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7.8.12

Expired in the supemarket

Se non fosse che non amo le birre con la bottiglia verde, vi chiederei se siano confezioni prossime alla scadenza quelle del noto birrificio di Brema dedicate / disegnate da / a M.I.A., Anton Corbjin, Boys Noize e Bloc Party. Ma sopratutto, chi cazzo sono i Seeed?

29.1.10

Miette



(Ancora ti chiamerò trottolino amoroso e duddudaddada. Si sopporta la molesta Marina e i diamanti pur di ammirare in tutto il suo splendore il maestro Minghi Gonzales e le sue dita cicciotte in guanti bianchi. Ah, sapessi suonare il piano e fossi brutto come lui)

18.12.09

Ass Iomi

Così come è difficile che nelle liste di fine anno™ siano presenti i dischi usciti a Gennaio e a Dicembre, nelle liste di fine decennio compilate anzitempo™* è difficile che siano presenti dischi del 2001 e del 2009.

(meno male che ieri Zu, oggi Nick Höppner e domani Banjo Or Freakout)

* no, Kid A no

11.11.09

ClubToNiente (Il ClubToClub: parte seconda)

Il venerdì abbandono l'idea fondante il festival ("spostarsi lungo la città da un club all'altro"). È il giorno dedicato al from disco to disco eppure io compro un abbonamento con un unico club più serata finale. Pur conoscendo la suddivisione tra i vari club (una serata intellettualtronica con Jon Hopkins, Theo Teardo e Optofonica all'Espace, una hipsterdisco all'Hiroshima con Optimo, l'orso degli Hot Chip, Valletta e i Bloody Beetroots, una berghainicadicermania al The Beach con Shed live, Dettmann, Steffi e Seth Troxler e una senza apparente filo conduttore al Supermarket con Martyn live, Laurent Garnier live e Angel Molina) ad una settimana dal festival non sono stati ancora comunicati gli orari e allora, certo che Laurent Garnier sia un punto fisso e suonerà al centro della notte e certo che i live di spicco saranno tutti in prima serata, opto per il Supermarket. Passano i giorni e la serata dell'inizio del festival alle 19.30 arriva la comunicazione degli orari (un giorno prima per i lettori dei commenti di Torinoforum, ma poco cambia). Nella comunicazione ovviamente vien fuori che ho fatto bene: con Laurent Garnier che comincia all'1:30 diventa impossibile sentire Shed (1:30), Jon Hopkins (1:30) ed Optimo (2:00) che erano proprio i papabili degli altri locali. La collocazione iniziale di Martyn a mezzanotte avrebbe almeno reso possibile abbandonare Angel Molina in favore dei tedeschi, anche in relazione al fatto che il set di Dettmann veniva esteso fino a fine serata data l'assenza di Seth Troxler. Qui però il colpo di genio: nella mailing list al Supermarket viene annunciato un surprise guest dalle 5 (chissaràmmai? non è che Lorenzino ci fa lo scherzo? Turymegazeppa?). Morale della favola, anche volendo saremmo mai potuti andare altrove?

Il pomeriggio non comincia bene. Solo la sera prima veniva comunicato un orario in cui Martyn era ancora presente e invece si diffonde la voce che non suonerà per problemi di ernia al dubplate. A Bologna il Link lo sostituisce con Shackleton, a Torino corre la voce che il surprise guest dalle 5 sarà Shackleton. Morale della favola, anche volendo saremmo mai potuti andare altrove? Il time slot di Martyn viene dunque affidato per estensione a Federico Gandin, che apprezzo con la sua techno e house profonda. Il pubblico è eclettico: gruppi di cinquantenni un po' spaesati, ex clubber quarantenni che ancora non staccano la spina, immancabili ragazzini, intellettualoidi, universitarie denuclearizzate, indifescion e chipiunehapiunemetta. Shackleton non suonerà dalle cinque.

Laurent Garnier sale sul palco con sezione fiati (due elementi ma un sacco di ottoni), compare in tandem al banco di comando e tastierista disposto lateralmente "a vedersi" da perfetta techno-jam. No Music, No Life dal nuovo album, da me colpevolmente trascurato col senno di poi, apre in costruzione aggiungendo un tassello alla volta sul claim e comprimendo sempre di più l'energia. Back To My Roots, pezzo extra-album su Innervisions, e la successiva e ancora inedita It's Just Music (prevista in uscita proprio su Innervisions) allontanano il concerto dal flusso discontinuo dell'album (tra intermezzi, pezzi hiphop e grosse variazione di genere) verso un miscuglio coeso ed esplosivo di house acida sporcata di jazz maledetto. Roba nuova ma che suona come se fosse al di là dei tempi. Free Verse senza rapper allenta la tensione ma è solo un attimo prima di venire investiti dal drum'n'bass forsennato di Bourre Pif con i fiati che prendono la scena e ricordano quanto utopica fosse la nostra fede nella commistione tra jazz e jungle.



Col fronte palco che ormai è una bolgia, Laurent Garnier chiama Gnanmankoudji e finalmente so come pronunciarla. Epica, coi fiati prima strozzati e lugubri e poi aperti nel ritornello mentre i timpani rullano tribali e quindi in improvvisazione per tutta la seconda parte. Live suonato, sincronizzato a orecchi e sguardi eppure perfetto nell'esecuzione e nella resa energetica (d'altronde vanno in giro con lo spettacolo ormai da due anni). Non c'è il tempo di prendere un attimo di respiro e arriva il primo classico, una Crispy Bacon che ancora mi ricordo il maledetto bagno lynchiano del video con il giradischi che spunta dal cesso-jukebox, l'altoparlante residuo da suicida nella vasca da bagno e la bionda nerd inquietante con la bava alla bocca il coltellazzo e soprattutto gli oscilloscopi, vero occhiodellamadre per i quali non riuscivo a dare Elettronica Uno. Un bagno di bitume bollente. Pay TV è l'ultimo pezzo da Tales Of A Kleptomaniac e sono certo di essere a uno dei concerti della vita (anche se il concerto della vita di Laurent Garnier me lo immagino di quattro ore e con tutti i vecchi amori con la F), mentre le brume tristi ammantano la batteria - registrata ma live - e lo shutdown del digitale terrestre è vicino. The Man With The Red Face è tutto quello che ho provato a dire finora elevato a infinito alla quarta, se non alla quinta. Al solito come troppo spesso sta succedendo qui a Torino ai concerti, non si riesce a scucire il remix per la desideratissima Big Babou. Il roadie fa no con un faretto.


(la scaletta è mia!)


Mentre gli altri se ne scappano dai tedeschi (pare che tra i tre club più dance, il The Beach sia quello che ha raccolto minore afflusso, ma pare anche che Dettmann non si sia lasciato intimorire), io tiravo a campare con un noioso ma molto funzionale Angel Molina in vista della verifica dello special secret guest. L'unica concessione a un flusso abbastanza privo di variazioni sono stati due pezzi che dopo circa un'ora tentavano la strada del fuzz, presto abbandonati in favore di lidi più sicuri. Alle cinque e venti, certo che nessun guest si sarebbe presentato ho preso la via di casa, deciso a dare un senso a un set probabilmente pensato come de-eccitante rispetto all'enorme live che lo precedeva.

25.10.09

Minéstrone

Esco di casa coi capelli che puzzano di cotoletta e la tristezza macigna delle scelte sbagliate della sesta puntata di Romanzo Criminale. I dj set indie non scelgono mai la via della sensatezza e i Clap Your Hands Say Yeah seguiti dagli Housemartins non possono essere il viatico per i Buzz Aldrin, così come non riesco a spiegarmi cosa abbiano a spartire i successivi ospitinglesitroppogiusti. I tre in uscita su Secret Furry Hole eradono il mio impianto auditivo e lo percuotono con timpanate secche e piatti crauti e maracas finalmente senza senso dell’umorismo. I feti galleggianti che assumono eroina dalla placenta delle madri sono la faccia insoddisfatta e liberatoria davanti all’ingiustificata esaltazione cocainica imperante (anche se dovendo consigliare stupefacenti da replicare in note ai musicisti sono sempre un fan delle robe allucino-espandenti). Le prime file si tappano le orecchie e ciò è bene. Tutti suonano con una mano perché con l’altra si batte il tamburo, anche il ragazzetto che fa le foto sul palco. Poi vabbé, nei miei sogni me li aspettavo più attenti e interessati all’uso dei sintetizzatori, ma sono appunto sogni e io quando sogno devo indossare il bite perché digrigno i denti perché sogno oscillatori e denti di sega. Poi riparte la sequela inconsulta e su Blue Monday entrano in scena i tubanti tipo dei These New Puritans più tipa delle Ipso Facto. Se cominci con il remix di Flying Lotus di $tunt$ del signor Oizo mi ben dispongo e non mi disturbo se ascolto una roba nuova di Bjork (che non frequento da Betulla). Poi però arrivano una serie di londinmérdine aggravate dal fatto che i due sembrano ripetere quella scena classica in cui lui insegna a lei a giocare a tennis o a golf, con Xone al posto della mazza racchetta e senza l’ovvio cotè sessuale, una roba che sprizzava frigidità da tutti i pori. Al culmine della desolazione (e con pista ormai svuotata alle due e mezzo quando ancora non si è tornati un’ora indietro) l’insensatezza raggiunge il picco centodieci percento della serata con gli ultimi due pezzi: The End Is The Beginning Is The End degli Smashing Pumpkins dalla colonna sonora di Batman Returns seguita da una roba dubstep (perché non It’s a long way to Tipperary, dico io). Un tipo anziano stacca il manifesto dei Crocodiles che suonano la prossima settimana (forse devo sentirli e andare) e allora prima di uscire mi avvento sul foglio stampato con la stampante inkjet coi nomi di questa sera e me lo metto in tasca suscitando timore nella tipa seduta al tavolino davanti. È un attimo e finalmente sono a casa col mio bite azzurro.





Let's Walk The Children Around The Space - Buzz Aldrin

12.12.08

Cronologie stronze

Ore 10.00: Vengono messi in vendita i biglietti per il concerto della reunion dei Blur il 3 Luglio ad Hyde Park
Ore 10:01: Acquisto dei biglietti per il concerto della reunion dei Blur il 3 Luglio ad Hyde Park
Ore 10:02: Vengono messi in vendita i biglietti per il concerto della reunion dei Blur il 2 Luglio ad Hyde Park

5.11.08

2bita sempre di chi ascolta la tua stessa roba (e ha le tue stesse perversioni)

Non scrivi quasi più e in una delle poche occasioni discuti di Sasha? Insomma poi, hai sempre cercato di mantenere un certo livello, sarebbe come se Wire discutesse di Tony Braxton (come, Tony ed Anthony non sono la stessa persona?). Comunque, Sasha ha dato alle stampe Invol2ver (Involtuver? In Volver? InvolT9r?), che per i fan di Sasha e della progressive-house è come se per i fan dei Nirvana i Nirvana con buonanima Cobain vivo avessero fatto NeverTooMind. Oddio non proprio lo stesso, io sarei stato contro anche *a quello*. Per farla breve, un mammasantissima del “Su co’ ste mani”, dopo quattro anni e con grande strepito caccia fuori il seguito di una compilation che tra i prog-talebani è una pietra miliare. Già allora tirava in mezzo UNKLE ed Ulrich Schnauss, ma oggi va oltre. Ormai il suo immaginario è il nostro immaginario. Scorri la lista dei nomi e vedi, uno dietro l’altro insieme a minori come Engineers o Home Video della Warp, Telefon Tel Aviv, Ray LaMontagne, Apparat, Girls In Hawaii nei bonus, Ladytron. Gli M83?! Thom Yorke... Sì, Thom Yorke. Immaginate un djset con una tripletta di Ladytron mixati con M83 e di seguito Thom Yorke. Già sarebbe troppo, ma vedi pure Rone, quello di Bora su InFiné. Pensi davvero di schiattare. Ovviamente non si tratta di originali, sono sue riletture ultra-plasticose su-falsopiano-ancorapiusu, ora aggravate da un utilizzo elementare e rassicurante di Ableton e da un flusso fastidiosamente enfatico e lineare come ama il genere. Pensi di schiattare, ma arriva il momento in cui Sasha sul giro di sintetizzatori di Couleurs di M83 schiaffa un Thom Yorke Eraserhead privato di tutte le sue turbe e ansie e problematiche, quasi sorridente gnégné: sulla carta avresti voluto farlo tu, ma ci stai male, è eccessivo, è violenza. Non si sevizia, così, un paperino. Per il resto tanta noia, così che confermo quella stortura mentale mai verificata secondo cui le serate prog debbano essere sulla carta le più tranquille: come fa a esserci una rissa con gente che apprezza ‘sto imbamboleo. Siccome però qui non buttiamo via niente, una cosa mi sento di segnalare: la rilettura In2Vol2Ver2 di Destroy Everything You Touch delle Ladytron, pur nei suoi inutili ableton-luoghi-comuni, ha un basso magmatico e una gestione malata dei campioni vocali che usati sapientemente non sfigurerebbero in un buon set techno, insieme mentale e a braga calata. Bonus track, l’originale di Flesh di Rone, anche se io preferivo Bora.


Sasha mixes Couleurs into The Eraser - M83 / Thom Yorke
Destroy Everything You Touch (Sasha Invol2ver Remix) - Ladytron
Flesh (Original Mix) - Rone

2.7.08

Soldi e legna

“Tu non vieni qua a sfottere lo sponsor”, diceva in un fuori onda un Mike Bongiorno incazzato ad un’Antonella Elia colpevole di solidarietà con una concorrente che rifiutava per motivi di coscienza la vittoria di una pelliccia. Non so se siano volate parole così esplicite, ma la principale webzine di musica dance Resident Advisor è scossa da uno scandalo riguardante il pericoloso conflitto d’interesse tra recensioni e sponsorizzazioni. Qualche settimana fa su RA viene pubblicata una pesante stroncatura della nuova compilation mixata di John Digweed (un grosso nome della prog-house su Reinassance) scritta dal managing-editor Jeremy Armitage. Reinassance è uno dei principali inserzionisti su Resident Advisor. Passa qualche settimana ed esce una seconda recensione di Robbie Younan, abbastanza prona, e viene eliminata dal sito la precedente. Qualcuno se ne accorge nei commenti e la testata comunica che con la prima recensione si era esagerato nei toni e a conferma della natura critica della decisione, si ripristina la vecchia recensione come commento alla prima. Peccato che a rovinare il quadretto di una goffa ma onesta linea editoriale, arriva sempre nei commenti il capo-editor Tami Fenwick che svela quanto sia successo: l’ufficio vendite ha ritenuto che la recensione potesse essere dannosa dal punto di vista delle entrate pubblicitarie e i due fondatori del sito Nick Sabine e Paul Clement hanno preso la decisione del cambio di recensione. Nello stesso commento la Fenwick ha comunicato che lei e Armitage hanno rassegnato le dimissioni. A partire da questo annuncio si sono scatenati gli interventi di collaboratori attuali, ex recensori, dell’estensore della nuova e di quello della vecchia recensione. Quello che rimane però, al di là della presunta trasparenza 2.0 su forum che almeno non vengono censurati, è il gusto amaro di assistere alla parodia di quello che qualche anno fa avveniva sulle riviste cartacee. (via Bebo e Teleosteopathy, che ha usato in anticipo il titolo che avrei scelto)

12.6.08

Il problema del cambio palco

Leggendo i racconti di chi è stato al Primavera quest’anno sembrava di stare al Lollapalooza 1994, con tanto di crescente interesse per l’hip-hop in allegato. Nessuno ci ha però raccontato il simpatico siparietto tra Alan Braxe e DJ Assault. Alan Braxe è francese ed è uno degli esponenti di punta della french house: forse vi ricorderete di lui per la collaborazione con Bangalter dei Daft Punk e Benjamin Diamond negli Stardust per il singolone Music Sounds Better With You o per i numerosi remix degli ultimi anni. DJ Assault è americano ed è un nome storico della ghetto-tech, quell’incrocio di techno ed electro fuse con tecnica hip-hop sulle quali vengono gentilmente adagiati torridi rap su tits, asses, boobs, pussy, bitch, fuck e così via. Per capirci di seguito mostriamo in foto Alan Braxe e DJ Assault.


Alan Braxe e la sua espressione più minacciosa



DJ Assault e il cerchione della ruota del suo SUV


Alan Braxe suona prima di DJ Assault. Arriva l’ora della fine del suo set, ma continua. DJ Assault richiede più volte di darci un taglio. Alan Braxe lo ignora come solo un francese è capace di fare. Passano dieci minuti e partono gli spintoni e la conseguente rissa. DJ Assault prende possesso della console e fa partire un martellone da 150 bpm con su una canzone più o meno intorno al licking pussy. Morale della favola: ai festival si invitano solo dj amici tra di loro o tedeschi.

4.6.08

Strano pareggio

Vorrei tanto cominciare il racconto del super-ponte a Londra, incerto fino all’ultimo, facendovi come al solito scuotere la testa. Mi sarebbe piaciuto tantissimo il concerto di quel piccolo gruppo pupazzoso dei Boy Least Likely To al posto dei Silver Jews, ma i BLLT sono stati annullati. Anche per questo mese non avrò ricadute twee. Avrei desiderato provare l’ebbrezza del secret show dei Mistery Jets con relativa interminabile fila e una ventina di minuti di durata al posto dei Silver Jews, ma non avendo contatti presso l’azienda produttrice di sidro che organizzava la cosa, lo show è rimasto – come dire – secret. A questo punto la scelta del concerto dei Silver Jews all’ULU sembrava inevitabile, ma continuavo a essere vagamente restio: un bagarino vendeva biglietti davanti alla fila e io “ecco, tutto esaurito, andiamo a valutare l’opera di irrigidimento del Millenium Bridge in condizione di pioggia leggera”. Io, per un po’ di tempo li ho anche sentiti e apprezzati, i Silver Jews, ma non so spiegare tanta ritrosia. Comunque i biglietti c’erano e siamo entrati così presto che sulla lista degli artisti a quell’ora c’era scritto ‘Doors’ e dal palco non si sentiva certo Light My Fire.

L’ULU sarebbe l’Unione degli studenti dell’Università di Londra. È un posto fichissimo di quelli che ti fa chiedere se ci sia qualcosa di simile in un’università seria italiana: un palco enorme da teatro, una buona acustica, tre bar, di cui uno con terrazza e una bella atmosfera senza troppe pose, fighetterie o punkabbestialità di ritorno. Non si capisce però perché sulle pareti siano appese a un metro di distanza tra di loro decine e decine di foglietti che avvisano riguardo l’uso continuo di “strobe light” che sarà fatto durante la serata. Non si capisce soprattutto dopo l’inizio del live del primo gruppo spalla, i Port O’Brien: capitanati dal sosia obeso di Kurt Cobain, bivaccano sulle ceneri della tristezza adolescenziale americana dei primi anni Novanta. Non che siano fastidiosi, ma sono più che indifferente. Altra storia sono i successivi Monotonix: brutti sporchi e cattivi, potrebbero essere noiosi quanto il loro hard-rock e invece montano su uno spettacolino a base di lanci continui di birra, strumenti che vagano tra il pubblico, salite e salti dai parapetti e un cantante più vecchio pazzo che sciamano che si denuda via via e quando tutti pensano che avesse già dato il meglio mostrando le chiappe, si toglie i calzini e se li ficca in bocca, continuando a cantare. Strappano più di una risata, ma vale più che altro l’effetto sorpresa. David Berman dei Silver Jews se li porta appresso da quando gli fecero da supporto nella loro Tel Aviv, suppongo per creare un forte momento di stacco tra spalla e inizio della loro esibizione. Durante il cambio strumenti chiedo a Valido se abbia voglia di scrivere qui qualche racconto sulla scena techno e disco in quel di Londra, ma lui diniega gentile e probabilmente con una citazione degli Scorpions che non colgo.




Presentati dal vecchio pazzo, i Silver Jews iniziano con la vecchia Random Rules. La perfezione viene curata, sin dal 1984. David Berman ha l’eleganza di un Jarvis Cocker nato e invecchiato per sbaglio in Tennessee. Sembra anche un po’ un Antonello Venditti indie: pensateci, una faccia simile, canzoni generazionali, personaggi, volemose bene, i giovani che lo citano di continuo nelle loro canzoni e nei titoli dei loro gruppi. Sembra un po' Enver, anche. Cullato dalla matematica alternanza tra pezzi vecchi e nuovi e dalla celebrazione dell’amore coniugale sul palco, vengo riportato alla realtà dalla pressione del folto pubblico. I Silver Jews conquistano applausi via via crescenti e io sento il bisogno di una sedia a dondolo e di una veranda che non arriverano certo in allegato al bis. Vi chiederete se almeno loro abbiano usato le luci strobo. La risposta è no, ma oggi ho scoperto che la sera prima all’ULU avevano suonato i Booka Shade.






Per chiudere in bellezza, saremmo andati a ballare, visto che le serate di venerdì e sabato erano a rischio. Scartati Jennifer Cardini e Danton Eproom al T-Bar, la scelta più soft era tra la serata della Innervisions al Plastic People o quella di beneficenza per War Child allo Scala con Punks Jump Up, Filthy Dukes e un dj set aggiunto all’ultimo minuto degli Hot Chip dopo i concerti di Autokratz, Kid Harpoon, Rumble Strips e Does It Offend You Yeah?. Dato che Dixon della Innervisions si è fatto male con la bicicletta, preferiamo lo Scala ai soli Âme. Il tipo della security all’ingresso non ci ha convinto abbastanza dicendoci che in un’ora avrebbero chiuso: con un’ora di ballo saremmo stati persino più freschi per il nostro mestiere da turisti alla mattina. Dentro scopriamo invece l’ineluttabile: l’ora finale sarà occupata dal concerto dei Does It Offend You Yeah, finora evitati con maestria dal sottoscritto. I dj-set in realtà erano due o tre dischi suonati tra un gruppo e l’altro. Il dramma. Il mischione tra qualche beat electro inoffensivo, chitarroni, urla e voci filtrate eccita un pubblico composto esclusivamente da diciottenni maschi ubriachi. Praticamente l’inferno sulla terra. Seguo così il tutto annoiato dalla balconata nella posizione che al Rolling Stone di Milano occupano di solito i matusa. L’unico divertimento è un roadie-buttafuori hooligan di mezza età che scaccia dal palco i giovani, asciuga gli strumenti e il palco con carta igienica e risolleva il cantante quando si butta per terra. Secondo me con quella carta igienica voleva dirci qualcosa. Alla fine accendono le luci ed è chiaro quello che avevamo vagamente intuito prima. Non resta che prendere un taxi e dirigersi verso la camera accanto alla cucina del ristorante indiano e verso un meritato riposo tandoori.



Random Rules - Silver Jews
Strange Victory, Strange Defeat - Silver Jews

26.5.08

Favola di A.D. Emo ed EVA (troppa pioggia per un solo finesettimana)

La cosa vantaggiosa di lavorare per un’azienda di Turìn è che, pagando il prezzo di un italiano incomprensibile fatto di “hai voglia di, fai che fare, di oggi, fai più che, com’è, diofà”, anche un’improvvisa trasferta fino all’ultimo minuto priva di appuntamenti garantisce le sue soddisfazioni. Non me ne vogliano i Disco Drive in chiusura di tour all’Hiroshima e Giovanni Lindo Ferretti con le sue giumente in quel di Settimo Torinese, ma il clou della prima serata era altrove. Xplosiva e QOOB riunite per EVA, una due giorni dedicata all’ElectroVideoAmbiente, hanno presentato una serie di showcase elettronici gratuiti in orari inconsueti, il clou personale dei quali è stato quello della Dial in apertura (21-23) all’Auditorium della Fondazione Sandretto con Pantha Du Prince e Lawrence. Se ci fosse stato anche Efdemin, non avrei risposto di me. Memore della facilità con cui l’Auditorium si era riempito per Murcof, mi sono presentato con un buon anticipo salvo scoprire che:

a) anche a Torino esistono gli hipster
b) a parte un b-boy e il suo amico che ronzavano intorno all’ingresso della sala come me, gli hipster non mostravano certo voglia di staccarsi dall’aperitivo in Caffetteria
c) dove c’è hipster, c’è video camera: io ho cercato di schivarle un po’ tutte, ma a un certo punto mi son reso conto che il mio rutzulano e fortissimo vodka martini era finito nel mirino di una di esse. Cercherò su youtube per farmi cancellare

Dentro guadagno subito il posto da me ambito (terza fila centrale). Lawrence si è tagliato il capello indie ed è presente nelle vesti del non più giovane che conduce il programma rap su All-Music. Il suo set è molto ambientale, tranquillo e poco incline al ritmo. Certo lui lancia le tracce con la flemma di una presentazione Powerpoint e temo che da un momento all’altro prenda a darsi cazzotti sulla faccia per onorare la somiglianza con Ed Norton, ma non aiuta certo una platea imbalsamata che concede un solo cenno di applauso quando cede il mouse al compare. Nel secondo set un pettinatissimo Pantha Du Prince carica via via il ritmo mantenendo il precedente tono ipnotico delle melodie. Rimpiango che ciò non avvenga in una situazione meno compassata e trovo sostegno nel b-boy vicino di poltrona che azzarda anche un timido gesto della legna. È chiaro però come il suono della Dial abbia sostituito l’anno scorso nelle orecchie degli hipster quello che erano state Kompakt e Border Community: techno impressionista melodica ma non troppo, organica e morbida, se non carezzevole. Sono applausi, ma la voglia di tutto questo in un contesto da ballo limita la soddisfazione. Con la curiosità se avessero in programma un doposerata segreto in qualche loft hipster, io opto invece per mettere alla prova il turco Onur Ozer, già perso in altre occasioni.





Onur Ozer suona al Suono (ahahah, non è vero: è lì as a dj, ma mi faceva troppo ridere dirlo). Io mica avevo capito che il Suono era il Barrumba. Io al Barrumba c’ero andato solo una volta nel 2004 di sabato sera: la vendevano come una serata indie ma in realtà il posto era semivuoto, c’erano più che altro diciassettenni con le magliette dei Nirvana e il dj suonava i Limp Bizkit. Ora, va bene che forse io a volte entro troppo presto nelle discoteche per evitarmi le file e usufruire di quelle fastose riduzioni da due-tre euro, ma quando dentro scopro la pista semivuota con gli stessi diciassettenni di quattro anni fa mi aspetto che da un momento all’altro parta “So you can get that cookie” in modo da agitare la mano col gesto delle corna. Invece mi accuccio sul divanetto e aspetto che il lento ingresso delle persone si faccia massa critica. Il posto non si riempie ed è già aria di fine stagione o forse solo di un weekend piovoso che ricaccia in casa ogni tentazione di festa. Io, già emotivamente provato, spero in qualche luccicone, ma l’ingresso in scena della drag-queen imitatrice di Magda mi riporta alla realtà come un vodka redbull sa fare dopo i vodka martini. Onur Ozer ridefinisce i livelli di melodramma inerte ozpetekiano e il look da zia zitella alla Renato Zero, annoiando fastidiosamente peraltro con un set di techno piatta e anonima. Io, siccome vanto anche tendenze masochiste, rimango fino alla fine per vedere dove voglia andare a parare. Quando davanti a una decina di persone per il bis passa un pezzo a caso che contiene il sample di Sinnerman dove Nina Simone dice "It's a new life, it's a new day" temo che da un momento all’altro spunti anche Neffa per una cover di una cover in turco dello scioglilingua dell’Arcivescovo di Costantinopoli del Quartetto Cetra, ma fortunatamente lo strazio termina lì. Dovevo fermarmi al kebab egiziano post-Dial.


Onur Zero ultrasoporifero: si noti il ragazzo alle sue spalle


Il giorno dopo avevo in programma lo showcase della Warp (17-21, sempre per EVA) con l’ascolto sul prato con cuffie senza fili del live di Clark e poi il concerto in Piazza Vittorio dei Subsonica alla faccia di quei piagnoni dei Six Organ Of Admittance allo Spazio 211. Ma mi sono fatto prendere dalla tristeza della pioggia incessante e ho dormito tutto il giorno.

13.4.08

Sabato sera dentro al Cube, no Michael Mayer il giorno pri-i-ma (o anche “Andarsene Così”)

Porto ancora le conseguenze insoddisfatte dello scorso fine settimana. Non che sia per questo che al concerto palermitano di Dente oggi ho preferito un tranquillo sabato sera pre-elettorale casalingo a base di elettronica e techno piagnona (o pingona chedirsivoglia). Non è cosa mia e lo avrei saltato comunque. Però lo scorso fine settimana mi è rimasto sul gozzo, ecco. Le due gioiose ore mixate malamente da Michael Mayer al venerdì sono saltate per sua indisposizione fisica. No socio Navid al seguito, no roboante Two Of Us, no remix inedito di Charlotte Gainsbourg. A sostituirlo il sempre apprezzato Arpino mi ha come al solito demoralizzato: questa volta mi è sembrato di riconoscere mezzo pezzo del quale non saprei dire il nome.

Sabato sera al Cube appunto, coi Baustelle. Io sono contento per la pubblicità del disco che passa su 105. Avrei voluto parlare di Amen, disco che ho amato e sto amando tantissimo, ma non c’è stata occasione. Finisce così che scrivo di quello stupro di massa che è stato il concerto barese (ma potrei dire di tutto il tour vista la scaletta identica per tutte le date). Ero di buonumore, ero contento persino di trovarmi schiacciato nel sovraffollamento di indioti, universitalternativi, adolescenti Charlie e compagne di scuola, quarantenni lettori di Repubblica. Cravatte strette, cinture bianche di plastica e maglioni infeltriti. Dopo l’intro che svela già il finale, storco il grugno sull’amata Antropophagus per l’intarsio di Battiato e per il taglio della sua coda strumentale ma torno a odiare il mondo quando su Colombo e Charlie i dementi intorno a me pensano di essere alla Notte della Taranta.

A poco a poco percepisco un senso di rimozione dei Baustelle nei confronti del loro passato: più o meno quando presentano I Provinciali come un vecchio pezzo. La scaletta negazionista cancella la memoria dei giorni del Sussidiario e dello YèYè più per disagio personale che in favore del nuovo pubblico. Prima dei bis sopravvive solo una maltrattata e barcollante Canzone di Alain Delon, con le note cambiate per non stonare (ma almeno prima si stonava insieme, ecco). I pezzi nuovi non se la passano meglio: il problema è rendere dal vivo il massimalismo orchestrale con un solo violino e allora si va via di chitarroni e si riesce col Liberismo, ma altrove è una pena. Specie quando entra in scena la fisarmonica, come in Alfredo affossata anche per il mancato inserimento della ritmica. Prima del bis Baudelaire mi convince che l’idea della sua coda è tanto azzeccata quanto povera nella sua realizzazione. Non ci si improvvisa DFA o Ewan Pearson.

Il bis è il colpo finale. Bruci La Città è programmaticamente altra, ma il risultato è confuso e tale da far pensare che la Grandi version sia di gran lunga pià baustelliana della cover. Il medley successivo tra Gomma e Riformatorio è uno sfregio senza senso, oltre che una soluzione concertistica degna dei Ricchi e Poveri. La canzone del parco sembra piegata su se stessa. Andarsene così chiude con la sua melodia iniziale da rave e il pubblico intontito nemmeno pensa a un ritorno sul palco per un doppio bis. Io credo che in futuro mi limiterò ai loro dischi, almeno fino ai concerti in palasport con l’orchestra sinfonica. E meno male che il prossimo finesettimana mi risolleverò col dj set di Mathew Johnson.

Symphony For The Apocalypse - Mathew Jonson

20.2.08

Avevamo un conto in sospeso (e forse ce lo abbiamo ancora)

Avevamo un conto in sospeso. Quel venerdì sera di metà Agosto a Stoccolma i Black Devil Disco Club suonavano dal vivo e invece altrove tu tenevi interminabilmente a mezza altezza la tua unica birra omaggio, mentre ascoltavi zitto i tuoi amici stranieri. Per ore. Io scoprivo che in Svezia, a differenza che in Italia, puoi vedere in trasparenza attraverso un bicchiere di vino rosso. Per ingannare il tempo in attesa del tuo dj set passavo da una Jimmy sulla pista principale alla Rozzalla (‘Faith in the power of LOVE’) nella sala revival-non-siamo-svedesi-per-caso. Condivo il tutto con un hamburguesa (il bello delle discoteche svedesi estive) e con una Nastro Azzurro (‘Sì, ma avete una birra appena un po’ più forte?! Yeah, Nastroh Azzouroh’). La tua birra era ancora a mezz’altezza. Tu hai messo sei pezzi in croce. SEI ES DRUM. Sei pezzi che tu avevi utilizzato nei tuoi dischi, ma sei dannatissimi pezzi. Sei andato a mettere i dischi con una custodia da dieci, cazzo. Poi hai pure avuto il coraggio di andartene via su un taxi nero. You killed the party again, Goddam. Goddam.



Avevamo un conto in sospeso. Dovevamo eiaculare il nostro amore per Arthur Russell, a Ferragosto. Anteprima del documentario, anteprima dell’EP. Tu, Victoria Bergsman, Verity Sussman e Joel Gibb. Io non avevo capito i manifesti e non volevo chiedere. La tua bassista mi dava lo zucchero filato. I due cantavano i pezzi di Arthur da soli, due o tre pezzi degli Hidden Cameras, due pezzi delle Electralane. Due volte You Can Make Me Feel Better. Poi mi hanno spiegato del rimborso. Il volo decollava prima. Il giorno dopo, quando chiedevo anticipatamente il rimborso per un questione di principio, tu attraversavi la Kulturhuset con un bustone blu dell’Ikea e non sembravi malato. Cosa ci tenevi dentro, l’attrezzatura per lo zucchero filato?



Avevamo un conto in sospeso (e forse ce lo abbiamo ancora). Soprattutto ora che non siamo in vacanza, tu ripeti la solita storia che tra un po’ (dopo la fine del concerto) ci canterai il resto, ed è l’una e fuori fanno due gradi sotto zero. Avevamo un conto in sospeso, ma io domani lavoro e non ho voglia di raccontarti tutto e torno a casa. La casa dell’Azienda. Goddam. Goddam.



P.S.: mille grazie ai LeGo mY eGo: Niobe di Caribou è da sogno per introdurre un concerto. Purtroppo quelli sono andati per le lunghe. Forse anche Strange Things Will Happen avrebbe avuto il suo senso. Sui Magnetic Fields ho capito che bisognava attendere. Subito dopo mi hanno esclamato nelle orecchie “I Postal Service!!!”, ma cazzo, dovevate urlarmi prima “Caribou!”. Invece si è iniziato con i Books più Prefuse ’73 (a meno che non mi sia confuso). Caribou, Caribou, Caribou. Goddam, Goddam.

27.1.08

Non me gusta (è questa la cosa giusta)

Sarà per contrasto col suo disco, uno dei più interessanti di inizio 2008, ma il live di Bruno Pronsato visto ieri sera a Bari è stato una delle esibizioni più noiose e moleste a cui abbia mai assistito, mettendo nel novero anche concerti di cantautori folk, art rocker e tutte le orchestrine che suonano in quelle balere-ristoranti per anziani che ogni giorno il benemerito programma Ballando Le Cupole porta all’attenzione di tutti noi. Così noioso e molesto che dopo un’ora buona di “piatta cassa e poco più -> tolgo quasi tutti i campioni -> riparte la cassa (urlo della folla) -> effetti di ableton -> riparte la cassa (urlo della folla) -> abbasso il volume -> riparte la cassa (urlo della folla)”, meditavo di tornare all’interminabile fila* all’ingresso dalla quale dopo un’ora di attesa mi aveva strappato l’intervento pronto del compagno di sventure La Scarpa Che Respira, oppure alla coda* del guardaroba, a farmi mettere i gomiti altrui nello sterno.

* termini convenzionali da rendersi visivamente come ammasso caotico di persone disposte a raggiera intorno a un varco

Bruno Pronsato nella sua classica posa con cui ogni cinque minuti rilancia la cassa

30.11.07

Cassando Cassy

Avanti con la fiera del pregiudizio. Ci sono delle persone che ti sembrano delle belle persone senza che tu le conosca. Non ho deciso ancora perché secondo me Cassy Britton sia una bella persona. Comincio a credere che sia una questione di bilanciamento tra il suo aspetto e quello che fa/dice/rappresenta nella vita. I miei canoni estetici sono altri, eppure quelle foto accovacciata mentre scartabella tra i vinili o con l’aspetto della quotidianità nel negozio di dischi Hardwax dove lavora a Berlino rendono meglio l’idea delle mie parole. Cassy ha venduto, cantato, suonato, mixato. Stasera però non andrò a sentire il suo dj-set. Per quanto ammirato, per quanto ci sia la possibilità che suoni anche qualcosa che mi piaccia, questa settimana ho ascoltato il suo Panoramabar Vol. 1 dell’anno scorso e per quanto ammirato (dalla fluidità tecnica) e per quanto abbia suonato anche qualcosa che mi piace, ne sono rimasto deluso. Non so se mi abbia più annoiato il flusso minimale o se mi abbia più infastidito come gli inserti di deep house colassero una glassa fighetta sul tutto, persino sul sublime funereo di Blood On My Hands di Shackleton. La scelta, in chiusura, di linkare due pezzi in cui lei canta potrebbe essere riduttiva, quasi da farla sembrare la Sade della scena techno berlinese. Per me però tale definizione è un complimento, e so che lei apprezzerebbe.


Smile And Receive (Richard Davis Rework) - Swayzak and Cassy
Easy Lee (Cassy Lee Mix) - Ricardo Villalobos


29.10.07

Rosvita, rosvita

I Rondò Veneziano. Il fratello di Sylvester Stallone per Staying Alive. Dreams are my reality. Cantanti per le mamme come Julien Clerc, freak synth-pop gemelli separati alla nascita di Carmelo Zappulla come Daniel Balavoine e una spruzzata di epigoni. Sembra una ristampa di una compilation Bimbo Mix della Baby Records e invece è il futuro Fabric Live dei Justice. Posso dire una cosa? Finito tempo di liso, ola tempo di mixage.

Rosvita (video)
Love Juice - SymbolOne*

* come AlbertOne

18.10.07

Married with drumkits

Mi immagino la scenetta a casa Dapayk And Padberg

Cara, quando stasera torni dai tuoi photo-shooting per quelle dodici-tredici riviste e dal tuo ruolo di ambasciatrice (si è aggiunto qualcosa oltre a Unicef e Mercedes?), magari dopo cena, dobbiamo completare le registrazioni per il nostro disco techno.

Cara, lei


Caro, ma non è che facciamo una roba minimal tipo quei nerd rinchiusi nelle loro camerette berlinesi. Cioè, tipo, va bene un po’ minimal che fa moderno ma non voglio che Gisele mi prenda in giro per una roba troppo cafona. Cioè. Voglio un qualcosa che suoni allo stesso tempo lussuoso e di strada, antico e techy. Con la faccia che guarda in un punto a caso fuori dal campo dell’obiettivo.

Cara, a me piace tanto Matthew Herbert.

Caro, non è che facciamo una porcata finto intellettuale vetero electroclash tipo quelle che non lasciano fare più nemmeno a Roisin Murphy?

Cara, tranquilla. C’abbiamo il singolo contro gli mp3 e a favore del vinile con le voci filtrate come va di moda, uno o due pezzi per i pasticcomani e una chiusura sviolinifera con la tua voce d’angelo degna dei migliori Lamb.

Caro, i Lamb si sono sciolti. I due hanno divorziato. Lou Rhodes ha pubblicato un disco solista acustico.

Cara, tra le disgrazie hai dimenticato che gli adolescenti italiani associano i Lamb a Step che svergina Babi.

Caro, forse avrei dovuto trovarmi un filosofo al posto di un musicista elettronico.



16.10.07

A guide to recognizing your beasts (La vita, Avril Lavigne, Eric Roberts e le vacche)

Assente giustificato. Ho lasciato tutti qui, ma nessuno mi ha mai lasciato. Durante la scorsa settimana sono stato un messicano addetto al nastro interiora vestito con una tuta depersonalizzante che scaricava le sue tensioni una volta al mese durante il negro day. Unica consolazione, una storia di amore adolescenziale con Rosario Dawson, ma a sedici anni per quanto l’istinto cerchi di pizzicarti la coscia, preferisci perdere tempo in attività infruttuose tipo riallineare i genitori con la realtà che li circonda, la musica in tv, gli stati dissociativi indotti da videogame e la scrittura di temi di attualità. Ero uno specialista dei temi di attualità uso chiusura ciclo di studi, fin da quello degli esami delle elementari, in gran parte ispirato dalla raccolta di figurine del WWF, completata anche attraverso l’invio dei punti dei succhi Valfrutta. Durante l’anno non mi abbandonavo mai a una simile tentazione, vuoi per il mio professore di Italiano delle medie fissato con l’economia politica, vuoi per la professoressa di Lettere del biennio di liceo che cercava di traviarmi con tracce letterarie sul Novecento dai temi ispirati e che prevedevano l’uso di moderne tecniche di analisi, vuoi perché la prof. del triennio proponeva noiosissimi titoli sulla realtà che ci circonda (il consumismo, i giovani, la crisi dei valori, Satana). I miei tre sconfinamenti nel territorio del chiacchiericcio su foglio protocollo avevano bene in mente una e una sola cosa: un tema di attualità non funziona se lo scrivi come un tema di attualità. Devi scombinare le carte, altrimenti la gente non arriva alla sesta pagina delle tue tredici sulla genetica e sulle libertà della scienza per l’esame di maturità. Ma non basta, Richard, altrimenti saremmo soddisfatti di Avril Lavigne che spinge vacche. Un minuto di macellazione con sottofondo dei Friend Of Dean Martinez che sembrano dei Sigur Rós grigliati al sangue strapperà anche le lacrime delle sciure della city fan del vegano biologico, ma a noi sembrano solo un mezzuccio: in Sicilia da secoli castriamo gli agnellini e fino a che non sono arrivate le pistole elettriche, i crasti venivano uccisi con taglio alla giugulare e morivano per dissanguamento tremando di freddo fino alla loro fine. Ti perdono solo perché passerei ore intere a guardare un film intitolato "160 Ore di Tuta Depersonalizzante – Parte IV" e tu nel frattempo del coso sugli hamburger e del coso su Dick che sembra un’auto che cerca di spuntare in seconda sommavi facce su facce su facce e io ho sempre il problema che non so mai se salutare qualcuno perché non sono fisionomico e ho sempre il terrore di salutare qualcuno che in realtà non conosco o che non si ricorda di me.

Come quando la si mette sul personale. Meno parli di te stesso, più gli altri si interessano. Più sei in fuga da te stesso, meno difficoltà trovi a raccontarti. Ma quello che racconti è spesso un noioso tema d’attualità egotica. Come questo paragrafo fino a questo punto. Gli altri non ci interessano, è il concetto di fondo. L’unico modo di mettersi al centro dell’attenzione è allora diventare emanazione altrui. Dei tuoi santi, per esempio. Una certa musica indie col fuzz morbido di sottofondo. Un sintetizzatore diamantato che scartavetra una lavagna. Poi ti stufi e corri da un’altra parte. Che tu li abbia scelti o no, loro intanto ti hanno salvato e raccontato. E se avrai voglia e ritornerai, saranno ancora lì con un sorriso sornione a mostrarti come sei cambiato.

Serve infine il trucco della somma delle parti come in HighSpray Musical 2. Io mi sono scaricato la colonna sonora la mattina dopo la visione per rinfocolare in ufficio la voglia di sradicare le poltrone del cinema e ballare sul posto coi capelli tirati indietro con la saliva, ma le canzoni sembravano prive di dinamica e di trasporto. La cosa bella è che erano così anche al cinema solo che erano riprese con telecamera fissa e zoomante stile tv anni Cinquanta ed eseguite su coreografie neanche troppo inventive. Gli attori erano candeggiati rispetto agli originali per il pubblico familiare accorso in sala, eppure il trucco della somma delle parti funzionava e se solo avessi avuto i muscoli avrei roteato a mulinello il seggiolino sul finale. Somma è bello, ma non sempre riesce. Per dire, Villalobos continua nella sua operazione di etnologo recuperando Santiago penando estas di Violeta Parra: i giovincelli tedeschi eiaculano e si scambiano sottobanco il cd-r della sua registrazione live (ammetto, la possiedo anch’io). Quello che fa è encomiabilmente politico sotto certi aspetti, ma funziona solo grazie al trucco e a come la presenta dal vivo. Poi arriva un Sanim, fa la stessa cosa senza che la somma delle parti funzioni con simile grandezza, col risultato che a me sembra una parodia e ai tamarri del mondo il successo dell’estate tanto che diventa pure sottofondo della pubblicità di un automobile con Linus e Nicola Savino. In mezzo si situa Onur Özer che va per suonare la malinconia turca di un seraglio antico e Bang & Olufsen allo stesso tempo e ottiene invece soltanto una scena alla Ozpetek, paragone che avrebbe senso se solo mi fossi convinto a vedere una volta un film di Ozpetek. Risultato? Se riesci a girare un film che fa piangere i maschi a partire dall’orrore del ‘tu che dirigi un film basato su un testo che hai scritto su te stesso”, da Shia Lebouf e da una manciata di banali canzoni contestualizzanti, non è soltanto perché a un certo punto spunta Eric Roberts e noi tiriamo fuori la trombetta da hooligans e la consumiamo tutta sul suo sorriso sornione mentre cerchiamo di spiegare la nostra piccolezza. È perché, fortunatamente ancora un’altra volta, qualcuno racconta storie altrimenti trascurabili rendendocele importanti e nostre.


Seraglio - Onur Özer
Baker Street - Gerry Rafferty

2.10.07

Il declino del Giovin Signore

Ascoltare di continuo musica dance forse fa davvero male. Ti ritrovi in automobile e quando non hai voglia di attaccare l’i-Pod ti costringi a giochi perversi tipo “Cataloga il palinsesto di M2O secondo i tuoi canoni di accettabilità al netto della forma che non è propriamente rivolta a te”. Cominci con il distacco ironico ascoltando le repliche de Il Cammino di Gigi D’Agostino, abbassi le difese con Real Trust: A tempo di Roberto Molinaro (che sarà anche kitsch, ma in fondo le selezioni non sono malaccio) e finisci a canticchiare il jingle “è la storia di uno, di uno regolare, che alle sette in punto lui si doveva svegliare” dallo show della mattina Risveglio muscolare. E poi la techno ottunde. Prima sapevo bene l’inglese. Lo capivo e lo parlavo, come da più classico dei luoghi comuni, grazie ai testi delle canzoni. Certo avevo un vocabolario completo sull’essere sfigato ma interessantissimo in una cittadina di provincia scozzese o dell’entroterra di un qualsiasi stato lontano dall’oceano, ma questo è un dettaglio di poco conto. Ora, ascoltando musica quasi esclusivamente strumentale, il mio inglese è tornato ai livelli delle medie (cioè di quando avevo un inglese paragonabile alle canzoni dei Black Box di Limoni-Davoli-Semplici). Ma la cosa peggiore è internet: leggo nuove webzine, nuovi forum e leggo news e recensioni a tema nei posti che frequentavo prima. La conseguenza di tutto ciò è che mi trovo davanti di continuo lei. Labbra aperte in un’espressione ai limiti del rincoglionito. Piumino bianco con la pelliccia. Frangettona con quei due-tre centimetri di ricrescita sotto le sopracciglia a mascherare una fronte probabilmente bassa. Abbronzatura di centro estetico fatta al martedì per risparmiare. Sguardo nel vuoto che nella migliore delle ipotesi attribuisci a una qualche droga e nella peggiore al fatto che per davvero lei, quando torna a casa dall’after-party alle undici della domenica mattina, invece di andare a dormire e a contenere occhiaie e occhi gonfi in vista di una noiosissima nuova settimana, va sul sito in questione a comprare gli mp3 dei pezzi che ha sentito (nominare) la notte precedente. Di fronte a tale estetica, tutte le alte considerazioni filosofiche sui miei recenti ascolti crollano miseramente. Secondo me indossa anche i bermuda e le calze color carne con le ballerine.


Chemical Girl (The Field Guitar Mix) - The Fine Arts Showcase