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6.11.12
Election night
Fa strano risentire come era andata quattro anni fa.
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14.10.12
Non escludo il ritorno
Vabbe', la decadenza dell'ultimo Califano sotto i quaranta fa un po' ridere, ma è un sì.
Il Tempo + Importante (Non Escludo Il Ritorno Andropausa Mashup) - Amari vs Boddika by maxcar
12.10.12
29.1.12
Tu, quindici anni
(vabbe' questo è anche il millesimo post)
Martedì scorso all'Hiroshima Mon Amour Xplosiva ha festeggiato i suoi primi quindici anni con il piatto forte di Nicolas Jaar, ometto* copertina del 2011 in ambito dance elettronico (gli acculturati direbbero pure emblema dello Zeitgeist rallentante/rigurgitante). Sulle pareti dell'Hiroshima scorrevano centinaia di nomi che negli anni in tutti i giorni della settimana in ogni tipo di luogo a Torino (e non solo) Xplosiva ha reso disponibili con un'idea di clubbing attenta, personale e amichevole che ha anche fatto scuola, almeno qui a Torino. Ancor più di quei nomi tutto questo si respirava nel set iniziale di Giorgio Valletta che ha sintetizzato tutte le anime degli ultimi anni nei generi dell'ultimo anno da un inizio misteryoso, alla bass music inglese, al ritmo che cresce della house fino al rallentamento sedato vera via di fuga dall'oggi e passaggio di testimone a Jaar. Dalla sala vuota all'apertura porte al locale pieno con tutti che ballano in poche consumate mosse, it is all over our faces.
Non so se dopo mille post (e vabbe' qualche migliaio di altri post della vita precedente) ancora sia rimasto a leggere qualcuno che non sia interessato ai suoni che animano queste pagine. Riassumendo, Nicolas Jaar è un americano di padre cileno nato nel 1990 che ha stregato gli appassionati di dance l'anno scorso facendo tutto ciò che il pubblico medio della dance, persino nelle sue frange più acculturate, aborrirebbe. Prolifico invece che sfuggente, amante dei mischioni invece che rigoroso, lento e senza cassa e talvolta capace anche di grossi sbagli. Il suono di ora in mano a un ventenne belloccio(e dunque spendibile su un palco) e intraprendente (il primo singolo per l'etichetta dei Wolf+Lamb a diciott'anni e la propria etichetta a venti).
Mi aspettavo il buon Nico insieme alla band con cui è in tour (batteria, chitarra, sax). Purtroppo invece è da solo sul palco, ma non escludo ciò sia un bene. Il live non è un concerto, non è un laptop set e non è un djset. Jaar inizia suonando una tastiera in cui i tasti comandano contemporaneamente note e folate di vento. Il pezzo successivo è fatto di effetti di riverbero ed eco in feedback sulla sua voce. Poi partono quei beat palline da ping pong che rimbalzano lenti da un lato all'altro (grazie impianto dell'Hiroshima)e tutti quegli effetti che ormai conosci per nome. La prima voce amica che arriva nell'ondeggiamento è quella della figlia di Bruce Willis e Demi Moore (cfr video qua sotto).
A quel punto pur mantenendo la stessa velocità Jaar imprime corpo al set trasformandolo in un djset. Qui entrano in gioco i suoi edit e i suoi remix con un atmosfera che allude alla house newyorchese della dissoluzione e però suona goffa, ancorché tutti ballino e le ragazze gli facciano gli occhi dolci. Non un mostro di tecnica in questo caso, forse nemmeno prima, ma è chiaro che siamo oltre la dance, che si usino quei materiali per fare altro. Non è goffaggine, non è teorizzazione, è una visione, discutibile ma che riempie una pista la manovra e sovverte le sue idee, solleticando più l'introspezione che il divertimento. Da lì si va verso la fine con Too Many Kids Finding Rain In The Dust (la sua Red Right Hand) ed El Bandido, una finale e l'altra bis o viceversa oppure no. Peccato per il sax, avrebbe fatto troppo discoteca malfamata anni 90 rendendo il tutto veramente perfetto.
(
With Just One Glance You (ft Scott Larue) e Space Is Only Noise che però qui non ha fatto)
* non puoi definire altrimenti uno che aveva sei mesi mentre Schillaci animava le notti magiche
Martedì scorso all'Hiroshima Mon Amour Xplosiva ha festeggiato i suoi primi quindici anni con il piatto forte di Nicolas Jaar, ometto* copertina del 2011 in ambito dance elettronico (gli acculturati direbbero pure emblema dello Zeitgeist rallentante/rigurgitante). Sulle pareti dell'Hiroshima scorrevano centinaia di nomi che negli anni in tutti i giorni della settimana in ogni tipo di luogo a Torino (e non solo) Xplosiva ha reso disponibili con un'idea di clubbing attenta, personale e amichevole che ha anche fatto scuola, almeno qui a Torino. Ancor più di quei nomi tutto questo si respirava nel set iniziale di Giorgio Valletta che ha sintetizzato tutte le anime degli ultimi anni nei generi dell'ultimo anno da un inizio misteryoso, alla bass music inglese, al ritmo che cresce della house fino al rallentamento sedato vera via di fuga dall'oggi e passaggio di testimone a Jaar. Dalla sala vuota all'apertura porte al locale pieno con tutti che ballano in poche consumate mosse, it is all over our faces.
Non so se dopo mille post (e vabbe' qualche migliaio di altri post della vita precedente) ancora sia rimasto a leggere qualcuno che non sia interessato ai suoni che animano queste pagine. Riassumendo, Nicolas Jaar è un americano di padre cileno nato nel 1990 che ha stregato gli appassionati di dance l'anno scorso facendo tutto ciò che il pubblico medio della dance, persino nelle sue frange più acculturate, aborrirebbe. Prolifico invece che sfuggente, amante dei mischioni invece che rigoroso, lento e senza cassa e talvolta capace anche di grossi sbagli. Il suono di ora in mano a un ventenne belloccio(e dunque spendibile su un palco) e intraprendente (il primo singolo per l'etichetta dei Wolf+Lamb a diciott'anni e la propria etichetta a venti).
Mi aspettavo il buon Nico insieme alla band con cui è in tour (batteria, chitarra, sax). Purtroppo invece è da solo sul palco, ma non escludo ciò sia un bene. Il live non è un concerto, non è un laptop set e non è un djset. Jaar inizia suonando una tastiera in cui i tasti comandano contemporaneamente note e folate di vento. Il pezzo successivo è fatto di effetti di riverbero ed eco in feedback sulla sua voce. Poi partono quei beat palline da ping pong che rimbalzano lenti da un lato all'altro (grazie impianto dell'Hiroshima)e tutti quegli effetti che ormai conosci per nome. La prima voce amica che arriva nell'ondeggiamento è quella della figlia di Bruce Willis e Demi Moore (cfr video qua sotto).
A quel punto pur mantenendo la stessa velocità Jaar imprime corpo al set trasformandolo in un djset. Qui entrano in gioco i suoi edit e i suoi remix con un atmosfera che allude alla house newyorchese della dissoluzione e però suona goffa, ancorché tutti ballino e le ragazze gli facciano gli occhi dolci. Non un mostro di tecnica in questo caso, forse nemmeno prima, ma è chiaro che siamo oltre la dance, che si usino quei materiali per fare altro. Non è goffaggine, non è teorizzazione, è una visione, discutibile ma che riempie una pista la manovra e sovverte le sue idee, solleticando più l'introspezione che il divertimento. Da lì si va verso la fine con Too Many Kids Finding Rain In The Dust (la sua Red Right Hand) ed El Bandido, una finale e l'altra bis o viceversa oppure no. Peccato per il sax, avrebbe fatto troppo discoteca malfamata anni 90 rendendo il tutto veramente perfetto.
(
With Just One Glance You (ft Scott Larue) e Space Is Only Noise che però qui non ha fatto)
* non puoi definire altrimenti uno che aveva sei mesi mentre Schillaci animava le notti magiche
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22.12.11
Sedimenti non dimentichi
Sabato scorso, se fossi stato mosso dalla curiosità, avrei probabilmente scelto l'ex Bolina (la dishcuteca di Ventola) ora diventato l'Haçienda (sikh, la nuova indiedisco di Bari) e il concerto di Ben Westbeech. Se non altro per vedere quanto dal vivo sarebbe rimasto del manipolo sontuoso di collaboraproduttori (Soul Clap, Enrichetto Schwarz, MJ Cole e Motor City Drum Ensemble tra gli altri). E per dire ai miei nipoti, sapete, una volta sono andato a ballare all'Haçienda.
Mosso invece dalla necessità, mi sono inoltrato nei due gradi sotto zero della strada verso Cuorgné (TO) per raggiungere El Barrio. L'ultima volta che sono stato a El Barrio fu per Jens Lekman. Poi una volta volevo andare a vederci Alberto Camerini, ma mi sono perso per strada, o forse all'ultimo minuto avevo deciso che era meglio di no. L'idea di andare a ballare lì un djset di Scuba era contemporanemente svuotata degli ovvi significati e ammantata di nuovi scarti.
Le due ore e mezza di Scuba, davanti a una pista non stipata ma attenta e calda, mi hanno soddisfatto in pieno. Un ascolto disattento potrebbe bollare con eclettismo la somma di techno (rimembrante) delle origini, house technica e ritmi da strada brit. Invece, così come nel suo DJ Kicks di quest'anno, oscillando tra educazione crucca e vitalità stradaiola inglese, ne è uscito fuori un mix capace di cariche e di break dolci, pulitissimo per tecnica e sapiente nelle variazioni. Un set da dj, più che da produttore, e dopo un po' ci voleva.
Scuba - Adrenalin EP [HF030] by Hotflush
Mosso invece dalla necessità, mi sono inoltrato nei due gradi sotto zero della strada verso Cuorgné (TO) per raggiungere El Barrio. L'ultima volta che sono stato a El Barrio fu per Jens Lekman. Poi una volta volevo andare a vederci Alberto Camerini, ma mi sono perso per strada, o forse all'ultimo minuto avevo deciso che era meglio di no. L'idea di andare a ballare lì un djset di Scuba era contemporanemente svuotata degli ovvi significati e ammantata di nuovi scarti.
Le due ore e mezza di Scuba, davanti a una pista non stipata ma attenta e calda, mi hanno soddisfatto in pieno. Un ascolto disattento potrebbe bollare con eclettismo la somma di techno (rimembrante) delle origini, house technica e ritmi da strada brit. Invece, così come nel suo DJ Kicks di quest'anno, oscillando tra educazione crucca e vitalità stradaiola inglese, ne è uscito fuori un mix capace di cariche e di break dolci, pulitissimo per tecnica e sapiente nelle variazioni. Un set da dj, più che da produttore, e dopo un po' ci voleva.
Scuba - Adrenalin EP [HF030] by Hotflush
9.11.11
Xi CtoC. Black is White is Black
Chords
Strings
We brings
Melody
G-Funk
Where rhythm is life
And life is rhythm
La sera prima della sommersione dei Murazzi si parte dai Murazzi dove un Theo Parrish assai sorridente (cazzo, un detroitiano sorridente) imbastisce un set negrissimo di battuta lenta, radici disco soul r'n'b e contrappunti sintetici. I suoi ugly edits più che il viaggiospazio. Tecnica pulita e rigore filologico stampano sorrisi sulle facce nonostante il set suoni (piacevolmente) passatista e il suo continuo uso delle manopole di bassi, medi e alti (almeno qui non seguiti dalla cassa ma da viulini e da cori motowni) sia - a cercare un difetto - troppo ripetitivo. Il magnetismo è pero tale che, anche ammesso che i più giovini siano lì per il successivo Ben Clock, nessuno reclama sugli splendidi break orchestrali o sulle divagazioni funk. E quando sembrava di aver imboccato un labirinto minimale involuto ha subito scartato verso la gioia acida.
Lasciando Ben Clock al suo destino si percorre (finalmente, riesco per la prima volta) la città nel pieno spirito del CtoC alla volta dell'Hiroshima dove K(uedo) e K(ode9) chiudono la serata Hyperdub. In Sala Modotti Kuedo è live in the mix che vuol dire che suona i suoi pezzi (e qualche altra cosa) uno dietro l'altro come in un dj set. Severant è uno dei dischi dell'anno e su un impianto più carico di quello che sono le mie cuffie si gode non poco dei brandelli premonitori e delle tenerezze 10010 che in realtà sono analogie. Poi a un certo punto spunta Miami Vice e la sabbia dentro gli anfibi e il bianco giallo verde acqua che ci circondano.
Non rimane che l'ultima ora delle tre di Kode9. Ritmi spezzati è dire poco. Nell'hardcore continuum che sgorgava dall'impiantone dell'Hiroshima il buon Steve Goodman aveva già abbandonato ogni residuo di linearità in favore di una persistenza retino-ritmica-alogica in cui grime, two e duestep si intersecano sviando e costringendo a consegnarsi. Strings Of Life apre la sezione housettona e di vecchia techno prima del finale culminante nell'ovvio ricordo di Burial e nel bis finale di Regulate. Poi i superstiti hanno cercato di avere un ultimo pezzo, ma il proprietario dell'Hiroshima ha castrato tutti vietando al fonico i volumi. Si è andati avanti per cinque o sei minuti con le proteste, giusto il tempo in cui si poteva suonare ancora un altro. Però Regulate come ultimo ultimo chiude. Il tartan addosso è a quadri come le camicie del 94.
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1.11.11
Intellectualize my clubness
Persi purtroppo gli Aufgang al Conservatorio di Torino (pare sia stata una bella serata, con un buon live e ottimi suoni), domenica mi sono recato al secondo dei tentativi di dare spessore a un festival altrimenti vittima dei mali del clubbing italiano quale il Movement. Il party gratuito della Superga al Museo dell'Automobile (splendida lochescion, come si suol dire) inizialmente doveva consistere in una selezione dei talenti cittadini (Gandalf, Gandin e I-Robots) culminante nel djset della leggenda della house di Chicago Lil Louis. All'ultimo minuto è stata aggiunta Steffi+amica dal Berghain e per giunta nello slot finale che avrebbe chiuso alle due di notte. Per gioia della mia anzianità quindi lo slot affidato a LL è stato quello del telegiornale delle 20. Gioia pure nel poter usufruire della nuova fermata Lingotto della metro per tornare a casa. Mentre Gandalf prepara il passaggio ad I-Robots, il posto è ancora semivuoto e preda di ex-clubber che vantano carrozzine, treenni saltellanti, seienni che hanno capito che girare intorno a se stessi aumenta la sensazione musicale (dervisci docent) e dodicenni che rieditano i video di Non è la Rai con la madre effettivamente un po' eccessiva. Le ventenni che ridacchiano non sanno che si stanno vedendo in uno specchio.
I-Robots col suo bel set a bassa battuta disco-analogico è la giusta anticipazione. Mentre l'organizzazione fa di tutto per mostrare tutto il suo vero volto (security fascistissima schierata nel vuoto davanti al palco e non dietro le transenne ma davanti - non avvicinarti, delinquente -, stangone di due metri vestite da streghe che distribuiscono librettini della Bacardi sul bere responsabile e bar che ti sensibilizza ancora di più con la birra piccola a dieci euro), lui con la t-shirt del benemerito progetto The Units - Connections (il rework di Zombo!) e i saluti degli amici quarantenni che si susseguono è la boccata di ossigeno che permette di arrivare al passo successivo: lo sbrocco della drama queen. Alle 20 Lil Louis dà di matto perché l'impianto non fa quello che lui vorrebbe (credo che non gli rispondessero i medi e che volesse proprio un diverso setup). Lasciando perdere che se sei un perfezionista dovresti portare il tuo hardware e fare un soundcheck prima di andare in scena (l'umiltà prima di tutto, ce lo insegna la Ventura) o mettere delle penali e demandare tutto a un galoppino se sei un superstardj, gli interminabili quaranta minuti di tira e molla con Gandin cha faceva da paciere e I-Robots che prolungava il suo set caricando sempre di più i ritmi invece di suonare tre volte di seguito il rework di Zombo sono stati imbarazzanti anzichenò per la leggenda di Chicago che l'house, l'orgasmo, la lonelypeople. Per la cronaca poi si è convinto e, sapete, I-Robots non ha suonato il rework di Zombo (nonostante gli si mandassero messaggi mentali).
Accordata la continuità di carico e di ritmo col pezzo precedente, Lil Louis scatena i saxoni fin dal secondo pezzo. Poi maneggia un loop di sax su una base bongosa, vira su un crostone disco cantato, passa a uno strumentale con sopra due o tre parole di James Brown, ritorna ai bonghi con una roba ipnotica che il Caribou di Daphni si sogna. Mi ritrovo per qualche pezzo a fianco Derrick May e compagnia bella, che poi si ritirano nel retro transenna nonostante non ce ne sia bisogno, e si arriva al culmine di metà set con I Feel Love che introduce French Kiss. Le prime file sono prime file e dei ragazzini diciottenni agitano un vinile che aspetta solo un autografo. Purtroppo da questo momento Lil si incarognisce su suoni più techno (sempre vecchia scuola eh, ma un po' opachi e forse poco desiderati), mentre i ragazzini cominciano ad accorrere per l'ultima parte con Steffi e io mi dirigo verso la terzultima metro. Alle undici e mezza il delivery mi rifiuta di portarmi una pizza e non ho sentito Zombo sull'impiantone.
PS: all'entrata del Museo ho detto letteralmente "Sono in lista, il mio nome è...". La ragazza con la lista mi ha guardato e mi ha fatto passare senza controllare.
PPS: quasi quasi mi risento il rework di Zombo per l'ennesima volta.
THE UNITS - ZOMBO (I-ROBOTS Rework) by I-ROBOTS
I-Robots col suo bel set a bassa battuta disco-analogico è la giusta anticipazione. Mentre l'organizzazione fa di tutto per mostrare tutto il suo vero volto (security fascistissima schierata nel vuoto davanti al palco e non dietro le transenne ma davanti - non avvicinarti, delinquente -, stangone di due metri vestite da streghe che distribuiscono librettini della Bacardi sul bere responsabile e bar che ti sensibilizza ancora di più con la birra piccola a dieci euro), lui con la t-shirt del benemerito progetto The Units - Connections (il rework di Zombo!) e i saluti degli amici quarantenni che si susseguono è la boccata di ossigeno che permette di arrivare al passo successivo: lo sbrocco della drama queen. Alle 20 Lil Louis dà di matto perché l'impianto non fa quello che lui vorrebbe (credo che non gli rispondessero i medi e che volesse proprio un diverso setup). Lasciando perdere che se sei un perfezionista dovresti portare il tuo hardware e fare un soundcheck prima di andare in scena (l'umiltà prima di tutto, ce lo insegna la Ventura) o mettere delle penali e demandare tutto a un galoppino se sei un superstardj, gli interminabili quaranta minuti di tira e molla con Gandin cha faceva da paciere e I-Robots che prolungava il suo set caricando sempre di più i ritmi invece di suonare tre volte di seguito il rework di Zombo sono stati imbarazzanti anzichenò per la leggenda di Chicago che l'house, l'orgasmo, la lonelypeople. Per la cronaca poi si è convinto e, sapete, I-Robots non ha suonato il rework di Zombo (nonostante gli si mandassero messaggi mentali).
Accordata la continuità di carico e di ritmo col pezzo precedente, Lil Louis scatena i saxoni fin dal secondo pezzo. Poi maneggia un loop di sax su una base bongosa, vira su un crostone disco cantato, passa a uno strumentale con sopra due o tre parole di James Brown, ritorna ai bonghi con una roba ipnotica che il Caribou di Daphni si sogna. Mi ritrovo per qualche pezzo a fianco Derrick May e compagnia bella, che poi si ritirano nel retro transenna nonostante non ce ne sia bisogno, e si arriva al culmine di metà set con I Feel Love che introduce French Kiss. Le prime file sono prime file e dei ragazzini diciottenni agitano un vinile che aspetta solo un autografo. Purtroppo da questo momento Lil si incarognisce su suoni più techno (sempre vecchia scuola eh, ma un po' opachi e forse poco desiderati), mentre i ragazzini cominciano ad accorrere per l'ultima parte con Steffi e io mi dirigo verso la terzultima metro. Alle undici e mezza il delivery mi rifiuta di portarmi una pizza e non ho sentito Zombo sull'impiantone.
PS: all'entrata del Museo ho detto letteralmente "Sono in lista, il mio nome è...". La ragazza con la lista mi ha guardato e mi ha fatto passare senza controllare.
PPS: quasi quasi mi risento il rework di Zombo per l'ennesima volta.
THE UNITS - ZOMBO (I-ROBOTS Rework) by I-ROBOTS
10.10.11
The Italian New Wave
The Italian New Wave ebbe a dire l'anno scorso James Holden in chiusura di Club To Club e The Italian New Wave è il motto dell'undicesima edizione del miglior festival musicale italiano. Anticipato dalla tre giorni del Viva Club To Club (dal 20 al 22 Ottobre tra Milano, Roma e Torino con Holy Other, Space Dimension Controller, Kyle Hall, Paolo Della Piana, Bottin, Giorgio Valletta, Teho Tehardo, Giorgio Gigli e Jeff Mills), in onore del 150esimo dell'Unità d'Italia il festival troverà la sua seconda sede nella città di Roma. Dal 3 al 6 Novembre a Torino il festival si approprierà di teatri, gallerie e club culminando col finale al Lingotto. Il calendario come ogni anno non è riassumibile tanto è ricco. Meglio riguardarselo per organizzarsi i propri saltabecchi tra club e sale.
Stereo / Gandalf (dj set)
Ben Klock - Subzero (Function-Regis remix)
Giovedì 3 Novembre
[Teatro Vittoria - 17.00]
Egyptrixx (live set)
[Teatro Carignano - 22.00]
Apparat Band (live set)
Lucy (live set)
[Lapsus - 23.00]
O: Vaghe Stelle + Stargate + A:RA (live set)
Jackmaster (dj set)
Venerdì 4 Novembre
[Teatro Vittoria - 21.00]
Planningtorock (live set)
Opium Child (live set)
[Hiroshima Mon Amour - 23.00]
Kode 9 presents Hyperdub Night:
Kode 9 (3hrs dj set)
Hype Williams (live set)
Martyn (live set)
Cooly G (live set)
e nella seconda sala
Kuedo (live in the mix)
SRSLY (dj set)
[Jam Club - 23.00]
Ben Clock (3hrs dj set)
Theo Parrish (3hrs dj set)
Lucy (dj set)Stereo / Gandalf (dj set)
[Fluido/Gamma - 23.00]
Deniz Kurtel (live set)
dOP (live set)
WPTWL (dj set)
Sabato 5 Novembre
[Teatro Vittoria - 17.00]
R&S Showcase:
Lone (live set)
Untold (live set)
[Museo d'Arte Orientale - 20.00]
Teho Tehardo (Maps of Enthusiasm special project)
[Lingotto Fiere - 22.00]
Padiglione 1:
Modeselektor (live set)
Jeff Mills (dj set)
Marcel Dettman (dj set)
Alva Noto (live set)
Byetone (live set)
Sala Rossa:
Caribou (dj set)
Zomby (live set)
Pantha Du Prince (live set)
Sandwell District: Function & Regis (dj set)
Savana Potente / Claude (dj set)
Per informazioni su biglietti e abbonamenti: http://clubtoclub.it/2011/ita/_tickets_1
11.9.11
Il mercato delle spezie
Radiotre disquisisce su quanto all'Auditorium Arturo Toscanini di Milano si sta svolgendo per la parte Mi del venerdì di MiTo2011, con gli ascoltatori critici (via mail, sms e persino fax anche se non so se sia il caso) come ormai non succede più nemmeno nella mezzora di telefoni aperti di Radio Padania o de Il Fatto Quotidiano. Io mi dirigo verso l'evento di inizio stagione, che guarda caso è la coincidente parte To dello scorso venerdì di MiTo2011. Omar Souleyman is in the house.
Se non avete presente, il fenomeno Omar Souleyman è più o meno l'equivalente siriano di un neomelodico, un Ciro Ricci, che viene invitato da tutti i festival hipster del mondo dal Sonar a Glastonbury senza nessuna giustificazione etnografica o musicale. Omar ha tutta una mitologia occidentale, a volerla raccontare, ma a noi interessa che come ogni buon neomelodico canti ancora ai matrimoni nonostante il livello raggiunto.
Il nocciolo è qui, lui non è un musicista di world music fatto per una buona metà del pubblico qui radunatosi. Nel suo essere ancora adesso cantante da matrimoni è più affine al rave, al fomento, al taglio della cravatta, che alla radice orgogliosa. È il braccio col finestrino abbassato e allora viva l'assenza di ogni giustificazione acustica, del suonatore di oud, in favore di un uso maiuscolo della strumentazione da pianobar da parte di Rizan Sa'id. Così mentre tutti sono seduti sulle sedie pieghevoli della Sala Espace, non appena parte la musica sotto il palco si raduna una folla che interpreta il senso sonoro sfollando quanto succede alle sue spalle, richiamandolo e mandandolo via allo stesso tempo.
Certo poi, accanto al sudore, all'adrenalina e ai sorrisi di questa specie di acid house triplamente accelerata, c'è quella sensazione che il mondo occidentale si stia fottendo con le proprie mani. Come un turista che ama farsi fregare al mercato delle spezie di Istambul, il ballerino che suda e che imita i vocalizzi berberi non si accorge che Omar guarda impaziente l'orologio d'oro appena prima di ogni "ehhhhh". Che Rizan è scoglionato mentre scatena il solito inferno. Che tutto è finto, esotico, esorcizzante. Però Shift Al Mani (e tutto) spaccano e mi fanno gli ovvi complimenti per la scelta della tshirt della Skull Disco per la serata. Hit orchestrali ad libitum e che la Cina acquisisca il nostro debito pubblico.
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15.6.11
Disarcionati
All'improvviso un disco mi racconta. Racconta il peso degli anni passati a sentire musica pensata per far divertire (gli altri). Le gambe stanno cedendo, dopo una certa ora senti il mal di schiena e il battito è rianimatorio. Bilanci. Certi dischi rappresentano e raccontano chi li ascolta con un valore stellarmente più importante dei dischi belli in assoluto. Ma poi è bello in assoluto, anche, poche storie: come quel cavallo in copertina scoppia con le sue vene, i suoi muscoli e il suo crine nella polvere.
Imperfezioni, io amo le imperfezioni (le increspature di Selfoss, l'accostamento analogico zingaropolislamica di Selfoss, il tzan tzan di Selfoss, i polyrhitmi di Be With Me, la memoria dei primi due pezzi nel terzo, il ticchettio di un tempo che non è il secondo in Deep Inside, l'assenza di imperfezioni mentre si enumerano i difetti in Over, il cello slabbrato che prelude a granule della voce in Within You, il sinth gommoso fuori fase del cavallo arabo e gli echi a fette delle sue voci, i cigolii liquidi di Magnified Love e quell'urletto, la metrica impossibile del ritornello di When Your Lover's Gone, i rimbalzi di mille sport non giocati di mille strumenti non suonati in Benched)
Self(l)oss. Il letto è una prigione senza di te in cui ci rigirarsi (Be With Me now). Deep Inside commuove quando urla deep e aggiorna a suoni da via lattea i Blue Nile (così come When Your Lover's Gone): congelata fuori posto inceppata è il suono del non si sa perché non vada. Over. Finito. Oltre. Abbiamo fatto i nostri sbagli. Siamo andati su e giu. Una volta dopo l'altra. Incrociato, tradito. Non abbiamo nemmeno provato a far funzionare le cose. Make me over vuol dire trasformami. Nella solenne Within You arpeggio archi e grani di disturbi vocali puntano tutti sul falsetto del vocione. Lacrime nelle vene, cuori nelle mani, ho venduto il mio oro. Arabian horse (il pezzo) scompare come l'inizio di un lato b che si perde nei suoi rivoli e si aggrappa al ritornello non sellato. Un lato che si arrende e si lascia perdere nel club fumoso.
Messi in panchina non aspiriamo con orgoglio alla vita da mediano. Con l'orgoglio vano di un cavallo senza sella che scalpita nel deserto, incurante che nessuno sia intorno. I Gus Gus sono tornati. Arabian Horse.
(e visto che il pezzo in streaming è stato rimosso, eccoli in tutto il loro splendore live)
Imperfezioni, io amo le imperfezioni (le increspature di Selfoss, l'accostamento analogico zingaropolislamica di Selfoss, il tzan tzan di Selfoss, i polyrhitmi di Be With Me, la memoria dei primi due pezzi nel terzo, il ticchettio di un tempo che non è il secondo in Deep Inside, l'assenza di imperfezioni mentre si enumerano i difetti in Over, il cello slabbrato che prelude a granule della voce in Within You, il sinth gommoso fuori fase del cavallo arabo e gli echi a fette delle sue voci, i cigolii liquidi di Magnified Love e quell'urletto, la metrica impossibile del ritornello di When Your Lover's Gone, i rimbalzi di mille sport non giocati di mille strumenti non suonati in Benched)
Self(l)oss. Il letto è una prigione senza di te in cui ci rigirarsi (Be With Me now). Deep Inside commuove quando urla deep e aggiorna a suoni da via lattea i Blue Nile (così come When Your Lover's Gone): congelata fuori posto inceppata è il suono del non si sa perché non vada. Over. Finito. Oltre. Abbiamo fatto i nostri sbagli. Siamo andati su e giu. Una volta dopo l'altra. Incrociato, tradito. Non abbiamo nemmeno provato a far funzionare le cose. Make me over vuol dire trasformami. Nella solenne Within You arpeggio archi e grani di disturbi vocali puntano tutti sul falsetto del vocione. Lacrime nelle vene, cuori nelle mani, ho venduto il mio oro. Arabian horse (il pezzo) scompare come l'inizio di un lato b che si perde nei suoi rivoli e si aggrappa al ritornello non sellato. Un lato che si arrende e si lascia perdere nel club fumoso.
Messi in panchina non aspiriamo con orgoglio alla vita da mediano. Con l'orgoglio vano di un cavallo senza sella che scalpita nel deserto, incurante che nessuno sia intorno. I Gus Gus sono tornati. Arabian Horse.
(e visto che il pezzo in streaming è stato rimosso, eccoli in tutto il loro splendore live)
14.2.11
Primavera Sound For The Rich And The Famous
Ora che abbiamo concluso le pratiche per l'affitto di una residencia con piscina privata e jacuzzi, possiamo finalmente comunicarVi che siamo pronti a snobbare Sophia Stevens in favore dei Suicide o di Gold Panda, ai grandi momenti di revival 90/00 e a salutare il sole delle sette di mattina ondeggiando col padrone di casa.
Shit Robot - Take Em Up (John Talabot's BlancoyNegroMix) by John Talabot
Shit Robot - Take Em Up (John Talabot's BlancoyNegroMix) by John Talabot
31.1.11
Tuff-i
Questo qui sopra è Actress, ovvero Darren Cunningham. Con grande probabilità il vostro disco dell'anno faccio-capire-che-mi-piacete-anche-voi-altri sarà stato Caribou o Kanyewest. Splazsh di Actress (anch'esso scelto come disco-ponte dell'anno dal giornale filofighetto) invece è un disco immerso in tutto e poi sgranato. Sabato scorso (seconda serata di Houdini) Actress ha interrotto il funzionale back to back introduttivo di Vaghe Stelle e Sergio Ricciardone con dei droni dai quali è emersa della techno scura incatramata, spezzata dalla vecchia scuola electro tutta in fila di Maze spezzante al punto da spezzare se stessa e sfaccettarsi prima dei tentativi di house che imprigionano i campioni degli Human League, con tutto che sfugge e si sgambetta, con gli elementi che vanno tutti fuori tempo, o meglio che seguono tutti il loro tempo. Tutto poi era goduriosamente ovattato, affilato e sepolto dagli effetti e dal bitrate e poi nuovamente distorto dall'impianto (forse era un errore, ma rientrava tutto nel processo di impoverimento del suono primigenio alla ricerca del brivido della nostra esperienza di ascolto di oggi: prima o poi uscirà fuori un fanatico dell'alta fedeltà che diventerà il nuovo beniamino del riflusso). Era una serata così spezzante che anche il biglietto d'ingresso che ho ricevuto era spezzato in due biglietti, uno intero da cinque euro e uno ridotto da tre euro (ma davanti a un live come questo si chiude un occhio davanti alla finanza creativa che permette di mantenere in vita il clubbing).
Always Human by Actress
20.1.11
E ho chiuso la stanza sul loro sorriso
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this house is not a motel
22.12.10
It's a Holy Love
È curioso come la canzone a cui più associo il Natale che sta arrivando sia un pezzo disco-house, di un produttore svedese insieme a cantante svedese, uscito lo scorso 30 agosto su un'etichetta chiamata Pampa.
Sarà che suona come l'atmosfera confusionaria dello scambio di doni che sai che non ti piaceranno, saranno i funky camini, sarà quella voce da invasione del Concerto di Natale al Vaticano, saranno i bassi gonfi come stufe caldaie, saranno le tastiere che sembrano il ghiaccio lontano, sarà il tintinnio di slitteposatepalledivetrosoldisulpiattocopritappidispumante, sarà il finale annebbiato di una giornata di festa troppo lunga.
Sarà che suona come l'atmosfera confusionaria dello scambio di doni che sai che non ti piaceranno, saranno i funky camini, sarà quella voce da invasione del Concerto di Natale al Vaticano, saranno i bassi gonfi come stufe caldaie, saranno le tastiere che sembrano il ghiaccio lontano, sarà il tintinnio di slitteposatepalledivetrosoldisulpiattocopritappidispumante, sarà il finale annebbiato di una giornata di festa troppo lunga.
[foto di peejay]
9.12.10
28.11.10
Tron-i, non ci sono paragon-i
Viviamo nel futuro, non abbiamo bisogno di inseguirlo questo weekend.
Avrei potuto barcamenarmi tra la dubstep venata di techno di Jack Sparrow all'Imbarchino sulla sponda del Po e la giovane promessa russhouse Nina Kraviz in un postaccio e ritrovarmi teletrasporato in un afterhour ai Murazzi con Deadbeat che suonerà domani mattina dalle sei (i pseudo dj elettromilanesi buoni per il pubblico dei mINISTRI non son degni nemmeno di nomina). Ma c'è il Torino Film Festival: solo che mi faccio convincere che il sopporto di una storiaccia romantica scema di due scemi che non siamo noi non possa essere affiancata a un concerto dei Broken Social Scene in cinemascopa (This Movie Is Broken) e finirà che domani non mi deciderò tra l'ultimo Carpenter e lo sbaglio Suck dei vampiri + vecchie glorie rock. Così rimango a casa e mi interrogo sulle colonne sonore di Tron. Domani dovrebbe nevicare.
Nel 1982 avevo sei anni e avevo deciso di abbandonare la droga pesante della pagina puzzosa di petrolio di Braccio di Ferro (con cui, tra l'altro due anni prima, avevo iniziato a leggere) in favore dei miei primi numeri patinati di Topolino (penso si fosse intorno al numero 700 e ricordo quell'anno anche un mazzo di carte natalizie in allegato). Su Topolino si parlava di Tron, c'erano delle immagini che non erano a fumetti. Ricordo che la cosa mi stranizzò e mi informai sulla stampa seria (credo Il Giornale di Sicilia, immagino già all'epoca diretto da Giovanni Pepi, ma lo dirigerà ancora Giovanni Pepi o sarà concondirettore, cenni di pepi?) riguardo al film-tentativo di mimesi col mondo dei videogiochi. Pare che all'epoca fu un gran flop. Wikipedia mi dice che incassò il doppio dei costi e immagino che per un film Disney (Topolino!) fosse niente, ma - ehi - fu un successo/cult negli anni a venire per il VHS e i muri delle camerette dei cervelloni che scoppiarono con la prima bolla della new-economy - io a ventanni non avevo un garage ma un posto macchina all'aperto.Morale della favola End of line: non vidi Tron a sei anni e per i ventotto anni successivi.
La colonna sonora di Tron fu commissionata a Wendy 'aranciameccanicaswitchedon' Carlos. Le affiancarono l'Orchestra Sinfonica di Londra per normalizzarla in termini di tempo ciclo e di resa sonora e lei se ne uscì fuori con i soliti moog dissonanti e sognanti da battuta mista e ossessività zuccherosa e fiduciosa sinistra nel futuro. Il Potere ebbe la meglio e pensò per il pubblico che si alzava dalle sedie e lasciava la sala i Journey di Only Solutions. Lei accettò di buon grado e fu lì quando i master delle registrazioni si erano deteriorati cosi tanto da non poter generare l'agognata ristampa su CD: così ha provveduto personalmente a mettere i master in forno per restaurarli.
Ventotto anni dopo sta per uscire il reboot di Tron, Tron: Legacy e la Disney ha affidato la colonna sonora ai mie robot preferiti, i Daft Punk. Quando penso che abbiano ormai saturato il loro livello di figosità, spostano sempre l'asticella in sù di qualche metro. Per certi versi Wendy e i Daft sono molto simili: immaginario tecnologico futuristico rubigno ma non troppo e quindi pop. Nella colonna concedono entrambi alla moda dell'epoca, Wendy con gli sviolini magniloquenti disnei per le scene di azione e di bacio à la Julesetjim con bit di parità e i Punks con i mono-toni mono-liti alla Inception del Cavaliere Oscuro che in supersurround strombazzano per svegliare chi non regge alla maestosità. L'ovvio retrogusto è che la colonna sonora di Wendy ispirava una fiducia serpeggiante, mentre i Daft rendono un senso di oppressione tale che il sovvertimento non potrà che essere epico e vano, pieno di beats granulati e derezzati, pronti per un seguito. Quando si liberano dalla necessità delle trombe però vengono fuori i sintetizzatori grindeggianti, i bit che ormai non sanno se dire sì o no e fanno da 64773r13 - il gioco è cambiato! -, il funk lento e sciocco game over di End Of Line, le papere derezzate. Solar Sailer così trattenuta esclama una e una sola cosa: i Daft Punk dovrebbero scrivere tutte le colonne sonore di tutti i film del mondo, di Avati, Kiarostami, Araki e Kitano. Nella seconda parte di Disc Wars gli arpeggi si intrecciano e folleggiano e i titoli di coda sono il richiamo pop scemo soluzione al fuori contesto dei Journey, keygrip, foley, thanks to the city of chattanooga col finale e le sedie ormai vuote. Sarà noiosa come una soundtrack pura, eppure è capace di raccontarti il film anche se non lo vedrai e non hai visto il padre e le moto vettoriali nell'82.
Nell'82 si aveva in mente che la comprensione popolare sarebbe passata per i template del videogioco. Un programmatore avrebbe dimostrato di essere stato derubato da un altro ingegnere e avrebbe avuto la meglio sul MCP. Oggi la comprensione popolare persegue le logiche del paesepiccoloelagentemormora su un gigapaese creato da un programmatore che giustamente ha fatto prima degli altri qualcosa che altri avevano pensato (com'è 1.0 rubare). Tron: Legacy uscirà a Natale in 3D, in IMAX,ma nelle nostre cuffie lo abbiamo già visto senza bisogno di occhiali*
*prima o poi dovrei decidermi a vedere il mio primo film 3D, visto che oggi ho visto Tron
Avrei potuto barcamenarmi tra la dubstep venata di techno di Jack Sparrow all'Imbarchino sulla sponda del Po e la giovane promessa russhouse Nina Kraviz in un postaccio e ritrovarmi teletrasporato in un afterhour ai Murazzi con Deadbeat che suonerà domani mattina dalle sei (i pseudo dj elettromilanesi buoni per il pubblico dei mINISTRI non son degni nemmeno di nomina). Ma c'è il Torino Film Festival: solo che mi faccio convincere che il sopporto di una storiaccia romantica scema di due scemi che non siamo noi non possa essere affiancata a un concerto dei Broken Social Scene in cinemascopa (This Movie Is Broken) e finirà che domani non mi deciderò tra l'ultimo Carpenter e lo sbaglio Suck dei vampiri + vecchie glorie rock. Così rimango a casa e mi interrogo sulle colonne sonore di Tron. Domani dovrebbe nevicare.
Nel 1982 avevo sei anni e avevo deciso di abbandonare la droga pesante della pagina puzzosa di petrolio di Braccio di Ferro (con cui, tra l'altro due anni prima, avevo iniziato a leggere) in favore dei miei primi numeri patinati di Topolino (penso si fosse intorno al numero 700 e ricordo quell'anno anche un mazzo di carte natalizie in allegato). Su Topolino si parlava di Tron, c'erano delle immagini che non erano a fumetti. Ricordo che la cosa mi stranizzò e mi informai sulla stampa seria (credo Il Giornale di Sicilia, immagino già all'epoca diretto da Giovanni Pepi, ma lo dirigerà ancora Giovanni Pepi o sarà concondirettore, cenni di pepi?) riguardo al film-tentativo di mimesi col mondo dei videogiochi. Pare che all'epoca fu un gran flop. Wikipedia mi dice che incassò il doppio dei costi e immagino che per un film Disney (Topolino!) fosse niente, ma - ehi - fu un successo/cult negli anni a venire per il VHS e i muri delle camerette dei cervelloni che scoppiarono con la prima bolla della new-economy - io a ventanni non avevo un garage ma un posto macchina all'aperto.
La colonna sonora di Tron fu commissionata a Wendy 'aranciameccanicaswitchedon' Carlos. Le affiancarono l'Orchestra Sinfonica di Londra per normalizzarla in termini di tempo ciclo e di resa sonora e lei se ne uscì fuori con i soliti moog dissonanti e sognanti da battuta mista e ossessività zuccherosa e fiduciosa sinistra nel futuro. Il Potere ebbe la meglio e pensò per il pubblico che si alzava dalle sedie e lasciava la sala i Journey di Only Solutions. Lei accettò di buon grado e fu lì quando i master delle registrazioni si erano deteriorati cosi tanto da non poter generare l'agognata ristampa su CD: così ha provveduto personalmente a mettere i master in forno per restaurarli.
Ventotto anni dopo sta per uscire il reboot di Tron, Tron: Legacy e la Disney ha affidato la colonna sonora ai mie robot preferiti, i Daft Punk. Quando penso che abbiano ormai saturato il loro livello di figosità, spostano sempre l'asticella in sù di qualche metro. Per certi versi Wendy e i Daft sono molto simili: immaginario tecnologico futuristico rubigno ma non troppo e quindi pop. Nella colonna concedono entrambi alla moda dell'epoca, Wendy con gli sviolini magniloquenti disnei per le scene di azione e di bacio à la Julesetjim con bit di parità e i Punks con i mono-toni mono-liti alla Inception del Cavaliere Oscuro che in supersurround strombazzano per svegliare chi non regge alla maestosità. L'ovvio retrogusto è che la colonna sonora di Wendy ispirava una fiducia serpeggiante, mentre i Daft rendono un senso di oppressione tale che il sovvertimento non potrà che essere epico e vano, pieno di beats granulati e derezzati, pronti per un seguito. Quando si liberano dalla necessità delle trombe però vengono fuori i sintetizzatori grindeggianti, i bit che ormai non sanno se dire sì o no e fanno da 64773r13 - il gioco è cambiato! -, il funk lento e sciocco game over di End Of Line, le papere derezzate. Solar Sailer così trattenuta esclama una e una sola cosa: i Daft Punk dovrebbero scrivere tutte le colonne sonore di tutti i film del mondo, di Avati, Kiarostami, Araki e Kitano. Nella seconda parte di Disc Wars gli arpeggi si intrecciano e folleggiano e i titoli di coda sono il richiamo pop scemo soluzione al fuori contesto dei Journey, keygrip, foley, thanks to the city of chattanooga col finale e le sedie ormai vuote. Sarà noiosa come una soundtrack pura, eppure è capace di raccontarti il film anche se non lo vedrai e non hai visto il padre e le moto vettoriali nell'82.
Nell'82 si aveva in mente che la comprensione popolare sarebbe passata per i template del videogioco. Un programmatore avrebbe dimostrato di essere stato derubato da un altro ingegnere e avrebbe avuto la meglio sul MCP. Oggi la comprensione popolare persegue le logiche del paesepiccoloelagentemormora su un gigapaese creato da un programmatore che giustamente ha fatto prima degli altri qualcosa che altri avevano pensato (com'è 1.0 rubare). Tron: Legacy uscirà a Natale in 3D, in IMAX,ma nelle nostre cuffie lo abbiamo già visto senza bisogno di occhiali*
*prima o poi dovrei decidermi a vedere il mio primo film 3D, visto che oggi ho visto Tron
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8.11.10
Yangns
(che suona un po' come young guns, young ones, young unz, young gones)
Giovedì scorso, serata di apertura di Club To Club X-ima edizione
Trascuro il live al Carignano dei Plaid coi suonatori inglesi di pentole indonesiane (video esplicativo) e comincio direttamente dal Mirafiori Motor Village.
Andrea Frola apre la serata con un set di carezze disco-house e cede la scena a Floating Points con il rallentamento orgasmico di Lil Louis. Se avete letto un qualsiasi articolo su Sam Shepard, saprete bene che tutti puntano sul fatto che mentre vorrebbe tanto diventare il Moodymann inglese, tra hittoni digitalnegri e jam session funk suonate e cantate è impegnato in un PhD in farmacologia sul tema regolazione del dolore a livello di microRNA. Il caro vecchio luogo comune che sai i musicisti elettronici sono tutti un po' scienziati pazzi. Floating Points sembra invece il prototipo del ventenne rosso inglese che non pensi possa esistere fuori da un pub con la pinta in mano o dalla curva del Manchester (City? Utd? E invece nessuno dei due, in un'intervista ha dichiarato "Sono cresciuto in un quartiere di Manchester vicino al vecchio stadio Trafford (ahah per la traduzione), assistendo a molta più violenza di altri ragazzini. Quindi ho sviluppato un'antipatia per il calcio e sono rimasto a casa a suonare il pianoforte."). Per farla breve apre e chiude un set ultravinylistico con lo stesso pezzo brasilian-saudade con voce femminile che purtroppo non riconosco, per più di metà del tempo mette in sequenza un misto di crostoni e b-side funk, soul, jazz e garage con mixato netto e/o non in battuta e inspiegabili togli-tutte-le-frequenze tranne i 70khz rimetti-tutte-le-frequenze e solo dopo aver creato un'atmosfera strana ma feelgood, comincia a iniettare prima della house primigenia e poi dei pezzi techno tondi e a loro modo neri tra i James Brown meno noti, i pezzi afrojazz e gli Scott Groovoni. Una dichiarazione ovvia di giovinezza e di amore per le radici, che purtroppo ha messo in secondo piano il suo ruolo nel filtare quelle cose con freschezza.
Vacuum Boogie by floatingpoints
Subito dopo sfoggiando una sagoma e un ciuffo a suo modo nazistoide, Joy Orbison prende il possesso del mixer e lancia Gipsy Woman di Cristal Waters (sì, la ra li la ra la, mo m'pighhj' a Nicolett', ca m' suonn' la trombett'). Tutta la prima parte del suo set è farcita di house ultra funky al limite della step inglese. Poi purtroppo si incattivisce e la funky house diventa quella cafona inglese odierna coi synth scorreggioni-rave e le ritmiche che mi innervosiscono. Fortunatamente il finale è tutto nelle sue corde di produttore, con ritmiche spezzate, bassi e synth profondi e i suoi pezzi migliori. Il sorriso ritorna e si è pronti ad affrontare il giusto riposo in vista del tour de force dei due giorni successivi.
Joy Orbison - Hyph Mngo [HFT009] by Hotflush
Giovedì scorso, serata di apertura di Club To Club X-ima edizione
Trascuro il live al Carignano dei Plaid coi suonatori inglesi di pentole indonesiane (video esplicativo) e comincio direttamente dal Mirafiori Motor Village.
Andrea Frola apre la serata con un set di carezze disco-house e cede la scena a Floating Points con il rallentamento orgasmico di Lil Louis. Se avete letto un qualsiasi articolo su Sam Shepard, saprete bene che tutti puntano sul fatto che mentre vorrebbe tanto diventare il Moodymann inglese, tra hittoni digitalnegri e jam session funk suonate e cantate è impegnato in un PhD in farmacologia sul tema regolazione del dolore a livello di microRNA. Il caro vecchio luogo comune che sai i musicisti elettronici sono tutti un po' scienziati pazzi. Floating Points sembra invece il prototipo del ventenne rosso inglese che non pensi possa esistere fuori da un pub con la pinta in mano o dalla curva del Manchester (City? Utd? E invece nessuno dei due, in un'intervista ha dichiarato "Sono cresciuto in un quartiere di Manchester vicino al vecchio stadio Trafford (ahah per la traduzione), assistendo a molta più violenza di altri ragazzini. Quindi ho sviluppato un'antipatia per il calcio e sono rimasto a casa a suonare il pianoforte."). Per farla breve apre e chiude un set ultravinylistico con lo stesso pezzo brasilian-saudade con voce femminile che purtroppo non riconosco, per più di metà del tempo mette in sequenza un misto di crostoni e b-side funk, soul, jazz e garage con mixato netto e/o non in battuta e inspiegabili togli-tutte-le-frequenze tranne i 70khz rimetti-tutte-le-frequenze e solo dopo aver creato un'atmosfera strana ma feelgood, comincia a iniettare prima della house primigenia e poi dei pezzi techno tondi e a loro modo neri tra i James Brown meno noti, i pezzi afrojazz e gli Scott Groovoni. Una dichiarazione ovvia di giovinezza e di amore per le radici, che purtroppo ha messo in secondo piano il suo ruolo nel filtare quelle cose con freschezza.
Vacuum Boogie by floatingpoints
Subito dopo sfoggiando una sagoma e un ciuffo a suo modo nazistoide, Joy Orbison prende il possesso del mixer e lancia Gipsy Woman di Cristal Waters (sì, la ra li la ra la, mo m'pighhj' a Nicolett', ca m' suonn' la trombett'). Tutta la prima parte del suo set è farcita di house ultra funky al limite della step inglese. Poi purtroppo si incattivisce e la funky house diventa quella cafona inglese odierna coi synth scorreggioni-rave e le ritmiche che mi innervosiscono. Fortunatamente il finale è tutto nelle sue corde di produttore, con ritmiche spezzate, bassi e synth profondi e i suoi pezzi migliori. Il sorriso ritorna e si è pronti ad affrontare il giusto riposo in vista del tour de force dei due giorni successivi.
Joy Orbison - Hyph Mngo [HFT009] by Hotflush
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22.10.10
Amico è
Ieri sera al Madison Square Garden di Nuova York chi è andato a vedere il live dei Phoenix sul quasi-finale di If I Ever Feel Better forse era distratto, o preso dal ritmo, ma non poteva non stropicciarsi gli occhi quando le luci si sono abbassate e hanno puntato sulla sagoma dei Due Robot che raccoglievano la coda del pezzo. I Daft Punk si sono materializzati sul palco con una solenne Harder Better Faster Stronger a cui si sono uniti presto i Phoenix per una rilettura we're with the band del mashup con Around The World. Il gruppone ha quindi suonato insieme 1901 alla fine della quale si è ripreso l'intro ravvicinato del terzo tipo degli indimenticabili live per terminare con una coda sfasciona della stessa 1901 con tanto di stage diving e abbraccione finale. Ok che sono amicici che uno dei Phoenix suonava nel primo gruppo dei Daft Punk, ma io lancerei una petizione perché compaiano random all'interno di concerti altrui finché non si decidono a tornare con un nuovo live.
Phoenix - Daft Punk
Phoenix - Daft Punk
15.4.10
Il fuori salone (di casa)
Più di un concerto previsto alle 21 che inizia più o meno alle 21(e15), più di un concerto che per le 23(e15) sei già a casa, più del fatto di poterne scrivere cinque minuti dopo dato che l'orario è umano, più di tutto questo stasera posso dire che per la prima volta sono andato a un concerto dietro l'angolo della casa in cui abito. Poteva succedere prima, dato che quando il mese scorso mi sono perso i Broadcast & The Ford Focus, non sapevo che il Teatro Astra di Torino fosse un teatro del mio quartiere. È successo invece per Joakim, accompagnato da band live tali & The Disco. Peccato che al di là di questa soddisfazione sempre negata in passato dalla tipologia di quartiere in cui amo stanziare, il concerto non sia stato un granché dato che quella roba che ci piace che fa Joakim, dal vivo davanti a poche persone ingessate dalle poltroncine numerate è stata affogata dal gruppo con gli strumenti. Il bilanciamento balistico tra sintetizzatori, trattamenti e bassochitarraebatteria - il lato più interessante di Joakim al di là del tiro disco e delle divagazioni craute - dal vivo si è perso in un suono troppo live (non ai livelli di A Mountain One, ma quasi). Molti di quelli che suonano questo non genere, chissà perché, dal vivo cadono nell'equivoco di suonare troppo, perdere nei dettagli e sembrare un gruppetto rock anonimo con due o tre idee. Poi, vabbé, I Wish You Were Gone con le voci fantasmine e i synth arpeggiati ha fatto comunque sbattere i culi anche se stavano sulle poltroncine e fino a quel momento la quarantina di presenti non aveva spiccicato un applauso.
20.2.10
Station Wagon
(Non questo, né quest'altro, ma l'ultimo pezzo di We Are Proud Of Our Choices, il nuovo disco mix di Ewan Pearson per Kompakt. Durante l'ascolto del rifinitissimo e godibile e variegato insieme di pezzi - coscienziosamente testimoni dell'ideologia di Colonia - pensavo che la stationwagon, ancor più che il divano del soggiorno con la tv accesa su un Sanremo muto, fosse il posto in cui essere. Solo che a me le station wagon fanno schifo (nonostante una recente insofferenza per il clubbing o più che altro per l'uscire da casa) e il mix invece è perfettino e in fondo caruccio e c'è l'anteprima del remix di Silver Hum che uscirà per Misericord. Non fosse stato per il video di Blue Steel, mi sarei trovato in difficoltà)
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