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5.12.12
Bausteel (from Lycos till Dawn)
Gli amici Polpette mi segnalano che Chrome ha deciso di bloccare (chissà da quanto) l'accesso a questo blogghetto per la presenza di contenuti potenzialmente dannosi (no, non la musica ormai raramente condivisa, ma le immagini da Lycos del glorioso template). Per questo motivo tinteggio di bianco le pareti e ricomincio dall'alba.
14.10.12
Non escludo il ritorno
Vabbe', la decadenza dell'ultimo Califano sotto i quaranta fa un po' ridere, ma è un sì.
Il Tempo + Importante (Non Escludo Il Ritorno Andropausa Mashup) - Amari vs Boddika by maxcar
7.8.12
5.7.12
Un po' mariachi, un po' muezzin
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3.4.12
All I need is a little time
(per esempio per scrivere di ciò che ascolto, di ciò che aspetto, del concerto di The Field (+ Esperanza), di tutto quello che intralcia)
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22.2.12
Con le rughe a penzoloni (The Post Service)
Volevo fare della satira su chi ci casca. Cascarci in fondo è la base dell'amore, lo sanno bene gli inglesi. I cinici che non ci cascano sono antipatici, si sa. Il fatto è che sono cinico, ma non riesco ad essere antipatico. E allora davanti a quello che oggettivamente sono le facce di Erica Mou ho pensato, per tutti coloro che hanno amato le faccette e la canzone della vasca piena di lobi penzolanti di Sanremo della cantautrice salentina biscegliese, che non potevo essere cinico, cattivo e antipatico. E allora ho preparato un mashup indietronico scaricabile di quelli che vi sarebbero piaciuti nel 2003. Siamo pronti per il Festivalbar. Ah, non c'è più?
(This Is) The Dream Of Robag And Mou [Nella Vasca Della Dopa maxcar mashup] - Erica Wruhme by maxcar
(This Is) The Dream Of Robag And Mou [Nella Vasca Della Dopa maxcar mashup] - Erica Wruhme by maxcar
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19.2.12
Dalla cameretta al soggiorno (cantata sulla base di From disco to disco)
Venerdì sera ero distrutto. Avevo in programma di andare a sentire BNJM, ma le energie erano al minimo e finora non sono mai riuscito per un motivo o per un altro ad andare a qualcosa che si svolgesse all'Astoria. La botta di adrenalina mi aveva fatto cambiare idea, quando è uscito fuori che sarebbe stato possibile assistere in streaming al live di Luke Abbott da un club di Marsiglia. Era come tornare con commozione ai live via ISDN dei Future Sound Of London. Le cuffie al posto dell'impianto, il commento coi vicini attraverso i media più disparati e la piccola gioia di sensazioni che ci sono, ma sono raffreddate dall'interfaccia e dalla comodità. Ho potuto finalmente ascoltare il nuovo live col nuovo setup, più orientato al club, dato anche che le date del prossimo marzo toccheranno Roma, Firenze e Foligno. Ho persino cliccato più volte su print screen e a un certo punto, quando doveva partire il bis, l'audio è scomparso come se il solito proprietario di locale cattivo lo impedisse. La modernità o la vecchiaia?
29.1.12
Tu, quindici anni
(vabbe' questo è anche il millesimo post)
Martedì scorso all'Hiroshima Mon Amour Xplosiva ha festeggiato i suoi primi quindici anni con il piatto forte di Nicolas Jaar, ometto* copertina del 2011 in ambito dance elettronico (gli acculturati direbbero pure emblema dello Zeitgeist rallentante/rigurgitante). Sulle pareti dell'Hiroshima scorrevano centinaia di nomi che negli anni in tutti i giorni della settimana in ogni tipo di luogo a Torino (e non solo) Xplosiva ha reso disponibili con un'idea di clubbing attenta, personale e amichevole che ha anche fatto scuola, almeno qui a Torino. Ancor più di quei nomi tutto questo si respirava nel set iniziale di Giorgio Valletta che ha sintetizzato tutte le anime degli ultimi anni nei generi dell'ultimo anno da un inizio misteryoso, alla bass music inglese, al ritmo che cresce della house fino al rallentamento sedato vera via di fuga dall'oggi e passaggio di testimone a Jaar. Dalla sala vuota all'apertura porte al locale pieno con tutti che ballano in poche consumate mosse, it is all over our faces.
Non so se dopo mille post (e vabbe' qualche migliaio di altri post della vita precedente) ancora sia rimasto a leggere qualcuno che non sia interessato ai suoni che animano queste pagine. Riassumendo, Nicolas Jaar è un americano di padre cileno nato nel 1990 che ha stregato gli appassionati di dance l'anno scorso facendo tutto ciò che il pubblico medio della dance, persino nelle sue frange più acculturate, aborrirebbe. Prolifico invece che sfuggente, amante dei mischioni invece che rigoroso, lento e senza cassa e talvolta capace anche di grossi sbagli. Il suono di ora in mano a un ventenne belloccio(e dunque spendibile su un palco) e intraprendente (il primo singolo per l'etichetta dei Wolf+Lamb a diciott'anni e la propria etichetta a venti).
Mi aspettavo il buon Nico insieme alla band con cui è in tour (batteria, chitarra, sax). Purtroppo invece è da solo sul palco, ma non escludo ciò sia un bene. Il live non è un concerto, non è un laptop set e non è un djset. Jaar inizia suonando una tastiera in cui i tasti comandano contemporaneamente note e folate di vento. Il pezzo successivo è fatto di effetti di riverbero ed eco in feedback sulla sua voce. Poi partono quei beat palline da ping pong che rimbalzano lenti da un lato all'altro (grazie impianto dell'Hiroshima)e tutti quegli effetti che ormai conosci per nome. La prima voce amica che arriva nell'ondeggiamento è quella della figlia di Bruce Willis e Demi Moore (cfr video qua sotto).
A quel punto pur mantenendo la stessa velocità Jaar imprime corpo al set trasformandolo in un djset. Qui entrano in gioco i suoi edit e i suoi remix con un atmosfera che allude alla house newyorchese della dissoluzione e però suona goffa, ancorché tutti ballino e le ragazze gli facciano gli occhi dolci. Non un mostro di tecnica in questo caso, forse nemmeno prima, ma è chiaro che siamo oltre la dance, che si usino quei materiali per fare altro. Non è goffaggine, non è teorizzazione, è una visione, discutibile ma che riempie una pista la manovra e sovverte le sue idee, solleticando più l'introspezione che il divertimento. Da lì si va verso la fine con Too Many Kids Finding Rain In The Dust (la sua Red Right Hand) ed El Bandido, una finale e l'altra bis o viceversa oppure no. Peccato per il sax, avrebbe fatto troppo discoteca malfamata anni 90 rendendo il tutto veramente perfetto.
(
With Just One Glance You (ft Scott Larue) e Space Is Only Noise che però qui non ha fatto)
* non puoi definire altrimenti uno che aveva sei mesi mentre Schillaci animava le notti magiche
Martedì scorso all'Hiroshima Mon Amour Xplosiva ha festeggiato i suoi primi quindici anni con il piatto forte di Nicolas Jaar, ometto* copertina del 2011 in ambito dance elettronico (gli acculturati direbbero pure emblema dello Zeitgeist rallentante/rigurgitante). Sulle pareti dell'Hiroshima scorrevano centinaia di nomi che negli anni in tutti i giorni della settimana in ogni tipo di luogo a Torino (e non solo) Xplosiva ha reso disponibili con un'idea di clubbing attenta, personale e amichevole che ha anche fatto scuola, almeno qui a Torino. Ancor più di quei nomi tutto questo si respirava nel set iniziale di Giorgio Valletta che ha sintetizzato tutte le anime degli ultimi anni nei generi dell'ultimo anno da un inizio misteryoso, alla bass music inglese, al ritmo che cresce della house fino al rallentamento sedato vera via di fuga dall'oggi e passaggio di testimone a Jaar. Dalla sala vuota all'apertura porte al locale pieno con tutti che ballano in poche consumate mosse, it is all over our faces.
Non so se dopo mille post (e vabbe' qualche migliaio di altri post della vita precedente) ancora sia rimasto a leggere qualcuno che non sia interessato ai suoni che animano queste pagine. Riassumendo, Nicolas Jaar è un americano di padre cileno nato nel 1990 che ha stregato gli appassionati di dance l'anno scorso facendo tutto ciò che il pubblico medio della dance, persino nelle sue frange più acculturate, aborrirebbe. Prolifico invece che sfuggente, amante dei mischioni invece che rigoroso, lento e senza cassa e talvolta capace anche di grossi sbagli. Il suono di ora in mano a un ventenne belloccio(e dunque spendibile su un palco) e intraprendente (il primo singolo per l'etichetta dei Wolf+Lamb a diciott'anni e la propria etichetta a venti).
Mi aspettavo il buon Nico insieme alla band con cui è in tour (batteria, chitarra, sax). Purtroppo invece è da solo sul palco, ma non escludo ciò sia un bene. Il live non è un concerto, non è un laptop set e non è un djset. Jaar inizia suonando una tastiera in cui i tasti comandano contemporaneamente note e folate di vento. Il pezzo successivo è fatto di effetti di riverbero ed eco in feedback sulla sua voce. Poi partono quei beat palline da ping pong che rimbalzano lenti da un lato all'altro (grazie impianto dell'Hiroshima)e tutti quegli effetti che ormai conosci per nome. La prima voce amica che arriva nell'ondeggiamento è quella della figlia di Bruce Willis e Demi Moore (cfr video qua sotto).
A quel punto pur mantenendo la stessa velocità Jaar imprime corpo al set trasformandolo in un djset. Qui entrano in gioco i suoi edit e i suoi remix con un atmosfera che allude alla house newyorchese della dissoluzione e però suona goffa, ancorché tutti ballino e le ragazze gli facciano gli occhi dolci. Non un mostro di tecnica in questo caso, forse nemmeno prima, ma è chiaro che siamo oltre la dance, che si usino quei materiali per fare altro. Non è goffaggine, non è teorizzazione, è una visione, discutibile ma che riempie una pista la manovra e sovverte le sue idee, solleticando più l'introspezione che il divertimento. Da lì si va verso la fine con Too Many Kids Finding Rain In The Dust (la sua Red Right Hand) ed El Bandido, una finale e l'altra bis o viceversa oppure no. Peccato per il sax, avrebbe fatto troppo discoteca malfamata anni 90 rendendo il tutto veramente perfetto.
(
With Just One Glance You (ft Scott Larue) e Space Is Only Noise che però qui non ha fatto)
* non puoi definire altrimenti uno che aveva sei mesi mentre Schillaci animava le notti magiche
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8.11.11
XI CtoC. IntroC, Blue
Si diceva palchi o platea del Teatro Carignano. Un arrivo improvvido (vuoi per dare un'occhiata all'intro di Servizio Pubblico, vuoi per la scelta di andare all'ultimo minuto via metro per il maltempo) mi costringe a una doppia fila in ingresso e al ritiro biglietti che mi fa optare per i palchi invece della consueta platea. Acclarato che il palco regio è riservato, salgo la prima rampa, salgo la seconda, salgo la terza e mi ritrovo in vetta alla piccionaia, dove i palchi non ci sono. A questo punto considerandomi volatile penso fuori dalla seggiola (dove non avrei avuto potuto vedere niente) e mi attrespolo su una sbarra laterale dalla quale godo una visibilità che nelle due scorse edizioni mi era mancata e un'acustica forse anche migliore.
Lucy, a cui è consegnata l'apertura della serata e del festival, opta per un live di intro ambientale che sacrifica i battiti in favore di suoni stirati, campioni e beat destrutturati (in fondo suonerà da club il giorno dopo). Termite dei velluti purtroppo invece di aggredire la struttura circostante se ne fa condizionare immerso in un perenne e freddo blu. Alla fine del set la platea lo riscalda, ma la palpebra un po' calava. Alla fine del set le luci si accendono e mentre si prepara il setup per il concerto della Apparat Band, maschere biondo platino, vigili del fuoco, commessi extra-parlamentari e celerini si avventano sui fuori posto della piccionaia, rei di non sedere alla poltrona. Si viene cortesemente informati che si troverà un posto per una loro corretta fruizione dell'esibizione. Pacioso sul mio trespolo-transenna, invero non oscurante la visuale di alcuno, nessuno mi disturba. Apparat e la banda entrano.
Devo ammettere il pregiudizio. A me il disco della banda apparata non ha convinto. Belli i suoni, belle anche le melodie ma lo percorre quella sensazione che in cerca di una legittimazione popolare (lui, non la banda) abbia sacrificato il mirabile equilibrio tra pucciosità e cassa in favore di un equilibrio tra i sigurrosi e i thomjorky. Sebbene il live sia incentrato su questa visione, i richiami a un passato più (o forse meno) compromesso sono palpabili. Arcadia, la Moderat-a Rusty Nails (col richiamo al live al castello purtroppo mai vissuto perché si era all'Hyde Park per eccellenza e le insospettate sfumature depeche sulla voce e lo stupendo gioco di luci a metà tra il cero cimiteriale e la segnalazione autostradale) e tutto il bis da Sayulita al finale drummoso non fanno che proclamare Song Of Los come l'apocrifo episodio che si salva. A differenza delle due precedenti edizioni con Tristano-Craig-Maurizio o Kode9+ricchiBurial&cotillon il pubblico riservato delle prime file non si alza e non se ne va e così Ring conquista il suo status pop a suon di applausoni. Se lo merita, anche se sotto sotto si spera in copiose versioni remix.
Lucy, a cui è consegnata l'apertura della serata e del festival, opta per un live di intro ambientale che sacrifica i battiti in favore di suoni stirati, campioni e beat destrutturati (in fondo suonerà da club il giorno dopo). Termite dei velluti purtroppo invece di aggredire la struttura circostante se ne fa condizionare immerso in un perenne e freddo blu. Alla fine del set la platea lo riscalda, ma la palpebra un po' calava. Alla fine del set le luci si accendono e mentre si prepara il setup per il concerto della Apparat Band, maschere biondo platino, vigili del fuoco, commessi extra-parlamentari e celerini si avventano sui fuori posto della piccionaia, rei di non sedere alla poltrona. Si viene cortesemente informati che si troverà un posto per una loro corretta fruizione dell'esibizione. Pacioso sul mio trespolo-transenna, invero non oscurante la visuale di alcuno, nessuno mi disturba. Apparat e la banda entrano.
Devo ammettere il pregiudizio. A me il disco della banda apparata non ha convinto. Belli i suoni, belle anche le melodie ma lo percorre quella sensazione che in cerca di una legittimazione popolare (lui, non la banda) abbia sacrificato il mirabile equilibrio tra pucciosità e cassa in favore di un equilibrio tra i sigurrosi e i thomjorky. Sebbene il live sia incentrato su questa visione, i richiami a un passato più (o forse meno) compromesso sono palpabili. Arcadia, la Moderat-a Rusty Nails (col richiamo al live al castello purtroppo mai vissuto perché si era all'Hyde Park per eccellenza e le insospettate sfumature depeche sulla voce e lo stupendo gioco di luci a metà tra il cero cimiteriale e la segnalazione autostradale) e tutto il bis da Sayulita al finale drummoso non fanno che proclamare Song Of Los come l'apocrifo episodio che si salva. A differenza delle due precedenti edizioni con Tristano-Craig-Maurizio o Kode9+ricchiBurial&cotillon il pubblico riservato delle prime file non si alza e non se ne va e così Ring conquista il suo status pop a suon di applausoni. Se lo merita, anche se sotto sotto si spera in copiose versioni remix.
9.3.11
Little Fluffy Clouds
Piccoli usi e costumi d'ascolto: ho abbandonato da mesi gli ascolti da Hype Machine in favore della scriteriatezza di Soundcloud. Abbozzi, mondi multipli e qualche volta semplicemente le anteprime dei "grossi". In fondo però ci si appassiona appunto ad altro, al patchinko di Paruko, che si definisce un impiegato con molti hobby e non un artista, al nome di Taragana Pyjarama, che specifica di essere danese, o all'istant △OOШ di Шike Ƀongiorno's Ͼorpse. La mancanza di necessità delle uscite discografiche degli ultimi anni e della fugace età di Myspace al confronto vi sembrerà niente e sarà bellissimo, per i prossimi due mesi.
PS: poi certo ci sono anche le piccole etichette encomiabili, le esclusive che non verranno pubblicate e probabilmente potremo sentirci anche i nuovi pezzi dei Flaming Lips senza mangiarci il caramellone. Ma vuoi mettere leggere i commenti di decine di peruviani che improvvisamente decidono di commentare in massa il progettino del tuo vicino di pianerottolo?
PS: poi certo ci sono anche le piccole etichette encomiabili, le esclusive che non verranno pubblicate e probabilmente potremo sentirci anche i nuovi pezzi dei Flaming Lips senza mangiarci il caramellone. Ma vuoi mettere leggere i commenti di decine di peruviani che improvvisamente decidono di commentare in massa il progettino del tuo vicino di pianerottolo?
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avevamo finito i post sulle statistiche e cercavamo qualcosa di simile,
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7.3.11
Equilibristi in bilico sul finesettimana (un weekend italiano)
Non c'è il pienone al Supermarket venerdì. Uno dei proprietari della Numbers, serata/etichetta inglese che si tiene sottocchio e a cui è dedicato l'appuntamento, sciorina un preserata ordinato su una battuta godibile (Freeki Mutha, l'OAR0003B) mentre il giovinotto Hudson Mohawke sonnecchia intrecciando le gambe sul divanetto restrostante con la tipa che lo accompagna - a quanto pare Hudson non è più ciccione e ha abbandonato le mise nerdone in favore del suo status di celebrità del sottobosco. Quello che non ha abbandonato sono i tastieroni / ritmi a zig zag / cantatoni hiphop che compongono il suo rodato mondo culone che solo poco prima della fine viene raddrizzato nelle curve da una tentazione techno, subito brillantata con la chiusura di Fuse.
Inutile dire però che io, come immagino molti, non sono sul posto che per la leggenda Lory D (sintomi della vecchiaia incipiente? una figura mitologica della tua giovinezza viene portata a spasso da ragazzini inglesi come fosse un Baldelli qualunque). Inizia il set con della disco gommosa con battuta da ondeggio glorioso. Non so se sia il tempo che ammorbidisce e trasforma il look dark sciamanico industriale in un'inquietante tranquillità da dopolavoro, ma la follia sembra sempre lì, negli sguardi e sorrisi al limite e negli sfaciolamenti rephlexivi dei beat da cui parte una (time to pret)End che mai in nessun indie-dancefloor è stata così sinistra, mai è stata così passata. Da questa l'ambient selezionato diventa techno a cui improvvisamente e con meraviglia viene dimezzata la velocità. Bello fuori da ogni logica. Sono appena le quattro e i maledetti del locale accendono le luci (si vendono meno consumazioni aumentando i prezzi, vero?) ma a furor della quarantina di rimasti si riesce a scucire un'ulteriore mezzora di gommosità e beatdestroy. Davvero un peccato che il pur buon impianto abbia schiacciato il tutto in un mono che è il flagello dei locali italiani.
Anche sabato lo Spazio 211 raccoglie gente con molta calma e senza stipare gli spazi (e per la cronaca qui si riducono le dimensioni del bicchiere della birra media, deve essere una qualche campagna del Comune di Torino per far dimagrire i cittadini in vista della stagione estiva). I Crimea X, ovvero Jukka Reverberi (basso, voce, manopole, tasti) e Dj Rocca (manopole, tasti, flauto traverso), attaccano con Liubov un live che è dilatato come un djset inframezzato da droni in cui si ondeggia e non si sente quasi il bisogno di applaudire (se non ovviamente alla fine). Gioia a ogni bordata di ping pong delay e alle psicodivagazioni più che agli arpeggi. L'ultimo pezzo, il remix moroderico di Time For Shopping, è un occhiolino a chi organizza la serata e purtroppo niente bis come è sempre più spesso d'uso qui.
Inutile dire però che io, come immagino molti, non sono sul posto che per la leggenda Lory D (sintomi della vecchiaia incipiente? una figura mitologica della tua giovinezza viene portata a spasso da ragazzini inglesi come fosse un Baldelli qualunque). Inizia il set con della disco gommosa con battuta da ondeggio glorioso. Non so se sia il tempo che ammorbidisce e trasforma il look dark sciamanico industriale in un'inquietante tranquillità da dopolavoro, ma la follia sembra sempre lì, negli sguardi e sorrisi al limite e negli sfaciolamenti rephlexivi dei beat da cui parte una (time to pret)End che mai in nessun indie-dancefloor è stata così sinistra, mai è stata così passata. Da questa l'ambient selezionato diventa techno a cui improvvisamente e con meraviglia viene dimezzata la velocità. Bello fuori da ogni logica. Sono appena le quattro e i maledetti del locale accendono le luci (si vendono meno consumazioni aumentando i prezzi, vero?) ma a furor della quarantina di rimasti si riesce a scucire un'ulteriore mezzora di gommosità e beatdestroy. Davvero un peccato che il pur buon impianto abbia schiacciato il tutto in un mono che è il flagello dei locali italiani.
Anche sabato lo Spazio 211 raccoglie gente con molta calma e senza stipare gli spazi (e per la cronaca qui si riducono le dimensioni del bicchiere della birra media, deve essere una qualche campagna del Comune di Torino per far dimagrire i cittadini in vista della stagione estiva). I Crimea X, ovvero Jukka Reverberi (basso, voce, manopole, tasti) e Dj Rocca (manopole, tasti, flauto traverso), attaccano con Liubov un live che è dilatato come un djset inframezzato da droni in cui si ondeggia e non si sente quasi il bisogno di applaudire (se non ovviamente alla fine). Gioia a ogni bordata di ping pong delay e alle psicodivagazioni più che agli arpeggi. L'ultimo pezzo, il remix moroderico di Time For Shopping, è un occhiolino a chi organizza la serata e purtroppo niente bis come è sempre più spesso d'uso qui.
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20.1.11
E ho chiuso la stanza sul loro sorriso
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10.12.10
My head is a big smile (op. cit.)
Non è una gara di magia, non è un minifestival twee, non è un convegno su come a voi piccoli principi con dei giochi di prestigio verrà fatta sparire la pensione. Sabato sera in quel del Gamma/Fluido comincia Houdini con il primo di (si spera) una serie di appuntamenti di dance "altra", ovvero lo showcase romagnol-torinese della Margot Records. I beneamati Margot proporranno il loro misto di live e djset e saranno preceduti dal live per sintetizzatori e batterie analogiche di Matteo Scaioli. A fare gli onori di casa gli organizzatori Vaghe Stelle, col suo live già apprezzato al Club To Club, e Sergio Ricciardone. Piccola postilla: ritengo una cosa encomiabile la comunicazione con giusto anticipo della scaletta, che in questo caso dovrebbe consistere in
23.00 Sergio Ricciardone (djset)
00.30 Matteo Scaioli (live)
01.30 Vaghe Stelle (live)
02.30 Margot (live + djset)
Sim, sala, bim!
ICube - Un Proton Pour Toi, Un Neutron Pour Moi vs. Margot - Be A Star (James Holden DJ Set) by Muzhi
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29.11.10
11.11.10
Cibo Matto
Club To Club X - Sabato pomeriggio che diventa sera, Museo della Giovinezza
Sabato inizia con un'autopompa che per tutta la mattina cerca di stu(p)rare un tombino davanti casa e distruggere il mio cranio. Purtroppo, nonostante spesso mi capiti di passare a quell'ora del sabato dal noto emporio gastronomico slo-food, mi perdo il plate-watching della colazione (sapete, quelli fichi dicono colazione al posto di pranzo, usano la c al posto della g, non usano l'inglese a cazzo), della colazione di Four Tet e Caribou (che stanno per partire per Bologna) con James Holden e cricca che scopro essere sotto la Mole già dal venerdì sera - leggete il Border-resoconto del festival. Uno dei nostri interrogativi più impellenti in tutto il weekend era stato appunto dove li avrebbero portati a mangiare e soprattutto cosa (bagna caoda? fritto misto decerebrato? tajarin al tartufo? Io venerdì prima di andare al Carignano ho mangiato il pane ca' meusa dal mio posto di fiducia). Più in generale me lo chiedo per qualsiasi cantante / gruppo /dj che vado a sentire. Sono uno che si interessa ai fatti importanti della musica. Purtroppo mi perdo la conferenza sui festival di musica elettronica ma me la faccio raccontare al mio arrivo al Museo Della Giovinezza, ex Scienze Naturali.
Sulle scale incrociamo James Holden e la mitica Gemmonobrow che escono fuori per una boccata d'aria mentre noi arriviamo. Poi stazionano dalle nostre parti, prima che decidiamo di allontanarci in favore di un po' di vita sociale con dei loschi figuri che non possiamo nominare. Vaghe Stelle è stato lo Zelig del Festival, lo vedevamo dappertutto (ma in generale lo vedo dappertutto sempre). Il suo live set è stato buono e di sicuro più nelle mie corde rispetto agli esordi minimal. Il krautechnopopp non fa mistero dell'immaginario di riferimento, che tra l'altro gironzola intorno fotografando il dinosauro. Il set però continua oltre il previsto orario di chiusura un quarto d'ora, una mezzora, un'ora. Non so se Kate Wax sia in ritardo, ma di sicuro la nostra cena diventa a rischio.
Ciclo 5 by vaghe stelle
Sul palco a fianco parte finalmente il concerto di Kate Wax, illuminato con questa mezza luce senza senso: lei e lui bassista hanno magliette bianche della salute su cui dovrebbero proiettare nel buio immagini astratte, stelle, volti di modelle. La mezza luce invece li illumina come dei Kills scarsi se i Kills non fossero già scarsi, lei tibetan-bjork-cantante-arty-ottanta, lui bassista-biondo-scodella-cripto-inutile-era-meglio-l'arpeggiator. La musica, purtroppo, sembra pure peggio: la sua voce non è male, ma viene incastrata in questo residuo anni ottanta troppo celeste per essere witch-house, troppo piatto per intrigare. Il fantasma dell'electroclash mi sussurrano tutti all'orecchio. Dove cazzo andiamo a mangiare, sono le nove meno cinque. Sembra che finalmente abbia finito, quando torna sul palco e come nei peggiori incubi, mentre il paciocco Abbott è già in postazione, se ne esce con un improbabile " è vero che volete un'altra canzone?". Aridatece i Darkstar.
Meno male che non abbandoniamo il Museo per la cena, in barba alle cucine dei ristoranti torinesi che chiudono alle dieci e mezza e ai vicini di casa che hanno già pronta la soup al mio arrivo quotidiano dal lavoro alle 18. Luke Abbott è bello come un dio greco (nel cartone animato Pollon). Armato di solo APC40 (look who's who) con mani cucciole (cit.) tira fuori il liveset del festival, trasformando il materiale dei singoli e dell'album in una festa acrobatica di manopole, offset e incartamenti. Ritmiche aggressive e con tiro notturno, nonostante si spezzino come grissini perché la sua attenzione lo distrae, ruvidità di dentidipescesega che duellano con rimbalzi rotondi di ton(d)i melodici in una battaglia continua con la tizia che sorveglia il mixer, una specie di babysitter tuttaunnervo che vorrebbe stare da un'altra parte. Qualcosa che funziona come dance music pur non essendo dance music, che si affida alle convenzioni mentre le prende a calci.
Ispirato da una meraviglia che meritava l'Hiroshima, trovo la soluzione per la cena, lui suona il prefinale di Melody 120, è quasi finita manca solo Brazil e invece la babysitter si distrae e lui lancia dei droni, si avventa sul master mixer, mette al massimo il volume, crea degli effetti risonanti, si avvicina un tipo preoccupato per l'impianto e poi la babysitter e lui riprende il controller e quella che sembrava Brazil diventa devastazione di rumore e sfacelo che illumina gli occhi dei pochi rimasti (nel frattempo molti hanno ceduto ai morsi della fame, stolti). Sorridenti anche noi abbandoniamo il Museo e sulle scale un sovrintendente ci chiede se sopra c'è ancora qualcuno (sì, uno stalker, prendetelo!). Di lì a poco avrei affrontato uno stinco di maiale con crauti e una rossa artigianale da sette gradi uscendone sconfitto.
MIT 'Rauch (Luke Abbott Remix)' by halfmachine
Sabato inizia con un'autopompa che per tutta la mattina cerca di stu(p)rare un tombino davanti casa e distruggere il mio cranio. Purtroppo, nonostante spesso mi capiti di passare a quell'ora del sabato dal noto emporio gastronomico slo-food, mi perdo il plate-watching della colazione (sapete, quelli fichi dicono colazione al posto di pranzo, usano la c al posto della g, non usano l'inglese a cazzo), della colazione di Four Tet e Caribou (che stanno per partire per Bologna) con James Holden e cricca che scopro essere sotto la Mole già dal venerdì sera - leggete il Border-resoconto del festival. Uno dei nostri interrogativi più impellenti in tutto il weekend era stato appunto dove li avrebbero portati a mangiare e soprattutto cosa (bagna caoda? fritto misto decerebrato? tajarin al tartufo? Io venerdì prima di andare al Carignano ho mangiato il pane ca' meusa dal mio posto di fiducia). Più in generale me lo chiedo per qualsiasi cantante / gruppo /dj che vado a sentire. Sono uno che si interessa ai fatti importanti della musica. Purtroppo mi perdo la conferenza sui festival di musica elettronica ma me la faccio raccontare al mio arrivo al Museo Della Giovinezza, ex Scienze Naturali.
Sulle scale incrociamo James Holden e la mitica Gemmonobrow che escono fuori per una boccata d'aria mentre noi arriviamo. Poi stazionano dalle nostre parti, prima che decidiamo di allontanarci in favore di un po' di vita sociale con dei loschi figuri che non possiamo nominare. Vaghe Stelle è stato lo Zelig del Festival, lo vedevamo dappertutto (ma in generale lo vedo dappertutto sempre). Il suo live set è stato buono e di sicuro più nelle mie corde rispetto agli esordi minimal. Il krautechnopopp non fa mistero dell'immaginario di riferimento, che tra l'altro gironzola intorno fotografando il dinosauro. Il set però continua oltre il previsto orario di chiusura un quarto d'ora, una mezzora, un'ora. Non so se Kate Wax sia in ritardo, ma di sicuro la nostra cena diventa a rischio.
Ciclo 5 by vaghe stelle
Sul palco a fianco parte finalmente il concerto di Kate Wax, illuminato con questa mezza luce senza senso: lei e lui bassista hanno magliette bianche della salute su cui dovrebbero proiettare nel buio immagini astratte, stelle, volti di modelle. La mezza luce invece li illumina come dei Kills scarsi se i Kills non fossero già scarsi, lei tibetan-bjork-cantante-arty-ottanta, lui bassista-biondo-scodella-cripto-inutile-era-meglio-l'arpeggiator. La musica, purtroppo, sembra pure peggio: la sua voce non è male, ma viene incastrata in questo residuo anni ottanta troppo celeste per essere witch-house, troppo piatto per intrigare. Il fantasma dell'electroclash mi sussurrano tutti all'orecchio. Dove cazzo andiamo a mangiare, sono le nove meno cinque. Sembra che finalmente abbia finito, quando torna sul palco e come nei peggiori incubi, mentre il paciocco Abbott è già in postazione, se ne esce con un improbabile " è vero che volete un'altra canzone?". Aridatece i Darkstar.
Meno male che non abbandoniamo il Museo per la cena, in barba alle cucine dei ristoranti torinesi che chiudono alle dieci e mezza e ai vicini di casa che hanno già pronta la soup al mio arrivo quotidiano dal lavoro alle 18. Luke Abbott è bello come un dio greco (nel cartone animato Pollon). Armato di solo APC40 (look who's who) con mani cucciole (cit.) tira fuori il liveset del festival, trasformando il materiale dei singoli e dell'album in una festa acrobatica di manopole, offset e incartamenti. Ritmiche aggressive e con tiro notturno, nonostante si spezzino come grissini perché la sua attenzione lo distrae, ruvidità di dentidipescesega che duellano con rimbalzi rotondi di ton(d)i melodici in una battaglia continua con la tizia che sorveglia il mixer, una specie di babysitter tuttaunnervo che vorrebbe stare da un'altra parte. Qualcosa che funziona come dance music pur non essendo dance music, che si affida alle convenzioni mentre le prende a calci.
Ispirato da una meraviglia che meritava l'Hiroshima, trovo la soluzione per la cena, lui suona il prefinale di Melody 120, è quasi finita manca solo Brazil e invece la babysitter si distrae e lui lancia dei droni, si avventa sul master mixer, mette al massimo il volume, crea degli effetti risonanti, si avvicina un tipo preoccupato per l'impianto e poi la babysitter e lui riprende il controller e quella che sembrava Brazil diventa devastazione di rumore e sfacelo che illumina gli occhi dei pochi rimasti (nel frattempo molti hanno ceduto ai morsi della fame, stolti). Sorridenti anche noi abbandoniamo il Museo e sulle scale un sovrintendente ci chiede se sopra c'è ancora qualcuno (sì, uno stalker, prendetelo!). Di lì a poco avrei affrontato uno stinco di maiale con crauti e una rossa artigianale da sette gradi uscendone sconfitto.
MIT 'Rauch (Luke Abbott Remix)' by halfmachine
anche se non c'entra niente, ma mi sentivo più o meno come quando ho sentito questa per la prima volta
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28.10.10
Dita incrociate
Le premesse sono enormi. Prendete il decennale del miglior festival elettronico italiano, ammantatelo di scaramanzia e raccogliete il meglio di bassi, tchktss, droni, voci, campanelli e fantasmi e il risultato sarà Club To Club: The X Superstition. Anticipato dalle anteprime milanesi e quest'anno in parallelo a Istanbul (con tanto di nazar boncuğu augurale, si vede che ho passato mezzo agosto in Turchia e indosserò apposita t-shirt), il Club To club percorrerà tutta Torino dal 4 al 7 Novembre.
Giovedì 4 si parte dal grembo del Teatro Carignano ripieno dei suonatori di gamelan che accompagneranno i Plaid e si proseguirà al Mirafiori Motor Village con Floating Points, Joy Orbison e Andrea Frola.
Venerdì 5 il Carignano sarà infestato dalla Hyperdub, dal fantasma di Burial "suonato" dal suo capo Kode9 e dal bass-pop sconfitto dei Darkstar. La notte partirà come al solito in parallelo con tutto il corollario di scelte difficili: all'Hiroshima accompagnati dagli italiani DJ Pandaj, Sweet Life Society, Les Fleurs USB e Loser toccheranno ferro legno e tutto il resto i live di Four Tet, Caribou e Kings Midas Sound; al Supermarket aleggerà il mascherato Olof dei Knife as Ony Ayhun che precederà o seguirà le quattro ore del nuovo progetto di Jeff Mills; al Gamma il Po farà da sottofondo a Jamie Jones, Marcelo Tag, Step & Rills.
Sabato 6 al Museo di Scienze Naturali di pomeriggio i live bordercomunicanti di Luke Abbott, Kate Wax e Vaghe Stelle faranno da preludio al gran finale al Lingotto con i live di Modeselektor, Shackleton e Shed e i djset di James Holden, Marcel Dettmann, Cassius, Jamie degli XX, Riva Starr, Giorgio Valletta e Patrick Di Stefano.
Domenica 7 infine si zombeggierà col dj set di Rob Hall e i droni di Oneohtrix Point Never.
Completeranno il tutto il finale del concorso Musica 2061, l'ospitata turca di The &, gli aperitivi in giro per la città e la conferenza sui festival di musica elettronica Electronic PIL.
Portatevi i corni e giocatevi questi numeri al lotto: , , , , .
Bowls (Holden Remix) by Caribou
Giovedì 4 si parte dal grembo del Teatro Carignano ripieno dei suonatori di gamelan che accompagneranno i Plaid e si proseguirà al Mirafiori Motor Village con Floating Points, Joy Orbison e Andrea Frola.
Venerdì 5 il Carignano sarà infestato dalla Hyperdub, dal fantasma di Burial "suonato" dal suo capo Kode9 e dal bass-pop sconfitto dei Darkstar. La notte partirà come al solito in parallelo con tutto il corollario di scelte difficili: all'Hiroshima accompagnati dagli italiani DJ Pandaj, Sweet Life Society, Les Fleurs USB e Loser toccheranno ferro legno e tutto il resto i live di Four Tet, Caribou e Kings Midas Sound; al Supermarket aleggerà il mascherato Olof dei Knife as Ony Ayhun che precederà o seguirà le quattro ore del nuovo progetto di Jeff Mills; al Gamma il Po farà da sottofondo a Jamie Jones, Marcelo Tag, Step & Rills.
Sabato 6 al Museo di Scienze Naturali di pomeriggio i live bordercomunicanti di Luke Abbott, Kate Wax e Vaghe Stelle faranno da preludio al gran finale al Lingotto con i live di Modeselektor, Shackleton e Shed e i djset di James Holden, Marcel Dettmann, Cassius, Jamie degli XX, Riva Starr, Giorgio Valletta e Patrick Di Stefano.
Domenica 7 infine si zombeggierà col dj set di Rob Hall e i droni di Oneohtrix Point Never.
Completeranno il tutto il finale del concorso Musica 2061, l'ospitata turca di The &, gli aperitivi in giro per la città e la conferenza sui festival di musica elettronica Electronic PIL.
Portatevi i corni e giocatevi questi numeri al lotto: , , , , .
Bowls (Holden Remix) by Caribou
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17.10.10
Gli anni dell' io qui e tu là
Pur non parlando quasi mai di musica italiana e ritenendomi dunque inadatto, pur avendo un'opinione, ahem, composita sul disco intitolato con bestemmia politeista ("Dei Cani"), pur dovendo passare il tempo a comprendere North dei Darkstar, trovo necessario spendere due parole su una canzone a cui tengo dei Non Voglio Che Clara. Pur non avendo mai vissuto niente di simile negli anni dell'università, pure. Circa tre anni fa non riuscivo a smettere di sentire un mp3. Non si capiva se si trattasse di un demo coi suoni imperfetti (gli ultra riverberi, la tastiera con le scossette statiche, alcuni sgusci di elettronica liquida quasi impercettibili), un live registrato con l'inganno, un malefico tarlo virale che non avrebbe mai visto altra luce. Qualcuno disse che partiva da Minghi e da Fabiò/Giuliò e arrivava ad un dolore contenuto che non sbracava mai e dignitosamente diventava sconfinato - parafraso. Oggi, quella canzone è uscita su disco, prodotta coi suoni giusti e i sospiri voluti. Tutta la prima metà, però, mi urta. Lo so, la canzone non ha niente che non va, è solo un'impercettibile sensazione che a stento che del tutto capisco, ma si può riassumere nei troppi ascolti di quel demo/live/tarlo. La voce che prima mi faceva venire voglia di mettere una mano sulla spalla al cantante, ora ha delle piccolezze recitate artefatte o forse la tristezza è solo un po' più calcata e io sopporto poco la tristessestrinsecata. Tutto cambia però, a volte in meglio, e la recitazione viene sepolta dalla musica. A 2.38 un coro ovattato di riverberi e letti separati e i fuzz che irrompono sigurrosi vengono strozzati col silenzio prima di mostrare il fianco. E così, Monicà, ora partono alte frequenze e poi quelle liquidità e poi i cori spiritualizzati e fridmannici e uno sgranchio chitarroso che chiude il tutto e sembra quest'intervista del boss di Ryanair al Guardian.
Gli Anni Dell'Università (demo/live/tarlo) - Non Voglio Che Clara
Gli Anni Dell'Università (Dei Cani mix) - Non Voglio Che Clara
Gli Anni Dell'Università (demo/live/tarlo) - Non Voglio Che Clara
Gli Anni Dell'Università (Dei Cani mix) - Non Voglio Che Clara
16.5.10
Le collinette, gli svedesi, il karaoke
The kisses of the sun
were sweet I didn't blink
I let it in my eyes
like an exotic drink
the radio playing songs
that I have never heard
I don't know what to say
oh not another word
Domenica pomeriggio, collinetta verde del Parco del Valentino a Torino, il tempo è clemente. Io ho l'orticaria. Il ritardo strategico di un'ora non è abbastanza per evitare un'interminabile ora di attesa nel pratello indiepopabestia (tutti coi cuccioli/cani di compagnia poi) con aggiunta di famigliole e di BONGHI. In più chi riceve solitamente i miei messaggidasolitarioaiconcerti™ ha pensato bene di passare la domenica pomeriggio davanti a un Lago Dei Cigni del Bolshoi. In fine gli Iori's Eyes sono la mia morte, non tanto per il pop acustico con la solita voce frognucolosa che aveva senso coi Mercury Rev e i fratelli Pace e meno con Yuppie Flu e sempre meno viavia, quanto perché a chiusura della loro mezzora fanno partire un preset di drum machine e dell'elettronichina a cazzo che mi fanno piangere lacrime silicee: lasciate stare il bit e i beat poverini che non hanno niente a che vedere col vostro mondo.
Dice: cazzo ci sei andato a fare su una collinetta indiepop primaverile DI DOMENICA POMERIGGIO? Sono andato a vedere una tipa svedese che fa il karaoke sulla collinetta indiepop di domenica pomeriggio. Prima di fare la figura del pazzo ci tengo a dirlo: non è come sembra. Sono andato per i JJ, creatura debosciata di casa Sincerely Yours (gloria gloria a The Tough Alliance) che infiltra l'amato (anche se solito) pop balearico svedese con allusioni di gangsta rap, dance tamarra, celebrazione calcistica e droghe. Una specie di Truzzi&Emo For Africa, una sola cosa col il Padre e con i tuoi, dato che nel pratello ci sono anche alcuni immancabili pellegrini della Sindone, tutti col cappellino arancione. Quando la giovane strappona palesemente ubriaca imbraccia la chitarra, il suo cocktail al limone e i milioni di secondi di delay sulla sua voce, col compare che non sente nemmeno la necessità di muoversi dal pratello sul palco, My Life spezza l'armonia cosmica delle birrette sull'erbetta con la dolenza di The Game e A Touch Of Class. Per tre pezzi fino a una spettrale Ecstasy - bienvenido al Mi Ami ahah – temo la deriva cantautorale per quanto sfattona, fuoriposto e con le ragazze che continuano a urlarle brava mentre sotto sotto pensano grassa e brutta ("trote"). Invece arriva il colpo di genio per le prossime canzoni e, rischiando di cadere dallo sgabello, la tipa si dirige verso un pc e fa partire il karaoke: Things Will Never Be The Same Again, My Life, My Swag, From Africa To Malaga, My Hopes And Dreams, mi sembra, scorrono uguali su disco. Lei finisce il cocktail e continua a succhiare la scorza di limone perché nessuno gliene porta un altro – vorrei farlo io, ma desisto, evito sempre gesti che richiamano troppo l'attenzione – ed è visibilmente poco a suo agio e quello scarto tra pratello fighello e karaoke malinconico ubriaco da baretto di spiaggia di provincia viene amplificato di non so quanti decibel, e sta per finire un altro weekend, se ne va coi cori in tele il weekend, anche se non si sono portati appresso Ibrahimovic. Poi stacca il karaoke e chiude con Let Go acustica e se ne va dai Tough Alliance e dal compare genio che probabilmente le dirà "brava ma se avessimo messo il cd ti saresti presa il sole pure tu".

In teoria ci sarebbe stato anche il dj set dei Tough Alliance, ma sono andato a farmi dare del negro da Horas (per i non Torinesi, sono andato a prendermi un kebab in un luogo vicino alla collinetta) e quando sono tornato la musica era bassissima e l'idea di aspettare un tempo indefinito non mi allettava certo. In fondo la domenica mi aveva soddisfatto. Era cominciata con Radiation Ruling The Nation, ché il disco della Thorn mi ha deluso e guardo Luther per riconciliarmi con i Massive Attack e i JJ sono disco da domenica mattina così come da quindici anni a questa parte No Protection e anche i dubboni successivi del cofanetto dei singoli, e avevo pranzato con The Hangover pensando che al massimo il risultato di un mio hangover è che non mi ricordo che pezzi ha messo Kode9 nel suo dj set due settimane fa. Una bella domenica e, come Mourinho, non mi sento a casa.

EDIT: come dimostra questo rvm lui è Repetto on ecstasy
were sweet I didn't blink
I let it in my eyes
like an exotic drink
the radio playing songs
that I have never heard
I don't know what to say
oh not another word
Domenica pomeriggio, collinetta verde del Parco del Valentino a Torino, il tempo è clemente. Io ho l'orticaria. Il ritardo strategico di un'ora non è abbastanza per evitare un'interminabile ora di attesa nel pratello indiepopabestia (tutti coi cuccioli/cani di compagnia poi) con aggiunta di famigliole e di BONGHI. In più chi riceve solitamente i miei messaggidasolitarioaiconcerti™ ha pensato bene di passare la domenica pomeriggio davanti a un Lago Dei Cigni del Bolshoi. In fine gli Iori's Eyes sono la mia morte, non tanto per il pop acustico con la solita voce frognucolosa che aveva senso coi Mercury Rev e i fratelli Pace e meno con Yuppie Flu e sempre meno viavia, quanto perché a chiusura della loro mezzora fanno partire un preset di drum machine e dell'elettronichina a cazzo che mi fanno piangere lacrime silicee: lasciate stare il bit e i beat poverini che non hanno niente a che vedere col vostro mondo.
Dice: cazzo ci sei andato a fare su una collinetta indiepop primaverile DI DOMENICA POMERIGGIO? Sono andato a vedere una tipa svedese che fa il karaoke sulla collinetta indiepop di domenica pomeriggio. Prima di fare la figura del pazzo ci tengo a dirlo: non è come sembra. Sono andato per i JJ, creatura debosciata di casa Sincerely Yours (gloria gloria a The Tough Alliance) che infiltra l'amato (anche se solito) pop balearico svedese con allusioni di gangsta rap, dance tamarra, celebrazione calcistica e droghe. Una specie di Truzzi&Emo For Africa, una sola cosa col il Padre e con i tuoi, dato che nel pratello ci sono anche alcuni immancabili pellegrini della Sindone, tutti col cappellino arancione. Quando la giovane strappona palesemente ubriaca imbraccia la chitarra, il suo cocktail al limone e i milioni di secondi di delay sulla sua voce, col compare che non sente nemmeno la necessità di muoversi dal pratello sul palco, My Life spezza l'armonia cosmica delle birrette sull'erbetta con la dolenza di The Game e A Touch Of Class. Per tre pezzi fino a una spettrale Ecstasy - bienvenido al Mi Ami ahah – temo la deriva cantautorale per quanto sfattona, fuoriposto e con le ragazze che continuano a urlarle brava mentre sotto sotto pensano grassa e brutta ("trote"). Invece arriva il colpo di genio per le prossime canzoni e, rischiando di cadere dallo sgabello, la tipa si dirige verso un pc e fa partire il karaoke: Things Will Never Be The Same Again, My Life, My Swag, From Africa To Malaga, My Hopes And Dreams, mi sembra, scorrono uguali su disco. Lei finisce il cocktail e continua a succhiare la scorza di limone perché nessuno gliene porta un altro – vorrei farlo io, ma desisto, evito sempre gesti che richiamano troppo l'attenzione – ed è visibilmente poco a suo agio e quello scarto tra pratello fighello e karaoke malinconico ubriaco da baretto di spiaggia di provincia viene amplificato di non so quanti decibel, e sta per finire un altro weekend, se ne va coi cori in tele il weekend, anche se non si sono portati appresso Ibrahimovic. Poi stacca il karaoke e chiude con Let Go acustica e se ne va dai Tough Alliance e dal compare genio che probabilmente le dirà "brava ma se avessimo messo il cd ti saresti presa il sole pure tu".
In teoria ci sarebbe stato anche il dj set dei Tough Alliance, ma sono andato a farmi dare del negro da Horas (per i non Torinesi, sono andato a prendermi un kebab in un luogo vicino alla collinetta) e quando sono tornato la musica era bassissima e l'idea di aspettare un tempo indefinito non mi allettava certo. In fondo la domenica mi aveva soddisfatto. Era cominciata con Radiation Ruling The Nation, ché il disco della Thorn mi ha deluso e guardo Luther per riconciliarmi con i Massive Attack e i JJ sono disco da domenica mattina così come da quindici anni a questa parte No Protection e anche i dubboni successivi del cofanetto dei singoli, e avevo pranzato con The Hangover pensando che al massimo il risultato di un mio hangover è che non mi ricordo che pezzi ha messo Kode9 nel suo dj set due settimane fa. Una bella domenica e, come Mourinho, non mi sento a casa.
EDIT: come dimostra questo rvm lui è Repetto on ecstasy
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6.4.10
Si illuminano gli angoli
Dal suo buen retiro tropicale tra un vodka martini e un'onda ci scrive ancora Ragazzo Di Periferia. Ci comunica l'uscita del suo primo mixtape No Alla Cocaina (vabbè, a un primo ascolto sembra essersi fatto tutto il resto) contenente sei inedite versioni slo-mo di successi dei generi più disparati. E proprio un'esclusiva versione slo-mo è riservata ai nostri lettori, anche in download. Nel 2005 Ragazzo Di Periferia non apprezzò tanto La Malavita e ora non è soddisfattissimo di I Mistici Dell'Occidente dei Baustelle. Per questo ha riposto la sua tavola da surf sulla spiaggia e ci ha regalato una versione slo-mo di La Settimana Enigmistica che abbandona l'ormai impossibile gomma in favore di una malinconia slacker alla Pavement. Non so se raggiunga le vette del duetto tra Malika Ayane e Damon Albarn del mixtape, ma viene voglia di un autoradio e di un finestrino abbassato.


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18.3.10
Datemi un biglietto d'aereo, non ho tempo per il treno ormai
Ciao Alex, tutti faranno riferimento a oscuri pezzi trascurati dei Big Star o dei Box Tops. Io non ho trovato lo spezzone da Gilmore Girls e allora ripiego sulla cover dei Corvi
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