l'applauso e la foto avvalora la tesi).
John Talabot: il finale è la prima puntata al palco Pitchfork, totalmente popolato da gente coi capelli neri (i biondi si cuccano Girl Talk al LLevant). La dimessissima promessa barceloneta rimane a testa china sulla valiga dei dischi e si rifugia saltuariamente dietro le quinte. Il set ha il caratteristico ondeggiamento delle sue produzioni e raggiunge il suo primo picco col private mix di Changed. Poi da lì è discesa con quello che sembra un suo edit di The Bells (ma sarà altro), una versione rallentata di "Get Get Down" di Paul Johnson e quello che sembra essere un suo rilavorio inedito di Caribou (ma sarà altro). Poi inspiegabilmente alle cinque dopo tre quarti d'ora termina in modo brusco e il palco chiude, inaugurando l'impero del Male notturno del LLevant e la fine festival senza metropolitana per il ritorno.
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23.5.11
Non è tutto Oro quel che fa Primavera
Gli ultimi preparativi in vista della partenza per Barcelona e il Primavera Sound sono in corso (pochi dubbi sulle cose che sentirò). Quasi come un antipasto, il weekend torinese ha proposto una due giorni a base di Gold Panda e Gonjasufi, utile per ridurre il numero delle sovrapposizioni (nel caso di Gold Panda con i coriandoli, i tric trac e le sorprese dei Flaming Lips e nel caso di Gonjasufi con l'esibizione di Gonjasufi).
Partiamo appunto da Gonjasufi. Avevo letto in giro qualche recensione basita delle più recenti esibizioni dello sciamanoinsegnantediyogasufistaetcetc e allora ho tenuto d'occhio i giudizi sulla data bolognese di venerdì. Dato che è sembrata a tutti una roba indegna (hardcore fracassone suonato male) e che non c'entrava niente col disco, ho lasciato perdere e risparmiato soldi ed energie. Pare poi che anche qui abbia replicato con lo spettacolino sfollagente.
Il giorno prima in uno Spazio 211 ormai pronto per i concerti all'aperto (la caldazza) Gold Panda chiudeva la stagione di Loser. Laptop, controller, manopole, un pedale per droni, un telone di cerata alle spalle su cui proiettare qualche visual liquido nientediche, collanazza, maglietta da biker e il cappuccio tirato su a tener fermo il riporto. Gold Panda inizia droneggiante e montando su i beat sul momento, poi tira dritto ed è un piacere. Ogni tanto svirgola col beat repeat, spezza con inserti random e quasi sempre torna a droneggiare sul finale. Lo fa quasi in ogni pezzo, tanto che nonostante i suoni ottimi e il tiro quando ingrana, il tutto sembra non risolto e prevedibile. Molto meglio appunto quando strati e spezzate vengono integrate nel flusso che li nasconde (drone in mezzo al pezzo = figo, drone alla fine del pezzo = coda alla fine dei pezzi dei concerti dei Pooh). Sarebbe insomma meglio vederlo in un livedjset a un orario più tardo invece che in un concerto. Nota di curiosità: il pubblico oltre ai soliti frequentatori di concerti era equamente suddiviso tra indiemodaioli e frequentatori della Notte della Taranta di Melpignano. Ragazze vestite con palandrane, ragazzi coi tondi nei lobi delle orecchie, ballo che coglieva certe derive da pizzica di alcuni pezzi, pogo(!), mancavano solo le damigiane di vino fatto con la bustina. Non andavo a un concerto da un po' di tempo, devo essermi perso qualcosa, cos'è lo stile hippie-Coachella?
Purtroppo poi il sabato mi sono perso Tom Trago, che col Primavera non c'entra niente, ma bisogna risparmiare le energie.
Snow & Taxis (Glitterbug's Pink Snow by Gold Panda
Partiamo appunto da Gonjasufi. Avevo letto in giro qualche recensione basita delle più recenti esibizioni dello sciamanoinsegnantediyogasufistaetcetc e allora ho tenuto d'occhio i giudizi sulla data bolognese di venerdì. Dato che è sembrata a tutti una roba indegna (hardcore fracassone suonato male) e che non c'entrava niente col disco, ho lasciato perdere e risparmiato soldi ed energie. Pare poi che anche qui abbia replicato con lo spettacolino sfollagente.
Il giorno prima in uno Spazio 211 ormai pronto per i concerti all'aperto (la caldazza) Gold Panda chiudeva la stagione di Loser. Laptop, controller, manopole, un pedale per droni, un telone di cerata alle spalle su cui proiettare qualche visual liquido nientediche, collanazza, maglietta da biker e il cappuccio tirato su a tener fermo il riporto. Gold Panda inizia droneggiante e montando su i beat sul momento, poi tira dritto ed è un piacere. Ogni tanto svirgola col beat repeat, spezza con inserti random e quasi sempre torna a droneggiare sul finale. Lo fa quasi in ogni pezzo, tanto che nonostante i suoni ottimi e il tiro quando ingrana, il tutto sembra non risolto e prevedibile. Molto meglio appunto quando strati e spezzate vengono integrate nel flusso che li nasconde (drone in mezzo al pezzo = figo, drone alla fine del pezzo = coda alla fine dei pezzi dei concerti dei Pooh). Sarebbe insomma meglio vederlo in un livedjset a un orario più tardo invece che in un concerto. Nota di curiosità: il pubblico oltre ai soliti frequentatori di concerti era equamente suddiviso tra indiemodaioli e frequentatori della Notte della Taranta di Melpignano. Ragazze vestite con palandrane, ragazzi coi tondi nei lobi delle orecchie, ballo che coglieva certe derive da pizzica di alcuni pezzi, pogo(!), mancavano solo le damigiane di vino fatto con la bustina. Non andavo a un concerto da un po' di tempo, devo essermi perso qualcosa, cos'è lo stile hippie-Coachella?
Purtroppo poi il sabato mi sono perso Tom Trago, che col Primavera non c'entra niente, ma bisogna risparmiare le energie.
Snow & Taxis (Glitterbug's Pink Snow by Gold Panda
15.3.11
Le tette più piccole di Belinda
Ho un piccolo debole per Ben Folds e non me ne ricordavo da un po'. Il disco che ha fatto l'anno scorso con Nick Hornby è ovvio e tenero e gli si vuole bene e per questo è facile stroncarlo. Nel mare di bit, echi e distorsioni c'è la storia di un cantante confidenziale che canta ogni sera di Belinda nonostante l'abbia lasciata per una storia da niente con delle tette grosse e più giovani e senza figli. E poi penserà sempre a Belinda, lo scemo. E io ho pure un debole per i cantanti confidenziali.
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23.12.10
Every woman and every men, join the caravan of Blake
È passato più di un anno da quando ho iniziato a rompere col James Blake cantante (e leggendo c'erano già la coverazza, I Never Learnt To Share e Misuroni), ma è con piacere che il primo disco del 2011 che ascolto sia il suo (no, non quello dei Decemberists), sia tutto cantato e sia ficherrimo. Per questo motivo (e dato che sono stato minacciato di morte nel postare mp3 e visto che comunque ormai ce l'avrete tutti), vado a segnalare dei momenti signifativi paura sorpresa gioia pezzo per pezzo.
Unluck: i ritorni di carrello in linee di un foglio a quadretti che si affastellano i r re gloar i
Wilhelms Scream: dopo due minuti dai colpi di sonar si sollevano bit di lava che deformano il vinile con la ritmica che zoppica nella sua tentazione techno
I Never Learnt To Share: le beghe familiari, gli hit rissonantimodulari, il finale zanzarista
Lindesfarne 1 / 2: le settantadue voci si spogliano dei filtri e dei processi e li appoggiano sui bassi dove capita
Limit To Your Love: il basso martella mononota a smorzare tutto il core
Give Me My Month: l'ultima frase
To Care (Like You): la voce che cambia cento sessi. Mount Kimbie? Burial? Viva i mononota impulsivi
Why Don't You Call Me: quando salta il cd/mp3/vinile perché ha paura degli ululati. What I Am, whatiam, w h a t i a m?
I Mind: in loop coi monosillabi. Lui bada o lui mente?
Measurements: era qui, prima di tutto
(ok, forse ho nascosto qualcosa lì in mezzo)
(non leakatelo, vi guardo a destra, vi guardo a sinistra)
Unluck: i ritorni di carrello in linee di un foglio a quadretti che si affastellano i r re gloar i
Wilhelms Scream: dopo due minuti dai colpi di sonar si sollevano bit di lava che deformano il vinile con la ritmica che zoppica nella sua tentazione techno
I Never Learnt To Share: le beghe familiari, gli hit rissonantimodulari, il finale zanzarista
Lindesfarne 1 / 2: le settantadue voci si spogliano dei filtri e dei processi e li appoggiano sui bassi dove capita
Limit To Your Love: il basso martella mononota a smorzare tutto il core
Give Me My Month: l'ultima frase
To Care (Like You): la voce che cambia cento sessi. Mount Kimbie? Burial? Viva i mononota impulsivi
Why Don't You Call Me: quando salta il cd/mp3/vinile perché ha paura degli ululati. What I Am, whatiam, w h a t i a m?
I Mind: in loop coi monosillabi. Lui bada o lui mente?
Measurements: era qui, prima di tutto
(ok, forse ho nascosto qualcosa lì in mezzo)
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10.12.10
My head is a big smile (op. cit.)
Non è una gara di magia, non è un minifestival twee, non è un convegno su come a voi piccoli principi con dei giochi di prestigio verrà fatta sparire la pensione. Sabato sera in quel del Gamma/Fluido comincia Houdini con il primo di (si spera) una serie di appuntamenti di dance "altra", ovvero lo showcase romagnol-torinese della Margot Records. I beneamati Margot proporranno il loro misto di live e djset e saranno preceduti dal live per sintetizzatori e batterie analogiche di Matteo Scaioli. A fare gli onori di casa gli organizzatori Vaghe Stelle, col suo live già apprezzato al Club To Club, e Sergio Ricciardone. Piccola postilla: ritengo una cosa encomiabile la comunicazione con giusto anticipo della scaletta, che in questo caso dovrebbe consistere in
23.00 Sergio Ricciardone (djset)
00.30 Matteo Scaioli (live)
01.30 Vaghe Stelle (live)
02.30 Margot (live + djset)
Sim, sala, bim!
ICube - Un Proton Pour Toi, Un Neutron Pour Moi vs. Margot - Be A Star (James Holden DJ Set) by Muzhi
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17.11.10
Forzeh, forzeh
[No, senza forzeh]
I Mount Kimbie sono presenti su queste pagine più o meno dal primo vagito oltre un anno e mezzo fa. Non si capisce bene se rileggano il dubstep con sensibilità indiepop o se applichino le non regole dei ritmi spezzati + ultra riverberi + blipblip al postrock e al pop. Stanno in mezzo e fanno musica di flusso dell'oggi, ora incessante ora assorta. I Mount Kimbie sono un duo, quando non si accompagnano con James Blake, e sono questi qui sotto. Forzeh.
Sabato scorso hanno suonato a Torino. Alla fine del concerto erano commossi, in particolare il biondo. "Sapete, ieri abbiamo suonato davanti a dieci persone". Sembrava che qualcuno li stesse applaudendo per la prima volta, anche se girovagando tra registrazioni audio e video possono vantare alcuni tra i più importanti club e festival d'Europa. A volte però dopo una serata storta hai bisogno di recuperare l'entusiasmo. Forzeh.
L'armamentario sul palco è composito. Tastiera midi tranquillona da venticinque m-tasti con cui suonare i bassi, Maschine+Kaossilator+SP404+drumpad, chitarra elettrica con pedali sul tavolo e tamburo/piatto che umanizzano i bit lavorati all'uncinetto, intrecciati da braccia e mani che vanno a premere i tasti dello strumento dell'altro. Per gran parte si ripercorre il disco di esordio con alcune puntate immancabili sugli ep, con i pezzi molto meno giocattolosi degli originali, vuoi per la maggiore massa sonora, vuoi per l'apporto dei drone live di chitarra o delle ritmiche dell'abbozzo di batteria sul palco (tutta la parte finale si muove in una miracolosa terra di mezzo tra postrock e techno). Ci sono anche due microfoni (di troppo), dai quali vengono ripresi il contro ritornello di Maybes (maanchenos) e un soffocatissimo altro pezzo. L'impressione è di essere presenti a un folgorante quanto raccolto inizio: un pubblico inaspettatamente riscaldato riesce a chiedere come si deve un bis, il biondo dice che hanno suonato tutti i pezzi che hanno a disposizione, viene chiesto loro di risuonarne uno già fatto e rispondono ringraziando che non è possibile. No, senza forzeh.
Mount Kimbie - Field (from Crooks & Lovers) by Hotflush
I Mount Kimbie sono presenti su queste pagine più o meno dal primo vagito oltre un anno e mezzo fa. Non si capisce bene se rileggano il dubstep con sensibilità indiepop o se applichino le non regole dei ritmi spezzati + ultra riverberi + blipblip al postrock e al pop. Stanno in mezzo e fanno musica di flusso dell'oggi, ora incessante ora assorta. I Mount Kimbie sono un duo, quando non si accompagnano con James Blake, e sono questi qui sotto. Forzeh.
Sabato scorso hanno suonato a Torino. Alla fine del concerto erano commossi, in particolare il biondo. "Sapete, ieri abbiamo suonato davanti a dieci persone". Sembrava che qualcuno li stesse applaudendo per la prima volta, anche se girovagando tra registrazioni audio e video possono vantare alcuni tra i più importanti club e festival d'Europa. A volte però dopo una serata storta hai bisogno di recuperare l'entusiasmo. Forzeh.
L'armamentario sul palco è composito. Tastiera midi tranquillona da venticinque m-tasti con cui suonare i bassi, Maschine+Kaossilator+SP404+drumpad, chitarra elettrica con pedali sul tavolo e tamburo/piatto che umanizzano i bit lavorati all'uncinetto, intrecciati da braccia e mani che vanno a premere i tasti dello strumento dell'altro. Per gran parte si ripercorre il disco di esordio con alcune puntate immancabili sugli ep, con i pezzi molto meno giocattolosi degli originali, vuoi per la maggiore massa sonora, vuoi per l'apporto dei drone live di chitarra o delle ritmiche dell'abbozzo di batteria sul palco (tutta la parte finale si muove in una miracolosa terra di mezzo tra postrock e techno). Ci sono anche due microfoni (di troppo), dai quali vengono ripresi il contro ritornello di Maybes (maanchenos) e un soffocatissimo altro pezzo. L'impressione è di essere presenti a un folgorante quanto raccolto inizio: un pubblico inaspettatamente riscaldato riesce a chiedere come si deve un bis, il biondo dice che hanno suonato tutti i pezzi che hanno a disposizione, viene chiesto loro di risuonarne uno già fatto e rispondono ringraziando che non è possibile. No, senza forzeh.
Mount Kimbie - Field (from Crooks & Lovers) by Hotflush
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10.11.10
She makes my heart beat the same way as at the start of Blue Monday. Always the last song that they play
Club To Club X: Venerdì Notte, Hiroshima Mon Amour
In ritardo di un'ora sulla tabella di marcia, ma comunque in orario per le prime esibizioni interessanti, abbandono l'idea di recarmi al Supermarket per mezzora di Oni Ayhun prima dei live di Caribou e Four Tet all'Hiroshima: i King Midas Sound su disco non mi sono dispiaciuti, un buon triphop con bassi attuali e il giusto legante con la parte precedente al Teatro Carignano, ma ero molto curioso dell'esibizione del Fratello Coltello prima di Jeff Mills. Conscio dei miei limiti, mi sono diretto all'Hiroshima dove campeggiavano minacciosi i cartelli che annunciavano il sold out: fortunatamente il pienone era già dentro e sono entrato velocemente per il non inizio del gruppo "pop" di The Bug.
Per problemi di "ciabatta" una serie di false partenze e un forzato reboot del mac innervosiscono The Bug, che col cappuccio della felpa tirato sul cappellino, il pizzo minaccioso e lo sguardo freddo sembra un boscaiolo sadico, uno di quelli che nei film porno recitano la parte del cattivo. Invece è solo teso per la situazione, nonostante il pubblico capisca e non dia di matto e lo conforti non appena è possibile la ripresa. Da quel momento insieme all'immancabile poeta caffettiera giamaicazzo hardcore continuum e alla vocalist orientale me love you long time, bye bye, aggrediscono il pubblico con frequenze che purtroppo non arrivano perfettamente e con un massivo attacco di tensione e dolcezza urbana. Outta Space, Goodbye Girl, Meltdown ed Earth a Killa sono i picchi personali che ripagano dal fatto che con mezz'ora-trequarti di ritardo sarebbe stato pensabile il saltimbecco di clubinclub.
Il passaggio di testimone tra i bassi e la techno pop psichedelica che andrà a monopolizzare la restante parte del mio C2C avviene nel momento in cui Danibou Snaith sale sul palco con la consueta formazione raccolta circolare che abbandona la doppia batteria in favore di un suono meno freecaotico e più andante. D'altra parte nelle sue continue variazioni Caribou ha mantenuto solo la matrice psichedelica passando dai cut'n'paste orientali e freak delle prime produzioni Manitoba alla technopop per la Plastic People di Swim, via il surf di Andorra. Cazzate. Sull'arpeggio di Swaili che apre il concerto, qualcuno lancia in aria dei brillantini che si attaccano sulla pelle di tutte le prime file. Il colpo d'occhio è notevole, forse anche notevolmente gay disco. Il primo coro è già da braccia alzate. Leave House inizia con un tiro rock che cancella il remix di Motor City Drum Ensemble e termina con una coda crauta che si attacca ad una Niobe a pressione concentrica. Complice il pienone entusiasta, vedo la prima atmosfera di ballo convinta, sudata e lontana dal giustificazionismo storico e/o intellettuale della serata precedente: Bowls è una cascata di mattoncini, pentole e arpe sadicamente rallentata. Quando termina, arriva l'unica onda dal passato di Melody Day. Il ritmo riprende in souplesse con la dolcezza malinconica di Found Out: Everything that she says she can fall for, she knows she'll be there on her own (fa troppo Redronnie citare i testi, di più tradurli).
Una Hannibal technoide spezza il flusso in vista del finale: il cuore grande di Jamelia e lo sculettamento innocuo e forse un po' inutile di Odessa fanno da preludio a una Sun suite che si ferma e riparte sempre più grossa con un finale che strappa urla applausi mani salti sun sun sunsunsnsnsn luci crash e ringraziamenti convinti da tutte e due le parti.
Certo, è la techno e l'elettronica indi-esposta e forse sminuita (quando ho sentito Swim per la prima volta ho pensato a una cattiva scopiazzatura di Four Tet), ma forse è anche la lezione del prendere la musica elettronica e psichedelica che si ama per fare un pop più simile a quello che ci piace.
Found Out by Caribouband
Mentre si smontano gli strumenti, scende come una mannaia My Girls degli Animal Collective. Vado verso il bar e incrocio Four Tet che si dirige verso il palco. "Go Kieran" e gli stringo il braccio. Sorride sornione. Quando prende possesso dell'Hiroshima con una Sing in progressione che si tramuta in una sincopata e sfalzante Nothing To See, è chiaro quanto voglia instaurare, pur col suo materiale, un'atmosfera da discoteca techno in ora di picco. A un pezzo che non ricordo (una roba da Ringer?) segue la pausa "Ilaria potrei piangere" (vedi video annesso) di Angel Echoes.
Solo un cuore prima di ripartire con una Love Cry multiritmica prima di un altro non riconosciuto/estratto da Ringer. Il finale marziale e pieno di ninnoli di Plastic People in realtà non sarà il finale. Richiamato sul palco, Four Tet chiuderà con gli arpeggi di Ringer in persona che sono stati il primo nero su bianco dell'infatuazione da club dei suoi ultimi tempi.
Ormai troppo tardi per raggiungere il finale qualcosa nel cielo di Jeff Mills, decido di ritirarmi e ricaricarmi, non prima di essere preso per il culo per tutto il glitter che avevo addosso. Sei andato a fare le marchette? Questo tu non devi dirlo.
soul jazz future bass-four tet-Nothing To See by The Drift Record Shop
In ritardo di un'ora sulla tabella di marcia, ma comunque in orario per le prime esibizioni interessanti, abbandono l'idea di recarmi al Supermarket per mezzora di Oni Ayhun prima dei live di Caribou e Four Tet all'Hiroshima: i King Midas Sound su disco non mi sono dispiaciuti, un buon triphop con bassi attuali e il giusto legante con la parte precedente al Teatro Carignano, ma ero molto curioso dell'esibizione del Fratello Coltello prima di Jeff Mills. Conscio dei miei limiti, mi sono diretto all'Hiroshima dove campeggiavano minacciosi i cartelli che annunciavano il sold out: fortunatamente il pienone era già dentro e sono entrato velocemente per il non inizio del gruppo "pop" di The Bug.
Per problemi di "ciabatta" una serie di false partenze e un forzato reboot del mac innervosiscono The Bug, che col cappuccio della felpa tirato sul cappellino, il pizzo minaccioso e lo sguardo freddo sembra un boscaiolo sadico, uno di quelli che nei film porno recitano la parte del cattivo. Invece è solo teso per la situazione, nonostante il pubblico capisca e non dia di matto e lo conforti non appena è possibile la ripresa. Da quel momento insieme all'immancabile poeta caffettiera giamaicazzo hardcore continuum e alla vocalist orientale me love you long time, bye bye, aggrediscono il pubblico con frequenze che purtroppo non arrivano perfettamente e con un massivo attacco di tensione e dolcezza urbana. Outta Space, Goodbye Girl, Meltdown ed Earth a Killa sono i picchi personali che ripagano dal fatto che con mezz'ora-trequarti di ritardo sarebbe stato pensabile il saltimbecco di clubinclub.
Il passaggio di testimone tra i bassi e la techno pop psichedelica che andrà a monopolizzare la restante parte del mio C2C avviene nel momento in cui Danibou Snaith sale sul palco con la consueta formazione raccolta circolare che abbandona la doppia batteria in favore di un suono meno freecaotico e più andante. D'altra parte nelle sue continue variazioni Caribou ha mantenuto solo la matrice psichedelica passando dai cut'n'paste orientali e freak delle prime produzioni Manitoba alla technopop per la Plastic People di Swim, via il surf di Andorra. Cazzate. Sull'arpeggio di Swaili che apre il concerto, qualcuno lancia in aria dei brillantini che si attaccano sulla pelle di tutte le prime file. Il colpo d'occhio è notevole, forse anche notevolmente gay disco. Il primo coro è già da braccia alzate. Leave House inizia con un tiro rock che cancella il remix di Motor City Drum Ensemble e termina con una coda crauta che si attacca ad una Niobe a pressione concentrica. Complice il pienone entusiasta, vedo la prima atmosfera di ballo convinta, sudata e lontana dal giustificazionismo storico e/o intellettuale della serata precedente: Bowls è una cascata di mattoncini, pentole e arpe sadicamente rallentata. Quando termina, arriva l'unica onda dal passato di Melody Day. Il ritmo riprende in souplesse con la dolcezza malinconica di Found Out: Everything that she says she can fall for, she knows she'll be there on her own (fa troppo Redronnie citare i testi, di più tradurli).
Una Hannibal technoide spezza il flusso in vista del finale: il cuore grande di Jamelia e lo sculettamento innocuo e forse un po' inutile di Odessa fanno da preludio a una Sun suite che si ferma e riparte sempre più grossa con un finale che strappa urla applausi mani salti sun sun sunsunsnsnsn luci crash e ringraziamenti convinti da tutte e due le parti.
Certo, è la techno e l'elettronica indi-esposta e forse sminuita (quando ho sentito Swim per la prima volta ho pensato a una cattiva scopiazzatura di Four Tet), ma forse è anche la lezione del prendere la musica elettronica e psichedelica che si ama per fare un pop più simile a quello che ci piace.
Found Out by Caribouband
Mentre si smontano gli strumenti, scende come una mannaia My Girls degli Animal Collective. Vado verso il bar e incrocio Four Tet che si dirige verso il palco. "Go Kieran" e gli stringo il braccio. Sorride sornione. Quando prende possesso dell'Hiroshima con una Sing in progressione che si tramuta in una sincopata e sfalzante Nothing To See, è chiaro quanto voglia instaurare, pur col suo materiale, un'atmosfera da discoteca techno in ora di picco. A un pezzo che non ricordo (una roba da Ringer?) segue la pausa "Ilaria potrei piangere" (vedi video annesso) di Angel Echoes.
Solo un cuore prima di ripartire con una Love Cry multiritmica prima di un altro non riconosciuto/estratto da Ringer. Il finale marziale e pieno di ninnoli di Plastic People in realtà non sarà il finale. Richiamato sul palco, Four Tet chiuderà con gli arpeggi di Ringer in persona che sono stati il primo nero su bianco dell'infatuazione da club dei suoi ultimi tempi.
Ormai troppo tardi per raggiungere il finale qualcosa nel cielo di Jeff Mills, decido di ritirarmi e ricaricarmi, non prima di essere preso per il culo per tutto il glitter che avevo addosso. Sei andato a fare le marchette? Questo tu non devi dirlo.
soul jazz future bass-four tet-Nothing To See by The Drift Record Shop
17.10.10
Gli anni dell' io qui e tu là
Pur non parlando quasi mai di musica italiana e ritenendomi dunque inadatto, pur avendo un'opinione, ahem, composita sul disco intitolato con bestemmia politeista ("Dei Cani"), pur dovendo passare il tempo a comprendere North dei Darkstar, trovo necessario spendere due parole su una canzone a cui tengo dei Non Voglio Che Clara. Pur non avendo mai vissuto niente di simile negli anni dell'università, pure. Circa tre anni fa non riuscivo a smettere di sentire un mp3. Non si capiva se si trattasse di un demo coi suoni imperfetti (gli ultra riverberi, la tastiera con le scossette statiche, alcuni sgusci di elettronica liquida quasi impercettibili), un live registrato con l'inganno, un malefico tarlo virale che non avrebbe mai visto altra luce. Qualcuno disse che partiva da Minghi e da Fabiò/Giuliò e arrivava ad un dolore contenuto che non sbracava mai e dignitosamente diventava sconfinato - parafraso. Oggi, quella canzone è uscita su disco, prodotta coi suoni giusti e i sospiri voluti. Tutta la prima metà, però, mi urta. Lo so, la canzone non ha niente che non va, è solo un'impercettibile sensazione che a stento che del tutto capisco, ma si può riassumere nei troppi ascolti di quel demo/live/tarlo. La voce che prima mi faceva venire voglia di mettere una mano sulla spalla al cantante, ora ha delle piccolezze recitate artefatte o forse la tristezza è solo un po' più calcata e io sopporto poco la tristessestrinsecata. Tutto cambia però, a volte in meglio, e la recitazione viene sepolta dalla musica. A 2.38 un coro ovattato di riverberi e letti separati e i fuzz che irrompono sigurrosi vengono strozzati col silenzio prima di mostrare il fianco. E così, Monicà, ora partono alte frequenze e poi quelle liquidità e poi i cori spiritualizzati e fridmannici e uno sgranchio chitarroso che chiude il tutto e sembra quest'intervista del boss di Ryanair al Guardian.
Gli Anni Dell'Università (demo/live/tarlo) - Non Voglio Che Clara
Gli Anni Dell'Università (Dei Cani mix) - Non Voglio Che Clara
Gli Anni Dell'Università (demo/live/tarlo) - Non Voglio Che Clara
Gli Anni Dell'Università (Dei Cani mix) - Non Voglio Che Clara
16.5.10
Le collinette, gli svedesi, il karaoke
The kisses of the sun
were sweet I didn't blink
I let it in my eyes
like an exotic drink
the radio playing songs
that I have never heard
I don't know what to say
oh not another word
Domenica pomeriggio, collinetta verde del Parco del Valentino a Torino, il tempo è clemente. Io ho l'orticaria. Il ritardo strategico di un'ora non è abbastanza per evitare un'interminabile ora di attesa nel pratello indiepopabestia (tutti coi cuccioli/cani di compagnia poi) con aggiunta di famigliole e di BONGHI. In più chi riceve solitamente i miei messaggidasolitarioaiconcerti™ ha pensato bene di passare la domenica pomeriggio davanti a un Lago Dei Cigni del Bolshoi. In fine gli Iori's Eyes sono la mia morte, non tanto per il pop acustico con la solita voce frognucolosa che aveva senso coi Mercury Rev e i fratelli Pace e meno con Yuppie Flu e sempre meno viavia, quanto perché a chiusura della loro mezzora fanno partire un preset di drum machine e dell'elettronichina a cazzo che mi fanno piangere lacrime silicee: lasciate stare il bit e i beat poverini che non hanno niente a che vedere col vostro mondo.
Dice: cazzo ci sei andato a fare su una collinetta indiepop primaverile DI DOMENICA POMERIGGIO? Sono andato a vedere una tipa svedese che fa il karaoke sulla collinetta indiepop di domenica pomeriggio. Prima di fare la figura del pazzo ci tengo a dirlo: non è come sembra. Sono andato per i JJ, creatura debosciata di casa Sincerely Yours (gloria gloria a The Tough Alliance) che infiltra l'amato (anche se solito) pop balearico svedese con allusioni di gangsta rap, dance tamarra, celebrazione calcistica e droghe. Una specie di Truzzi&Emo For Africa, una sola cosa col il Padre e con i tuoi, dato che nel pratello ci sono anche alcuni immancabili pellegrini della Sindone, tutti col cappellino arancione. Quando la giovane strappona palesemente ubriaca imbraccia la chitarra, il suo cocktail al limone e i milioni di secondi di delay sulla sua voce, col compare che non sente nemmeno la necessità di muoversi dal pratello sul palco, My Life spezza l'armonia cosmica delle birrette sull'erbetta con la dolenza di The Game e A Touch Of Class. Per tre pezzi fino a una spettrale Ecstasy - bienvenido al Mi Ami ahah – temo la deriva cantautorale per quanto sfattona, fuoriposto e con le ragazze che continuano a urlarle brava mentre sotto sotto pensano grassa e brutta ("trote"). Invece arriva il colpo di genio per le prossime canzoni e, rischiando di cadere dallo sgabello, la tipa si dirige verso un pc e fa partire il karaoke: Things Will Never Be The Same Again, My Life, My Swag, From Africa To Malaga, My Hopes And Dreams, mi sembra, scorrono uguali su disco. Lei finisce il cocktail e continua a succhiare la scorza di limone perché nessuno gliene porta un altro – vorrei farlo io, ma desisto, evito sempre gesti che richiamano troppo l'attenzione – ed è visibilmente poco a suo agio e quello scarto tra pratello fighello e karaoke malinconico ubriaco da baretto di spiaggia di provincia viene amplificato di non so quanti decibel, e sta per finire un altro weekend, se ne va coi cori in tele il weekend, anche se non si sono portati appresso Ibrahimovic. Poi stacca il karaoke e chiude con Let Go acustica e se ne va dai Tough Alliance e dal compare genio che probabilmente le dirà "brava ma se avessimo messo il cd ti saresti presa il sole pure tu".

In teoria ci sarebbe stato anche il dj set dei Tough Alliance, ma sono andato a farmi dare del negro da Horas (per i non Torinesi, sono andato a prendermi un kebab in un luogo vicino alla collinetta) e quando sono tornato la musica era bassissima e l'idea di aspettare un tempo indefinito non mi allettava certo. In fondo la domenica mi aveva soddisfatto. Era cominciata con Radiation Ruling The Nation, ché il disco della Thorn mi ha deluso e guardo Luther per riconciliarmi con i Massive Attack e i JJ sono disco da domenica mattina così come da quindici anni a questa parte No Protection e anche i dubboni successivi del cofanetto dei singoli, e avevo pranzato con The Hangover pensando che al massimo il risultato di un mio hangover è che non mi ricordo che pezzi ha messo Kode9 nel suo dj set due settimane fa. Una bella domenica e, come Mourinho, non mi sento a casa.

EDIT: come dimostra questo rvm lui è Repetto on ecstasy
were sweet I didn't blink
I let it in my eyes
like an exotic drink
the radio playing songs
that I have never heard
I don't know what to say
oh not another word
Domenica pomeriggio, collinetta verde del Parco del Valentino a Torino, il tempo è clemente. Io ho l'orticaria. Il ritardo strategico di un'ora non è abbastanza per evitare un'interminabile ora di attesa nel pratello indiepopabestia (tutti coi cuccioli/cani di compagnia poi) con aggiunta di famigliole e di BONGHI. In più chi riceve solitamente i miei messaggidasolitarioaiconcerti™ ha pensato bene di passare la domenica pomeriggio davanti a un Lago Dei Cigni del Bolshoi. In fine gli Iori's Eyes sono la mia morte, non tanto per il pop acustico con la solita voce frognucolosa che aveva senso coi Mercury Rev e i fratelli Pace e meno con Yuppie Flu e sempre meno viavia, quanto perché a chiusura della loro mezzora fanno partire un preset di drum machine e dell'elettronichina a cazzo che mi fanno piangere lacrime silicee: lasciate stare il bit e i beat poverini che non hanno niente a che vedere col vostro mondo.
Dice: cazzo ci sei andato a fare su una collinetta indiepop primaverile DI DOMENICA POMERIGGIO? Sono andato a vedere una tipa svedese che fa il karaoke sulla collinetta indiepop di domenica pomeriggio. Prima di fare la figura del pazzo ci tengo a dirlo: non è come sembra. Sono andato per i JJ, creatura debosciata di casa Sincerely Yours (gloria gloria a The Tough Alliance) che infiltra l'amato (anche se solito) pop balearico svedese con allusioni di gangsta rap, dance tamarra, celebrazione calcistica e droghe. Una specie di Truzzi&Emo For Africa, una sola cosa col il Padre e con i tuoi, dato che nel pratello ci sono anche alcuni immancabili pellegrini della Sindone, tutti col cappellino arancione. Quando la giovane strappona palesemente ubriaca imbraccia la chitarra, il suo cocktail al limone e i milioni di secondi di delay sulla sua voce, col compare che non sente nemmeno la necessità di muoversi dal pratello sul palco, My Life spezza l'armonia cosmica delle birrette sull'erbetta con la dolenza di The Game e A Touch Of Class. Per tre pezzi fino a una spettrale Ecstasy - bienvenido al Mi Ami ahah – temo la deriva cantautorale per quanto sfattona, fuoriposto e con le ragazze che continuano a urlarle brava mentre sotto sotto pensano grassa e brutta ("trote"). Invece arriva il colpo di genio per le prossime canzoni e, rischiando di cadere dallo sgabello, la tipa si dirige verso un pc e fa partire il karaoke: Things Will Never Be The Same Again, My Life, My Swag, From Africa To Malaga, My Hopes And Dreams, mi sembra, scorrono uguali su disco. Lei finisce il cocktail e continua a succhiare la scorza di limone perché nessuno gliene porta un altro – vorrei farlo io, ma desisto, evito sempre gesti che richiamano troppo l'attenzione – ed è visibilmente poco a suo agio e quello scarto tra pratello fighello e karaoke malinconico ubriaco da baretto di spiaggia di provincia viene amplificato di non so quanti decibel, e sta per finire un altro weekend, se ne va coi cori in tele il weekend, anche se non si sono portati appresso Ibrahimovic. Poi stacca il karaoke e chiude con Let Go acustica e se ne va dai Tough Alliance e dal compare genio che probabilmente le dirà "brava ma se avessimo messo il cd ti saresti presa il sole pure tu".
In teoria ci sarebbe stato anche il dj set dei Tough Alliance, ma sono andato a farmi dare del negro da Horas (per i non Torinesi, sono andato a prendermi un kebab in un luogo vicino alla collinetta) e quando sono tornato la musica era bassissima e l'idea di aspettare un tempo indefinito non mi allettava certo. In fondo la domenica mi aveva soddisfatto. Era cominciata con Radiation Ruling The Nation, ché il disco della Thorn mi ha deluso e guardo Luther per riconciliarmi con i Massive Attack e i JJ sono disco da domenica mattina così come da quindici anni a questa parte No Protection e anche i dubboni successivi del cofanetto dei singoli, e avevo pranzato con The Hangover pensando che al massimo il risultato di un mio hangover è che non mi ricordo che pezzi ha messo Kode9 nel suo dj set due settimane fa. Una bella domenica e, come Mourinho, non mi sento a casa.
EDIT: come dimostra questo rvm lui è Repetto on ecstasy
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colori acidi,
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remix non ufficiali,
troche alternative
14.4.10
Chiedi chi erano i WinMX
Più o meno sette anni fa avevo un blog da cinque mesi e mi sembrava che fosse un'eternità. Sono andato a controllare e nel mese di Maggio 2003 parlavo di Four Tet, Dan Snaith che allora si chiamava Manitoba e ora è Caribou (stroncandolo come giocattolo per critici e piatto troppo condito ahah), Prefuse 73, live dei Blur senza Coxon visti in tv, la possibile anteprima a Cannes di un misterioso lungometraggio collaborazione tra Leji Matsumoto e Daft Punk e parlavo dei Broken Social Scene. You Forgot It In People era un accrocchio strano che aveva dentro il Canadà indie del momento e del futuro (gli Stars! voi potete dividervi tra i progetti di Kevin Drew, Feist i Metric e i Dears. E se c'avete il fiuto, i Weakerthans che ancora non ho mai sentito). C'era ancora WinMX. Credevo di correre sempre più veloce. Ero fermo.
Sette anni dopo (sette e mezzo per chi seguiva la scena canadese prima delle ristampe e magari chissaquando se c'era coi BSS dall'omonimo), Forgiveness Rock Record è un disco che ti sorprende ora come allora col suo essere accrocchio di cose belle e spiegazzate che forse non c'entrano con tutto quello che è intorno e non sai cosa può succedere alla traccia dopo. Quello che allora sembrava uno sconsiderato osare, ora è la maestria di chi riesce a far convivere tutto quello che piace, anche quello che piace ma che al momento sembra interessare di meno. Ci si ritrova di buon umore, quasi ci si dimentica del nuovo LCD Soundsystem (ma non di All I Want, non si può, Sant'Eno si arrabbia poi) e si avvisa i cari, "è primavera! è primavera!". Ora come allora sembra di essere fermi nonostante i settimanali voli lowcost facciano macinare kilometri. Ora come allora bisogna inventarsi l'inaspettato. Viva la vita rotta.
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Sette anni dopo (sette e mezzo per chi seguiva la scena canadese prima delle ristampe e magari chissaquando se c'era coi BSS dall'omonimo), Forgiveness Rock Record è un disco che ti sorprende ora come allora col suo essere accrocchio di cose belle e spiegazzate che forse non c'entrano con tutto quello che è intorno e non sai cosa può succedere alla traccia dopo. Quello che allora sembrava uno sconsiderato osare, ora è la maestria di chi riesce a far convivere tutto quello che piace, anche quello che piace ma che al momento sembra interessare di meno. Ci si ritrova di buon umore, quasi ci si dimentica del nuovo LCD Soundsystem (ma non di All I Want, non si può, Sant'Eno si arrabbia poi) e si avvisa i cari, "è primavera! è primavera!". Ora come allora sembra di essere fermi nonostante i settimanali voli lowcost facciano macinare kilometri. Ora come allora bisogna inventarsi l'inaspettato. Viva la vita rotta.
*All To All - Broken Social Scene
Romance To The Grave - Broken Social Scene
(ma se non fosse da blog puzzone sarebbe da linkare tutto con un trojan che in automatico ve lo fa comprare. E di All To All qualche disco-head - Aeroplane? Ewan Pearson? DFA con Gavin Russom? - dovrebbe tirarne fuori un mostro cosmico via Milk & Kisses da ventisette minuti. E il trojan subito dopo suonerebbe All I Want)
((ora come allora si rifuggono i necrologgi, ma un saluto a Steve Reid e a Malcolm MacLaren. Linkare Paris con la Deneuve sarebbe stato troppo pure per lui))
*Feist è quella con la sciarpa e il pizzetto (scusa Feist, ma è una tradizione sin dal vecchio blogg)
Romance To The Grave - Broken Social Scene
(ma se non fosse da blog puzzone sarebbe da linkare tutto con un trojan che in automatico ve lo fa comprare. E di All To All qualche disco-head - Aeroplane? Ewan Pearson? DFA con Gavin Russom? - dovrebbe tirarne fuori un mostro cosmico via Milk & Kisses da ventisette minuti. E il trojan subito dopo suonerebbe All I Want)
((ora come allora si rifuggono i necrologgi, ma un saluto a Steve Reid e a Malcolm MacLaren. Linkare Paris con la Deneuve sarebbe stato troppo pure per lui))
*Feist è quella con la sciarpa e il pizzetto (scusa Feist, ma è una tradizione sin dal vecchio blogg)
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6.4.10
Si illuminano gli angoli
Dal suo buen retiro tropicale tra un vodka martini e un'onda ci scrive ancora Ragazzo Di Periferia. Ci comunica l'uscita del suo primo mixtape No Alla Cocaina (vabbè, a un primo ascolto sembra essersi fatto tutto il resto) contenente sei inedite versioni slo-mo di successi dei generi più disparati. E proprio un'esclusiva versione slo-mo è riservata ai nostri lettori, anche in download. Nel 2005 Ragazzo Di Periferia non apprezzò tanto La Malavita e ora non è soddisfattissimo di I Mistici Dell'Occidente dei Baustelle. Per questo ha riposto la sua tavola da surf sulla spiaggia e ci ha regalato una versione slo-mo di La Settimana Enigmistica che abbandona l'ormai impossibile gomma in favore di una malinconia slacker alla Pavement. Non so se raggiunga le vette del duetto tra Malika Ayane e Damon Albarn del mixtape, ma viene voglia di un autoradio e di un finestrino abbassato.


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19.1.10
Attrici (qualcosa con cui distrarsi)
Paura. Di Avatar e della sua trama non me ne frega una ceppa, ma siccome dicono che è una specie di esperienza allucinogena e io da sempre sogno un'esperienza allucinata ma ho paura delle droghe, allora medito di caricare il nuovo di Four Tet sull'ipod e portarmi le cuffione al cinema per guardarmi l' "esperienza" con una sonorizzazione viaggiona a base di cetantoammore, Animal Collective, Manitoba, Isolée e Lindstrøm. Paura. Per paura di ascoltare maniacalmente cetantoammore alterno gli ascolti con qualcosa. Un nuovo remix di Nathan Fake che sembra il remix di Idioteque fatto da Aphex, la madrasboard del portatile del lavoro che si rompe e dev'essere sostituita, il nuovo ep di Joy Orbison che ormai lo pompano tutti in maniera inconsulta e pure il Guardian e beat'allui per la botta di culo (ma il remix di Maybes è toccato a James Blake, a-ah).
Sul nuovo EP di Joy Orbison per Aus Music (etichetta di Will Saul a metà tra techno e nuovibattiti) c'è un remix di Actress. L'anno scorso mi sono perso Actress. Una specie di incrocio tra Model 500, Autechre, Chicago e i bassi londinesi che nel tempo perso è uno dei tenutari della Werk Discs (per capirci dopo innumerevoli promo rifiutati - e poi rivenduti alla Hyperdub - ha ricevuto il materiale di Where were you in '92? e ha scoperto Zomby e inoltre pubblica Lone e Lukid). L'anno scorso è uscito con l'LP Hazyville, un disco di house sbagliata e morfinica senza bonghetti, rifiutato negli scorsi anni di intelligent laptop sterilità. In primavera Actress uscirà col nuovo LP per la Honest Jon's di Damon Albarn, già benemerita per la pubblicazione/distribuzione in UK delle nuove cose di Moritz Von Oswald e Tony Allen. Il 5 di Febbraio la Honest Jon prenderà possesso del Berghain con Moodymann, Joy Orbison e appunto Actress. Io mi consolerò venerdì prossimo con il djset di Moodymann @ Secretmood c/o The Beach, sperando che Kenny Dixon Jr prenda in mano il microfono e chiacchieri tanto.

Sul nuovo EP di Joy Orbison per Aus Music (etichetta di Will Saul a metà tra techno e nuovibattiti) c'è un remix di Actress. L'anno scorso mi sono perso Actress. Una specie di incrocio tra Model 500, Autechre, Chicago e i bassi londinesi che nel tempo perso è uno dei tenutari della Werk Discs (per capirci dopo innumerevoli promo rifiutati - e poi rivenduti alla Hyperdub - ha ricevuto il materiale di Where were you in '92? e ha scoperto Zomby e inoltre pubblica Lone e Lukid). L'anno scorso è uscito con l'LP Hazyville, un disco di house sbagliata e morfinica senza bonghetti, rifiutato negli scorsi anni di intelligent laptop sterilità. In primavera Actress uscirà col nuovo LP per la Honest Jon's di Damon Albarn, già benemerita per la pubblicazione/distribuzione in UK delle nuove cose di Moritz Von Oswald e Tony Allen. Il 5 di Febbraio la Honest Jon prenderà possesso del Berghain con Moodymann, Joy Orbison e appunto Actress. Io mi consolerò venerdì prossimo con il djset di Moodymann @ Secretmood c/o The Beach, sperando che Kenny Dixon Jr prenda in mano il microfono e chiacchieri tanto.

La foto di Melanie "nomacistodentro" Laurent è di Startinghere71
The Shrew Would Have Cushioned The Blow (Actress' Neu Haus So-Glo Mix) - Joy Orbison
Again The Addiction - Actress
The Shrew Would Have Cushioned The Blow (Actress' Neu Haus So-Glo Mix) - Joy Orbison
Again The Addiction - Actress
18.12.09
Ass Iomi
Così come è difficile che nelle liste di fine anno™ siano presenti i dischi usciti a Gennaio e a Dicembre, nelle liste di fine decennio compilate anzitempo™* è difficile che siano presenti dischi del 2001 e del 2009.
(meno male che ieri Zu, oggi Nick Höppner e domani Banjo Or Freakout)
* no, Kid A no
(meno male che ieri Zu, oggi Nick Höppner e domani Banjo Or Freakout)
* no, Kid A no
10.12.09
Se c'è un veleno morirò,
ma sarà dolce accanto a te
ma sarà dolce accanto a te

(nota cantante a seguito dell'ingestione di galatine)
((ormai un programma radiofonico settimanale))
Twees On Drugs (mix) - maxcar - (mirror)
((ormai un programma radiofonico settimanale))
Twees On Drugs (mix) - maxcar - (mirror)
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6.12.09
Nightchirpers
Il giorno dopo il precedente post l'ottima netlabel italiana Homework Records ha pubblicato Fireworks, gustosa raccolta di nove pezzi di Grillo (già apprezzato per rockolatoyz e morgenstern). Dato che trattasi di hip hop elettronico e melòdico di quello che mi garba parecchio, non sarebbe mancato nel precedente gruppo. Come tutte le uscite della Homework, il disco è in streaming e download gratuito. Come dice il pezzo, esse a doppia-pi i a ti e elle o.


Richard From Seattle - Grillo
Double Rare Tender - Grillo
(tutto il resto di Fireworks sul sito della Homework Records)
Double Rare Tender - Grillo
(tutto il resto di Fireworks sul sito della Homework Records)
25.11.09
Sorrisi nella nebbia
Io non ho problemi col freddo, a parte che sono influenzato/raffreddato da tre settimane a questa parte. Io non ho problemi con la nebbia, di sera. Quando torno a casa o quando sono in giro di sera la nebbia in fondo mi piace, ha un che di evocativo, fa venire voglia di scrivere musica nebbiosa. La mattina invece non la sopporto proprio. Andare al lavoro alle otto di mattina con la nebbia intorno è deprimente. Potrebbero esserci dei sorrisi (e di sicuro non ci sono) e sarebbero nascosti. Per contrasto ovviamente credo di essere ancora in estate. E la tracklist dei cinque-sei pezzi / venticinque minuti è nascosta nella nebbia.


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