Visualizzazione post con etichetta vorrei ma ancora non posso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vorrei ma ancora non posso. Mostra tutti i post

30.1.13

Pezzi di vetro

Il nuovo dei Knife. Il nuovo album dei Knife lo aspettavamo da anni, quasi da decenni (noi che non abbiamo ballato a oltranza Oni Ayhun, il progetto tech-house di Olof fratellino Drejier). Il nuovo singolo dei Knife è industriale, è malato per noi che in una fabbrica non ci siamo mai entrati nemmeno in gita (figur't averne la discografia), è disturbante anche perché dura un sacco, quasi dieci minuti. Ho già comprato il biglietto del tour dal vivo, sono pronto a urlare in prima fila "We had a communist in the family", anche se temo perché il disco nuovo dura quasi due ore e se poi fanno un concerto di un'ora più bis e conosco i nomi solo dei bis e non aggiornano setlist.fm veloce? Mentre scrivo ascolto Terror Danjah: Rhythm & Grime Butterz mix e mi piace perché è booty come la mia cantante preferita che ha cantato l'inno nazionale per il mio presidente preferito. E l'hai visto il video: no dico, regista di video porno femministi. Sai che comunicato stampa ci faccio. Peccato che è un po' vorreimanonposso rispetto alla musica, cioé la musica mi diventa arty invece che "pisciare in strada (FATTO), farmi male coi pezzi di vetro (FATTO), scopare in modo malato (FATTI)". Spero che scuotano "quanto basta" il mio quieto vivere.


29.9.12

La vita è così diversa senza te

C'è un collega coetaneo che affascina sempre coi suoi ricordi di clubbing mainstream teenager anni novanta torinese. File under portarsi appresso un casco da moto anche se si arriva sul posto dalla periferia in autobus ('ho parcheggiato distante'). Vorrei ma non posso non è diventato potrei ma non voglio. Forse non sa nemmeno chi sia Ricardo Villalobos, ma ti conta a memoria le volte che il giovane Gabry Ponte ha aperto i set di GigiDag.

Villalobos pubblica per Perlon Dependent and happy, tre vinili o versione mixata su cd. Il lancio stampa sgombra il campo: la dipendenza non è da sostanze ma è la piacevole dipendenza dalla sistemazione, dalla famiglia, dalla sedentarietà. I lanci stampa sono teneri delle volte e la reazione può essere inflessibile: come?! mai più un Villalobos follettoinpredaatutto come alla Mostra del Cinema di Venezia? Dependent and happy però non è il progetto di un intrappolato in casa, in collaborazioni più accettabili (Loderbauer) e in una nostalgia del clubbing. Al contrario Ricardo concilia le esperienze di vita con equilibrio e come tale la dipendenza è la mancanza dei vicini e degli affetti quando si è lontani e i pezzi sono tracce fulcro dei djset degli ultimi anni, nuove variazioni e spettacoli come Das Leben Ist So Anders Ohne Dich dove la cassa che non c'è è il focolare e la freddezza post punk germanica è quella dei club dove tutti fanno i cuori con le mani e si scatenano le risse nelle retrovie. La vita è così diversa senza te.

C'è uno stagista under25 ammanicato che affascina sempre coi suoi ricordi di clubbing mainstream anni zero torinese. File under non vado al Timeuorp a Milano perché poi mi fanno male i piedi e lunedì devo andare in Phintlandia per la tesi. Potrei ma non voglio non è diventato vorrei ma non posso. Forse sa anche chi sia Ricardo Villalobos, ma non ha ancora sentito Dependent and happy.

23.5.11

Non è tutto Oro quel che fa Primavera

Gli ultimi preparativi in vista della partenza per Barcelona e il Primavera Sound sono in corso (pochi dubbi sulle cose che sentirò). Quasi come un antipasto, il weekend torinese ha proposto una due giorni a base di Gold Panda e Gonjasufi, utile per ridurre il numero delle sovrapposizioni (nel caso di Gold Panda con i coriandoli, i tric trac e le sorprese dei Flaming Lips e nel caso di Gonjasufi con l'esibizione di Gonjasufi).

Partiamo appunto da Gonjasufi. Avevo letto in giro qualche recensione basita delle più recenti esibizioni dello sciamanoinsegnantediyogasufistaetcetc e allora ho tenuto d'occhio i giudizi sulla data bolognese di venerdì. Dato che è sembrata a tutti una roba indegna (hardcore fracassone suonato male) e che non c'entrava niente col disco, ho lasciato perdere e risparmiato soldi ed energie. Pare poi che anche qui abbia replicato con lo spettacolino sfollagente.

Il giorno prima in uno Spazio 211 ormai pronto per i concerti all'aperto (la caldazza) Gold Panda chiudeva la stagione di Loser. Laptop, controller, manopole, un pedale per droni, un telone di cerata alle spalle su cui proiettare qualche visual liquido nientediche, collanazza, maglietta da biker e il cappuccio tirato su a tener fermo il riporto. Gold Panda inizia droneggiante e montando su i beat sul momento, poi tira dritto ed è un piacere. Ogni tanto svirgola col beat repeat, spezza con inserti random e quasi sempre torna a droneggiare sul finale. Lo fa quasi in ogni pezzo, tanto che nonostante i suoni ottimi e il tiro quando ingrana, il tutto sembra non risolto e prevedibile. Molto meglio appunto quando strati e spezzate vengono integrate nel flusso che li nasconde (drone in mezzo al pezzo = figo, drone alla fine del pezzo = coda alla fine dei pezzi dei concerti dei Pooh). Sarebbe insomma meglio vederlo in un livedjset a un orario più tardo invece che in un concerto. Nota di curiosità: il pubblico oltre ai soliti frequentatori di concerti era equamente suddiviso tra indiemodaioli e frequentatori della Notte della Taranta di Melpignano. Ragazze vestite con palandrane, ragazzi coi tondi nei lobi delle orecchie, ballo che coglieva certe derive da pizzica di alcuni pezzi, pogo(!), mancavano solo le damigiane di vino fatto con la bustina. Non andavo a un concerto da un po' di tempo, devo essermi perso qualcosa, cos'è lo stile hippie-Coachella?

Purtroppo poi il sabato mi sono perso Tom Trago, che col Primavera non c'entra niente, ma bisogna risparmiare le energie.

Snow & Taxis (Glitterbug's Pink Snow by Gold Panda

7.5.11

Del non esserci

hey girls, hey boys, superstar djs, here we go

Ci sono tante ragioni per non esserci. Noia? Saturazione? Sazietà? Mancanza di stimoli? Poco tempo? Poca voglia? Paura che l'esserci sia peggio del non esserci?

(Parlo del blog o parlo di) Tra poco Ricardo Villalobos suonerà ai Murazzi. Torino è scossa dal dilemma etico se pagare o no 27/30 euro per essere uno dei Mille (ma davvero dentro il Jam ci si sta in mille?) che andrà a comporre il cachet da ventimila euro per le tre ore e mezza del suo dj set. Non è solo un interrogativo da città operaia / città dal braccino corto e non si tratta certo di speculazione da parte di chi organizza. Qui si riflette sul valore anche morale di una prestazione artistica, sul rischio che gli prenda male, sull'investire i soldi nel talento e nel suono che sarà. Il grosso problema è insomma che lo abbiamo già visto e/o forse è meglio vederlo rilassato a casa sua o nel suo tour da vecchia gloria che farà quando avrà cinquant'anni. O forse non vado solo perché oggi ho dovuto saltare lo sciopero generale perché sono stretto sui tempi delle mie attività lavorative e mi sento in colpa.



18.3.11

Ma in quella puntina di diamante c'è un'elettricità, un'energia che cresce


Alfa Romeo, sai a chi rivolgerti per il prossimo spot. La roba sconfortante del filmato è che sembra che certa gente sia andata in vita sua a un solo dj set, quello di Steve Aoki. Intanto ho inaugurato oggi il primo jogging dell'anno (che pigrizia eh, ma comprendetemi, è stata la prima giornata di caldo vero qui al nord) con una quadrupletta a base di Ego (trilli!), Mirror (ovvia ma Yorke senza il muso!), Ye Ye (preset che mi spezzano le gambe e mi fanno camminare), Pinnacoli (shuffle a forze residue basse e sprint finale tirato da cinque minuti). La collaborazione a tre svela insomma a poco a poco i suoni (altoparlante portatile + quadruplo transcoding -> vinylrip su cuffiette di ipod -> necesitansi wav/flac + cuffiona separatista)

14.1.11

Pigrizia

Là fuori in questo momento c'è uno storico pezzo di techno (Gerard Mitchell di UR / Los Hermanos) in un posto piccolopiccolo (il Tabac, non sapevo nemmeno che fosse uno dei locali dei Murazzi) e che dai quanto vuoi tu all'ingresso. Poi lo so che me ne pentirò, ma sono qui col maglione da vecchio, largo infeltrito coi pallini e la cerniera davanti. E non posso nemmeno dire "I may go out tomorrow".

  Tomorrows by pxtnfrdnbrg

9.11.10

Teatro di bassi

Club To Club X, Venerdì, Teatro Carignano, Hyperdub evening

Arrivo più o meno all'ultimo minuto ma mi salva la mezzora accademica di ritardo sull'ingresso. A quel punto la cosa più divertente da fare è cercare di approfittare dei riflessi della folla e in men che non si dica non appena comincia l'ingresso dalla porta principale, entro insieme a una decina di altri dalla porta a fianco che non dovrebbe essere aperta. Tanto quasi tutta la platea è riservata a quelli che andranno via prima della fine e io mi accomodo in ultima fila centrale privilegiando l'acustica alla vista. Tanto sarà tutto scuro ed hyperdub.

La serata è interamente dedicata alla casa discografica che sta ridefinendo i confini dei bassi che incontrano l'elettronica. Il piatto forte è indiscutibilmente il gran patron Kode9 che suona Burial. La malinconia di Endorphin aleggia nel buio, poche luci verticali illuminano in maniera parsimoniosa il velluto dietro Kode9, e si tramuta in Fostercare. Il crepitio che non sai se sia puntina, pioggia o falò delle puttane segnerà un set strano fatto di frammenti da trenta secondi, schegge subito interrotte di pezzi nuovi e vecchi che incantano con le solite voci e i soliti rumori ma anche con divagazioni più o meno nuove quando il suono diventa più sintetico che in passato o persegue le stesse dinamiche di Moth. Prophecy e Vial. Il pubblico insieme intimorito e distratto dalla ADHD di Kode9 punteggia con qualche applauso e urlo fino alla conclusiva Ghost Hardware. Una roba che lascia insieme interdetti come da uno spot pubblicitario troppo veloce e a bocca aperta come una meraviglia perfetta e fuori posto.


Kode9 Presents Burial - Studio Session, Mary Anne Hobbs - BBC Radio 1 2007-10-17 by +dB

Kode9 taglia corto e accoglie sul palco il fido Spaceape. Io ho un problema con Spaceape: capisco l'hardcore continuum e tutti quei fatti, ma su disco la voce da caffettiera intasata giamaicazza mi urta e mi impedisce di apprezzare la musica di Kode9. Fortunatamente dal vivo, complice un pitch reale più alto, Spaceape è molto meglio che su disco e il live fatto per gran parte di Memories Of The Future e dei vari singoli sparsi tra ep e compilation ormai è oliato e solido. Certo l'impressione è quella che tutto ciò si trovi nel posto sbagliato, lontano dalle radio pirata e dai capanannoni industriali in disuso. Mentre l'operazione Tristano, von Oswald, Craig trovava un senso sul palcoscenico teatrale (o a memoria anche le contaminazioni warp/musica contemporanea dell'auditorium di qualche anno fa), qui purtroppo al di là dell'ottima musica l'effetto era quello del king kong incatenato.


Kode9- You Don't Wash (Dub) by !K7 Records

Se l'ottima sequenza della prima ora pur non soffrendo di inferiorità, semmai risultava limitata e ingessata dalla cornice formale, il bello doveva ancora venire. Per un attimo ho rimpianto di non aver preferito, nel lontano 2008 a Londra, (un dj set? live? de)i Darkstar che all'epoca erano un duo dubstep elettronico col solo singolo convincente di Need You / Squeeze My Lime a una divertentissima serata disco con la cricca ormai scomparsa della Dissident. Invece forse i Darkstar avrebbero fatto schifo anche nel 2008. Allineati come dei Kraftwerk? no degli Alphaville (metafa fregata a fede) e in mezzo Jay di Jay e Silent Bob a cantare, mettono in sequenza i pezzi di North in quasi totale base registrata, se si eccettua appunto la pianola sempre con lo stesso suono e due o tre beat cadenzati alla sinistra. Si parte con Dear Heartbeat. Il vocalist poi, chiaramente su di giri, comincia a fomentare il pubblico che decide di allontanarsi, si incazza coi fonici e rompe le righe innervosendo i due Darkstar originali. Gold arriva subito, su Aidy's Girl viene cantato qualcosa, c'è anche la cover dei Radiohead e ormai rimangono pochi entusiasti, tra la voce che non ci arriva e i proclami per cui cazzo se avessimo avuto un volume decente vi avremmo fatto vedere. Io rimango nella speranza che sbrocchino completamente e in fondo per il meraviglioso interrogativo di questi Darkstar che sono un gruppo elettropop che fa di tutto per farsi mandare a fanculo e invece viene pubblicato da un'etichetta con due palle così, viene chiamato a esibirsi pur non avendo niente da dire dal vivo e in fondo trattiene qualcuno fino alla fine con la sua strana fragilità.


09 - Dear Heartbeat by charli6543

22.10.10

Amico è

Ieri sera al Madison Square Garden di Nuova York chi è andato a vedere il live dei Phoenix sul quasi-finale di If I Ever Feel Better forse era distratto, o preso dal ritmo, ma non poteva non stropicciarsi gli occhi quando le luci si sono abbassate e hanno puntato sulla sagoma dei Due Robot che raccoglievano la coda del pezzo. I Daft Punk si sono materializzati sul palco con una solenne Harder Better Faster Stronger a cui si sono uniti presto i Phoenix per una rilettura we're with the band del mashup con Around The World. Il gruppone ha quindi suonato insieme 1901 alla fine della quale si è ripreso l'intro ravvicinato del terzo tipo degli indimenticabili live per terminare con una coda sfasciona della stessa 1901 con tanto di stage diving e abbraccione finale. Ok che sono amicici che uno dei Phoenix suonava nel primo gruppo dei Daft Punk, ma io lancerei una petizione perché compaiano random all'interno di concerti altrui finché non si decidono a tornare con un nuovo live.





Phoenix - Daft Punk

7.10.10

Name Dropz

Tutti gli stick, spat, toc dell'inedito di Apparat per il suo DJ Kicks mi ipnotizzano nella loro nettezza che risalta sul mare di washing e riverberi piatti che va per la maggiore. Fiati fagotti nasalità d'ottone e pentolini sono organizzati con la ormai irritante maestria dal signorino Motor City Drum Insieme per l'anteprimo estratto da quello che si preannuncia come lo stellare disco di remix di Caribou (triplo Koze, Ikonika, Fuck Buttons, Holden, Gavino Russom, Gold Panda et al). Vincent Oliver zompetta con la sua orckestrina, il SignorBanjoNo, Ludovico Pellegrini. I Margot ci sono. James Blake affronta finalmente il suo lato pianolo, mi hanno spedito il inoltrato i link del promo del nuovo Mount Kimbie (il live al Berghaine di Maybes echeggia come risate in un cupo stanzone vuoto non ho ancora sentito il nuovo di Shed), ma non nascondiamoci che l'attesa è tutta per North dei Darkstar. Alla voce techno nera disperata travestita da dubstep invece esploro Jack Sparrow. I paesaggi, quando faccio finta che le Alpi non esistano, me li confeziona CFCF. L'ep sudanese della Innervision con guest il tipo dei Knife non si può sentire, ma è divertente. Tanto roboamore per Squarepusher roborock col primo Shobaleader.

E non dimentichiamoci di Brianino, la minaccia

28.5.10

Sperare nella bagna cauda, consolarsi con l'aglietto

Speravo ancora in un annuncio in extremis dei Chemical Brothers o degli Orbital al venerdì e dei Gorillaz al sabato per il Traffic Festival (Torino, metà luglio) e invece tutto quello che mi danno è Erol Alkan, gli Aeroplane e Giorgio Gigli a far compagnia a Tiga e Klaxons al venerdì e Daniele Baldelli e Dj Ebreo ad africare col figlio di Fela Kuti e Afrika Bambaataa.

11.1.10

Watermark (or The Ghost Of Enya)



Mancano due settimane all'uscita di There is Love in You di Four Tet e pare che questa volta alla Domino si siano superati: i pochi fortunati in possesso dei promo (nella maggior parte dei casi mp3 con un sistema per tracciare gli utilizzi indebiti [watermarking] particolarmente cattivo) hanno ritrosia persino ad affrontare l'argomento. Si favoleggia sulla metodologia usata e sui possibili effetti fisici oltre alla blacklist. In tutto ciò si moltiplicano le recensioni un po' storte tipo quella di Wire (His predilection for pedestrian rhythms makes There Is Love In You sound 90s-dated rather than cutting edge or even retro-effective). Così si perlustra sotto i tappeti della rete in cerca di ogni minimo indizio oltre al singolo Love Cry. Plastic People la sentite nel video di cui sopra e per intero in una puntata dello show di Gilles Peterson sulla BBC. A dicembre nella serata di chiusura della residenza per Plastic People è stato regalato un cd contenente un mix in cui più o meno intorno al trentesimo minuto partiva Sing. Nel weekend Four Tet stesso ha reso disponibile una versione live del pezzo di apertura del cd, sempre per la BBC (ho anche il pezzo dal disco, ma pare più bella live e non vorrei mettere nei guai l'eventuale watermarchiato). Disco alla Tarot Sport? Tutti i pezzi hanno la vocetta alla Orbital (Circling di sicuro sì)? Avete paura?

Angel Echoes (BBC session) by Four Tet

12.11.09

StalleToStelleToStalleAgain (ovvero il ClubToClub: terza serata)

Sabato al Lingotto, serate finale. DJ Pierre è già sul palco, un incrocio tra Disco Stu, il Mike Bongiorno della sigla di Pentatlon e quei cartoni animati blacksploitation anni settanta. Quando Guido Savini, preposto a sonorizzare con adeguata energia l'ingresso al padiglione, gli passa la linea, Pierre aggredisce con una hard house ai confini della minimal. Passi che dal padre dell'acid-house di Chicago avrei preferito inflessioni più, hmmm, acide, passi che a quell'ora e in un luogo così grande è giusto farsi prendere a cazzottoni, ma quello che non può passare è il suono tristemente ottuso della musica che ha proposto, con le frequenze tutte in mezzo (ma i bassi? ma le alte?) e quell'odore chimico di preset.

(DJ Pierre gioca a Snake col cellulare nuovo mentre mixa)


Jeff Mills mi scuserà se il giorno prima non mi sono recato al Museo del Cinema a prestare occhi e orecchi a un suo nuovo progetto multimediale in cui mischia musica e regia. Sono un passolone, ma quando la pseudo sbobba intellettuale è così ovvia, ne faccio a meno. Sul palco invece è rivelatorio. Azzerando l'ora e mezza di Pierre, riparte da un tappeto di frequenze insolite per luoghi come questi: dieci-quindici minuti di intro coi bassi che lenti si sollevano prendendo velocità e gli alti che intessono trame che si vaporizzano, si sfaldano e schioccano oscillanti. In mezzo le frequenze protagoniste del set di Pierre sono espulse, e con loro gli arpeggi sordi e i ritmi dall'occhio sbarrato. Sullo schermo la luna, la bocca è aperta e nessuno reclama i cazzottoni. Poi i cazzottoni arrivano, anche a colpi di 909 live, oscuri e disperati, incalzanti e capaci di retrocedere ancora su intermezzi di ambiente tesissimo.



Questa sera il concetto del club-to-club consiste nel migrare verso un'enorme caldaia di ferro alle spalle del palco principale, contenente la sala rossa. Savini, prima di passare la linea al live di Nathan Fake, è molto più crossover e quindi ci scappano le milanesate, un pizzico di cosmica, gli hotchippi e via dicendo. Nathan Fake live è in crescita continua: dai set ai limiti dell'ambient-davanti-a-chi-vuole ballare del periodo successivo all'uscita di Drowning e da quelli che per concedere di più ai danzerini sacrificavano storture e complessità, oggi sembra aver preso il meglio e le ritmiche incessanti e talvolta crespe non impediscono il gioco di fino o l'emersione indisturbata dei tratti melodici. Dj Pierre (anche in questa sala) prende il suo testimone e tende a ripetere quanto suonato sul palco principale con la differenza che ora i pezzi noiosi si inacidiscono un po' di più. Così si torna al main stage per l'ultima mezzora di Mills che bombarda con la drum machine come se non ci fosse domani. La sua chiusura è ambientale, forse però meno intrigante dell'apertura. Comunque, set della serata.



Carl Craig non è proprio in vena. Sarà quanto ha visto fare da Mills, ma inizia tentando un'intro orchestrale involuta che invece di ipnotizzare, crea del malumore. Quando comincia a piovere qualche fischio, continua imperturbabile con un muso duro che se non fosse il suo solito muso duro, si sarebbe quasi potuto dire provocatorio. Rendendosi conto, lascia partire la cassa, ma per tutta la prima parte è duro e piatto. In parallelo il suo traktor comincia a fare le bizze e se in qualche occasione sembra di assistere a un gioco di gambe in contrappunto, per il resto si ha la spiacevole impressione di assistere a una schermata impallata col software che quando sembra ridarti il controllo del puntatore si blocca nuovamente. Sarà la serata, saranno i problemi, ma C2 tira i remi in barca quando manca ancora molto e decide per il set alla cazzo di cane (per dirla alla René Ferretti): da un minimo di senso iniziale passa a consegnare alla rinfusa e senza un perché le sue solite armi di battaglia (e Jaguar buttata lì a quel modo fa male) e robe nuove come Hood su Clock. Dato però che non c'è mai fondo al peggio, quando ormai temevamo anche le trombette, il finale è arrivato coi canti latino-americani, come nemmeno il peggiore epigono di Luciano: ultimo pezzo prima del bis Caminando e bis a cazzo di cane, udite udite, La Mezcla. Que tristeza.



10.11.09

VellutoToMoquette (Il Club To Club: parte prima)

Posso ripetermi che non cerco rivalse nei confronti della musica che ascolto, posso dirmi che non ho bisogno che Evelina Christillin mi dia il benvenuto e mi accomuni alla figlia nei giovani che finalmente entrano a Teatro con la musica elettronica per la prima volta (e che la legna non sia troppa, orsù), posso lamentarmi quanto voglio del fatto che siano meglio i diciottenni datch-vestiti che attendono sempre l'ultimò ultimò rispetto ai trentaseienni col posto riservato che non hanno pagato il biglietto, che non sanno dove stanno, che si alzano e se ne vanno venti minuti prima della fine o che forse in realtà, com'è più probabile, mi facciano ribrezzo tutti. Però il misto di attenzione sull'ostico, commozione sul finale e gioia, quando dopo quindici minuti parte per la prima volta la cassa e sembra di stare al Concerto di Capodanno a Vienna con tutti che applaudono a ritmo, tutto ciò non sarebbe stato lo stesso lontano dai velluti, dai palchetti e da tutto quel rosso ingoiato dal buio, in cui ci immergiamo ogni fine settimana.



Serate come quella di giovedì scorso al Teatro Carignano di Torino con il concerto di Francesco Tristano, Carl Craig e Moritz Von Oswald (soli, senza orchestrali o strumentisti) sono tentativi che in fondo cercano di annullare una distanza che, per quanto ce la stiamo a raccontare, è tutta lì nelle parole intorno, nelle sensazioni aumentate e persino nelle ricerca di indifferenza dietro cui possiamo nasconderci. Non se ne può fare a meno e allora si prova a raccontare anche il resto, quello per cui si è davvero lì.



Senza l'orchestra e gli strumentisti, i tre scelgono la via di un suono live, non artificialmente sincronizzato e improntato su un'esecuzione ai limiti della divagazione in jam. Tristano martirizza di effetti il piano, ora metallizzandolo, ora grattando il timbro,pizzicando e percuotendo il budello direttamente. Per i primi ventiminuti punteggia le vibrazioni di fondo dilatate di Craig e Maurizio con un concreto trattato che riprenderà più avanti ma che non mi conquista più di tanto. Molto meglio quando aprirà l'arcobaleno timbrico house nascosto sotto gli effetti, classico e dolente allo stesso tempo, o quando si preoccuperà di contrappuntare con la melodia di basso sintetizzato. Craig sembra rincorrere, nonostante chiami come un direttore di orchestra incisi e variazioni: la drum-machine live scarna e non lavorata ricerca un sapore classico detroitiano, però il più delle volte risulta legnosa e priva di respiro (anche se è il classico colpo di gomito all'amico con la palpebra calante); il suo sintetizzatore poi suona monocorde ed elementare affiancato al respiro del basso di Tristano. Maurizio (gran cuore per lui e tutto per come cerca di riprendersi dai problemi di salute) lavora molto di architettura, riempiendo i vuoti e addensando il materiale a volte un po' slegato degli altri due. Prenderà la scena sull'ultimo pezzo prima del bis quello con la più grande carica dub. Tra le cose suonate Technology, uno da Recomposed, frammenti affioranti dai libretti dei tre (qualche detrito da Auricle Bio On, tappeti da M Series, qualche passaggio soffuso al synth per C2) e su tutti una The Melody che scalda il cuore e lo fa sorridere e gli accordi ritmici di The Bells che fanno sempre la mossa di partire e non vengono mai raggiunti dalla melodia. Poi per il bis tornano solo Craig e Tristano che improvvisano rilavorando passaggi già sentiti in precedenza ripetendo sostanzialmente i pregi e difetti della serata. Un gran tentativo di spettacolo elettronico senza la pompa e i lacci dell'accompagnamento orchestrale, ottimo a tratti ma che richiede ancora l'affinamento dovuto da simili maestri.




Dopo qualche chiacchiera si attraversa la città e dall'altra parte al Mirafiori Motor Village (la zona di Mirafiori riconvertita a centro polivalente / spazio di vendita) si raggiunge la serata Do You Warp?. Tra una cosa e l'altra faccio in tempo per venti minuti di Hudson Mohawke che è un ventenne robusto e nerdonissimo nel suo ingobbirsi su manopole, giradischi e laptop. Elegante quanto la copertina di Butter, affastella un accumulo di beat storti, frammenti melodici, elettronica disparata con l'incoerenza della scoperta. Puzza ancora di latte nei suoi estremismi (nonostante un'enorme gavetta alla puntina), ma in fondo suona come il pop che vorrei sentire alla radio, con 800 tab diversi aperti sul browser, e lo stile di una pagina geocities fine anni Novanta: il Prefuse'73 del buon umore. Lo si ama per Fuse anche se il suo futuro è dalle parti della conclusiva Ooops!!!. Lo applaudono pochissimo alla fine (molto più durante il set), ma lui è convinto non poco. Subito dopo Jimmy Edgar nella sua mezz'ora (pagati poco i ragazzi per la serata a ingresso gratuito?) passa da un suono funkadelico con tanto di voce trattata a un martellone pneumatico alla Autechre, a tentazioni house senza un minimo di senso compiuto. Indeciso. A seguire il dj set di Passenger e xluve sceglie la strada di una specie di fidget(!) cosmica(!). Già abbastanza infastidito, su Yeke Yeke decido di abbandonare la moquette in erba sintetica e andarmene a dormire.



The Melody (Carl Craig's C2 Remix) - Francesco Tristano
Fuse - Hudson Mohawke

5.11.09

Riccardi (se non si è capito: il Movement Festival – Parte Terza)

Il sito dice che chi deve entrare alla White Room dove suoneranno Mike Huckaby, Ricardo Villalobos e Danny Fiddo deve utilizzare l’ingresso da Via Filadelfia. Mannaggia a me e a quando li ho presi alla lettera. La serata precedente mi avrebbe dovuto convincere che Mike Huckaby non avrebbe iniziato prima delle undici e invece devo aspettare un’ora e mezzo al retro ingresso mentre arrivano accompagnati dai SUV dei genitori i ragazzini MPZ - non mi chiedete di spiegare cosa siano perché non lo so. So solo che i ragazzini MPZ hanno precedenza all’ingresso e quindi attendo ulteriori dieci minuti in una fila mentre non entra nessuno. Poi entro e mi mettono un timbro totalmente inutile che credo serva per stare dal lato MPZ coi quindicenni. Il tempo di capire che il posto con gli MPZ non può ospitare Mr S Y N T H e faccio il giro del palazzetto per cercare la sala bianca dato che tutti i buttafuori non hanno idea di dove si trovino (Io: la White Room? Buttafuori: la White Cube Gallery?). Nella sala principale un quindicenne pallettato mi si rivolge con il tono con cui si rivolge ad un anziano:

RP: Ti piace la musica elettronica, bravo!
Me:
RP: A me piace più la trance
Me (tentato dal rispondere: bravo!): Come Tiësto
RP: No, Tiësto è troppo... (non fa in tempo a dire l'aggettivo, viene trascinato via da suoi simili)

Capisco insomma che la White Room era quella senza nessuno che mi era stata indicata come Red Room. C’è un foglio di carta a indicarlo ma soprattutto Mike Huckaby che passa Subzero davanti al nulla. Mi posiziono davanti alla transenna e ondeggio religioso sui technoni con le melodie sepolte di riverberi, insieme duri e morbidi come la sua figura di omaccione bonario. La gente comincia ad arrivare e scorgo tra i classici My Life With The Wave e qualche S Y N T H remix. Quando arriva l’orario si comincia a sentire la tensione. Dietro il retro del palazzetto si è quasi riempito e appare la sagoma del folletto cileno. Cominciano le urla e tra posizionamento dei dischi, attacco cuffia, ritorni nel retro palco etc, Mike Huckaby gestisce con umiltà una folla che è tutta per un’altra persona, senza quasi sollevare lo sguardo. Quando Villalobos gira la prima manopola è un’ovazione e con la stessa umiltà Huckaby comincia a riporre i vinili nella borsa senza sollevare lo sguardo, serio. Mentre scende dal palco fa un cenno a Villalobos, che saluta con una cortesia che non trasuda grandi rapporti.





Villalobos ha i fan con le bandiere del Cile col disegno della sua faccia, i ragazzini con le magliette autoprodotte, i tamarroni, la gentaglia del retro palco, quelli che conoscono solo il nome e lo urlano per attirare l’attenzione e lui non si volta, gli hipster, i quarantenni che hanno letto di lui nei giornali, i fotografi sessantenni e insomma tutti. Si muove con fare da star trattenuta, sfiorando quasi i cursori. Il suo inizio ha il sapore di una tech house contenutissima e la prima sferzata su percussioni che potrebbero benissimo appartenere a Ramadanmann o a Shackleton avviene su Orbit 1.3 (bassone sventrante, percussioni ultrafunk, voce dispersa nello spazio) di Second Hand Satellites. Sul pezzo successivo c’è un silenzio che in altri casi sarebbe sembrato interminabile (quaranta secondi, lui si aggiusta la maglietta a maniche lunghe sotto la t-shirt della Peacefrog Records, poi i pantaloni, poi beve un sorso dal bicchiere) e invece di rumoreggiare la folla si comprime finché il pezzo non riparte e si riespande. Dopo questa prima parte, passando per qualche recente Oslo ci si sposta un suono leggermente più techno fino a quando prende una copertina rossa e le urla esplodono prima ancora che metta il vinile sul piatto: Spastik. L’aveva già fatto Luciano il giorno prima, ma sarà il luogo più raccolto, sarà come c’è arrivato, sarà che il settanta percento delle persone stava per abbandonarlo per andare da Rici, sembra come quando parte la raffica di fuochi d’artificio della festa della santa al paese. Sulla trivella fa partire il sample di Don’t Stop dalla white di Da Booty Tribute contestualizzandolo con un beat techno al posto di quello house del disco. Da questo punto in poi il set si sposta su un fantastico incrocio di synth pop anni ottanta (voci sintetiche, casio ritmiche da quattro soldi, tastierine pop) e i suoi soliti funkettonismi di bassi, percussioni in divagazione libera. Gli viene consegnata la bandiera, ma capisco che si trova poco a suo agio con le bandiere o forse con una bandiera nel nome del quale tanti mali sono stati causati. Nel frattempo mentre la maggior parte dei presenti lo abbandona per l’altro Riccardo, arriva a bordo campo Danny Fiddo e i due cominciano un dialogo a gesti del tipo Villalobos: guarda ora come reagiscono a questo, Fiddo: sei proprio un diavolo. Il sinner in me fa capolino per appena un minuto e quando ormai saremmo rimasti in trenta parte una coda a suo modo soulful (prima con qualche piru piru poi addirittura con qualche vocalizzo). È il gran finale per un set che pur facendo uso di robe attuali (non voglio dire modaiole) e classici ha sfuggito le ovvietà, i tormentoni e l’inutile violenza. Pur muovendosi flemmaticamente e pur non avendo quasi intaccato la bottiglia di vodka sulla consolle, è arrivato col capello phonato e tutto asciutto e ha terminato sconvolto come nelle migliori foto.





Danny Fiddo parte con una roba sirenica abbastanza noiosa e allora pur sapendo che niente di buono mi avrebbe aspettato dall’altra parte e avrei letto tutto su twitter, sono andato (così come Villalobos che contemporaneamente è salito sul palco a stringergli la mano). Nella bolgia Hawtin lanciava una bordata di-sperata dopo l’altra. Venti minuti di morte nel cuore con visual nettissimi e il solito immaginario Riefensthal rapita dagli alieni mi sono bastati e allora sono tornato verso Danny Fiddo. Peccato che non c’era più nessuno e dopo appena mezzora il valenciano riponeva controller, portatile, scheda audio e vinili nella borsa. Tornavo indietro e mi mischiavo alla riduzione cellulare. Zucche di halloween lisergiche, l’urlo di Munch, evviva il luogo comune. Bisogna aspettare i due minuti di inciso senza la voce di Dave Gahan del Pump Remix di Personal Jesus per avere un minimo di sussulto. Poi di nuovo la noia. Tutti sono contenti perché tutti hanno ciò che si aspettano. Meno di zero. La mancanza di senso di tutto ciò raggiunge il culmine mentre sulle non-note di Alva Noto parte Yeke Yeke e l’esplosione finale e collettiva dei sopravvissuti. Un ultimo pezzo totalmente dissociato dal resto, senza un minimo di senso, anche se ha il sapore del dolcetto regalato ai ragazzini da mettere alla porta. Luci accese, applausoni, lui con la bandiera del Canada, blame Canada, but don’t forget the robot, ultimò ultimò. L’ultimò ultimò sono quaranta secondi di Who’s Afraid Of Detroit e almeno nonostante il mal di reni dei tre giorni all’inpiedi torno a casa contento (perché onestamente per prendere minimamente in considerazione l’afterhour con il djset di Dubfire dalle nove di mattina avrei dovuto a) aver dormito più di quanto ho dormito nei tre giorni b) aver avuto interesse alla tamarraggine di Dubfire c) scansare il pacco di flyer di cartone duro a forma di gorilla che pubblicizzava l’after che mi è caduto sul naso durante il set di Villalobos procurandomi una ferita tuttora visibile).






Wavetable No.9 - Mike Huckaby
Orbit 1.3 - Second Hand Satellites

25.10.09

Minéstrone

Esco di casa coi capelli che puzzano di cotoletta e la tristezza macigna delle scelte sbagliate della sesta puntata di Romanzo Criminale. I dj set indie non scelgono mai la via della sensatezza e i Clap Your Hands Say Yeah seguiti dagli Housemartins non possono essere il viatico per i Buzz Aldrin, così come non riesco a spiegarmi cosa abbiano a spartire i successivi ospitinglesitroppogiusti. I tre in uscita su Secret Furry Hole eradono il mio impianto auditivo e lo percuotono con timpanate secche e piatti crauti e maracas finalmente senza senso dell’umorismo. I feti galleggianti che assumono eroina dalla placenta delle madri sono la faccia insoddisfatta e liberatoria davanti all’ingiustificata esaltazione cocainica imperante (anche se dovendo consigliare stupefacenti da replicare in note ai musicisti sono sempre un fan delle robe allucino-espandenti). Le prime file si tappano le orecchie e ciò è bene. Tutti suonano con una mano perché con l’altra si batte il tamburo, anche il ragazzetto che fa le foto sul palco. Poi vabbé, nei miei sogni me li aspettavo più attenti e interessati all’uso dei sintetizzatori, ma sono appunto sogni e io quando sogno devo indossare il bite perché digrigno i denti perché sogno oscillatori e denti di sega. Poi riparte la sequela inconsulta e su Blue Monday entrano in scena i tubanti tipo dei These New Puritans più tipa delle Ipso Facto. Se cominci con il remix di Flying Lotus di $tunt$ del signor Oizo mi ben dispongo e non mi disturbo se ascolto una roba nuova di Bjork (che non frequento da Betulla). Poi però arrivano una serie di londinmérdine aggravate dal fatto che i due sembrano ripetere quella scena classica in cui lui insegna a lei a giocare a tennis o a golf, con Xone al posto della mazza racchetta e senza l’ovvio cotè sessuale, una roba che sprizzava frigidità da tutti i pori. Al culmine della desolazione (e con pista ormai svuotata alle due e mezzo quando ancora non si è tornati un’ora indietro) l’insensatezza raggiunge il picco centodieci percento della serata con gli ultimi due pezzi: The End Is The Beginning Is The End degli Smashing Pumpkins dalla colonna sonora di Batman Returns seguita da una roba dubstep (perché non It’s a long way to Tipperary, dico io). Un tipo anziano stacca il manifesto dei Crocodiles che suonano la prossima settimana (forse devo sentirli e andare) e allora prima di uscire mi avvento sul foglio stampato con la stampante inkjet coi nomi di questa sera e me lo metto in tasca suscitando timore nella tipa seduta al tavolino davanti. È un attimo e finalmente sono a casa col mio bite azzurro.





Let's Walk The Children Around The Space - Buzz Aldrin