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10.12.12
Minus The Reindeer
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18.9.12
It's been long, so so long to be here
Ci si sente adolescenti o forse si pensa di avere un m-blog a fremere per un rip preso da un mix sperduto di una delle cose più immaginate da queste parti e finalmente realizzate chissà perché, forse con la sola ragione che anche le parti in causa la desideravano. Koze prende It's Only di Herbert e Siciliano e chiude uno dei tanti cerchi che devono essere chiusi (l'intermezzo synth-rana è una chiara citazione di questa foto) e non si sa bene dove e come e se uscirà, forse su Pampa. Das leben ist so anders ohne dich, dice il poeta (e ne parleremo). Tic, tac.
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25.8.12
Not Safe At Work: dopo i brillantini e i peli di ascella è il turno di Roberta Flack
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avevamo finito i post sulle statistiche e cercavamo qualcosa di simile,
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23.12.10
Every woman and every men, join the caravan of Blake
È passato più di un anno da quando ho iniziato a rompere col James Blake cantante (e leggendo c'erano già la coverazza, I Never Learnt To Share e Misuroni), ma è con piacere che il primo disco del 2011 che ascolto sia il suo (no, non quello dei Decemberists), sia tutto cantato e sia ficherrimo. Per questo motivo (e dato che sono stato minacciato di morte nel postare mp3 e visto che comunque ormai ce l'avrete tutti), vado a segnalare dei momenti signifativi paura sorpresa gioia pezzo per pezzo.
Unluck: i ritorni di carrello in linee di un foglio a quadretti che si affastellano i r re gloar i
Wilhelms Scream: dopo due minuti dai colpi di sonar si sollevano bit di lava che deformano il vinile con la ritmica che zoppica nella sua tentazione techno
I Never Learnt To Share: le beghe familiari, gli hit rissonantimodulari, il finale zanzarista
Lindesfarne 1 / 2: le settantadue voci si spogliano dei filtri e dei processi e li appoggiano sui bassi dove capita
Limit To Your Love: il basso martella mononota a smorzare tutto il core
Give Me My Month: l'ultima frase
To Care (Like You): la voce che cambia cento sessi. Mount Kimbie? Burial? Viva i mononota impulsivi
Why Don't You Call Me: quando salta il cd/mp3/vinile perché ha paura degli ululati. What I Am, whatiam, w h a t i a m?
I Mind: in loop coi monosillabi. Lui bada o lui mente?
Measurements: era qui, prima di tutto
(ok, forse ho nascosto qualcosa lì in mezzo)
(non leakatelo, vi guardo a destra, vi guardo a sinistra)
Unluck: i ritorni di carrello in linee di un foglio a quadretti che si affastellano i r re gloar i
Wilhelms Scream: dopo due minuti dai colpi di sonar si sollevano bit di lava che deformano il vinile con la ritmica che zoppica nella sua tentazione techno
I Never Learnt To Share: le beghe familiari, gli hit rissonantimodulari, il finale zanzarista
Lindesfarne 1 / 2: le settantadue voci si spogliano dei filtri e dei processi e li appoggiano sui bassi dove capita
Limit To Your Love: il basso martella mononota a smorzare tutto il core
Give Me My Month: l'ultima frase
To Care (Like You): la voce che cambia cento sessi. Mount Kimbie? Burial? Viva i mononota impulsivi
Why Don't You Call Me: quando salta il cd/mp3/vinile perché ha paura degli ululati. What I Am, whatiam, w h a t i a m?
I Mind: in loop coi monosillabi. Lui bada o lui mente?
Measurements: era qui, prima di tutto
(ok, forse ho nascosto qualcosa lì in mezzo)
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8.11.10
Yangns
(che suona un po' come young guns, young ones, young unz, young gones)
Giovedì scorso, serata di apertura di Club To Club X-ima edizione
Trascuro il live al Carignano dei Plaid coi suonatori inglesi di pentole indonesiane (video esplicativo) e comincio direttamente dal Mirafiori Motor Village.
Andrea Frola apre la serata con un set di carezze disco-house e cede la scena a Floating Points con il rallentamento orgasmico di Lil Louis. Se avete letto un qualsiasi articolo su Sam Shepard, saprete bene che tutti puntano sul fatto che mentre vorrebbe tanto diventare il Moodymann inglese, tra hittoni digitalnegri e jam session funk suonate e cantate è impegnato in un PhD in farmacologia sul tema regolazione del dolore a livello di microRNA. Il caro vecchio luogo comune che sai i musicisti elettronici sono tutti un po' scienziati pazzi. Floating Points sembra invece il prototipo del ventenne rosso inglese che non pensi possa esistere fuori da un pub con la pinta in mano o dalla curva del Manchester (City? Utd? E invece nessuno dei due, in un'intervista ha dichiarato "Sono cresciuto in un quartiere di Manchester vicino al vecchio stadio Trafford (ahah per la traduzione), assistendo a molta più violenza di altri ragazzini. Quindi ho sviluppato un'antipatia per il calcio e sono rimasto a casa a suonare il pianoforte."). Per farla breve apre e chiude un set ultravinylistico con lo stesso pezzo brasilian-saudade con voce femminile che purtroppo non riconosco, per più di metà del tempo mette in sequenza un misto di crostoni e b-side funk, soul, jazz e garage con mixato netto e/o non in battuta e inspiegabili togli-tutte-le-frequenze tranne i 70khz rimetti-tutte-le-frequenze e solo dopo aver creato un'atmosfera strana ma feelgood, comincia a iniettare prima della house primigenia e poi dei pezzi techno tondi e a loro modo neri tra i James Brown meno noti, i pezzi afrojazz e gli Scott Groovoni. Una dichiarazione ovvia di giovinezza e di amore per le radici, che purtroppo ha messo in secondo piano il suo ruolo nel filtare quelle cose con freschezza.
Vacuum Boogie by floatingpoints
Subito dopo sfoggiando una sagoma e un ciuffo a suo modo nazistoide, Joy Orbison prende il possesso del mixer e lancia Gipsy Woman di Cristal Waters (sì, la ra li la ra la, mo m'pighhj' a Nicolett', ca m' suonn' la trombett'). Tutta la prima parte del suo set è farcita di house ultra funky al limite della step inglese. Poi purtroppo si incattivisce e la funky house diventa quella cafona inglese odierna coi synth scorreggioni-rave e le ritmiche che mi innervosiscono. Fortunatamente il finale è tutto nelle sue corde di produttore, con ritmiche spezzate, bassi e synth profondi e i suoi pezzi migliori. Il sorriso ritorna e si è pronti ad affrontare il giusto riposo in vista del tour de force dei due giorni successivi.
Joy Orbison - Hyph Mngo [HFT009] by Hotflush
Giovedì scorso, serata di apertura di Club To Club X-ima edizione
Trascuro il live al Carignano dei Plaid coi suonatori inglesi di pentole indonesiane (video esplicativo) e comincio direttamente dal Mirafiori Motor Village.
Andrea Frola apre la serata con un set di carezze disco-house e cede la scena a Floating Points con il rallentamento orgasmico di Lil Louis. Se avete letto un qualsiasi articolo su Sam Shepard, saprete bene che tutti puntano sul fatto che mentre vorrebbe tanto diventare il Moodymann inglese, tra hittoni digitalnegri e jam session funk suonate e cantate è impegnato in un PhD in farmacologia sul tema regolazione del dolore a livello di microRNA. Il caro vecchio luogo comune che sai i musicisti elettronici sono tutti un po' scienziati pazzi. Floating Points sembra invece il prototipo del ventenne rosso inglese che non pensi possa esistere fuori da un pub con la pinta in mano o dalla curva del Manchester (City? Utd? E invece nessuno dei due, in un'intervista ha dichiarato "Sono cresciuto in un quartiere di Manchester vicino al vecchio stadio Trafford (ahah per la traduzione), assistendo a molta più violenza di altri ragazzini. Quindi ho sviluppato un'antipatia per il calcio e sono rimasto a casa a suonare il pianoforte."). Per farla breve apre e chiude un set ultravinylistico con lo stesso pezzo brasilian-saudade con voce femminile che purtroppo non riconosco, per più di metà del tempo mette in sequenza un misto di crostoni e b-side funk, soul, jazz e garage con mixato netto e/o non in battuta e inspiegabili togli-tutte-le-frequenze tranne i 70khz rimetti-tutte-le-frequenze e solo dopo aver creato un'atmosfera strana ma feelgood, comincia a iniettare prima della house primigenia e poi dei pezzi techno tondi e a loro modo neri tra i James Brown meno noti, i pezzi afrojazz e gli Scott Groovoni. Una dichiarazione ovvia di giovinezza e di amore per le radici, che purtroppo ha messo in secondo piano il suo ruolo nel filtare quelle cose con freschezza.
Vacuum Boogie by floatingpoints
Subito dopo sfoggiando una sagoma e un ciuffo a suo modo nazistoide, Joy Orbison prende il possesso del mixer e lancia Gipsy Woman di Cristal Waters (sì, la ra li la ra la, mo m'pighhj' a Nicolett', ca m' suonn' la trombett'). Tutta la prima parte del suo set è farcita di house ultra funky al limite della step inglese. Poi purtroppo si incattivisce e la funky house diventa quella cafona inglese odierna coi synth scorreggioni-rave e le ritmiche che mi innervosiscono. Fortunatamente il finale è tutto nelle sue corde di produttore, con ritmiche spezzate, bassi e synth profondi e i suoi pezzi migliori. Il sorriso ritorna e si è pronti ad affrontare il giusto riposo in vista del tour de force dei due giorni successivi.
Joy Orbison - Hyph Mngo [HFT009] by Hotflush
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28.10.10
Dita incrociate
Le premesse sono enormi. Prendete il decennale del miglior festival elettronico italiano, ammantatelo di scaramanzia e raccogliete il meglio di bassi, tchktss, droni, voci, campanelli e fantasmi e il risultato sarà Club To Club: The X Superstition. Anticipato dalle anteprime milanesi e quest'anno in parallelo a Istanbul (con tanto di nazar boncuğu augurale, si vede che ho passato mezzo agosto in Turchia e indosserò apposita t-shirt), il Club To club percorrerà tutta Torino dal 4 al 7 Novembre.
Giovedì 4 si parte dal grembo del Teatro Carignano ripieno dei suonatori di gamelan che accompagneranno i Plaid e si proseguirà al Mirafiori Motor Village con Floating Points, Joy Orbison e Andrea Frola.
Venerdì 5 il Carignano sarà infestato dalla Hyperdub, dal fantasma di Burial "suonato" dal suo capo Kode9 e dal bass-pop sconfitto dei Darkstar. La notte partirà come al solito in parallelo con tutto il corollario di scelte difficili: all'Hiroshima accompagnati dagli italiani DJ Pandaj, Sweet Life Society, Les Fleurs USB e Loser toccheranno ferro legno e tutto il resto i live di Four Tet, Caribou e Kings Midas Sound; al Supermarket aleggerà il mascherato Olof dei Knife as Ony Ayhun che precederà o seguirà le quattro ore del nuovo progetto di Jeff Mills; al Gamma il Po farà da sottofondo a Jamie Jones, Marcelo Tag, Step & Rills.
Sabato 6 al Museo di Scienze Naturali di pomeriggio i live bordercomunicanti di Luke Abbott, Kate Wax e Vaghe Stelle faranno da preludio al gran finale al Lingotto con i live di Modeselektor, Shackleton e Shed e i djset di James Holden, Marcel Dettmann, Cassius, Jamie degli XX, Riva Starr, Giorgio Valletta e Patrick Di Stefano.
Domenica 7 infine si zombeggierà col dj set di Rob Hall e i droni di Oneohtrix Point Never.
Completeranno il tutto il finale del concorso Musica 2061, l'ospitata turca di The &, gli aperitivi in giro per la città e la conferenza sui festival di musica elettronica Electronic PIL.
Portatevi i corni e giocatevi questi numeri al lotto: , , , , .
Bowls (Holden Remix) by Caribou
Giovedì 4 si parte dal grembo del Teatro Carignano ripieno dei suonatori di gamelan che accompagneranno i Plaid e si proseguirà al Mirafiori Motor Village con Floating Points, Joy Orbison e Andrea Frola.
Venerdì 5 il Carignano sarà infestato dalla Hyperdub, dal fantasma di Burial "suonato" dal suo capo Kode9 e dal bass-pop sconfitto dei Darkstar. La notte partirà come al solito in parallelo con tutto il corollario di scelte difficili: all'Hiroshima accompagnati dagli italiani DJ Pandaj, Sweet Life Society, Les Fleurs USB e Loser toccheranno ferro legno e tutto il resto i live di Four Tet, Caribou e Kings Midas Sound; al Supermarket aleggerà il mascherato Olof dei Knife as Ony Ayhun che precederà o seguirà le quattro ore del nuovo progetto di Jeff Mills; al Gamma il Po farà da sottofondo a Jamie Jones, Marcelo Tag, Step & Rills.
Sabato 6 al Museo di Scienze Naturali di pomeriggio i live bordercomunicanti di Luke Abbott, Kate Wax e Vaghe Stelle faranno da preludio al gran finale al Lingotto con i live di Modeselektor, Shackleton e Shed e i djset di James Holden, Marcel Dettmann, Cassius, Jamie degli XX, Riva Starr, Giorgio Valletta e Patrick Di Stefano.
Domenica 7 infine si zombeggierà col dj set di Rob Hall e i droni di Oneohtrix Point Never.
Completeranno il tutto il finale del concorso Musica 2061, l'ospitata turca di The &, gli aperitivi in giro per la città e la conferenza sui festival di musica elettronica Electronic PIL.
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Bowls (Holden Remix) by Caribou
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13.10.10
Love Is In The Night Air

Il ragazzo londinese bianco con la chitarra in mano è un cantante soul anche se non sembra. Burial lo aveva remixato alle prese con lo standard Wayfaring Stranger. I due non si sono persi di vista e hanno collaborato a un singolo. O per meglio dire questo è diventato quanto si sente sopra: un fantasma amichetto di Burial si avvicina e riesci a sentire un suo discorso compiuto? Northern soulful house? Burial farebbe suonare così pure Toto Cutugno? Se Benga ci ha provato con Katy B, questo è il momento di occupare RTL102.5. Ad ogni modo a completare la confezione arriva anche un funzionalissimo refix di Ramadanman che per Halloween si traveste da Four Tet.
Night Air (Ramadanman Refix) by woon
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16.11.09
Febbra
Devastato da una settimana di influenza (seria-non-suina) che continua, colgo dieci secondi per una segnalazione in saccoccia da ormai una settimana (e incredibile ma vero nel mondo del super hype c'è ancora spazio per maturare una settimana di ascolti di qualcosa non ufficiale senza che il web ne sia impestato. sarà l'influenza).
James Blake ha la faccia da bambino delle barrette Kinder. Suona nei Mount Kimbie (e se siete miei frequentatori non vi devo spiegazioni), ma da poco è partita anche la sua carriera solista con un singolo su Hemlock. Musica figa che nasce dai bassi (ok, il dubstep non esiste più), ma James facciadibambino di soppiatto sempre più spesso aggiunge un elemento straniante per il genere. Canta. Nel maggio scorso per aprire e chiudere un mix per Electronic Explorations cantava (una cover di Limit To Your Love di Feist per aprire e un'imprecisata I Never Learnt To Share alla fine). In questi giorni invece circola una sua dubplate intitolata Measurements che nell'escalation paracetamolo-antibiotici-cortisonici e nella riduzione continua tra una misurazione della temperatura e l'altra aspira ai fumi dolenti di certi classici (Tim Buckley o l'Anthony meno insopportabile) mentre sullo sfondo le godurie produttive del dubstep vengono applicate ad elementi classici (gli stop e le ripartenze coi controcanti basso-diffratti, lo spezzatino di elementi, l'atmosfera per sottrazione). Sette giorni e la febbra non passa.

James Blake ha la faccia da bambino delle barrette Kinder. Suona nei Mount Kimbie (e se siete miei frequentatori non vi devo spiegazioni), ma da poco è partita anche la sua carriera solista con un singolo su Hemlock. Musica figa che nasce dai bassi (ok, il dubstep non esiste più), ma James facciadibambino di soppiatto sempre più spesso aggiunge un elemento straniante per il genere. Canta. Nel maggio scorso per aprire e chiudere un mix per Electronic Explorations cantava (una cover di Limit To Your Love di Feist per aprire e un'imprecisata I Never Learnt To Share alla fine). In questi giorni invece circola una sua dubplate intitolata Measurements che nell'escalation paracetamolo-antibiotici-cortisonici e nella riduzione continua tra una misurazione della temperatura e l'altra aspira ai fumi dolenti di certi classici (Tim Buckley o l'Anthony meno insopportabile) mentre sullo sfondo le godurie produttive del dubstep vengono applicate ad elementi classici (gli stop e le ripartenze coi controcanti basso-diffratti, lo spezzatino di elementi, l'atmosfera per sottrazione). Sette giorni e la febbra non passa.

Measurements - James Blake
3.11.09
Meglio di no (se non si è capito: il Momevent Festival - Parte Seconda)
Cose che invece che a un festival ti fanno sentire a una serata organizzata da un gruppo di PR. Palazzetto Isozaki (dal nome dell’architetto). Ora primo live previsto: ore 21.30. Ora ingresso ai possessori di prevendita: 22.48. Ora primo live: 23.00. Un quarantenne, vestitissimo e sciarpatissimo di cachemirissimo, notandomi come unico interessato al concerto mentre corre via mi chiede “Ci conosciamo?”. Sentendomi dentro Boris (ho pagato un abbonamento anche per stasera e per stasera me ne pentirò), dico “penso proprio di no”. Gli A Mountain Of One fanno quella musica che è un misto della musica di merda della seconda parte degli anni Ottanta con tante cose belle come le atmosfere baleariche, le tentazioni disco e le divagazioni kraute. Purtroppo dal vivo assecondano la merda soft rock. Completamente live (primo chitarrista che sembra uscito dai Franz Ferdinand, bassista stagista, cantante secondo chitarrista acustico merdone anni Ottanta, vocalist finto-negra e uomo più grande degli altri che manovra un cdj, un pad e dei controller), raccolgono un pubblico composto da me, qualche altro come me, i distratti pochi già presenti e un gruppetto di sedicenni pallettati osannnanti. Non so se mi irritino più le schitarrate acustiche con un volume troppo alto, il cantato melodrama, gli assoli del franzferdinando o le atmosfere pseudo-western di 2/3 dei pezzi (ah, quello che erano i Labradford di Mi Media Naranja). Solo il pezzo con la ritmica disco ha un senso. Il pubblico si dirada e loro terminano con fatica e io mi chiedo come si faccia a suonare davanti al vuoto.

Mezza e mezza. Mi sento al concerto dei Tokyo Hotel, ma anzi no, è qualcosa di più. Tutte le sedicenni si radunano davanti al palco per il live dei Motel Connection. Foto e urletti e i tre che siccome sono quarantenni e si vergognano di fare una cosa che una volta era pseudo-avant, ora la buttano in caciara e sono sopra il tavolo semi-circolare e ballano chi mostrando la panzé, chi facendo le facce, chi ricordandosi di essere troppo per tutte queste cose. Comunque su Two è scattata la lacrimuccia.

Derrick May ha paura e mena. Niente sfumature o anima, alla fine è il primo e la sala verde ha più gente e dovreste sentirli, quelli che ci sono: quando arriva Lusiano? Troppe botte, Derrick May ripete per una decina di volte un togli cassa anomalo e sbilenco ma sempre uguale e io non riesco ad apprezzare, forse è troppo potente il sound system e non ne ho voglia e solo due volte arriva un sassofono a screziare, uno dei quali mi sembra dei dOP. Le prime file sollevano uno striscione: Los Ninos De Fuera. Due o tre pezzi di back to back e Luciano arriva con i vocalizzi Eliza-pygmalionici appunto di Los Niños De Fuera. È delirio, ma tolto questo e altri due pezzi del nuovo disco sembra di essere un anno e mezzo fa al Fabric. La prima volta pensi che sia una rottura di schemi ma due anni dopo è lo spettacolo della rottura degli schemi. Avrebbe ancora motivo, penso, se avesse il senso di un live che deve raggiungere tutti nel suo messaggio di personalizzazione della minimal etcetera etcetera. Nella realtà, con i fedeli che fanno il cuoricino con le mani e lui svizzero-finto-sudamericano che risponde, ti rendi conto che tutto è collaudatissimo e uguale al 2008 con le trombette le fraschette e i tric trac, se non fosse che ora sai i nomi dei pezzi che poi sono diventati La Mezcla o Caminando (che-avrebbe-dovuto-essere-caminhando) e adesso c’è l’orrida cover chipmunks di Lumidee al posto di Rez. Qualche altro pezzo di back to back con Derrick May e poi appunto il finale. Di seguito l’originale, perché per recuperare la potenza politica del canto sotto il regime brasiliano che costò l'esilio allo zio di Villalobos serve un video della cantante Nicole che è stata utilizzata da Reboot e che nell’85 in Argentina mentre il Brasile tornava a un minimo di democrazia con l’occhio dell’alcool canta di mi Buenos Aires querido. Non c’è niente di peggio che svalutare i canti di libertà.

Nota di colore: mentre andavo verso l’auto alla fine della serata dall’altra parte di Corso Sebastopoli c’era soltanto un altro tizio e io guardavo verso di lui mezzo sorridente. Il bassista dei Motel Connection ha una pagina di wikipedia troppo fica.
Two - Motel Connection
Mezza e mezza. Mi sento al concerto dei Tokyo Hotel, ma anzi no, è qualcosa di più. Tutte le sedicenni si radunano davanti al palco per il live dei Motel Connection. Foto e urletti e i tre che siccome sono quarantenni e si vergognano di fare una cosa che una volta era pseudo-avant, ora la buttano in caciara e sono sopra il tavolo semi-circolare e ballano chi mostrando la panzé, chi facendo le facce, chi ricordandosi di essere troppo per tutte queste cose. Comunque su Two è scattata la lacrimuccia.
Derrick May ha paura e mena. Niente sfumature o anima, alla fine è il primo e la sala verde ha più gente e dovreste sentirli, quelli che ci sono: quando arriva Lusiano? Troppe botte, Derrick May ripete per una decina di volte un togli cassa anomalo e sbilenco ma sempre uguale e io non riesco ad apprezzare, forse è troppo potente il sound system e non ne ho voglia e solo due volte arriva un sassofono a screziare, uno dei quali mi sembra dei dOP. Le prime file sollevano uno striscione: Los Ninos De Fuera. Due o tre pezzi di back to back e Luciano arriva con i vocalizzi Eliza-pygmalionici appunto di Los Niños De Fuera. È delirio, ma tolto questo e altri due pezzi del nuovo disco sembra di essere un anno e mezzo fa al Fabric. La prima volta pensi che sia una rottura di schemi ma due anni dopo è lo spettacolo della rottura degli schemi. Avrebbe ancora motivo, penso, se avesse il senso di un live che deve raggiungere tutti nel suo messaggio di personalizzazione della minimal etcetera etcetera. Nella realtà, con i fedeli che fanno il cuoricino con le mani e lui svizzero-finto-sudamericano che risponde, ti rendi conto che tutto è collaudatissimo e uguale al 2008 con le trombette le fraschette e i tric trac, se non fosse che ora sai i nomi dei pezzi che poi sono diventati La Mezcla o Caminando (che-avrebbe-dovuto-essere-caminhando) e adesso c’è l’orrida cover chipmunks di Lumidee al posto di Rez. Qualche altro pezzo di back to back con Derrick May e poi appunto il finale. Di seguito l’originale, perché per recuperare la potenza politica del canto sotto il regime brasiliano che costò l'esilio allo zio di Villalobos serve un video della cantante Nicole che è stata utilizzata da Reboot e che nell’85 in Argentina mentre il Brasile tornava a un minimo di democrazia con l’occhio dell’alcool canta di mi Buenos Aires querido. Non c’è niente di peggio che svalutare i canti di libertà.
Nota di colore: mentre andavo verso l’auto alla fine della serata dall’altra parte di Corso Sebastopoli c’era soltanto un altro tizio e io guardavo verso di lui mezzo sorridente. Il bassista dei Motel Connection ha una pagina di wikipedia troppo fica.
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2.11.09
Metalmeccanicheadz
Che bella la cassa integrazione al venerdì che consente di poter far tardi il giovedì per sentire il djset di Omar S (ma sarei andato comunque). Me l’immagino già la scena: io spiego ad Omar S cos’è la cassa integrazione e lui che si incazza e mi dice “Ma tu lo sai cos’è stato per Ford The Way Forward?”.
(Piccola parentesi per quelli che leggono ma non sanno chi si sia Omar S: tra i santoni della techno/house di Detroit, lui è quello che lavora ancora in catena di montaggio alla Ford, controllo qualità dei pezzi. Fa musica in bilico tra funk e meccanicità, anima e robotica, ma poi si lancia in interviste, spesso incoerenti tra loro, in cui insulta tutto e tutti e sembra solo un allupato del soldo e della tastiera)
Dalla zona della pista dove mi trovo non lo si vede: il Giancarlo2 ha una console su una piccionaia sopraelevata e solo alcuni posti consentono l’eye-contact dj-pubblico. Quando salgo le scale per dare un’occhiata (si può, niente zona combriccole tipo quelle dei due giorni successivi) Omar S ha proprio quel grugno delle foto promozionali da “vaffanculo stronzi” che è l’esatto contrario delle buone sensazioni che vengono fuori da quello che passa. Il filo cosmico iniziale attera sulla house di Chicago, aumenta per poco la massa con una sequenza più vicina alla techno e all’acidità per poi ritornare al soul. Sempre morbidissimo, pieno di classi-coni e di molti pezzi suoi perché come sapete la musica nuova fa cagare e anche gran parte della vecchia, se non è la sua. Rido tra me e me e mi chiedo se sa di aprire per un festival gemellato coll’odiato DEMF in cui ci saranno tanti degli stronzi che ha preso di mira nelle interviste e che la gente non paga per sentirlo. (Se non si è capito Omar S mi diverte assai)
Siccome Omar S però non sopporta gli stronzi che su internet gli rubano dei soldi mettendo i suoi mp3 così che la gente del terzo mondo se li scarica invece che comprarli, in onore del fatto che sono tornato a piedi dai Murazzi a Corso Francia (dannata sostitutiva della metro che parte alle cinque) canticchiando il sample del suo ultimo pezzo e dato che in un’intervista a Fact Magazine chiuse in maniera completamente slegata dal pippone sull’io-padrone-di-me-stesso dicendo “Oh, and something else that you might want to throw in there, I don't how you can fit this in, but – you know who Florence Ballard is? From The Supremes? I was related to her, if you want to put that in. She was an aunt of mine. I ain’t never told anybody that before.” niente mp3, ma il video del gruppo della zia che canta il sample del pezzo del nipote.
(Piccola parentesi per quelli che leggono ma non sanno chi si sia Omar S: tra i santoni della techno/house di Detroit, lui è quello che lavora ancora in catena di montaggio alla Ford, controllo qualità dei pezzi. Fa musica in bilico tra funk e meccanicità, anima e robotica, ma poi si lancia in interviste, spesso incoerenti tra loro, in cui insulta tutto e tutti e sembra solo un allupato del soldo e della tastiera)
Dalla zona della pista dove mi trovo non lo si vede: il Giancarlo2 ha una console su una piccionaia sopraelevata e solo alcuni posti consentono l’eye-contact dj-pubblico. Quando salgo le scale per dare un’occhiata (si può, niente zona combriccole tipo quelle dei due giorni successivi) Omar S ha proprio quel grugno delle foto promozionali da “vaffanculo stronzi” che è l’esatto contrario delle buone sensazioni che vengono fuori da quello che passa. Il filo cosmico iniziale attera sulla house di Chicago, aumenta per poco la massa con una sequenza più vicina alla techno e all’acidità per poi ritornare al soul. Sempre morbidissimo, pieno di classi-coni e di molti pezzi suoi perché come sapete la musica nuova fa cagare e anche gran parte della vecchia, se non è la sua. Rido tra me e me e mi chiedo se sa di aprire per un festival gemellato coll’odiato DEMF in cui ci saranno tanti degli stronzi che ha preso di mira nelle interviste e che la gente non paga per sentirlo. (Se non si è capito Omar S mi diverte assai)
Siccome Omar S però non sopporta gli stronzi che su internet gli rubano dei soldi mettendo i suoi mp3 così che la gente del terzo mondo se li scarica invece che comprarli, in onore del fatto che sono tornato a piedi dai Murazzi a Corso Francia (dannata sostitutiva della metro che parte alle cinque) canticchiando il sample del suo ultimo pezzo e dato che in un’intervista a Fact Magazine chiuse in maniera completamente slegata dal pippone sull’io-padrone-di-me-stesso dicendo “Oh, and something else that you might want to throw in there, I don't how you can fit this in, but – you know who Florence Ballard is? From The Supremes? I was related to her, if you want to put that in. She was an aunt of mine. I ain’t never told anybody that before.” niente mp3, ma il video del gruppo della zia che canta il sample del pezzo del nipote.
6.3.09
Più in basso del cielo
Scena 1: questo è quanto, ti abbiamo fregato. Inventatene una, se sei capace
Scena 2: ragazzine e ragazzini ballano la sigla di College e non erano nati quando tu lo vedevi alla tivù
Scena 3: The Mole! The Mole! The Mole! L’ultimo giorno il basso fu la speranza

Mai martedì fu più magro. Non sappiamo ancora il finale, ma siamo pronti a scrivere il terzo episodio della saga Cassa Disintegrata / Settimana Corta. Se avete una proposta in ambito intrattenimento da almeno duemila teste prenderò in considerazione anche voi. In poche parole niente Loco Dice che fa il Loco Dice di buon gusto. C’era un motivo, c’era.

Venerdì, primo di quaresima, non si dovrebbe fosforescere. Se pensate come me che fossero tristi i Bugged Out milanesi dell’anno scorso con le mezze calzette e Uffie all’Hollywood e il fluo e le kefiah fuori tempo massimo, non avete idea di cosa possa essere vedere tutto ciò oggi nella BAT provincia (non quella di Batman, quella di Barletta-Andria-Trani). Ti dici pure che c’avranno diciannove anni e avranno il diritto una volta ogni due mesi di sognarsi stylish e abdicare alla vittoria storica di Fabio Fazio e dei gilet. Poi però arriva un vocalist. UN VOCALIST. Con l’occhiale finto sfigato che urla come un ossesso come un personaggio di Fabio De Luigi. Io quando vado alle serate techno avrò pure intorno qualche ragazzino con la cresta, ma fortunatamente nessun vocalist rompe i coglioni. Nonlodireanessunononlodireanessuno, vaffanculo io lo dico a tutti. Fossi stato in Borut non so come avrei reagito. Tanto era il cattivo sangue, che alla fine ho apprezzato solo a sprazzi il suo set, soprattutto nelle parti che suonavano più di vecchio e del discone o che tentavano incisi minimalosi. I funzionali remix dei Soulwax e le svisate più londinesi (o milanesi?) come si sa ormai mi lasciano un po’ freddo e per il futuro dei Furano spero che non si indugi più di tanto da quelle parti. Hang the vocalist, comunque.

Sabato invece puro piacere. Il mio solito ingresso ad apertura porte avviene sul tepore crepitante di Freaky Mutha F_cker di Moody(mann) e The Mole è già lì che gioca a ping pong con Andrea Fiorito. Non saranno i fuochi d’artificio di cui si dice per i live set del canadese (compagno di merende della cricca Jonson/Cobblestone Jazz, uno dei miei favoriti dell’anno scorso con la sua destrutturazione/ricomposizione dell’house in salsa cosmica, un supergruppo tra Avalanches e Lindstrøm concentrato in un’unica pesona), ma quattro ore di back to back a tali livelli ripagano ampiamente della mancanza. Pur concedendosi entrambi un po’ quello che vogliono, è subito chiaro che Fiorito avrà tra le sue incombenze quella di mantenere il contatto con le necessità del pubblico, caricando ogni tanto i toni e mantenendo fluidità al tutto. Il risultato è che l’intricatezza di As High As The Sky viene svolta nei fondamenti in un misto di polvere d’angelo disco, break scintillanti e bassi bollenti. Nonostante l’aria a dir poco cazzeggiona, il buon Colin De La Plante ha mostrato una notevole pulizia tecnica, rovinata semmai dal ricorso all’equalizzatore, unico effetto impiegato in modalità togli i bassi prima delle parti senza bassi. Finisce tutto presto per il solito, col consueto gesto del proprietario quando il bar langue e senza un finale vero e proprio, ma ce ne vorrebbero di serate come queste capaci di carezzare e alleviare almeno un po’ le mazzate che arrivano, ormai, sempre più grosse.

Scena 2: ragazzine e ragazzini ballano la sigla di College e non erano nati quando tu lo vedevi alla tivù
Scena 3: The Mole! The Mole! The Mole! L’ultimo giorno il basso fu la speranza
Mai martedì fu più magro. Non sappiamo ancora il finale, ma siamo pronti a scrivere il terzo episodio della saga Cassa Disintegrata / Settimana Corta. Se avete una proposta in ambito intrattenimento da almeno duemila teste prenderò in considerazione anche voi. In poche parole niente Loco Dice che fa il Loco Dice di buon gusto. C’era un motivo, c’era.
Venerdì, primo di quaresima, non si dovrebbe fosforescere. Se pensate come me che fossero tristi i Bugged Out milanesi dell’anno scorso con le mezze calzette e Uffie all’Hollywood e il fluo e le kefiah fuori tempo massimo, non avete idea di cosa possa essere vedere tutto ciò oggi nella BAT provincia (non quella di Batman, quella di Barletta-Andria-Trani). Ti dici pure che c’avranno diciannove anni e avranno il diritto una volta ogni due mesi di sognarsi stylish e abdicare alla vittoria storica di Fabio Fazio e dei gilet. Poi però arriva un vocalist. UN VOCALIST. Con l’occhiale finto sfigato che urla come un ossesso come un personaggio di Fabio De Luigi. Io quando vado alle serate techno avrò pure intorno qualche ragazzino con la cresta, ma fortunatamente nessun vocalist rompe i coglioni. Nonlodireanessunononlodireanessuno, vaffanculo io lo dico a tutti. Fossi stato in Borut non so come avrei reagito. Tanto era il cattivo sangue, che alla fine ho apprezzato solo a sprazzi il suo set, soprattutto nelle parti che suonavano più di vecchio e del discone o che tentavano incisi minimalosi. I funzionali remix dei Soulwax e le svisate più londinesi (o milanesi?) come si sa ormai mi lasciano un po’ freddo e per il futuro dei Furano spero che non si indugi più di tanto da quelle parti. Hang the vocalist, comunque.

Sabato invece puro piacere. Il mio solito ingresso ad apertura porte avviene sul tepore crepitante di Freaky Mutha F_cker di Moody(mann) e The Mole è già lì che gioca a ping pong con Andrea Fiorito. Non saranno i fuochi d’artificio di cui si dice per i live set del canadese (compagno di merende della cricca Jonson/Cobblestone Jazz, uno dei miei favoriti dell’anno scorso con la sua destrutturazione/ricomposizione dell’house in salsa cosmica, un supergruppo tra Avalanches e Lindstrøm concentrato in un’unica pesona), ma quattro ore di back to back a tali livelli ripagano ampiamente della mancanza. Pur concedendosi entrambi un po’ quello che vogliono, è subito chiaro che Fiorito avrà tra le sue incombenze quella di mantenere il contatto con le necessità del pubblico, caricando ogni tanto i toni e mantenendo fluidità al tutto. Il risultato è che l’intricatezza di As High As The Sky viene svolta nei fondamenti in un misto di polvere d’angelo disco, break scintillanti e bassi bollenti. Nonostante l’aria a dir poco cazzeggiona, il buon Colin De La Plante ha mostrato una notevole pulizia tecnica, rovinata semmai dal ricorso all’equalizzatore, unico effetto impiegato in modalità togli i bassi prima delle parti senza bassi. Finisce tutto presto per il solito, col consueto gesto del proprietario quando il bar langue e senza un finale vero e proprio, ma ce ne vorrebbero di serate come queste capaci di carezzare e alleviare almeno un po’ le mazzate che arrivano, ormai, sempre più grosse.

Sunglasses (Scuola Furano@Night Remix) - 0131
Ain't The Way It's Supposed To Be - The Mole
Ain't The Way It's Supposed To Be - The Mole
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una carriera stroncata
5.12.08
Do you believe in Love after Kanye?
21.10.08
Terra Nostra
Il viaggio di Inkiostro/Batteria Ricaricabile negli episodi-pilota in musica delle serie più trascurate dalla maggioranza modaiola continua con Terra Nostra. Sfortunata nella collocazione iniziale su una rete secondaria, la storia degli emigranti italiani in Brasile ha saputo più che raddoppiare i suoi fedelissimi nel tempo. Per raccontarla sono qui con noi Kanye, sedici cavalli di potenza, la delocalizzazione del gospel, un Mark Lanegan dolente come un Johnny Cash della techno, la terra promessa, gli Eurythmics, il Brasile.

Terra Nostra (MP3)
Tracklist:
Promise Land - Kanye West & Malik Yusef
Wayfaring Stranger - 16 Horsepower
Wayfaring Stranger (Burial Remix) - Jamie Woon
Black River (Gui Boratto Remix) - Bomb The Bass feat. Mark Lanegan
Promise Land (Pilooski Edit) - Findlay Brown
Love Is A Stranger (Coldcut Remix) - Eurythmics
A Minha Menina (live at Barbican) - Os Mutantes
(Il precedente pilota, Senza Traccia, ora con playlist)
Tracklist:
Promise Land - Kanye West & Malik Yusef
Wayfaring Stranger - 16 Horsepower
Wayfaring Stranger (Burial Remix) - Jamie Woon
Black River (Gui Boratto Remix) - Bomb The Bass feat. Mark Lanegan
Promise Land (Pilooski Edit) - Findlay Brown
Love Is A Stranger (Coldcut Remix) - Eurythmics
A Minha Menina (live at Barbican) - Os Mutantes
(Il precedente pilota, Senza Traccia, ora con playlist)
1.8.08
Pure qualcosa di noi resterà
Come una tv di second’ordine vi lascio con le repliche. I quattro episodi di DisKoInKiostro raccolti in un comodo post-cofanetto da far invidia alla raccolta de Una Rotonda Sul Mare sono per la prima volta raggiungibili direttamente da qui senza passare da chi ha reso possibile tale insensatezza.

Come appendice bonus vi lascio con la segnalazione dei cinque pezzi profondissimi che nell’ultima settimana avrebbero formato l’encore se solo ci fosse stato il tempo. Ricordate la crema protettiva e ci si ribecca tra qualche giorno.


DisKoInKiostro Vol.1 - (tracklist)
DisKoInKiostro Vol.2 (Trainscoppola) - (tracklist)
La Gigantesca Scritta DisKoInKiostro Vol.3 - (tracklist)
DisKoInKiostro Vol.4 – La Fine - (tracklist)
DisKoInKiostro Vol.2 (Trainscoppola) - (tracklist)
La Gigantesca Scritta DisKoInKiostro Vol.3 - (tracklist)
DisKoInKiostro Vol.4 – La Fine - (tracklist)
Come appendice bonus vi lascio con la segnalazione dei cinque pezzi profondissimi che nell’ultima settimana avrebbero formato l’encore se solo ci fosse stato il tempo. Ricordate la crema protettiva e ci si ribecca tra qualche giorno.

D.P.O.M.B. (Version 2) - Âme & Heinrik Schwartz & Dixon
Minimal (Original Mix) - Matias Aguayo
Plastik (Todd Terje Türkatech Remix) - Simon Baker
Uptown (Weatherall Remix) - Primal Scream
Quello Che Conta - Luigi Tenco
Minimal (Original Mix) - Matias Aguayo
Plastik (Todd Terje Türkatech Remix) - Simon Baker
Uptown (Weatherall Remix) - Primal Scream
Quello Che Conta - Luigi Tenco
14.4.08
Cattivo ma anche buono come adesso, non lo sono stato mai
Vedo molta liquefazione romantica in giro per Walter (il nome e basta, è d'obbligo). Tutti commossi, e mi viene in mente l'accoglienza trionfale che certi ambienti hanno tributato al nuovo Jamie Lidell. A me il nuovo Lidell non scende giù per la sua eccessiva pulizia e classicità, per quel calore così diretto e ovvio che non riesco a sentire. Invece mi viene in mente un piccolo progetto ai più ignoto, Echohce. Lidell che pattoneggia + un ex Einstürzende Neubauten + un generatore semantico di testi + otto stampanti, live. Anche io ho votato Walter-Jamie, ma il Walter-Jamie che conferisce calore matematico e bionico a una versione sintentizzata di ciò che tutti vogliamo sentirci dire. Un lato oscuro comunicativo, che è oltre i miserrimi paragoni col berlusconismo.
Leaving (Untouched) - FM Einheit
Revolution (Shon) - FM Einheit
Leaving (Untouched) - FM Einheit
Revolution (Shon) - FM Einheit
17.3.08
Puntini di sospensione
Sono vivo. Se tutto va bene, dalle prossime settimane potrò anche tornare più spesso da queste parti. Ovvero via da Torino, dai live di Tiger Stripes, Shout Out Louds, 2000 And One e dell’I Am Festival (con Funk’d’Void, Los Hermanos, Fumiya Tanaka, A Guy Called Gerald, Ananda ed Eulberg)
Una volta c’erano nei pub i gruppi di diciottenni che scopiazzavano Sonic Youth e Blonde Redhead. Oggi sei passato ai club e i diciottenni imitano in console Nathan Fake, persino nella capigliatura pennellona. Una volta andavi a vedere al Cinema Massimo il film muto Dans La Nuit musicato dai Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo. Oggi vai al King Kong MicroPlex a vedere Three Ages di Buster Keaton musicato da Jeff Mills.
Non sono potuto andare alla data torinese dei Baustelle. Tutto esaurito giorni prima. Io non sono abituato ai ‘tutto esaurito’. Con una forma di rimozione nervosa, per me il concerto non avviene più, così come nel caso di eventi a cui non si può partecipare. Alcuni credono di avere visto i Pixies quattro-cinque anni fa e invece si era trattato di allucinazione collettiva.
In compenso il giorno dopo sono andato a sentire Juan Atkins, l’uomo che con Model 500, Cybotron e un’altra dozzina di nomignoli ha segnato la transizione dall’electro funk alla techno di Detroit. Col cervello mangiato dagli alieni dei suoi pezzi, il succedersi impreciso dei consueti capisaldi aveva un che di spettrale. Pesante e techno nella prima parte, malinconicamente disco nella seconda. L’aria da revival in casi come questi è giustificabile, ma di fronte al rullo compressore di The Bells, alla lussuria di I Feel Love e all’unico pezzo del bis – quella Jaguar che risveglierebbe gli entusiasmi anche a una mandria di elefanti sedati – testa e cuore non superavano il contrasto tra pezzi oggettivamente “inutilizzabili” e l’effetto potente che continuano ad avere.
La settimana dopo, l’enorme fila davanti all’Hiroshima Mon Amour per gli Autechre è fatta di giovani, vecchi, sinistrati, cubiste del Club 21, manovalanza impiegatizia e uomini e donne di mezza età che non hanno superato indenni la frequentazione con le droghe chimiche della seconda metà degli anni Novanta. Sono solo le 22e30 e Rob Hall sfugge al concetto di djset di apertura con una techno molto inglese, acida ma rotonda, ritmicamente dritta ma ornata di break spezzati. I SND si presentano sul palco con due martelli pneumatici della Apple: per due minuti in mezzo mi sono divertito, per il resto credo che abbiano iniziato i lavori del nuovo capolinea della metro al Lingotto. Fortunatamente Rob Hall torna in scena alla destra del palco, mentre al centro attaccano i jack. Poi si fa buio. Buio nero. Niente schermi e visuals, niente strobo e riflettori, niente luce verde per le uscite di sicurezza. Gli Autechre cominciano spediti, ballabili e belli grassi. Il buio non va via. Se hanno degli schermi sono orizzontali e privi di illuminazione. Il concerto è il contrario di Quaristice, solido e continuo. Al primo rallentamento quasimelodico scoppia l’applauso. Ma tutto rimane buio. Ballano tutti, il live trasuda esperienza e mi chiedo se qualcuno ci avesse già pensato: più che inquietante quel buio sapeva di rimozione dell’inutile, dei capelli rosso finto, dei cardigan, dei jeans dentro gli stivali, dei pallini sui maglioni infeltriti, dei giubbotti di pelle nera, del vuoi qualcosa, del che mi dai un sorso, della chiacchiera in mezzo al concerto, dei flash delle macchine digitali, di tutti voi. Chiunque e qualunque cosa voi siate. Poi dopo un’ora senza cadute di tono le luci si sono riaccese sull’applauso e non si sono rispente per un bis. Rob Hall prende in consegna la ventina di persone che decide di restare per la sua chiusura, che non andrà oltre un’ulteriore gustosa mezzora. Sono le 2e30, tutto è finito e mentre torno a casa mi sembra di risentire di tre ore di fuso orario.
Rae - Autechre
Vessels In Distress - Model 500
Una volta c’erano nei pub i gruppi di diciottenni che scopiazzavano Sonic Youth e Blonde Redhead. Oggi sei passato ai club e i diciottenni imitano in console Nathan Fake, persino nella capigliatura pennellona. Una volta andavi a vedere al Cinema Massimo il film muto Dans La Nuit musicato dai Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo. Oggi vai al King Kong MicroPlex a vedere Three Ages di Buster Keaton musicato da Jeff Mills.
Non sono potuto andare alla data torinese dei Baustelle. Tutto esaurito giorni prima. Io non sono abituato ai ‘tutto esaurito’. Con una forma di rimozione nervosa, per me il concerto non avviene più, così come nel caso di eventi a cui non si può partecipare. Alcuni credono di avere visto i Pixies quattro-cinque anni fa e invece si era trattato di allucinazione collettiva.
In compenso il giorno dopo sono andato a sentire Juan Atkins, l’uomo che con Model 500, Cybotron e un’altra dozzina di nomignoli ha segnato la transizione dall’electro funk alla techno di Detroit. Col cervello mangiato dagli alieni dei suoi pezzi, il succedersi impreciso dei consueti capisaldi aveva un che di spettrale. Pesante e techno nella prima parte, malinconicamente disco nella seconda. L’aria da revival in casi come questi è giustificabile, ma di fronte al rullo compressore di The Bells, alla lussuria di I Feel Love e all’unico pezzo del bis – quella Jaguar che risveglierebbe gli entusiasmi anche a una mandria di elefanti sedati – testa e cuore non superavano il contrasto tra pezzi oggettivamente “inutilizzabili” e l’effetto potente che continuano ad avere.
La settimana dopo, l’enorme fila davanti all’Hiroshima Mon Amour per gli Autechre è fatta di giovani, vecchi, sinistrati, cubiste del Club 21, manovalanza impiegatizia e uomini e donne di mezza età che non hanno superato indenni la frequentazione con le droghe chimiche della seconda metà degli anni Novanta. Sono solo le 22e30 e Rob Hall sfugge al concetto di djset di apertura con una techno molto inglese, acida ma rotonda, ritmicamente dritta ma ornata di break spezzati. I SND si presentano sul palco con due martelli pneumatici della Apple: per due minuti in mezzo mi sono divertito, per il resto credo che abbiano iniziato i lavori del nuovo capolinea della metro al Lingotto. Fortunatamente Rob Hall torna in scena alla destra del palco, mentre al centro attaccano i jack. Poi si fa buio. Buio nero. Niente schermi e visuals, niente strobo e riflettori, niente luce verde per le uscite di sicurezza. Gli Autechre cominciano spediti, ballabili e belli grassi. Il buio non va via. Se hanno degli schermi sono orizzontali e privi di illuminazione. Il concerto è il contrario di Quaristice, solido e continuo. Al primo rallentamento quasimelodico scoppia l’applauso. Ma tutto rimane buio. Ballano tutti, il live trasuda esperienza e mi chiedo se qualcuno ci avesse già pensato: più che inquietante quel buio sapeva di rimozione dell’inutile, dei capelli rosso finto, dei cardigan, dei jeans dentro gli stivali, dei pallini sui maglioni infeltriti, dei giubbotti di pelle nera, del vuoi qualcosa, del che mi dai un sorso, della chiacchiera in mezzo al concerto, dei flash delle macchine digitali, di tutti voi. Chiunque e qualunque cosa voi siate. Poi dopo un’ora senza cadute di tono le luci si sono riaccese sull’applauso e non si sono rispente per un bis. Rob Hall prende in consegna la ventina di persone che decide di restare per la sua chiusura, che non andrà oltre un’ulteriore gustosa mezzora. Sono le 2e30, tutto è finito e mentre torno a casa mi sembra di risentire di tre ore di fuso orario.
Rae - Autechre
Vessels In Distress - Model 500
17.9.07
2, In a Room
La carta da parati di Dixon sembra carta per pacchi regalo contenenti soprammobili etnici e temi per le prossime uscite Innervisions nonostante tu abbia già assaporato il nuovo remix di Âme per Etienne Jaumet che sembra un ribollente Sun Ra? Frank Wiedermann degli Âme tiene la tv vicino ai piatti e ha un coso arancione che penzola dal tetto? Dominik Eulberg ha una singola da fuorisede della provincia denuclearizzata? Robag Whrume ha una scatola di Moët & Chandon a portata di mano per quando i Wighonomy Bros faranno il grande salto? Hans Nieswandt ordina cromaticamente i libri? Perché Tobi Neumann tiene in camera un pallone Pon Pon? Perché Mathias Munk tiene lì quella maglietta ? Come fa Michael Reinboth a prendere uno di quei dischi senza farli cadere rovinosamente a terra? E, soprattutto, perché Justus Köhncke tiene lo studio dentro il retrobottega di una trattoria di Colonia?
Ovvero: Groove torna ad esplorare le stanze dei dj tedeschi
(prossimamente Pimp My Dj Room: maxcar e il rapper di Ostaggio dello Stato salvano la tua cameretta dal minimalismo teutonico e le regalano quel pizzico di papponeria fidget stile 'Volevo nascere a Miami, volevo vivere a Londra, ma a Cernusco Sul Naviglio gli affitti sono meno cari')
Ovvero: Groove torna ad esplorare le stanze dei dj tedeschi
(prossimamente Pimp My Dj Room: maxcar e il rapper di Ostaggio dello Stato salvano la tua cameretta dal minimalismo teutonico e le regalano quel pizzico di papponeria fidget stile 'Volevo nascere a Miami, volevo vivere a Londra, ma a Cernusco Sul Naviglio gli affitti sono meno cari')
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