14.5.08

Risuonanze (Clear, ma cosa verrà dopo?)

L’arrivo, il salvaschermo e il ballo davanti alle poltrone
I Cluster vengono colpevolmente sacrificati sotto l’effetto di un’amatriciana, maialino arrosto e fiasco di rosso dalle parti dello stadio Flaminio: sfido tutti i giovani impasticcati e le loro allucinazioni con le mie. Verso mezzanotte si preferisce il Murcof perso a Torino al dj-set di Munk e al reggae della Terrazza. Ryoji Ikeda è ancora seduto dov’era ieri e temo che non sappia dell’esistenza degli altri ambienti. Murcof è rilassante e morbido quanto basta. Mi irrita invece l’aspetto video: sembra un plug-in di quelli di Winamp o del lettore multimediale di Windows, un salvaschermo. Terminata la performanza mi sposto avanti per il concerto di Fujiya e Miyagi. Mi siedo in prima fila accanto a Ryoji. Come e meglio che al Primavera è impossibile restare fermi, ma io e Ryoji siamo seduti. Il pubblico comincia a ballare nei due corridoi tra le poltrone e presto anche davanti. Quando si alza Ikeda per Collarbone e dietro di noi i due giapponesi dell’Array Dance Company, decido di buttare alle ortiche gli imbarazzi e mi unisco alla danza. Persino il gruppo sembra stupito dell’entusiasmo che via via crescerà. Krautanza giocosa. Spero che si inventeranno qualcosa per il terzo disco.




Rock’n’Roll Star
Rinuncio (imperdonabilmente?) all’hip-hop suonato come bossa e alla bossa suonata come hip-hop con Tony Allen alla batteria e passo al Salone. Headman chiude il suo set con una revisione electro di Tainted Love mentre Erol Alkan si aggira davanti alla console al solito di nero vestito con una maglietta dei Can sui giorni che verranno. Prende le misure per la prima decina di minuti, fino a un ottimo pezzo con distorsioni in crescendo che non riconosco. Sono mazzate e ad eccitare ancora di più la folla che apprezza, lascia la consolle e fomenta il pubblico con gesti da istrione rock. Il repertorio è più o meno in stile con quello sentito al Primavera, fidget o wonky molto analogica e distorta, priva dell’aspetto cafone e molto più affine a un immaginario da rave: Proxy, Dusty Kid, ZZT, Popof, Switch, Crookers, Siriusmo. Non è esattamente quello che amo, anzi la categoria potrebbe essere più quella dell’un ascolto e metto via. Ma funziona, ci si trova un senso molto energetico e in fondo più complicato a ripensarci di quanto si percepisca sul momento. E tutti intorno ballano come matti. L’apice si raggiunge con un pezzo fatto di trombette turche. Penso a un suo tool per celebrare le origini e invece è il suo nuovo tormentone a opera di Duke Dumont. Alla fine chiude con la riesecuzione live del suo remix di Boy From School degli Hot Chip, pezzo che mi mancava per comporre l’ascolto dal vivo della trilogia balearica. Per quanto possa la razionalità o il gusto personale, ci si inchina senza diffidenza alla rock star che sa cosa fare e la si ringrazia per il mondo Beyond The Wizard’s Sleeve e per 21 dei Mistery Jets, da queste parti disco-autoradio per l’estate. Le si vorrebbe chiedere "e ora?", ma questo non sembra il suo problema.



Butta le tue mani in alto per Detroit
Amo la security di Dissonanze. Sorridente e mai arrogante, anche se decisa, invita i torsoli nudi a rimettere su la maglietta nei pressi delle transenne. So che è una questione di decoro in funzione di foto e video ufficiali, ma mi contento di poco. Nel frattempo l’esibizione storica di Juan Atkins, Mad Mike e soci in veste di Model 500 è puro piacere. Sporco funk analogico. Uno dopo l’altro i grandi classici prendono vita, io ballo davanti alla transenna, ma indietro gran parte dei grezzi si ritrova disorientata e immobile fino a far sbottare a Juan Atkins “What a dull crowd”. Verso la fine qualche invasato comincia pure a dar di matto e a urlare insulti a fianco a me (ripenso al povero Ryoji Ikeda, chiuso per sempre nell’Aula Magna, prima fila). Meno male che dalle transenne l’omone cinquantenne della sicurezza chiede al tamarro cosa c’è che non va e al suo ‘ammerda, nun balla nesuno’ risponde con un perentorio e giusto ‘a me piace’. I Model 500 chiudono con un Mad Mike visibilmente incazzato: dire che che la loro collocazione non sia stata giusta sarebbe in contraddizione col motto “One Day You’ll Understand”. Forse tra le tante visioni del futuro che hanno prodotto la techno, quella di Atkins musicista è quella più legata al tempo in cui è stata prodotta o forse pretendere comprensione da chi tratta Dissonanze come una megadiscoteca è impresa vana. Intanto a lato del palco Carl Craig osserva con uno sguardo preoccupato. Quando guadagna la console, suona Jaguar di Rolando. Un pezzo impossibile da suonare come primo disco, ma non conta, sta lì come un pugno nello stomaco a chi oggi non ha capito. Guardate il cuore in mano di Detroit, il pugno alzato al cielo. Poi passa alla sua versione di In The Trees che subito interrompe. PARLA. Io non avevo mai visto parlare Carl Craig. Farfuglia di un’unione: Rome, Italy, Detroit, Michigan, USA, connection. Penso che abbia paura e questo pensiero mi risuona come una bestemmia. Poi riparte però dritto con i Faze Action. Qualcosa non va nella console, risolve e da lì è un treno. Molta techno della vecchia scuola inframmezzata con pezzi percussivi quasi minimali (cosa cacchio era quel campionamento afro che pitchava fino a distorcere?), pochi remix recenti (Pixel Girl, il Delia & Gavin solo quasi sul finale, il remix di Gary per Alter Ego) e niente parte di tributo alle radici house come in altre occasioni. Il Palazzo dei Congressi è nelle sue mani, mentre la luce filtra dal tetto. Dopo Good Life il finale sarebbe tutto per la chiusura del cerchio con Jaguar, ma una mano burocratica e insensibile toglie l’alimentazione per fare andare a dormire i lavoratori. Mentre esco, penso a cosa potrebbe essere domani e non mi viene in mente niente: dieci anni fa a Detroit si inseguiva il futuro, oggi ci si barcamena e sembra vincere chi maneggia meglio il presente senza spostarsi di un centimetro avanti o di un centimetro indietro (come Erol o Loco Dice) e subito dopo a ruota i grandi riciclatori (che si tratti di kraut, italo-disco o dello stesso futuro ormai raggiunto e digerito). Dopo qualche giorno mi sono convinto che l’interrogativo potrebbe essere malposto: forse non si tratta di cosa sarà, ma di dove e come sarà. Quando lo capiremo, ci saremo già arrivati.





The Cat - Dusty Kid
Starlight - Model 500
Gary (C2 Remix) - Alter Ego

13.5.08

Risuonanze (Kid you’ll move mountains, why the long face?)

Antefatto di onestà pelosa (saltatelo se mi volete bene)
Dissonanze è il primo accredito della mia vita, chiesto e ottenuto in virtù di questo blog. È giusto che lo scriva, prima che si parli di un ottimo festival che (insieme al Club TO Club colpevolmente mancato) in due giorni spazza via il sentimento di inadeguatezza verso le esperienze spagnole e del resto d’Europa. È giusto che lo scriva, prima che stronchi o che faccia i complimenti a chi ha fatto il suo mestiere davanti e dietro le quinte, o prima che mi lamenti dei prezzi dei drink. La speranza è che tutto ciò possa andare oltre l’elettronica e la musica da ballo, oltre le esperienze fondamentali e gratuite stile Traffic. Magari in un bellissimo posto di mare del sud Italia (anche se, devo dire, ho una passione perversa per l’architettura fascista dell’Eur).

Prefuse ‘73
Si parte dalla Terrazza. Il Prefuso imbraccia una chitarra e si porta appresso un ragazzo di fatica e un batterista. Il risultato è molto meno pirotecnico dal punto di vista visivo rispetto a quando lo si vide al TDK di tre anni fa. Il pubblico che arriva a poco a poco apprezza, soprattutto una prima fila scatenata che secondo me non solo conosceva tutti i pezzi, ma anche i relativi titoli (che nel caso del Prefuso sono degni dei film della Wertmuller). In fondo apprezzo pure io, anche se privato della gioia di vederlo smanettare su pattern di batteria elettronica e giradischi. E complimenti al batterista, ché per fare il batterista del Prefuso ci vuole una memoria e una destrezza notevole.



Ryoji Ikeda (ma anche Pinch e Yacht)
Dalla Terrazza si scende al semivuoto Salone dove Pinch ha iniziato la sua cosa dubstep. Che per me è la sua cosa dubstep e prima o poi dovrò superare le mie ritrosie e convincermi all’annegamento nei bassi profondi e nei ritmi dilatati. Non questa volta. Inauguro così i posti a sedere dell’Aula Magna strapiena, dove i bassi profondi sono sostituiti dalle preminenti alte frequenze della performance multimediale di Ryoji Ikeda: bianco o nero sullo schermo, suoni ipercinetici molto anni Novanta e un gruppetto composito di rastapunk e scoppiati che si radunano davanti a una delle casse come se si fosse a un rave ripreso da Studio Aperto. A un certo punto ho seriamente temuto l’attacco epilettico stile Pokemon. Invece tutto finisce magistralmente prima e così c’è pure il tempo di salire per un’occhiata agli Yacht in Terrazza. Nel luogo in cui artisti elettronici e dj si sbattono per mostrare quanto possa essere musicale quello che fanno, questo sedanone nerd e questa tavola da surf in ultra-mini abito stretch lanciano delle basi pre-registrate con tanto di cori e controcanti e ci schiamazzano su in maniera scomposta. Divertente anche, ma offensivo per il contesto.




Cobblestone Jazz, Caribou e un pizzico di Italo Disco
L’inizio della maratona Italo-Cosmic Disco è affidata ai Rodion è la loro partenza è davvero gustosa, con tanto di cover di The Logical Song. La Terrazza è quasi piena e la gente balla su questi parallelepipedi enormi progettati per quando le littorie astromobili avrebbero avuto passaggi continui e cosmici sul cielo dell’Eur. Mi chiedo mentalmente come si sarebbero chiamate le cubiste se avessero iniziato sui parallelepipedi e rido come un cretino. Poi però mi sposto lesto giù dove i tre Cobblestone Jazz musicano un Salone della Cultura in via di riempimento. La formazione laptop + controller + tastierone uso vocoder, hammond, reed è la celebrazione dello spirito del progetto. La gente intorno balla, ma la sensazione è che si divertano più sul palco (e io con loro). Per la prima volta mi vergogno come un appassionato di jazz. Salto la fine per accaparrarmi un’onesta quinta fila per il live di Caribou (Ryoji Ikeda siede in prima fila centrale). Los Quarenta Luigi mi raggiunge prima dell’inizio e mi dice gran cose di ciò che succede in terrazza (dove Daniele Baldelli ha preso il posto dei Rodion). Caribou è in formazione doppia batteria e tuttavia penso che ciò possa non bastare. Il batterista che ha sostituito il precedente infortunato va però a Red Bull e suona come sei o sette batteristi in contemporanea. Il tutto però è enormemente più muscolare che su disco. A me basterebbe che lo shoegaze ritmico avesse un volume in linea con lo shoegaze melodico, con la voce sempre in secondo piano. Suonano quasi tutto Andorra e ripescano molti pezzi dal passato Manitoba che, coglione io, avevo anche stroncato nel vecchio blog. Poco, pochissimo dal primo Caribou, del quale rimangono soltanto Bees e la conclusiva Barnowl. Con volumi più bassi della batteria sarebbe stato perfetto. Però mi rendo conto che sedendomi lì davanti mi sono beccato tutto il suono vero di tamburi e piatti oltre a quello amplificato. Una specie di Icaro col budello al posto della cera.





Booka Shade e gli altri ‘de passaggio’
Scappo subito dalla terrazza per evitare i No Age. I No Age non sono malaccio su disco, un gruppo punk con un produttore shoegaze. Peccato che dal vivo perdano questa vivace particolarità, diventando un gruppo involuto e pestoso. Me ne sono accorto fortunatamente in anticipo quando avevano suonato per Amoeba. Così in attesa del live dei Booka Shade oscillo tra Salone e Terrazza. Un algido Robotnick del quale riesco a cogliere solo l’ultimo pezzo passa la mano al Francisco di casa con un terrificante saluto del tipo “Ciao, ero Alexander Robotnick. Buonanotte”. Giù becco gli ultimi due pezzi di Switch: il suo remix di Golden Skans e un remix di qualche sgallettata a caso confermano la mia grande difficoltà verso il genere (fidget, wonky o come vi pare di chiamarlo) e verso un personaggio controverso e secondo me più piccolo della sua fama (ma è sempre così). L’immortale revisione di Bump di Spank Rock non riuscirà mai a cancellare nella mia mente la sua approssimatività dal vivo, il suono pappone e il fine gusto da selezionatore di Hit Mania Dance. I due Booka Shade partono con Darko, una scelta eccessiva in barba ai dj-set che devono costruire e ai concerti che partono col quel pezzo che crea l’atmosfera ma non troppo. Il live è fortemente discontinuo: non si raggiunge la tensione continua del dj set a causa dell’alternanza tra episodi a grande impatto e riempitivi e non si organizza la scaletta come un concerto. Emergono così i difetti dei due dischi, il primo costruito in gran parte da una buona idea permutata in diversi modi a formare un suono e il secondo discontinuo e costituito da pezzi lenti e pomposi mischiati con cover dei New Order. A sprazzi però ci si diverte, come a un concerto dei gruppi di elettronica da stadio che mettono su la batteria finta e i gesti plateali per fare più scena. Luigi Los Cuarenta mi dice come certi Orbital da festival, e io penso a quegli Orbital che interrompevano Halcyon On And On e suonavano i campioni di Bon Jovi e di Belinda Carlisle. Prima dell'ovvia e acclamata Body Language finale c’è pure il tempo per la rilavorazione live di O Superman di Laurie Anderson. Poi arriva Loco Dice e dopo un pezzo e mezzo (che nel caso di Loco Dice significa circa tre quarti d’ora) decidiamo di risparmiare energie per il giorno dopo e di lasciarlo alla gran parte del pubblico accorsa lì per lui. D’altra parte, non è che ci si aspettasse molto da chi ha messo su LP l’ennesima traccia costruita sulla voce di Nina Simone o un pezzo che ripete continuamente “Dammelo, Papi”.



Fisico - Rodion
Crayon - Manitoba
Charlotte - Booka Shade

7.5.08

Da una lacrima sul viso, ho capito tante cose



Il manifesto di Dissonanze 2008 (qui anche in versione femminile) è bellissimo. Con qualche capello in più, la mia faccia davanti al concerto di Caribou mentre Switch dall'altra parte sollazza i papponi. E poi tanta Detroit (Model 500 live su tutto), Italo, Erollo si sarà ripreso dopo la pausa da produttore(?), Cobbleston Jazz live(!), gente come Booka Shade e Loco Dice alla prova, l'etnica senza la puzza da gonna fiorata (Madlib, Tony Allen e compari in Brasilintime) e tante certezze già raccontate da queste parti. Venerdì e sabato ci si commuove da quelle parti con gente di una certa età alla faccia dei bambini senza espressione facciale dell'ultimo video di Jus†ice.

Niobe - Caribou

22.4.08

La rivelazione adesso



Penso che si debba partire dall’apocalisse. L’apocalisse è quella cosa che arriva alla fine, a volte preannunciata da trombe o da archi sintetici, chiude tutto e rivela un senso che era già nell’inizio. Quando alla fine, senza antefatto spettrale-dark, Mathew Jonson chiudeva il suo liveset con gli oscillatori della sinfonia dell’apocalisse che variavano di frequenza impazziti, si assommava la sensazione del miglior concerto techno sentito dall’inizio dell’anno a come questa si formava: moduli di pezzi compiuti utilizzati in altra maniera, piegati ad un’esibizione immaginifica e complessa dal punto di vista ritmico. Oltre l’inadeguatezza dei dj-set dei produttori, oltre i live che si piegano ai compromessi del togli-metti la cassa, oltre gli stessi limiti di certi suoi live dell’anno scorso, così enfatici da sfiorare la trance o la progressive, il concerto è un capolavoro di bilanciamento. I tre-quattro pezzi iniziali di preparazione poliritmica culminano nel suo remix acido di Good Life, reso ancora più aggressivo dalla maggiore battuta. Su questo subito si prende la strada Cobblestone Jazz di 23 Seconds. Non si tralasciano i pezzi più vecchi alla Magic Through Music, semmai quelle che mancano sono certe sfumature house dei Cobblestone, rimandate a quando vedremo il trio all’opera e fortunatamente sostituite da uno scheletro più electro, figlio di Cybotron. Marionette, rilavorata come al solito sull’umore del pubblico, è emotivamente carica nonostante la patina (in teoria) ghiacciata di inno che si porta dietro. Alla fine, non è apocalisse per il gusto dell’apocalisse. Non sono manopole finte, né manopole cafone quanto un assolo metal. Solo musica, sincopata e intricata, ora ruvida e ora melodica, calda di bassi e acuta di testa.


Photo by Von Boot


Good Life (Mathew Jonson's Acid Mix) - Kevin Saunderson feat. Inner City


Gente Alla Quale Vorremmo Stringere Calorosamente La Mano (The Bari Spin-On)


Bari, Mathew Jonson Liveset
(La rubrica che necessita numerosi tentativi di imitazione)

14.4.08

E se stasera si pareggia, noi, balleremo Todd Teeeerjeeee



Cattivo ma anche buono come adesso, non lo sono stato mai

Vedo molta liquefazione romantica in giro per Walter (il nome e basta, è d'obbligo). Tutti commossi, e mi viene in mente l'accoglienza trionfale che certi ambienti hanno tributato al nuovo Jamie Lidell. A me il nuovo Lidell non scende giù per la sua eccessiva pulizia e classicità, per quel calore così diretto e ovvio che non riesco a sentire. Invece mi viene in mente un piccolo progetto ai più ignoto, Echohce. Lidell che pattoneggia + un ex Einstürzende Neubauten + un generatore semantico di testi + otto stampanti, live. Anche io ho votato Walter-Jamie, ma il Walter-Jamie che conferisce calore matematico e bionico a una versione sintentizzata di ciò che tutti vogliamo sentirci dire. Un lato oscuro comunicativo, che è oltre i miserrimi paragoni col berlusconismo.

Leaving (Untouched) - FM Einheit
Revolution (Shon) - FM Einheit

13.4.08

Sabato sera dentro al Cube, no Michael Mayer il giorno pri-i-ma (o anche “Andarsene Così”)

Porto ancora le conseguenze insoddisfatte dello scorso fine settimana. Non che sia per questo che al concerto palermitano di Dente oggi ho preferito un tranquillo sabato sera pre-elettorale casalingo a base di elettronica e techno piagnona (o pingona chedirsivoglia). Non è cosa mia e lo avrei saltato comunque. Però lo scorso fine settimana mi è rimasto sul gozzo, ecco. Le due gioiose ore mixate malamente da Michael Mayer al venerdì sono saltate per sua indisposizione fisica. No socio Navid al seguito, no roboante Two Of Us, no remix inedito di Charlotte Gainsbourg. A sostituirlo il sempre apprezzato Arpino mi ha come al solito demoralizzato: questa volta mi è sembrato di riconoscere mezzo pezzo del quale non saprei dire il nome.

Sabato sera al Cube appunto, coi Baustelle. Io sono contento per la pubblicità del disco che passa su 105. Avrei voluto parlare di Amen, disco che ho amato e sto amando tantissimo, ma non c’è stata occasione. Finisce così che scrivo di quello stupro di massa che è stato il concerto barese (ma potrei dire di tutto il tour vista la scaletta identica per tutte le date). Ero di buonumore, ero contento persino di trovarmi schiacciato nel sovraffollamento di indioti, universitalternativi, adolescenti Charlie e compagne di scuola, quarantenni lettori di Repubblica. Cravatte strette, cinture bianche di plastica e maglioni infeltriti. Dopo l’intro che svela già il finale, storco il grugno sull’amata Antropophagus per l’intarsio di Battiato e per il taglio della sua coda strumentale ma torno a odiare il mondo quando su Colombo e Charlie i dementi intorno a me pensano di essere alla Notte della Taranta.

A poco a poco percepisco un senso di rimozione dei Baustelle nei confronti del loro passato: più o meno quando presentano I Provinciali come un vecchio pezzo. La scaletta negazionista cancella la memoria dei giorni del Sussidiario e dello YèYè più per disagio personale che in favore del nuovo pubblico. Prima dei bis sopravvive solo una maltrattata e barcollante Canzone di Alain Delon, con le note cambiate per non stonare (ma almeno prima si stonava insieme, ecco). I pezzi nuovi non se la passano meglio: il problema è rendere dal vivo il massimalismo orchestrale con un solo violino e allora si va via di chitarroni e si riesce col Liberismo, ma altrove è una pena. Specie quando entra in scena la fisarmonica, come in Alfredo affossata anche per il mancato inserimento della ritmica. Prima del bis Baudelaire mi convince che l’idea della sua coda è tanto azzeccata quanto povera nella sua realizzazione. Non ci si improvvisa DFA o Ewan Pearson.

Il bis è il colpo finale. Bruci La Città è programmaticamente altra, ma il risultato è confuso e tale da far pensare che la Grandi version sia di gran lunga pià baustelliana della cover. Il medley successivo tra Gomma e Riformatorio è uno sfregio senza senso, oltre che una soluzione concertistica degna dei Ricchi e Poveri. La canzone del parco sembra piegata su se stessa. Andarsene così chiude con la sua melodia iniziale da rave e il pubblico intontito nemmeno pensa a un ritorno sul palco per un doppio bis. Io credo che in futuro mi limiterò ai loro dischi, almeno fino ai concerti in palasport con l’orchestra sinfonica. E meno male che il prossimo finesettimana mi risolleverò col dj set di Mathew Johnson.

Symphony For The Apocalypse - Mathew Jonson

3.4.08

L'orchestrina di Darkstar e i Simpatici

Il nuovo nome su cui punta Kode9 e la sua Hyperdub è questo Darkstar che ibrida il consueto immaginario dell'etichetta post-garage con elementi più affini all'electro (sintetizzatori, vocoder/voicebox e qualche riferimento ai 'lenti' dei Daft Punk). Pur concedendo un po' di curiosità alla ballabilità di Need You, non riesco a scacciare l'immagine di quelle orchestre romagnole che suonano il lissio: la particolarità del primo singolo di Darkstar è infatti un trattamento delle parti sintetiche (vocali e non) simile all'effetto del mantice. Per dirla breve, le voci robotiche e le tastiere sembrano fisarmoniche e però l'effetto spiazza a tal punto che il grime di Need You passa quasi per una quadriglia.

Squeeze My Lime - Darkstar

2.4.08

La cura

Io se fossi stato Giuliano Ferrara non avrei scelto Juno. Io avrei scelto Aphex Twin. Ci sta questo piccolo pezzo, il fantomatico fratello morto, una commovente e non banale esplosione di vitalità. Andate su Beatport, avrei detto a Matrix da Mentana. Aphex Twin per inno elettorale, quella sì che sarebbe stata una figata.

To Cure A Weakling Child / Girl-Boy Song - Adem

To Cure A Weakling Child (video) - Aphex Twin
Girl-Boy Song (live video) - Aphex Twin

Il 2.0 di Aprile

No, il post di ieri non era un pesce d'aprile (Bostro Pesopeo esiste per davvero). Lo è stato invece l'ascolto di Narrow Stairs, il nuovo dei Death Cab For Cutie sul mio last.fm. Si trattava in realtà di una copia di Silent Movie, il nuovo dei Quiet Village, coi tag opportunamente modificati. Lo scherzo è stato abbastanza masturbatorio, cretino e poco riuscito. Ma morivo dalla voglia di usare il titolo qui sopra.

Your New Twin Sized Bed - Death Cab For Cutie
in realtà era
Can't Be Beat - Quiet Village

Videografia di riferimento:
The Days Of Pearly Spencer - David McWilliams
Il Volto Della Vita - Caterina Caselli
The Days Of Pearly Spencer - Marc Almond

1.4.08

What's a hip to do

Sono indeciso se sia più sfacciatamente spocchioso puntare sulla Dissident Records (uscite tra fantascienza disco e techno numerate da cento vinili ebbasta: niente mp3, myspace evanescenti e pezzi introvabili di Columbia #1 o di Invincible Scum sulla bocca di chi sa) o su un nome meraviglioso come Bostro Pesopeo. Meno male che almeno Sebastien Tellier porta la Francia all'Eurofestival cantando in inglese.

27.3.08

Tutti i sabati in casa della nostra giovinezza

Son giorni in cui certi trentenni come me han da far conti dal punto di vista musicale. Uscite come quelle di Portishead, Notwist e Matmos mettono davanti ad un come eravamo / come siamo / come saremo denso di attese prolungate, scelte diverse e umori ormai più o meno distaccati. Forse dovrei scaricare anche il nuovo Moby. Invece cerco di venire a capo di Saturdays = Youth degli M83. Sono affezionato agli M83: i cauti post dalla forma incauta sul vecchio e sul nuovo blog stanno lì a ricordare quanto si possa crescere ed essere menopeggio.
L’uguale non tragga in inganno. Saturdays = Youth è un disco per vecchi. Vecchi che da giovani passavano i loro sabati ad ascoltare musica già vecchia e soprattutto inutile. Quale giovane donna quindicenne metterebbe sulla testata del suo myspace/twitter/facebook parole come “The cemetery is my home, I want to be a part of it, invisible even to the night…I'm 15 years old and I feel it's already too late to live. Don't you?”? Qualcuna di sicuro ci sarà, ma il problema siamo noi, quelli che maciniamo revival a velocità così alte (dove eravamo quando avevamo altri gusti?!) che ormai amiamo anche il revival al quadrato. Il revival dell’ascolto revival.
Non si confronti allora S=Y con i vecchi dischi degli M83. I suoi stracci di Kate Bush sono oltre Rossana Casale che fa Kate Bush nel jingle della pubblicità della Coppa del Nonno e oltre le cover dei Chromatics, siamo alla ristampa dei dvd di Twin Peaks e quest’estate ormai tutte le band shoegaze avranno perfezionato la loro reunion. Balliamo sia la techno di Detroit che Redshape che chi copierà Redshape. E i giovani sono da qualche altra parte, con qualche altra diavoleria troppo noiosa. Sui quindici minuti iniziali remix (gli unici amabili) di My Blueberry Night di Wong Kar Wai, temevamo amavamo l’idea di un remake afro-beat de Il Giardino Delle Vergini Suicide. I Portishead mi hanno sorpreso, i Notwist mi hanno ricordato che non riesco più a essere così ghei e i Matmos, beh, quelle cose le trovo più divertenti in salsa techno sul nuovo ep di Four Tet. Forse dovrei scaricare anche il nuovo Moby.


We Own The Sky - M83
Up! - M83

17.3.08

Puntini di sospensione

Sono vivo. Se tutto va bene, dalle prossime settimane potrò anche tornare più spesso da queste parti. Ovvero via da Torino, dai live di Tiger Stripes, Shout Out Louds, 2000 And One e dell’I Am Festival (con Funk’d’Void, Los Hermanos, Fumiya Tanaka, A Guy Called Gerald, Ananda ed Eulberg)

Una volta c’erano nei pub i gruppi di diciottenni che scopiazzavano Sonic Youth e Blonde Redhead. Oggi sei passato ai club e i diciottenni imitano in console Nathan Fake, persino nella capigliatura pennellona. Una volta andavi a vedere al Cinema Massimo il film muto Dans La Nuit musicato dai Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo. Oggi vai al King Kong MicroPlex a vedere Three Ages di Buster Keaton musicato da Jeff Mills.

Non sono potuto andare alla data torinese dei Baustelle. Tutto esaurito giorni prima. Io non sono abituato ai ‘tutto esaurito’. Con una forma di rimozione nervosa, per me il concerto non avviene più, così come nel caso di eventi a cui non si può partecipare. Alcuni credono di avere visto i Pixies quattro-cinque anni fa e invece si era trattato di allucinazione collettiva.

In compenso il giorno dopo sono andato a sentire Juan Atkins, l’uomo che con Model 500, Cybotron e un’altra dozzina di nomignoli ha segnato la transizione dall’electro funk alla techno di Detroit. Col cervello mangiato dagli alieni dei suoi pezzi, il succedersi impreciso dei consueti capisaldi aveva un che di spettrale. Pesante e techno nella prima parte, malinconicamente disco nella seconda. L’aria da revival in casi come questi è giustificabile, ma di fronte al rullo compressore di The Bells, alla lussuria di I Feel Love e all’unico pezzo del bis – quella Jaguar che risveglierebbe gli entusiasmi anche a una mandria di elefanti sedati – testa e cuore non superavano il contrasto tra pezzi oggettivamente “inutilizzabili” e l’effetto potente che continuano ad avere.

La settimana dopo, l’enorme fila davanti all’Hiroshima Mon Amour per gli Autechre è fatta di giovani, vecchi, sinistrati, cubiste del Club 21, manovalanza impiegatizia e uomini e donne di mezza età che non hanno superato indenni la frequentazione con le droghe chimiche della seconda metà degli anni Novanta. Sono solo le 22e30 e Rob Hall sfugge al concetto di djset di apertura con una techno molto inglese, acida ma rotonda, ritmicamente dritta ma ornata di break spezzati. I SND si presentano sul palco con due martelli pneumatici della Apple: per due minuti in mezzo mi sono divertito, per il resto credo che abbiano iniziato i lavori del nuovo capolinea della metro al Lingotto. Fortunatamente Rob Hall torna in scena alla destra del palco, mentre al centro attaccano i jack. Poi si fa buio. Buio nero. Niente schermi e visuals, niente strobo e riflettori, niente luce verde per le uscite di sicurezza. Gli Autechre cominciano spediti, ballabili e belli grassi. Il buio non va via. Se hanno degli schermi sono orizzontali e privi di illuminazione. Il concerto è il contrario di Quaristice, solido e continuo. Al primo rallentamento quasimelodico scoppia l’applauso. Ma tutto rimane buio. Ballano tutti, il live trasuda esperienza e mi chiedo se qualcuno ci avesse già pensato: più che inquietante quel buio sapeva di rimozione dell’inutile, dei capelli rosso finto, dei cardigan, dei jeans dentro gli stivali, dei pallini sui maglioni infeltriti, dei giubbotti di pelle nera, del vuoi qualcosa, del che mi dai un sorso, della chiacchiera in mezzo al concerto, dei flash delle macchine digitali, di tutti voi. Chiunque e qualunque cosa voi siate. Poi dopo un’ora senza cadute di tono le luci si sono riaccese sull’applauso e non si sono rispente per un bis. Rob Hall prende in consegna la ventina di persone che decide di restare per la sua chiusura, che non andrà oltre un’ulteriore gustosa mezzora. Sono le 2e30, tutto è finito e mentre torno a casa mi sembra di risentire di tre ore di fuso orario.

Rae - Autechre
Vessels In Distress - Model 500

27.2.08

22.2.08

Di sGuincho

Non credevo che a febbraio 2008 una recensione positiva di Pitchfork muovesse ancora le ricerche su internet.

20.2.08

Avevamo un conto in sospeso (e forse ce lo abbiamo ancora)

Avevamo un conto in sospeso. Quel venerdì sera di metà Agosto a Stoccolma i Black Devil Disco Club suonavano dal vivo e invece altrove tu tenevi interminabilmente a mezza altezza la tua unica birra omaggio, mentre ascoltavi zitto i tuoi amici stranieri. Per ore. Io scoprivo che in Svezia, a differenza che in Italia, puoi vedere in trasparenza attraverso un bicchiere di vino rosso. Per ingannare il tempo in attesa del tuo dj set passavo da una Jimmy sulla pista principale alla Rozzalla (‘Faith in the power of LOVE’) nella sala revival-non-siamo-svedesi-per-caso. Condivo il tutto con un hamburguesa (il bello delle discoteche svedesi estive) e con una Nastro Azzurro (‘Sì, ma avete una birra appena un po’ più forte?! Yeah, Nastroh Azzouroh’). La tua birra era ancora a mezz’altezza. Tu hai messo sei pezzi in croce. SEI ES DRUM. Sei pezzi che tu avevi utilizzato nei tuoi dischi, ma sei dannatissimi pezzi. Sei andato a mettere i dischi con una custodia da dieci, cazzo. Poi hai pure avuto il coraggio di andartene via su un taxi nero. You killed the party again, Goddam. Goddam.



Avevamo un conto in sospeso. Dovevamo eiaculare il nostro amore per Arthur Russell, a Ferragosto. Anteprima del documentario, anteprima dell’EP. Tu, Victoria Bergsman, Verity Sussman e Joel Gibb. Io non avevo capito i manifesti e non volevo chiedere. La tua bassista mi dava lo zucchero filato. I due cantavano i pezzi di Arthur da soli, due o tre pezzi degli Hidden Cameras, due pezzi delle Electralane. Due volte You Can Make Me Feel Better. Poi mi hanno spiegato del rimborso. Il volo decollava prima. Il giorno dopo, quando chiedevo anticipatamente il rimborso per un questione di principio, tu attraversavi la Kulturhuset con un bustone blu dell’Ikea e non sembravi malato. Cosa ci tenevi dentro, l’attrezzatura per lo zucchero filato?



Avevamo un conto in sospeso (e forse ce lo abbiamo ancora). Soprattutto ora che non siamo in vacanza, tu ripeti la solita storia che tra un po’ (dopo la fine del concerto) ci canterai il resto, ed è l’una e fuori fanno due gradi sotto zero. Avevamo un conto in sospeso, ma io domani lavoro e non ho voglia di raccontarti tutto e torno a casa. La casa dell’Azienda. Goddam. Goddam.



P.S.: mille grazie ai LeGo mY eGo: Niobe di Caribou è da sogno per introdurre un concerto. Purtroppo quelli sono andati per le lunghe. Forse anche Strange Things Will Happen avrebbe avuto il suo senso. Sui Magnetic Fields ho capito che bisognava attendere. Subito dopo mi hanno esclamato nelle orecchie “I Postal Service!!!”, ma cazzo, dovevate urlarmi prima “Caribou!”. Invece si è iniziato con i Books più Prefuse ’73 (a meno che non mi sia confuso). Caribou, Caribou, Caribou. Goddam, Goddam.

E non se ne possono restare

Una delle cose che ho sempre invidiato ad altri che come me provano a raccontare il piacere di ascoltare uno che mette i dischi è l’esperienza della durata infinita. Quei set che iniziano alle tre e finiscono alle nove di mattina, che sono discorsi che non basta un mp3 a raccontarli. Stava per succedere venerdì scorso e non a Milano con il coincidente Villalobos, ma a Torino con Solomun. Su un’intelaiatura di techno non troppo pippotica e mai fredda o cattiva, il bosniaco spargeva ogni tanto sprazzi melodici come il C#1 Movement Remix di Tides di Beanfield o il bootleg della chiacchieratissima Enfants (celo, ma Sei Es Drum rischia alla nascita di configurarsi come l’etichetta dei tools di Ricardo). Soprattutto si adoperava con fare da dj e non come un produttore che spende a questo modo la sua fama. Per farla breve, dopo le consuete due ore di set Solomun si concedeva una ventina di minuti di pausa per poi riprendere in mano la pista che non si era svuotata. Già pregustavo il sole sul Po, quando dopo una risicata mezzora una mano infausta abbassava il volume e i BPM. Se non altro avevo avuto il tempo di gustare su un impianto appropriato, il gusto pizzicagnolo di Solomun, hommo capace di vestire la maglietta del mercato sulla canottiera del mercato. [Collane d’oro not included]


Feuervogel - Solomun And Stimmung

19.2.08

Jens fa surf

Inizia dicendo: “Questa è una canzone sul chiudere con tutta la merda che”. Più avanti solleva il dito medio al cielo. Certo ora ha uno che gli lancia la drum machine, ma…

12.2.08

Packs Of Dear

Il dj set barese di Matthew Dear as Audion ha soddisfatto tutte le aspettative della vigilia, smontandole una a una. Si attendevano montagne russe di crescendo e precipizi ai limiti della sostenibilità e invece il set ha compresso quantità energetiche via via crescenti giocando più sulle densità che sui picchi. I filmati della data romana di dicembre lasciavano intendere l’impiego dei singoloni e dei popolari remix per scatenare la folla e invece il buon Matthew ha incrociato con due piatti, manopole e MAC inediti, pezzi vecchi e techno altrui, ricreando comunque l’atmosfera ai limiti del nome Audion. Le prime file continuavano a indicare le labbra con l’indice e la sua concessione è stata appena un accenno a basso profilo della rilettura Mund Zu Mund. La sua faccia tranquilla, sorridente e attenta e il saluto gentile alla fine (felice come un bambino di dieci anni che torna a casa dalla partitella pomeridiana giù in cortile) rimandavano più all’immaginario di un Sufjan Stevens, che al disturbante labirinto oscuro audionesco. Inquietante anche questo, a suo modo.


Bees Please - Matthew Dear (As Audion?)

3.2.08

Bonanza

Ieri sera a Bari si poteva scegliere se andare a sentire Alex Smoke o Dave Mancuso e la sensazione (in piccolissima scala) era di quelle che, immaginavo, avrei provato solo a Londra, o Bologna. L’offerta e la libertà di scelta – (e il ‘tanto poi è molto probabile che tornino’) – si sono quindi tradotte in un turno di riposo casalingo a base di spiedini di ‘nghimiridd e braciolette di agnello alla griglia*, cannonau e un telefilm che non si può nominare (e non è Bonanza). Perché qui già si stanno raccogliendo le forze per il dj set barese di Audion, sabato prossimo.

* appurato che chi viene a Bari per un concerto indie viene portato in osteria (soprattutto VeC), ci si chiede: anche Matthew Dear sceglierà nel menù completo a base di patate, riso e cozze, fave e cicoria, polpo arrosto e braciola di cavallo al sugo?


Olga Dancekowski (Audion Paradise Cafe Mix) - Matt John


29.1.08

Fiori Bianconi

Paradossalmente, la vera trasgressione oggi potrebbe essere la fede.
«Ma quella di tipo francescano, assoluta e rigorosa».
(Un Bianconi sulla strada di Lindo dalle colonne de Il Giornale)

27.1.08

Non me gusta (è questa la cosa giusta)

Sarà per contrasto col suo disco, uno dei più interessanti di inizio 2008, ma il live di Bruno Pronsato visto ieri sera a Bari è stato una delle esibizioni più noiose e moleste a cui abbia mai assistito, mettendo nel novero anche concerti di cantautori folk, art rocker e tutte le orchestrine che suonano in quelle balere-ristoranti per anziani che ogni giorno il benemerito programma Ballando Le Cupole porta all’attenzione di tutti noi. Così noioso e molesto che dopo un’ora buona di “piatta cassa e poco più -> tolgo quasi tutti i campioni -> riparte la cassa (urlo della folla) -> effetti di ableton -> riparte la cassa (urlo della folla) -> abbasso il volume -> riparte la cassa (urlo della folla)”, meditavo di tornare all’interminabile fila* all’ingresso dalla quale dopo un’ora di attesa mi aveva strappato l’intervento pronto del compagno di sventure La Scarpa Che Respira, oppure alla coda* del guardaroba, a farmi mettere i gomiti altrui nello sterno.

* termini convenzionali da rendersi visivamente come ammasso caotico di persone disposte a raggiera intorno a un varco

Bruno Pronsato nella sua classica posa con cui ogni cinque minuti rilancia la cassa

24.1.08

L’amico del giaugaro

Quando venerdì scorso, a un metro e qualcosa di altezza dal Po e dopo un’ora e mezza di dj set, Len Faki buttava sul piatto Knights of Jaguar di DJ Rolando, ho pensato che tutto potesse finire lì. Certo, Jaguar dovrebbe essere vietata nei dj set di chi non ha vissuto la Detroit di quegli anni e chiudere una serata con un pezzo dalla linea melodica fondamentalmente triste e però capace di saldarti un sorriso enorme sulla bocca, da un orecchio all’altro, irriterebbe certo tutti i soliti antipatici snob e farebbe la gioia di noi poveri dal cuore molle. Poi Len Faki non avrebbe finito lì, continuando con una selezione di vecchia scuola che sembrava chiudere a ogni pezzo: The Man With The Red Face di Laurent Garnier, Timbuktu di Ferrer & Sydenham, il remix di Carl Craig di Kill 100 degli X-Press 2 fino a quel pezzo così studiato e così per me irritante che sovrappone un orgasmo ad un rallentamento ritmico per poi riprendere, buono forse per metà set ma non certo per la fine (per la cronaca, French Kiss di Lil Louis). La fine invece è una corsa sempre più veloce, qualcuno stende la pasta, qualcuno del sud balla a nord. La melodia è triste, ma noi sorridiamo.

(Fortunatamente poi Jaguar arrivava a chiudere la seconda parte del dj set a base di techno fattona stile la sua My Black Sheep. Molto più apprezzabile la prima parte composta per gran parte di nuovi pezzi che rimandano alla vecchia scuola come Elephant di Rune & Sydenham o la sua Rainbow/Mekong Delta)



Knights Of Jaguar - DJ Rolando AKA The Aztec Mystic

16.1.08

Stainless sky when the style is falling

Uno sembra il seguito di Gnarls Barkley, l’altro un mash-up album di Rufus Wainwright in salsa synth-pop. I nuovi album di Neon Neon (Gruf Rhys dei Super Furry Animals e Boom Bip più una manciata di ospiti rap) e Kelley Polar sono discontinui, o meglio NN discontinuo e KP diviso in due metà sbilanciate. Eppure quando Gruf Rhys canta su uno di quei pezzi che ormai escono fuori solo dalle radio di certi personaggi di Eggers o di Richard Kelly o quando la voce sintetica di Kelley Polar zippa libri liceali di filosofia su base disco, ho una piacevole sensazione simile a questa . Poi li accomunano due botta-e-risposta-dontyouwantmebabe (I Lust You vs Entropy Reigns), il gusto per la messa in piega della parola e una pesante glassa anni ottanta. Eppure. Eppure quando all’inizio di Steel Your Girl lampeggia Videogames su una melodia degna dei Fountains Of Wayne o quando il paradosso di Zenone viene tradotto in spaziature di sintetizzatore che non arriveranno mai, penso che forse dovrei rivedere la mia opinione su Supermayer Save The World.

I Told Her On Alderaan - Neon Neon
A Feeling Of The All-Thing - Kelley Polar

5.1.08

Le dodici fatiche erotiche di Ercole

Lo so, tutti aspettano il pezzo con AnthonydiAnthonyAndTheJohnsonsRigheira, ma io sono in fissa con il remix che Hercules & Love Affair ha preparato per A&E di Goldfrapp. Come certi pezzi che l’anno scorso hanno contribuito a demolire il castello di stuzzicadenti della minimale, il remix di A&E adotta una struttura scarna, ipnotica eppure pop. Gli elementi stranianti (i cori afro e le campane trattate) sono così caratteristici che se la giocano col cantato originale (rotondissimo) e i giochi di frequenze tra i bassi dei tom e le bordate ad alta frequenza dei piatti, ascoltati ad alto volume, sono energia compressa. Poi, certo, chi lo scorso capodanno non ha ballato Blind, non può dire di essere stato ad una festa degna di nota. Ma vi capisco, all’una io già ronfavo a casa per evitare delusioni.

A&E (Hercules & Love Affair Remix) - Goldfrapp
Blind (Motik Lok Edit) - Hercules & Love Affair feat. Anthony Hegarty

2.1.08

Torri, tette e tagliacode

Dove sono i bolognesi quando servono? Com’è che vengo a conoscenza de Il Tagliacode di Andrea Sartori da forum e blog stranieri? E le webzine italo-che-più-italo-non-si-può? Per amore di precisione qui in Italia ne hanno scritto su Frequencies e Inkiostro ha linkato la compilation della Homework, l’etichetta fondata dallo stesso Sartori, ma per il resto l’uscita de Il Tagliacode è passata sotto silenzio e ascoltandolo si capisce purtroppo anche perché. Niente coretti generazionali (a meno che non si voglia considerare tale il riferimento al Supertele della prima traccia), niente gadget per esibizioni dal vivo, un titolo geniale come Ehi Amigo (Hai Bisogno Di Un Autoradio?).

Sartori gioca nello stesso campionato di Kalabrese e Bruno Pronsato, ovvero quello della musica carnale strapazzata. Mentre Pronsato è un maestro nella gestione di un insieme senza centro, Sartori predilige sviluppare a partire dalle registrazioni suonate: i pezzi iniziano come jam jazz o funk e dopo l’introduzione indossano ritmi quasi dance, in maniera però più restia e meno dritta che nelle cavalcate di Kalabrese. Il rischio è di scontentare tutti, da chi attende il terzo minuto per ballare agli snob poltroni. Troppo intellettuale, troppo cafone. Per quanto mi riguarda l’aspetto che più mi ha urtato sono stati i momenti che più tendevano al phuture jazz. Molto meglio quelli in cui alla pheeghetteria si preferisce la sporcizia del funk o la serie B dell’easy listening. Per esempio, in Horror Vaqui il ruvido funk fratturato iniziale si trasforma in un pezzo deep house dove al posto della solita diva con enorme capigliatura crespa urla una erinni sedata solitamente dedita ai cori di musica contemporanea. Prima Le Signore sembra invece il nome ironico di uno di quegli horror seminali italiani dei Settanta, quasi un tributo alla giovane Florinda Bolkan. Altrove buoni i giochi tra corde e tasti di Vodkatronic, la circolarità nera di Rompicapo e la coatta (e come non potrebbe esserlo) Ehi Amigo (Serve Un Autoradio?). Il Tagliacode non regge sempre i suoi momenti migliori, ma ha il pregio di essere un disco divertente in modo non immediato, che non dà soddisfazione al pimo colpo di un ascolto distratto col solo auricolare destro della cuffia.

Horror Vaqui - Andrea Sartori
Prima Le Signore - Andrea Sartori

27.12.07

In America hanno i balli della scuola perché non hanno le tapparelle

Non pensavo che qualcuno sarebbe riuscito, nel breve, a scalzare il Supermayer Lost In Tiergarten Remix di Rufus Wainwright dal trono di pezzo più gheisho, ascoltato e canticchiato allo stesso tempo dal sottoscritto. Il tipo in questione mi aveva già fatto fischiettare di crisantemi, ma ora ha preso in mano She’s The One di Caribou e il risultato è tale da far sembrare al confronto eterosessuale persino Patrick Wolf o Carlo Conti: una colata di stucco barocco, il ballo della scuola all’inferno tra le urla e i pizzi, il testo recitato(!). I violini riportano alla mente il Fortdax di You Are Here, mentre si scartabella nella memoria filmica (e in youtube) tra i migliori balli della scuola, noi che ci siamo sempre ritenuti fortunati ad aver scampato la temibile tradizione in cambio di qualche zaino Invicta. Incappo così nelle gustose scene disco di Prom Night*, tipo quella della decapitazione e quella dello scontro finale. In Italia l’avevano chiamato Non Entrate In Quella Casa (forse in riferimento al fatto che da noi i balli della scuola erano sostituiti da feste in casa, la maggior parte delle quali da evitare come suggerivano appunto i titolisti). Comunque, Kelley Polar uscirà a inizio anno col suo secondo disco e dopo questa messinscena sobria quanto le tenute di Ratzinger lo si terrà ancora più d’occhio.

* nel 2008 uscirà un remake di Prom Night con Brittany Snow: io lo chiamerei TapparHell


She’s The One (Kelley Polar’s Hughes Wilson Prom Night In Hell Version) - Caribou ft. Jeremy Greenspan

12.12.07

Music For Babies


Baba Yaga! Baba Yaga! Baba Yaga!

(la Gam Gam del minimal funk, la D.A.N.C.E. dei Beatport nerd. Gli infanti di Christian Vander dei Magma su un pianoforte filtrato à la french-house. Già in tutte le discoteche rumene, prossimamente nelle vostre calze da befana. Sicuri che sia tutta colpa della paternità?)

11.12.07

Senza pensarci


One Pure Thought (promo) - Hot Chip

Tutto uguale e diverso

Dicembre torinese, in prova il lavoro di un anno. Coi problemi che vengono fuori ci faccio il prossimo. Due weekend di mezzo e due eventi a portata di mano. Matthew Dear nelle vesti di Audion venerdì scorso a Milano, Ewan Pearson sabato prossimo a Firenze. Ho saltato il primo. Stanchezza della settimana pesante, accenni di raffreddore e una mezza speranza che comunque me lo ritroverò davanti prossimamente. Decido allora di consolarmi con Nathan Fake perché qualcosa mi dice che non assisterò al set né carne né pesce visto al Primavera di Barcelona. Se anche fosse, non mi dispiacerebbe, penso sotto gli addobbi natalizi di Via Roma che quest’anno sembrano delle mirrorball ricoperte di pelo superfluo – aggiungere Silent Night in una versione non a caso. L’ultima volta che sono stato nel posto dove ora fanno Xplosiva, il dj suonava Fatman Scoop, Taj Mahal e quel pezzo tremendo coi cori afro. Tutto sembra uguale, compreso la macchina spara-fumo. Tutto è diverso, quando le mie giunture ormai scricchiolanti e i miei pigri neuroni si defatigano al suono della stupenda Fiori di Âme, nella pur necessaria club edit. Poi il giovane pennellone makes his computer sneeze e tira fuori un set in cui, alla maniera dei live remix dal singolo di You Are Here, i pezzi del repertorio vengono resi fruibili per un contesto più danzereccio. Potrebbe sembrare una resa di fronte alla tiepida accoglienza di passate esibizioni in contesto da club, ma è pura consapevolezza che se la tua musica non è facilmente catalogabile come dance o come pop, tanto vale giocare coi contesti ed esplorare le possibilità ora assecondando, ora sovvertendo. È stato un piacere allora ballare su frammenti e loop di quelle melodie posati su ritmi andanti e con la cassa (quasi) mai in primo piano, tanto che però ora vorrei anche un concerto con le versioni pop da caminetto. Vabbe’, potrei scambiare il caminetto con lo sfondo cartonato di una spiaggia, volendo.

You Are Here (Live) - Nathan Fake
You Are Here (Live Remix) - Nathan Fake
Silent Night - Nathan Fake

6.12.07

Perché possiamo non essere noi stessi

Si dice che certi passati musicali non si possano nascondere. Nel caso dell’hardcore, per via dei tatuaggi. Se però da batterista hardcore (e poi punk, speed-metal e art-rock) dopo vent’anni ti ritrovi produttore di techno minimale, con molta probabilità non suonerai molto spesso a torso nudo. Bruno Pronsato è un nome d’arte, di quelli che starebbero bene in una compilation di italo-disco anni Settanta. Gino Soccio, Cerrone, Bruno Pronsato. Bruno Pronsato in realtà si chiama Steven Ford, è di Seattle, ma ormai vive a Berlino. Bruno Pronsato, a pensarci bene, potrebbe anche suonare come uno dei giovani fenomeni della ormai matura scena sudamericana. Paulo Olarte, Luciano, Bruno Pronsato. Nel suo nuovo disco c’è una voce femminile che ogni tanto parla in spagnolo con accento sudamericano. È Barbara, la sua ex-moglie argentina, ora registrata in studio, ora raccolta di nascosto durante le telefonate intercontinentali alla famiglia. Il binomio funk, percussioni, riferimenti pop poi rimanda all’Innominato per eccellenza della scena sudamericana. Eppure Why Can’t We Be Like Us è ‘altro’, a partire dal titolo così felice. Non è la triste affermazione dell’impossibilità di essere se stessi, ma la confidente voglia di essere sempre ‘altro’ dalla propria cristallizzazione. Un turista a casa, a casa in viaggio. ‘Altro’ al punto che non è tanto un disco da ballare. Pronsato è venuto a Bari nel Settembre scorso: io non sono potuto andare, ma dopo l’ascolto del disco non so se sarei andato. Più che la pista da ballo, Why Can’t We Be Like Us mi fa venire in mente quei dischi che una decina di anni fa prendevano le canzoni rock e pop, le riducevano in frammenti, talvolta anche melodici, e le ricombinavano con ordini diversi dai soliti. Dieci anni fa ascoltavo in poltrona i Gastr Del Sol e Jim O’Rourke. Oggi Bruno Pronsato. Davvero tutto è cambiato?



Why Can’t We Be Like Us - Bruno Pronsato
What We Wish - Bruno Pronsato

30.11.07

Cassando Cassy

Avanti con la fiera del pregiudizio. Ci sono delle persone che ti sembrano delle belle persone senza che tu le conosca. Non ho deciso ancora perché secondo me Cassy Britton sia una bella persona. Comincio a credere che sia una questione di bilanciamento tra il suo aspetto e quello che fa/dice/rappresenta nella vita. I miei canoni estetici sono altri, eppure quelle foto accovacciata mentre scartabella tra i vinili o con l’aspetto della quotidianità nel negozio di dischi Hardwax dove lavora a Berlino rendono meglio l’idea delle mie parole. Cassy ha venduto, cantato, suonato, mixato. Stasera però non andrò a sentire il suo dj-set. Per quanto ammirato, per quanto ci sia la possibilità che suoni anche qualcosa che mi piaccia, questa settimana ho ascoltato il suo Panoramabar Vol. 1 dell’anno scorso e per quanto ammirato (dalla fluidità tecnica) e per quanto abbia suonato anche qualcosa che mi piace, ne sono rimasto deluso. Non so se mi abbia più annoiato il flusso minimale o se mi abbia più infastidito come gli inserti di deep house colassero una glassa fighetta sul tutto, persino sul sublime funereo di Blood On My Hands di Shackleton. La scelta, in chiusura, di linkare due pezzi in cui lei canta potrebbe essere riduttiva, quasi da farla sembrare la Sade della scena techno berlinese. Per me però tale definizione è un complimento, e so che lei apprezzerebbe.


Smile And Receive (Richard Davis Rework) - Swayzak and Cassy
Easy Lee (Cassy Lee Mix) - Ricardo Villalobos


28.11.07

Ragione per comprare un vocoder numero 63

Ma il vocoder, oltre a consentirmi di eseguire in maniera appropriata Digital Love mentre faccio la barba, funziona anche come giubbotto anti-proiettile per proteggersi dai puristi e dai clan rivali?

Sensual Seduction - Snoop Doggy Dog
Sensual Seduction (video) - Snoop Doggy Dog

23.11.07

La dura legge del gol fantasma

Inghilterra e Germania erano ai supplementari, due a due. Finale dei Mondiali del ’66, a Wembley. Il tiro di Geoff Hurst colpisce la parte bassa della traversa e poi scende giù verso la linea di gesso bianco. Il pallone torna indietro e un difensore tedesco lo spazza via di testa. Non c’è la poesia distillata del rallenty, ma solo tre colpi in rapida sequenza e una decisione da prendere. L’arbitro corre dal guardalinee russo e il guardalinee russo chiama con fermezza il gol. Geoff Hurst segnerà ancora e l’Inghilterra vincerà il suo unico mondiale, ma negli anni tutti continueranno a parlare del gol fantasma e del guardalinee russo. Il guardalinee russo in realtà era azerbaijano. Gli hanno anche intitolato lo stadio della capitale Baku.

Russian Linesman, ovvero Jamie Boyer, è inglese e gravita intorno alla Tide Pool, etichetta/cricca canadese col mito culturale della Border Community di James Holden, dedita secondo le proprie parole ai pensieri completati a metà, al ballo e allo shoegazing in ugual misura, a volte contemporaneamente. Il pallone batte sulla legna della traversa e poi solleva la polvere del gesso da terra. Dopo torna indietro e resta sospeso a metà: decisioni sbagliate, ma da prendere. Come il suo meraviglioso set Live Laptop Fishing, dove parte trasognato sulle parole di Lord Byron, accresce di pulsazioni electro la sua ambient, passa per le voci dei Beastie Boys con cui approda al suo lato più danzereccio, celebra il Maradona dei Mondiali americani e chiude col meraviglioso Woody Guthrie di Ranger’s Command. Il suo prossimo singolo uscirà per l’italiana Undercut con remix di Margot, Cristiano Pugliese e Sandro Russo, insieme (guarda te) ad Avus della BC. Il guardalinee russo, intervistato in seguito, disse che per lui non era un problema se la palla avesse superato o no la linea di porta. Lui credeva che la palla non arrivasse dalla traversa, ma dalla parte superiore della rete.

Live Laptop Fishing - Russian Linesman
(60 minuti live, ma meritano. Tracklist con errore sul pezzo finale qui)
Gerður - Russian Linesman
Gerður (Betamax Warriors Soup Kitchen Hoe-Down) - Russian Linesman
Bonus Track? Nathan Fake secondo me tiene problemi di cuore:
Screaming In The Trees (Arab Strap Cover – Lo Fi R.I.P.) - Nathan Fake

20.11.07

Il suo nome è Donnacha Rosa


Opal Sessions Unreleased - Donnacha Costello
Cocoa B (CD Edit) - Donnacha Costello


Niente tempo per scrivere, a mala pena per qualche gioco di parole. E poi sono tremendamente indietro. Per esempio non sapevo dell’esistenza di discoteche frequentate da minorenni al sabato pomeriggio. Cazzo, magari ci sono anche quelle indie in cui i sedicenni ricordano con nostalgia come erano belli quei tempi in cui a tre anni* si passava la giornata cercando di raggiungere api di plastica col sottofondo di un carillon. E poi forse dovrei fare come la BBC e assumere dei poliziotti di provincia dall’accento pesante come consulenti sulle tendenze della dance e della musica elettronica: ci sta questo ggenere nuovo chiamato ‘o besslain che provoca la droga, alcolismo e risse e forse dovremmo proibbire i computèr che lo fanno. Tz, di cosa sono capaci gli inglesi per creare hype attorno alle loro cose.

* no, non tre mesi, tre anni

15.11.07

Barzellettieri SuB-Ari (Ti farò male più di un colpo fuori porta)

Quasi tutto il mondo: dicesi concerto segreto (‘secret gig’ per chi sa le lingue) un concerto che avviene senza preavviso o in data non nota o in luogo sconosciuto, possibilmente in un locale abbastanza piccolo da rendere il concetto di esclusività. L’ultima volta che sono andato a Londra i Babyshambles ne hanno tenuto uno in un pub finto irlandese di Camden.

Da queste parti: concerto di band un po’ alla frutta che cerca di darsi un tono, del quale si sa la data e il luogo e che si terrà in un locale di media grandezza dove per quella serata inspiegabilmente è stato annullato (tre giorni prima) il concerto di band italiana più giovane e un po’ alla scimmia.

13.11.07

Nessuno di voi vedrà mai quando fingemmo i momenti salienti della festa del mio quarto compleanno perché il fotografo aveva poco tempo a disposizione

Baby Girl (On Film)

Il nuovo disco dei Duran Duran, Red Carpet Massacre mi ha strappato diversi sorrisi stamattina. Immaginavo una festa VIP in cui tutti si presentavano con vestiti uguali ed erano contenti per questo e, anzi, facevano a gara a chi era più uguale degli altri. Com’è che non hai anche tu il tichitichitichità sulla bretellina, mon dieu. A parte gli scherzi, la produzione varia più di quanto mi aspettassi. I Timberland forniscono un clone da Futuresex/Lovesounds e c’è il Timballo™ dei più classici qui sotto dove i Duran Duran sono trattenuti con briglie e redini, certo, ma in Zoom In Mosley produce un pezzo del gruppo, invece di prestare il solito template. Justino in Falling Down scimmiotta, incrociando nel prescindibile singolo Under The Bridge e Come Undone e il resto è affidato a Danja, braccio destro di Timbu a cui dobbiamo l’urlo metal in secondo piano nel nuovo singolo della Spears. Danja le prova tutte: asseconda la band, ricopre di miele la ballatona, recupera i synth del capo (Sexyback, The Way I Are, Tempted), imbastisce uno strumentale horror (la Phantom dei Duran Duran?) e produce la title-track come se fosse un remix dei Soulwax del 2002 per DJ Shadow. Con razionalità sarebbero tutti da ricoprire di insulti, ma sto ancora ridendo. (Vabbé, perché poi ho preso la tangente e ho immaginato una fiction RAI sulla vita di Timbaland)

Red Carpet Massacre - Duran Duran
Skin Divers - Duran Duran and Timbaland


5.11.07

Tell me I belong

Altri vi spiegheranno il nuovo disco di Burial. Magari ve lo faranno amare. Io mi sento in dovere di segnalarvi Archangel. Archangel è una canzone d’amore e il suo testo dice più o meno “Mentre ti amo, mentre ti bacio, dimmi che ti appartengo”. A leggerlo viene da ridere, ma mentre senti scorrere i brividi lungo la schiena ti chiedi dove sia il trucco. Forse sta nei contrasti, nella tenerezza che sgorga su un beat che fugge, nelle luci e nei riflessi mentre intorno è buio, nelle alte frequenze nitide della voce mentre il resto del mondo è sepolto sotto l’asfalto. Secondo me invece è per via di quella voce. Stirata e compressa, velocizzata e in moviola, alta e bassa, secca e riverberata. Quella voce è insieme uomo e donna, bianca e nera, triste e felice, innamorata e abbandonata. Burial osserva la città che si ama dalla prospettiva dell’escluso e la racconta nella maniera più commovente per me, ovvero girando delle manopole.

Archangel - Burial



3.11.07

Techno-dolcetto o electro-scherzetto?

La festa di Halloween è giocata molto sul concetto dei ‘pretesti ribaltabili'. I bambini indossano un immaginario oscuro come scusa per fare incetta di caramelle o spargere in giro un po’ di farina, schiuma da barba o uova marce. La Chiesa Cattolica prende di mira l’egemonia culturale del Lato Oscuro Della Forza nel disperato tentativo di affermare la sua che ormai vive di riflesso. Il nero dei mantelli diventa l’arancione delle zucche e il colore dei dolcetti e degli scherzetti. Anche in musica funziona così. Ad Halloween non si può non organizzare una festa incentrata sul decennio più dark del Novecento. Il che è un pretesto, visto che una settimana sì e una no questi fanno una festa anni Ottanta, ed è ribaltabile visto che si parte con il mantello nero e si finisce, se va bene, in una Night Version di Girls Of Film o, se va male, in quel misconosciuto pezzo chiamato Tainted Love. Non so se per caso o per scelta, ma qualcun altro qui a Bari invece ha messo su una proposta sulla carta non immediata ma azzeccata: i Pan-Pot live che presentano Pan-O-Rama, primo LP sia loro che della Mobilee di Anja Schneider.

Ero però un po’ indeciso. Il disco dei Pan-Pot ha ricevuto impressioni benevole, ma mai convinte fino in fondo. Per riassumere, immaginate il tipico pezzo dei Pan-Pot come una combinazione di techno minimale (struttura e parte dei suoni), funk (soluzioni ritmiche) e immaginario oscuro (voci, toni e rumori di (spro)fondo). Ce n’è per scontentare tutti, essenzialmente perché siamo settari e l’elemento che ci interessa è sempre circondato da altro: per sculettare sui bassi cinetici o sugli hat saltellanti, bisogna attendere tre quattro minuti di costruzione ciottolosa; i minimali storcono il naso davanti alla piega grassa che questi ciottoli prendono; la tensione delle atmosfere è paragonabile nei momenti migliori a quella di un Eraserhead on the dancefloor, ma a volte il minimalismo tende ad annacquare la suspense e in altre il ballo la rende meno credibile, quasi come una maschera di Halloween. Il terrore era (visto che ovviamente parteggio per il loro funk in tensione profonda) che prevalesse il mio lato meno preferito. Oltre il fatto che nelle foto promozionali i due si sono fatti fotografare come due avanzi del programma di Maria De Filippi.



Beh, scherzavano. Tassilo Ippenberger e Thomas Benedix sono due nerd cazzoni fin dall’aspetto. Uno dei due ha un notebook con l’adesivo “Wasted German Youth” sopra e indossa una maglietta dei Motörhead, ma non alla maniera delle magliette dei Kiss e dei Metallica indossate dai modaioli all’epoca dell’elettrocash alla ricerca di un banale effetto spiazzante: lo guardi e pensi che davvero si è ascoltato il gruppo di Lemmy in cameretta per tutta la sua adolescenza (escludo aggettivi per non cadere nel luogo comune) o forse anche mentre preparava la borsa per Bari. Dal vivo si presentano in formazione Mac + Pc, ma non passano il tempo a spippolare sugli effetti come gran parte dei dj minimalisti. Asciugano, anzi, le loro tracce dagli intro minimali con mia somma soddisfazione. Fanno partire come terzo pezzo il loro attuale e abbastanza acclamato singolo Charly, quello col basso arpeggiato ascendente e il vocione che biascica di droghe chimiche: in un concerto nessuno si sognerebbe di suonare quasi in apertura uno dei suoi titoli più noti, ma nel mondo della dance succede anche che uno dei tuoi lavori più apprezzati sia un pezzo che costruisce un’atmosfera e che quindi il suo luogo naturale non sia il culmine al centro o alla fine, ma la sezione iniziale. La prima parte è così incentrata senza posa su un flusso andante dei riff e dei groove di Pan-O-Rama, col momento migliore in una Ape Shall Never Kill Ape che fa a meno del borbottio iniziale sulle dodici scimmie e viene dritta al sodo della sua techno metallica e dindondante.

Intanto i due partono per la tangente, ridono, scherzano e si divertono a indossare il cappello da strega che viene offerto dalle prime file. Il passaggio verso la seconda parte del live, incentrato sui pezzi altrui, è segnato da una mastodontica Acid Bells di Efdemin. A me piace, ma l’avevo sempre considerata un po’ la figlia minore di altre Bells: i rintocchi metallici trattenuti e filtrati e insieme sparati in potenza che poi si sciolgono in un magma scoppiettante sulla pista sono uno spettacolo di portata vulcanica. Da questo momento il set assume toni esplicitamente festaioli e saltellanti. A pretesti ormai ribaltati sovreccitano la folla con un inno pre-finale: ora, non ho la lucida certezza per essere sicuro della mia impressione del giorno dopo, ovvero che si trattasse di Darko dei Booka Shade, ma ricordo di sicuro di aver dato di matto e di aver sottolineato vocalmente la linea melodica di basso sintetizzato. Coi sorrisi stampati sulle facce, gli ultimi tre pezzi sono serviti solo a mantenerne vivo l’eco e a convincermi che anche in questo caso gli squali ipnotizzati, le dodici scimmie, le canzoni chiamate coi numeri e le fusioni nere sono solo un pretesto per poi chiedere: dolcetto o scherzetto?


Ape Shall Never Kill Ape - Pan-Pot
Acid Bells (Album Version) - Efdemin