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16.10.12
Senza rete
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12.10.12
18.9.12
It's been long, so so long to be here
Ci si sente adolescenti o forse si pensa di avere un m-blog a fremere per un rip preso da un mix sperduto di una delle cose più immaginate da queste parti e finalmente realizzate chissà perché, forse con la sola ragione che anche le parti in causa la desideravano. Koze prende It's Only di Herbert e Siciliano e chiude uno dei tanti cerchi che devono essere chiusi (l'intermezzo synth-rana è una chiara citazione di questa foto) e non si sa bene dove e come e se uscirà, forse su Pampa. Das leben ist so anders ohne dich, dice il poeta (e ne parleremo). Tic, tac.
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9.11.11
Xi CtoC. Black is White is Black
Chords
Strings
We brings
Melody
G-Funk
Where rhythm is life
And life is rhythm
La sera prima della sommersione dei Murazzi si parte dai Murazzi dove un Theo Parrish assai sorridente (cazzo, un detroitiano sorridente) imbastisce un set negrissimo di battuta lenta, radici disco soul r'n'b e contrappunti sintetici. I suoi ugly edits più che il viaggiospazio. Tecnica pulita e rigore filologico stampano sorrisi sulle facce nonostante il set suoni (piacevolmente) passatista e il suo continuo uso delle manopole di bassi, medi e alti (almeno qui non seguiti dalla cassa ma da viulini e da cori motowni) sia - a cercare un difetto - troppo ripetitivo. Il magnetismo è pero tale che, anche ammesso che i più giovini siano lì per il successivo Ben Clock, nessuno reclama sugli splendidi break orchestrali o sulle divagazioni funk. E quando sembrava di aver imboccato un labirinto minimale involuto ha subito scartato verso la gioia acida.
Lasciando Ben Clock al suo destino si percorre (finalmente, riesco per la prima volta) la città nel pieno spirito del CtoC alla volta dell'Hiroshima dove K(uedo) e K(ode9) chiudono la serata Hyperdub. In Sala Modotti Kuedo è live in the mix che vuol dire che suona i suoi pezzi (e qualche altra cosa) uno dietro l'altro come in un dj set. Severant è uno dei dischi dell'anno e su un impianto più carico di quello che sono le mie cuffie si gode non poco dei brandelli premonitori e delle tenerezze 10010 che in realtà sono analogie. Poi a un certo punto spunta Miami Vice e la sabbia dentro gli anfibi e il bianco giallo verde acqua che ci circondano.
Non rimane che l'ultima ora delle tre di Kode9. Ritmi spezzati è dire poco. Nell'hardcore continuum che sgorgava dall'impiantone dell'Hiroshima il buon Steve Goodman aveva già abbandonato ogni residuo di linearità in favore di una persistenza retino-ritmica-alogica in cui grime, two e duestep si intersecano sviando e costringendo a consegnarsi. Strings Of Life apre la sezione housettona e di vecchia techno prima del finale culminante nell'ovvio ricordo di Burial e nel bis finale di Regulate. Poi i superstiti hanno cercato di avere un ultimo pezzo, ma il proprietario dell'Hiroshima ha castrato tutti vietando al fonico i volumi. Si è andati avanti per cinque o sei minuti con le proteste, giusto il tempo in cui si poteva suonare ancora un altro. Però Regulate come ultimo ultimo chiude. Il tartan addosso è a quadri come le camicie del 94.
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10.10.11
4 Walls
(vabbé, non so più cosa, non so nemmeno scegliere un concetto da affiancare a quanto si può ascoltare da qui sopra)
3.4.11
29.11.10
28.11.10
Tron-i, non ci sono paragon-i
Viviamo nel futuro, non abbiamo bisogno di inseguirlo questo weekend.
Avrei potuto barcamenarmi tra la dubstep venata di techno di Jack Sparrow all'Imbarchino sulla sponda del Po e la giovane promessa russhouse Nina Kraviz in un postaccio e ritrovarmi teletrasporato in un afterhour ai Murazzi con Deadbeat che suonerà domani mattina dalle sei (i pseudo dj elettromilanesi buoni per il pubblico dei mINISTRI non son degni nemmeno di nomina). Ma c'è il Torino Film Festival: solo che mi faccio convincere che il sopporto di una storiaccia romantica scema di due scemi che non siamo noi non possa essere affiancata a un concerto dei Broken Social Scene in cinemascopa (This Movie Is Broken) e finirà che domani non mi deciderò tra l'ultimo Carpenter e lo sbaglio Suck dei vampiri + vecchie glorie rock. Così rimango a casa e mi interrogo sulle colonne sonore di Tron. Domani dovrebbe nevicare.
Nel 1982 avevo sei anni e avevo deciso di abbandonare la droga pesante della pagina puzzosa di petrolio di Braccio di Ferro (con cui, tra l'altro due anni prima, avevo iniziato a leggere) in favore dei miei primi numeri patinati di Topolino (penso si fosse intorno al numero 700 e ricordo quell'anno anche un mazzo di carte natalizie in allegato). Su Topolino si parlava di Tron, c'erano delle immagini che non erano a fumetti. Ricordo che la cosa mi stranizzò e mi informai sulla stampa seria (credo Il Giornale di Sicilia, immagino già all'epoca diretto da Giovanni Pepi, ma lo dirigerà ancora Giovanni Pepi o sarà concondirettore, cenni di pepi?) riguardo al film-tentativo di mimesi col mondo dei videogiochi. Pare che all'epoca fu un gran flop. Wikipedia mi dice che incassò il doppio dei costi e immagino che per un film Disney (Topolino!) fosse niente, ma - ehi - fu un successo/cult negli anni a venire per il VHS e i muri delle camerette dei cervelloni che scoppiarono con la prima bolla della new-economy - io a ventanni non avevo un garage ma un posto macchina all'aperto.Morale della favola End of line: non vidi Tron a sei anni e per i ventotto anni successivi.
La colonna sonora di Tron fu commissionata a Wendy 'aranciameccanicaswitchedon' Carlos. Le affiancarono l'Orchestra Sinfonica di Londra per normalizzarla in termini di tempo ciclo e di resa sonora e lei se ne uscì fuori con i soliti moog dissonanti e sognanti da battuta mista e ossessività zuccherosa e fiduciosa sinistra nel futuro. Il Potere ebbe la meglio e pensò per il pubblico che si alzava dalle sedie e lasciava la sala i Journey di Only Solutions. Lei accettò di buon grado e fu lì quando i master delle registrazioni si erano deteriorati cosi tanto da non poter generare l'agognata ristampa su CD: così ha provveduto personalmente a mettere i master in forno per restaurarli.
Ventotto anni dopo sta per uscire il reboot di Tron, Tron: Legacy e la Disney ha affidato la colonna sonora ai mie robot preferiti, i Daft Punk. Quando penso che abbiano ormai saturato il loro livello di figosità, spostano sempre l'asticella in sù di qualche metro. Per certi versi Wendy e i Daft sono molto simili: immaginario tecnologico futuristico rubigno ma non troppo e quindi pop. Nella colonna concedono entrambi alla moda dell'epoca, Wendy con gli sviolini magniloquenti disnei per le scene di azione e di bacio à la Julesetjim con bit di parità e i Punks con i mono-toni mono-liti alla Inception del Cavaliere Oscuro che in supersurround strombazzano per svegliare chi non regge alla maestosità. L'ovvio retrogusto è che la colonna sonora di Wendy ispirava una fiducia serpeggiante, mentre i Daft rendono un senso di oppressione tale che il sovvertimento non potrà che essere epico e vano, pieno di beats granulati e derezzati, pronti per un seguito. Quando si liberano dalla necessità delle trombe però vengono fuori i sintetizzatori grindeggianti, i bit che ormai non sanno se dire sì o no e fanno da 64773r13 - il gioco è cambiato! -, il funk lento e sciocco game over di End Of Line, le papere derezzate. Solar Sailer così trattenuta esclama una e una sola cosa: i Daft Punk dovrebbero scrivere tutte le colonne sonore di tutti i film del mondo, di Avati, Kiarostami, Araki e Kitano. Nella seconda parte di Disc Wars gli arpeggi si intrecciano e folleggiano e i titoli di coda sono il richiamo pop scemo soluzione al fuori contesto dei Journey, keygrip, foley, thanks to the city of chattanooga col finale e le sedie ormai vuote. Sarà noiosa come una soundtrack pura, eppure è capace di raccontarti il film anche se non lo vedrai e non hai visto il padre e le moto vettoriali nell'82.
Nell'82 si aveva in mente che la comprensione popolare sarebbe passata per i template del videogioco. Un programmatore avrebbe dimostrato di essere stato derubato da un altro ingegnere e avrebbe avuto la meglio sul MCP. Oggi la comprensione popolare persegue le logiche del paesepiccoloelagentemormora su un gigapaese creato da un programmatore che giustamente ha fatto prima degli altri qualcosa che altri avevano pensato (com'è 1.0 rubare). Tron: Legacy uscirà a Natale in 3D, in IMAX,ma nelle nostre cuffie lo abbiamo già visto senza bisogno di occhiali*
*prima o poi dovrei decidermi a vedere il mio primo film 3D, visto che oggi ho visto Tron
Avrei potuto barcamenarmi tra la dubstep venata di techno di Jack Sparrow all'Imbarchino sulla sponda del Po e la giovane promessa russhouse Nina Kraviz in un postaccio e ritrovarmi teletrasporato in un afterhour ai Murazzi con Deadbeat che suonerà domani mattina dalle sei (i pseudo dj elettromilanesi buoni per il pubblico dei mINISTRI non son degni nemmeno di nomina). Ma c'è il Torino Film Festival: solo che mi faccio convincere che il sopporto di una storiaccia romantica scema di due scemi che non siamo noi non possa essere affiancata a un concerto dei Broken Social Scene in cinemascopa (This Movie Is Broken) e finirà che domani non mi deciderò tra l'ultimo Carpenter e lo sbaglio Suck dei vampiri + vecchie glorie rock. Così rimango a casa e mi interrogo sulle colonne sonore di Tron. Domani dovrebbe nevicare.
Nel 1982 avevo sei anni e avevo deciso di abbandonare la droga pesante della pagina puzzosa di petrolio di Braccio di Ferro (con cui, tra l'altro due anni prima, avevo iniziato a leggere) in favore dei miei primi numeri patinati di Topolino (penso si fosse intorno al numero 700 e ricordo quell'anno anche un mazzo di carte natalizie in allegato). Su Topolino si parlava di Tron, c'erano delle immagini che non erano a fumetti. Ricordo che la cosa mi stranizzò e mi informai sulla stampa seria (credo Il Giornale di Sicilia, immagino già all'epoca diretto da Giovanni Pepi, ma lo dirigerà ancora Giovanni Pepi o sarà concondirettore, cenni di pepi?) riguardo al film-tentativo di mimesi col mondo dei videogiochi. Pare che all'epoca fu un gran flop. Wikipedia mi dice che incassò il doppio dei costi e immagino che per un film Disney (Topolino!) fosse niente, ma - ehi - fu un successo/cult negli anni a venire per il VHS e i muri delle camerette dei cervelloni che scoppiarono con la prima bolla della new-economy - io a ventanni non avevo un garage ma un posto macchina all'aperto.
La colonna sonora di Tron fu commissionata a Wendy 'aranciameccanicaswitchedon' Carlos. Le affiancarono l'Orchestra Sinfonica di Londra per normalizzarla in termini di tempo ciclo e di resa sonora e lei se ne uscì fuori con i soliti moog dissonanti e sognanti da battuta mista e ossessività zuccherosa e fiduciosa sinistra nel futuro. Il Potere ebbe la meglio e pensò per il pubblico che si alzava dalle sedie e lasciava la sala i Journey di Only Solutions. Lei accettò di buon grado e fu lì quando i master delle registrazioni si erano deteriorati cosi tanto da non poter generare l'agognata ristampa su CD: così ha provveduto personalmente a mettere i master in forno per restaurarli.
Ventotto anni dopo sta per uscire il reboot di Tron, Tron: Legacy e la Disney ha affidato la colonna sonora ai mie robot preferiti, i Daft Punk. Quando penso che abbiano ormai saturato il loro livello di figosità, spostano sempre l'asticella in sù di qualche metro. Per certi versi Wendy e i Daft sono molto simili: immaginario tecnologico futuristico rubigno ma non troppo e quindi pop. Nella colonna concedono entrambi alla moda dell'epoca, Wendy con gli sviolini magniloquenti disnei per le scene di azione e di bacio à la Julesetjim con bit di parità e i Punks con i mono-toni mono-liti alla Inception del Cavaliere Oscuro che in supersurround strombazzano per svegliare chi non regge alla maestosità. L'ovvio retrogusto è che la colonna sonora di Wendy ispirava una fiducia serpeggiante, mentre i Daft rendono un senso di oppressione tale che il sovvertimento non potrà che essere epico e vano, pieno di beats granulati e derezzati, pronti per un seguito. Quando si liberano dalla necessità delle trombe però vengono fuori i sintetizzatori grindeggianti, i bit che ormai non sanno se dire sì o no e fanno da 64773r13 - il gioco è cambiato! -, il funk lento e sciocco game over di End Of Line, le papere derezzate. Solar Sailer così trattenuta esclama una e una sola cosa: i Daft Punk dovrebbero scrivere tutte le colonne sonore di tutti i film del mondo, di Avati, Kiarostami, Araki e Kitano. Nella seconda parte di Disc Wars gli arpeggi si intrecciano e folleggiano e i titoli di coda sono il richiamo pop scemo soluzione al fuori contesto dei Journey, keygrip, foley, thanks to the city of chattanooga col finale e le sedie ormai vuote. Sarà noiosa come una soundtrack pura, eppure è capace di raccontarti il film anche se non lo vedrai e non hai visto il padre e le moto vettoriali nell'82.
Nell'82 si aveva in mente che la comprensione popolare sarebbe passata per i template del videogioco. Un programmatore avrebbe dimostrato di essere stato derubato da un altro ingegnere e avrebbe avuto la meglio sul MCP. Oggi la comprensione popolare persegue le logiche del paesepiccoloelagentemormora su un gigapaese creato da un programmatore che giustamente ha fatto prima degli altri qualcosa che altri avevano pensato (com'è 1.0 rubare). Tron: Legacy uscirà a Natale in 3D, in IMAX,ma nelle nostre cuffie lo abbiamo già visto senza bisogno di occhiali*
*prima o poi dovrei decidermi a vedere il mio primo film 3D, visto che oggi ho visto Tron
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22.10.10
Amico è
Ieri sera al Madison Square Garden di Nuova York chi è andato a vedere il live dei Phoenix sul quasi-finale di If I Ever Feel Better forse era distratto, o preso dal ritmo, ma non poteva non stropicciarsi gli occhi quando le luci si sono abbassate e hanno puntato sulla sagoma dei Due Robot che raccoglievano la coda del pezzo. I Daft Punk si sono materializzati sul palco con una solenne Harder Better Faster Stronger a cui si sono uniti presto i Phoenix per una rilettura we're with the band del mashup con Around The World. Il gruppone ha quindi suonato insieme 1901 alla fine della quale si è ripreso l'intro ravvicinato del terzo tipo degli indimenticabili live per terminare con una coda sfasciona della stessa 1901 con tanto di stage diving e abbraccione finale. Ok che sono amicici che uno dei Phoenix suonava nel primo gruppo dei Daft Punk, ma io lancerei una petizione perché compaiano random all'interno di concerti altrui finché non si decidono a tornare con un nuovo live.
Phoenix - Daft Punk
Phoenix - Daft Punk
10.11.09
VellutoToMoquette (Il Club To Club: parte prima)
Posso ripetermi che non cerco rivalse nei confronti della musica che ascolto, posso dirmi che non ho bisogno che Evelina Christillin mi dia il benvenuto e mi accomuni alla figlia nei giovani che finalmente entrano a Teatro con la musica elettronica per la prima volta (e che la legna non sia troppa, orsù), posso lamentarmi quanto voglio del fatto che siano meglio i diciottenni datch-vestiti che attendono sempre l'ultimò ultimò rispetto ai trentaseienni col posto riservato che non hanno pagato il biglietto, che non sanno dove stanno, che si alzano e se ne vanno venti minuti prima della fine o che forse in realtà, com'è più probabile, mi facciano ribrezzo tutti. Però il misto di attenzione sull'ostico, commozione sul finale e gioia, quando dopo quindici minuti parte per la prima volta la cassa e sembra di stare al Concerto di Capodanno a Vienna con tutti che applaudono a ritmo, tutto ciò non sarebbe stato lo stesso lontano dai velluti, dai palchetti e da tutto quel rosso ingoiato dal buio, in cui ci immergiamo ogni fine settimana.

Serate come quella di giovedì scorso al Teatro Carignano di Torino con il concerto di Francesco Tristano, Carl Craig e Moritz Von Oswald (soli, senza orchestrali o strumentisti) sono tentativi che in fondo cercano di annullare una distanza che, per quanto ce la stiamo a raccontare, è tutta lì nelle parole intorno, nelle sensazioni aumentate e persino nelle ricerca di indifferenza dietro cui possiamo nasconderci. Non se ne può fare a meno e allora si prova a raccontare anche il resto, quello per cui si è davvero lì.

Senza l'orchestra e gli strumentisti, i tre scelgono la via di un suono live, non artificialmente sincronizzato e improntato su un'esecuzione ai limiti della divagazione in jam. Tristano martirizza di effetti il piano, ora metallizzandolo, ora grattando il timbro,pizzicando e percuotendo il budello direttamente. Per i primi ventiminuti punteggia le vibrazioni di fondo dilatate di Craig e Maurizio con un concreto trattato che riprenderà più avanti ma che non mi conquista più di tanto. Molto meglio quando aprirà l'arcobaleno timbrico house nascosto sotto gli effetti, classico e dolente allo stesso tempo, o quando si preoccuperà di contrappuntare con la melodia di basso sintetizzato. Craig sembra rincorrere, nonostante chiami come un direttore di orchestra incisi e variazioni: la drum-machine live scarna e non lavorata ricerca un sapore classico detroitiano, però il più delle volte risulta legnosa e priva di respiro (anche se è il classico colpo di gomito all'amico con la palpebra calante); il suo sintetizzatore poi suona monocorde ed elementare affiancato al respiro del basso di Tristano. Maurizio (gran cuore per lui e tutto per come cerca di riprendersi dai problemi di salute) lavora molto di architettura, riempiendo i vuoti e addensando il materiale a volte un po' slegato degli altri due. Prenderà la scena sull'ultimo pezzo prima del bis quello con la più grande carica dub. Tra le cose suonate Technology, uno da Recomposed, frammenti affioranti dai libretti dei tre (qualche detrito da Auricle Bio On, tappeti da M Series, qualche passaggio soffuso al synth per C2) e su tutti una The Melody che scalda il cuore e lo fa sorridere e gli accordi ritmici di The Bells che fanno sempre la mossa di partire e non vengono mai raggiunti dalla melodia. Poi per il bis tornano solo Craig e Tristano che improvvisano rilavorando passaggi già sentiti in precedenza ripetendo sostanzialmente i pregi e difetti della serata. Un gran tentativo di spettacolo elettronico senza la pompa e i lacci dell'accompagnamento orchestrale, ottimo a tratti ma che richiede ancora l'affinamento dovuto da simili maestri.


Dopo qualche chiacchiera si attraversa la città e dall'altra parte al Mirafiori Motor Village (la zona di Mirafiori riconvertita a centro polivalente / spazio di vendita) si raggiunge la serata Do You Warp?. Tra una cosa e l'altra faccio in tempo per venti minuti di Hudson Mohawke che è un ventenne robusto e nerdonissimo nel suo ingobbirsi su manopole, giradischi e laptop. Elegante quanto la copertina di Butter, affastella un accumulo di beat storti, frammenti melodici, elettronica disparata con l'incoerenza della scoperta. Puzza ancora di latte nei suoi estremismi (nonostante un'enorme gavetta alla puntina), ma in fondo suona come il pop che vorrei sentire alla radio, con 800 tab diversi aperti sul browser, e lo stile di una pagina geocities fine anni Novanta: il Prefuse'73 del buon umore. Lo si ama per Fuse anche se il suo futuro è dalle parti della conclusiva Ooops!!!. Lo applaudono pochissimo alla fine (molto più durante il set), ma lui è convinto non poco. Subito dopo Jimmy Edgar nella sua mezz'ora (pagati poco i ragazzi per la serata a ingresso gratuito?) passa da un suono funkadelico con tanto di voce trattata a un martellone pneumatico alla Autechre, a tentazioni house senza un minimo di senso compiuto. Indeciso. A seguire il dj set di Passenger e xluve sceglie la strada di una specie di fidget(!) cosmica(!). Già abbastanza infastidito, su Yeke Yeke decido di abbandonare la moquette in erba sintetica e andarmene a dormire.



Serate come quella di giovedì scorso al Teatro Carignano di Torino con il concerto di Francesco Tristano, Carl Craig e Moritz Von Oswald (soli, senza orchestrali o strumentisti) sono tentativi che in fondo cercano di annullare una distanza che, per quanto ce la stiamo a raccontare, è tutta lì nelle parole intorno, nelle sensazioni aumentate e persino nelle ricerca di indifferenza dietro cui possiamo nasconderci. Non se ne può fare a meno e allora si prova a raccontare anche il resto, quello per cui si è davvero lì.
Senza l'orchestra e gli strumentisti, i tre scelgono la via di un suono live, non artificialmente sincronizzato e improntato su un'esecuzione ai limiti della divagazione in jam. Tristano martirizza di effetti il piano, ora metallizzandolo, ora grattando il timbro,pizzicando e percuotendo il budello direttamente. Per i primi ventiminuti punteggia le vibrazioni di fondo dilatate di Craig e Maurizio con un concreto trattato che riprenderà più avanti ma che non mi conquista più di tanto. Molto meglio quando aprirà l'arcobaleno timbrico house nascosto sotto gli effetti, classico e dolente allo stesso tempo, o quando si preoccuperà di contrappuntare con la melodia di basso sintetizzato. Craig sembra rincorrere, nonostante chiami come un direttore di orchestra incisi e variazioni: la drum-machine live scarna e non lavorata ricerca un sapore classico detroitiano, però il più delle volte risulta legnosa e priva di respiro (anche se è il classico colpo di gomito all'amico con la palpebra calante); il suo sintetizzatore poi suona monocorde ed elementare affiancato al respiro del basso di Tristano. Maurizio (gran cuore per lui e tutto per come cerca di riprendersi dai problemi di salute) lavora molto di architettura, riempiendo i vuoti e addensando il materiale a volte un po' slegato degli altri due. Prenderà la scena sull'ultimo pezzo prima del bis quello con la più grande carica dub. Tra le cose suonate Technology, uno da Recomposed, frammenti affioranti dai libretti dei tre (qualche detrito da Auricle Bio On, tappeti da M Series, qualche passaggio soffuso al synth per C2) e su tutti una The Melody che scalda il cuore e lo fa sorridere e gli accordi ritmici di The Bells che fanno sempre la mossa di partire e non vengono mai raggiunti dalla melodia. Poi per il bis tornano solo Craig e Tristano che improvvisano rilavorando passaggi già sentiti in precedenza ripetendo sostanzialmente i pregi e difetti della serata. Un gran tentativo di spettacolo elettronico senza la pompa e i lacci dell'accompagnamento orchestrale, ottimo a tratti ma che richiede ancora l'affinamento dovuto da simili maestri.

Dopo qualche chiacchiera si attraversa la città e dall'altra parte al Mirafiori Motor Village (la zona di Mirafiori riconvertita a centro polivalente / spazio di vendita) si raggiunge la serata Do You Warp?. Tra una cosa e l'altra faccio in tempo per venti minuti di Hudson Mohawke che è un ventenne robusto e nerdonissimo nel suo ingobbirsi su manopole, giradischi e laptop. Elegante quanto la copertina di Butter, affastella un accumulo di beat storti, frammenti melodici, elettronica disparata con l'incoerenza della scoperta. Puzza ancora di latte nei suoi estremismi (nonostante un'enorme gavetta alla puntina), ma in fondo suona come il pop che vorrei sentire alla radio, con 800 tab diversi aperti sul browser, e lo stile di una pagina geocities fine anni Novanta: il Prefuse'73 del buon umore. Lo si ama per Fuse anche se il suo futuro è dalle parti della conclusiva Ooops!!!. Lo applaudono pochissimo alla fine (molto più durante il set), ma lui è convinto non poco. Subito dopo Jimmy Edgar nella sua mezz'ora (pagati poco i ragazzi per la serata a ingresso gratuito?) passa da un suono funkadelico con tanto di voce trattata a un martellone pneumatico alla Autechre, a tentazioni house senza un minimo di senso compiuto. Indeciso. A seguire il dj set di Passenger e xluve sceglie la strada di una specie di fidget(!) cosmica(!). Già abbastanza infastidito, su Yeke Yeke decido di abbandonare la moquette in erba sintetica e andarmene a dormire.
The Melody (Carl Craig's C2 Remix) - Francesco Tristano
Fuse - Hudson Mohawke
Fuse - Hudson Mohawke
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5.11.09
Riccardi (se non si è capito: il Movement Festival – Parte Terza)
Il sito dice che chi deve entrare alla White Room dove suoneranno Mike Huckaby, Ricardo Villalobos e Danny Fiddo deve utilizzare l’ingresso da Via Filadelfia. Mannaggia a me e a quando li ho presi alla lettera. La serata precedente mi avrebbe dovuto convincere che Mike Huckaby non avrebbe iniziato prima delle undici e invece devo aspettare un’ora e mezzo al retro ingresso mentre arrivano accompagnati dai SUV dei genitori i ragazzini MPZ - non mi chiedete di spiegare cosa siano perché non lo so. So solo che i ragazzini MPZ hanno precedenza all’ingresso e quindi attendo ulteriori dieci minuti in una fila mentre non entra nessuno. Poi entro e mi mettono un timbro totalmente inutile che credo serva per stare dal lato MPZ coi quindicenni. Il tempo di capire che il posto con gli MPZ non può ospitare Mr S Y N T H e faccio il giro del palazzetto per cercare la sala bianca dato che tutti i buttafuori non hanno idea di dove si trovino (Io: la White Room? Buttafuori: la White Cube Gallery?). Nella sala principale un quindicenne pallettato mi si rivolge con il tono con cui si rivolge ad un anziano:
RP: Ti piace la musica elettronica, bravo!
Me: Sì
RP: A me piace più la trance
Me (tentato dal rispondere: bravo!): Come Tiësto
RP: No, Tiësto è troppo... (non fa in tempo a dire l'aggettivo, viene trascinato via da suoi simili)
Capisco insomma che la White Room era quella senza nessuno che mi era stata indicata come Red Room. C’è un foglio di carta a indicarlo ma soprattutto Mike Huckaby che passa Subzero davanti al nulla. Mi posiziono davanti alla transenna e ondeggio religioso sui technoni con le melodie sepolte di riverberi, insieme duri e morbidi come la sua figura di omaccione bonario. La gente comincia ad arrivare e scorgo tra i classici My Life With The Wave e qualche S Y N T H remix. Quando arriva l’orario si comincia a sentire la tensione. Dietro il retro del palazzetto si è quasi riempito e appare la sagoma del folletto cileno. Cominciano le urla e tra posizionamento dei dischi, attacco cuffia, ritorni nel retro palco etc, Mike Huckaby gestisce con umiltà una folla che è tutta per un’altra persona, senza quasi sollevare lo sguardo. Quando Villalobos gira la prima manopola è un’ovazione e con la stessa umiltà Huckaby comincia a riporre i vinili nella borsa senza sollevare lo sguardo, serio. Mentre scende dal palco fa un cenno a Villalobos, che saluta con una cortesia che non trasuda grandi rapporti.



Villalobos ha i fan con le bandiere del Cile col disegno della sua faccia, i ragazzini con le magliette autoprodotte, i tamarroni, la gentaglia del retro palco, quelli che conoscono solo il nome e lo urlano per attirare l’attenzione e lui non si volta, gli hipster, i quarantenni che hanno letto di lui nei giornali, i fotografi sessantenni e insomma tutti. Si muove con fare da star trattenuta, sfiorando quasi i cursori. Il suo inizio ha il sapore di una tech house contenutissima e la prima sferzata su percussioni che potrebbero benissimo appartenere a Ramadanmann o a Shackleton avviene su Orbit 1.3 (bassone sventrante, percussioni ultrafunk, voce dispersa nello spazio) di Second Hand Satellites. Sul pezzo successivo c’è un silenzio che in altri casi sarebbe sembrato interminabile (quaranta secondi, lui si aggiusta la maglietta a maniche lunghe sotto la t-shirt della Peacefrog Records, poi i pantaloni, poi beve un sorso dal bicchiere) e invece di rumoreggiare la folla si comprime finché il pezzo non riparte e si riespande. Dopo questa prima parte, passando per qualche recente Oslo ci si sposta un suono leggermente più techno fino a quando prende una copertina rossa e le urla esplodono prima ancora che metta il vinile sul piatto: Spastik. L’aveva già fatto Luciano il giorno prima, ma sarà il luogo più raccolto, sarà come c’è arrivato, sarà che il settanta percento delle persone stava per abbandonarlo per andare da Rici, sembra come quando parte la raffica di fuochi d’artificio della festa della santa al paese. Sulla trivella fa partire il sample di Don’t Stop dalla white di Da Booty Tribute contestualizzandolo con un beat techno al posto di quello house del disco. Da questo punto in poi il set si sposta su un fantastico incrocio di synth pop anni ottanta (voci sintetiche, casio ritmiche da quattro soldi, tastierine pop) e i suoi soliti funkettonismi di bassi, percussioni in divagazione libera. Gli viene consegnata la bandiera, ma capisco che si trova poco a suo agio con le bandiere o forse con una bandiera nel nome del quale tanti mali sono stati causati. Nel frattempo mentre la maggior parte dei presenti lo abbandona per l’altro Riccardo, arriva a bordo campo Danny Fiddo e i due cominciano un dialogo a gesti del tipo Villalobos: guarda ora come reagiscono a questo, Fiddo: sei proprio un diavolo. Il sinner in me fa capolino per appena un minuto e quando ormai saremmo rimasti in trenta parte una coda a suo modo soulful (prima con qualche piru piru poi addirittura con qualche vocalizzo). È il gran finale per un set che pur facendo uso di robe attuali (non voglio dire modaiole) e classici ha sfuggito le ovvietà, i tormentoni e l’inutile violenza. Pur muovendosi flemmaticamente e pur non avendo quasi intaccato la bottiglia di vodka sulla consolle, è arrivato col capello phonato e tutto asciutto e ha terminato sconvolto come nelle migliori foto.



Danny Fiddo parte con una roba sirenica abbastanza noiosa e allora pur sapendo che niente di buono mi avrebbe aspettato dall’altra parte e avrei letto tutto su twitter, sono andato (così come Villalobos che contemporaneamente è salito sul palco a stringergli la mano). Nella bolgia Hawtin lanciava una bordata di-sperata dopo l’altra. Venti minuti di morte nel cuore con visual nettissimi e il solito immaginario Riefensthal rapita dagli alieni mi sono bastati e allora sono tornato verso Danny Fiddo. Peccato che non c’era più nessuno e dopo appena mezzora il valenciano riponeva controller, portatile, scheda audio e vinili nella borsa. Tornavo indietro e mi mischiavo alla riduzione cellulare. Zucche di halloween lisergiche, l’urlo di Munch, evviva il luogo comune. Bisogna aspettare i due minuti di inciso senza la voce di Dave Gahan del Pump Remix di Personal Jesus per avere un minimo di sussulto. Poi di nuovo la noia. Tutti sono contenti perché tutti hanno ciò che si aspettano. Meno di zero. La mancanza di senso di tutto ciò raggiunge il culmine mentre sulle non-note di Alva Noto parte Yeke Yeke e l’esplosione finale e collettiva dei sopravvissuti. Un ultimo pezzo totalmente dissociato dal resto, senza un minimo di senso, anche se ha il sapore del dolcetto regalato ai ragazzini da mettere alla porta. Luci accese, applausoni, lui con la bandiera del Canada, blame Canada, but don’t forget the robot, ultimò ultimò. L’ultimò ultimò sono quaranta secondi di Who’s Afraid Of Detroit e almeno nonostante il mal di reni dei tre giorni all’inpiedi torno a casa contento (perché onestamente per prendere minimamente in considerazione l’afterhour con il djset di Dubfire dalle nove di mattina avrei dovuto a) aver dormito più di quanto ho dormito nei tre giorni b) aver avuto interesse alla tamarraggine di Dubfire c) scansare il pacco di flyer di cartone duro a forma di gorilla che pubblicizzava l’after che mi è caduto sul naso durante il set di Villalobos procurandomi una ferita tuttora visibile).


Wavetable No.9 - Mike Huckaby
Orbit 1.3 - Second Hand Satellites
RP: Ti piace la musica elettronica, bravo!
Me: Sì
RP: A me piace più la trance
Me (tentato dal rispondere: bravo!): Come Tiësto
RP: No, Tiësto è troppo... (non fa in tempo a dire l'aggettivo, viene trascinato via da suoi simili)
Capisco insomma che la White Room era quella senza nessuno che mi era stata indicata come Red Room. C’è un foglio di carta a indicarlo ma soprattutto Mike Huckaby che passa Subzero davanti al nulla. Mi posiziono davanti alla transenna e ondeggio religioso sui technoni con le melodie sepolte di riverberi, insieme duri e morbidi come la sua figura di omaccione bonario. La gente comincia ad arrivare e scorgo tra i classici My Life With The Wave e qualche S Y N T H remix. Quando arriva l’orario si comincia a sentire la tensione. Dietro il retro del palazzetto si è quasi riempito e appare la sagoma del folletto cileno. Cominciano le urla e tra posizionamento dei dischi, attacco cuffia, ritorni nel retro palco etc, Mike Huckaby gestisce con umiltà una folla che è tutta per un’altra persona, senza quasi sollevare lo sguardo. Quando Villalobos gira la prima manopola è un’ovazione e con la stessa umiltà Huckaby comincia a riporre i vinili nella borsa senza sollevare lo sguardo, serio. Mentre scende dal palco fa un cenno a Villalobos, che saluta con una cortesia che non trasuda grandi rapporti.
Villalobos ha i fan con le bandiere del Cile col disegno della sua faccia, i ragazzini con le magliette autoprodotte, i tamarroni, la gentaglia del retro palco, quelli che conoscono solo il nome e lo urlano per attirare l’attenzione e lui non si volta, gli hipster, i quarantenni che hanno letto di lui nei giornali, i fotografi sessantenni e insomma tutti. Si muove con fare da star trattenuta, sfiorando quasi i cursori. Il suo inizio ha il sapore di una tech house contenutissima e la prima sferzata su percussioni che potrebbero benissimo appartenere a Ramadanmann o a Shackleton avviene su Orbit 1.3 (bassone sventrante, percussioni ultrafunk, voce dispersa nello spazio) di Second Hand Satellites. Sul pezzo successivo c’è un silenzio che in altri casi sarebbe sembrato interminabile (quaranta secondi, lui si aggiusta la maglietta a maniche lunghe sotto la t-shirt della Peacefrog Records, poi i pantaloni, poi beve un sorso dal bicchiere) e invece di rumoreggiare la folla si comprime finché il pezzo non riparte e si riespande. Dopo questa prima parte, passando per qualche recente Oslo ci si sposta un suono leggermente più techno fino a quando prende una copertina rossa e le urla esplodono prima ancora che metta il vinile sul piatto: Spastik. L’aveva già fatto Luciano il giorno prima, ma sarà il luogo più raccolto, sarà come c’è arrivato, sarà che il settanta percento delle persone stava per abbandonarlo per andare da Rici, sembra come quando parte la raffica di fuochi d’artificio della festa della santa al paese. Sulla trivella fa partire il sample di Don’t Stop dalla white di Da Booty Tribute contestualizzandolo con un beat techno al posto di quello house del disco. Da questo punto in poi il set si sposta su un fantastico incrocio di synth pop anni ottanta (voci sintetiche, casio ritmiche da quattro soldi, tastierine pop) e i suoi soliti funkettonismi di bassi, percussioni in divagazione libera. Gli viene consegnata la bandiera, ma capisco che si trova poco a suo agio con le bandiere o forse con una bandiera nel nome del quale tanti mali sono stati causati. Nel frattempo mentre la maggior parte dei presenti lo abbandona per l’altro Riccardo, arriva a bordo campo Danny Fiddo e i due cominciano un dialogo a gesti del tipo Villalobos: guarda ora come reagiscono a questo, Fiddo: sei proprio un diavolo. Il sinner in me fa capolino per appena un minuto e quando ormai saremmo rimasti in trenta parte una coda a suo modo soulful (prima con qualche piru piru poi addirittura con qualche vocalizzo). È il gran finale per un set che pur facendo uso di robe attuali (non voglio dire modaiole) e classici ha sfuggito le ovvietà, i tormentoni e l’inutile violenza. Pur muovendosi flemmaticamente e pur non avendo quasi intaccato la bottiglia di vodka sulla consolle, è arrivato col capello phonato e tutto asciutto e ha terminato sconvolto come nelle migliori foto.
Danny Fiddo parte con una roba sirenica abbastanza noiosa e allora pur sapendo che niente di buono mi avrebbe aspettato dall’altra parte e avrei letto tutto su twitter, sono andato (così come Villalobos che contemporaneamente è salito sul palco a stringergli la mano). Nella bolgia Hawtin lanciava una bordata di-sperata dopo l’altra. Venti minuti di morte nel cuore con visual nettissimi e il solito immaginario Riefensthal rapita dagli alieni mi sono bastati e allora sono tornato verso Danny Fiddo. Peccato che non c’era più nessuno e dopo appena mezzora il valenciano riponeva controller, portatile, scheda audio e vinili nella borsa. Tornavo indietro e mi mischiavo alla riduzione cellulare. Zucche di halloween lisergiche, l’urlo di Munch, evviva il luogo comune. Bisogna aspettare i due minuti di inciso senza la voce di Dave Gahan del Pump Remix di Personal Jesus per avere un minimo di sussulto. Poi di nuovo la noia. Tutti sono contenti perché tutti hanno ciò che si aspettano. Meno di zero. La mancanza di senso di tutto ciò raggiunge il culmine mentre sulle non-note di Alva Noto parte Yeke Yeke e l’esplosione finale e collettiva dei sopravvissuti. Un ultimo pezzo totalmente dissociato dal resto, senza un minimo di senso, anche se ha il sapore del dolcetto regalato ai ragazzini da mettere alla porta. Luci accese, applausoni, lui con la bandiera del Canada, blame Canada, but don’t forget the robot, ultimò ultimò. L’ultimò ultimò sono quaranta secondi di Who’s Afraid Of Detroit e almeno nonostante il mal di reni dei tre giorni all’inpiedi torno a casa contento (perché onestamente per prendere minimamente in considerazione l’afterhour con il djset di Dubfire dalle nove di mattina avrei dovuto a) aver dormito più di quanto ho dormito nei tre giorni b) aver avuto interesse alla tamarraggine di Dubfire c) scansare il pacco di flyer di cartone duro a forma di gorilla che pubblicizzava l’after che mi è caduto sul naso durante il set di Villalobos procurandomi una ferita tuttora visibile).
Wavetable No.9 - Mike Huckaby
Orbit 1.3 - Second Hand Satellites
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31.7.09
La Canzone Del Parco
Ondata di caldo, heatwave. Per gli inglesi i trenta gradi umidi sono una specie di evento mai visto. Ovunque i ventilatori dicono che non potrà succedere ancora. Ventilatori sui saldi. Ventilatori nei pub dove la gente, quando non trepida per le semifinali di Wimbledon, preferisce la zona antistante, sempre più un pollaio da batteria circondato da cordoni e ripreso da telecamere a circuito chiuso dove puoi portare solo bicchieri di plastica, starnazzare e fare l’uovo. Ventilatori blu nelle stazioni della metro, enormi e circondati da grate (anti-furto o anti-infortunio): sono un’attrazione davanti alla quale fotografarsi, per ricordarsi in qualche modo di questo avvenimento. Il sindaco avvisa la popolazione con manifesti ovunque (“bevete tanta acqua”), mentre sugli autobus e sulla metro continua a funzionare il riscaldamento. Un gruppo di ragazze in bikini al parco tira indietro le pance in sincrono davanti al fotografo che le ritrae per il free-press della sera. Il sole scende e ad Hyde Park, fuori dal recinto, in migliaia ascoltano il primo dei due concerti dei Blur a Londra.

Photo by p-m
Il giovedì doveva essere una toccata e fuga di puro stampo logistico. Conviene più l’arrivo da Hyde Park Corner o da Marble Arch, ci saranno più ingressi, saranno puntuali? Da Hyde Park Corner non si sente niente, a parte il vociare dei bagarini. Via via che circumnavighiamo l’area si comincia a distinguere l’audio gentile del ritornello di Badhead che si chiude. Alcuni ragazzi scavalcano i tre-quattro metri di recinto verde scuro e non capisci se abbiano scarpe artigliate. Domani arriviamo da Marble Arch. Il giro di chitarra di Beetlebum è perfetto per la crescita dei watt percepiti e siamo davanti. In migliaia fuori dal concerto. Una coppia studia, circoli da quattro cinque bevono, il caldo ha bruciato l’erba e il giornale sotto il culo non serve, freak spiritati, i grupponi di ragazze e ragazze neri sono coloratissimi e si lanciano occhiate fumiganti e poco si curano della musica mentre tornano a casa con le buste piene dei saldi, i grandi comodi della sdraio, una bruttina balla da sola, se vai indietro riesci a vedere i maxischermi, l’ultimo pezzo mentre entri alla metro perché sai quale sarà. (a rileggersi con uno stacco di qualche settimana prima di postare eviti certe anafore che sembri Ligabue)

Di notte un temporale scaccia il caldo. Alle tre suona l’allarme anti-incendio del nostro albergo. Suonerà altre quattro-cinque volte nei giorni successivi, ma è sempre per finta e dopo quella nel sonno della notte e quella della pennica-da-mezzora pre-concerto non ci faremo più caso e non usciremo più in ciabatte su Argyle (sipronunciargoil) Square. Il tempo variabile della mattina torna sole potente per il nostro ingresso al parco. Tragitto dalla metro + fila che più rapida non si può all’ingresso + gran puntualità = niente Deerhoof e niente streaker (genio). Peccato ma non penso proprio che siano adatti a una spianata con tanto pubblico davanti. La birra quasi calda è in bottiglie di plastica che presto diventeranno protagoniste.

Photo by p-m
Mentre Florence And The Machine vestita con un copridivano ocra porta avanti la sua mezzora senza rompere troppo, esploriamo il circondario dove il premio “Esercizio più innovativo dell’area concerto” va a un miniBoots che troverebbe la sua collocazione perfetta per il Sonar o nei prossimi giorni per il Traffic (Primal Scream, Underworld e un cocktail di sciroppo per la tosse, sidro di pera e pasticche anti-acido). Solo secondo lo stand di un noto rhum dal quale si muovono individui con brocche marroni di dubbia provenienza (alcuni dicono english breakfast deteinato con ghiaccio). Il sole non sembra frenare insomma quelle vecchie spugne degli inglesi, tanto che con l’afro-funk di Amadou e Mariam si intravedono i primi balli - atmosfera fichissima, viva il Mali, ma non fanno Sabali che è un pezzone e dal vivo me l’aspettavo col cassone alla Radioclit e ogni intro sembra la nemesi per gli inglesi dei loro gruppi che qui cercano di parlare in italiano, ar iu fil gud, ar iu fil orait.

La versione sbiancata e hipsterica a seguire dei Vampire Weekend produce un nuovo fenomeno, appartenente al ceppo del pre-Vascorum publicum: dove il pubblico di Vasco tirerebbe le bottiglie contro chiunque si presenti sul palco prima di Vasco, compreso Vasco stesso travestito da Thom Yorke che suona comunque i suoi pezzi, questo pubblico invece lancia le bottiglie di birra di plastica che ha a disposizione contro se stesso, sublimando l’indifferenza verso chi sta sul palco in un gesto di autolesionismo controllato. A parte gli scherzi, i Vampiri fanno anche ballare e come gli altri prima non rompono più di tanto, semmai manca loro un po’ di furore, qualcosa che non faccia sembrare il tutto un compitino inerte, insomma il funk o il groove o il sesso o come lo volete chiamare. Quando terminano scegliamo una posizione che a leggere certi recosonti successivi si rivelerà saggia: non nella bolgia ma a centro-sinistra, lontani abbastanza da sentire bene, vedere qualcosa muoversi sul palco ed evitare i pugni in testa grandi protagonisti delle prime file.

Photo by Waldopepper

Il primo concerto messo in vendita (si vive di simboli e chi lo sapeva sette mesi dopo cosa sarebbe successo). L’ingresso è sul valzerino di Debt Collector, cripto ironie per soli fan. La partenza è inizio degli inizi (She’s So High) più inizio di Parklife coi ragazzi e le ragazze verso la Grecia. La chiamata e risposta col pubblico di Tracy Jacks è seguita da There’s No Other Way che come la precedente S’sshigh fa purtroppo a meno del fumo passivo degli acidi in favore di un abito diritto e asciutto . Su Jubilee Albarn si sbatte a destra e a manca, anche se poi confesserà di temere il contraccolpo fisico della doppia data – c’ho n’età. Badhead ha un mood perfetto per il sole che piano piano si rilassa tra le trombette, tanto che Albarn si lancia in un “chilavrebbedetto davanti a ‘sto tramonto e il parco e Crystal Palace e il milleottocento” davvero da sceneggiata.


La coda di Beetlebum, con le bordate di Coxon, segna in qualche modo la fine di una prima sezione e il passaggio alla sezione meno brit e più matura. Out Of Time è perfetta nel suo essere dolente e minore e riesce nel mettere d’accordo contro di me i distratti super-fan-ommioddio-think-thank-no e i distratti conosco-solo-i-successoni-che-passava-mtv. Trimm Trabb nel transitare tra l’inizio acustico e il rumore che la ingoia nella seconda parte ha un Albarn cupo e purtroppo sembra più moscia rispetto alla data del giorno prima fino a quando esplode e rade al suolo. Il finale di Coffee & Tv, invece, dopo tanta minaccia deraglia in un contenimento tale da stupire il pubblico. La sezione è chiusa da una Tender in cui ho la triste visione di avere anch’io il mio megaevento da anziano col pubblico che canta prima del cantante, con il gruppo che la tira per le lunghe in maniera esasperante e, oh my babe, mancano solo gli accendini. Però come on come on come on, get through it, love’s the greatest thing that we have.


Country House e il suo intermezzo tutto in mano al pubblico ha però un finale infetto da Coxon che risolleva dall’ovvio piacere. Seguono la pazzia megafonica di Oily World (ogni sera la stessa pantomima ma non si stuferà della sirena rotante? No, per il momento direi di no), il saliscendi ferma riparti di Chemical World e l’ondeggiatesta nanana di Sunday Sunday con intermezzo sempre più veloce fino a spetasciarsi su una padella come un uovo fritto. Poi arriva Phil Daniels e viene giù tutto e penso che essere Phil Daniels mentre urla Parklife davanti a sessantamila persone deve essere una figata degna di essere invidiata. Via verso la prima fine.

Parklife (Live In Hyde Park 03/07/2009) - Blur and Phil Daniels
- “And the mind gets dirty as you get closer to thirty”
- Ormai…
Forse credo in maniera un po’ forzata che questo concerto rappresenti un passo importante verso la mia rimozione totale di ogni forma di giovanilismo tardivo (essendo stato peraltro sempre poco giovane, da giovane), ma End Of The Century e le sue formiche mi fanno quest’effetto, anche se forse parla più di conformismo e labbra secche. To The End e il suo “sembra” mi commuovono e di più non dirò perché non voglio scadere nel personale. Albarn indica la luna e This Is A Low, fintofinalestorico che non fa male, ha quell’amaro che accetti perché verrà riscattato da corposi bis.
Il primo trancio di bis è a forma di martello. Popscene e Advert pestano duro e l’intro di Song 2 in crescendo ritmico tra le urla porta a un minuto e mezzo con la chitarra che suona come se l’amplificatore fosse rotto o come la somma di tutte le discoteche rock scrause che per te sono il male.

Altra pausa e nel secondo trancio l’incedere funebre di Death Of A Party con la sua amarezza è l’ennesimo dei finali impossibili, così come For Tomorrow che è volemosebene, ma in qualche modo minore rispetto al più ovvio dei finali. The Universal e il suo genio. Rivoltato come un calzino, non mi resta che lasciar scorrere via i giorni e camminare fino alla fermata di Green Park.

The Universal (Live In Hyde Park 03/07/2009) - Blur
Camminando pensavo ad alcune delle mancanze nella scaletta a me care e alla fine più o meno tutte rientravano nel genere ballata minore amorosa. Good Song, On The Way To The Club, No Distance Left To Run, Strange News From Another Star, Yuko And Hiro e soprattutto Sing (una scaletta da piagnone, ahah). Sing è strana perché è la foto del Big Bang da cui sarebbero venuti fuori sette album e nonsoquante canzoni: una somma di frammenti minimali da canzoni che saranno tra loro diversissime nei dodici anni successivi. Tutto era già lì, i giri di chitarra, i cori e il parlato, i bassi, le distorsioni, il piano, gli effetti, in una tormentata dichiarazione preventiva di insensatezza e bellezza. Come un’eco al contrario. Mentre tornavamo in albergo canticchiavo tra me e me Sing.
Sing - Blur
Bonus Track
La sera dopo mentre mangiavamo curry giapponese a Soho, le coppie reduci dal gay pride amoreggiavano a fianco alle nostre zuppe di miso. La scelta era davvero ardua: Sascha Funke ed Efdemin al Fabric (ok con Radio Slave, ma tanto non lo avremmo degnato di nota) o Juan MacLean e Kim Ann Foxman di Hercules And Love Affair? La warpata con Plaid, Luke Vibert, Tim Exile e Clark o Lee Jones dei MyMy? Siouxie Sioux che mette i dischi per il Pride al matter o una data del quale scopriamo a posteriori l’esistenza di Theo Parrish? Insomma, non potrei vivere a Londra. Abbiamo comunque optato per un party dei Disco Bloodbath in un posto segreto con Pilooski ospite (bugia, ho scelto contro un’opposizione che optava per la DFA). Secret location party è il nome altisonante per “serata in palazzo abbandonato di Shoreditch”. La selezione di un presunto DB è stata variegata (discomusic oscura, electro, pezzi di Chicago, brandelli di acid-house), ma vittima di un tenore cocainico che ultimamente ravviso spesso nei djset diciamo hipster per capirci e che mi agita e mi infastidisce. Di seguito almeno fino alle tre e mezza Pilooski si muoveva sulla falsariga precedente, forse appena più dilatato e tendente all’acidhouse, mentre lo zoo misto di modelli alla Brüno, commesse di Floral Street, giapponesi solitari con lo zaino rivolti contro uno degli altoparlanti, ammiragli di vascello (giuro) oscillavano tra il ballo sovraeccitato e la chiacchiera annoiata. Un po’ annoiati anche noi abbiamo detto basta prima del primo edit e siamo andati a esercitare la pronuncia di Argyle col primo tassista disponibile.
Il giovedì doveva essere una toccata e fuga di puro stampo logistico. Conviene più l’arrivo da Hyde Park Corner o da Marble Arch, ci saranno più ingressi, saranno puntuali? Da Hyde Park Corner non si sente niente, a parte il vociare dei bagarini. Via via che circumnavighiamo l’area si comincia a distinguere l’audio gentile del ritornello di Badhead che si chiude. Alcuni ragazzi scavalcano i tre-quattro metri di recinto verde scuro e non capisci se abbiano scarpe artigliate. Domani arriviamo da Marble Arch. Il giro di chitarra di Beetlebum è perfetto per la crescita dei watt percepiti e siamo davanti. In migliaia fuori dal concerto. Una coppia studia, circoli da quattro cinque bevono, il caldo ha bruciato l’erba e il giornale sotto il culo non serve, freak spiritati, i grupponi di ragazze e ragazze neri sono coloratissimi e si lanciano occhiate fumiganti e poco si curano della musica mentre tornano a casa con le buste piene dei saldi, i grandi comodi della sdraio, una bruttina balla da sola, se vai indietro riesci a vedere i maxischermi, l’ultimo pezzo mentre entri alla metro perché sai quale sarà. (a rileggersi con uno stacco di qualche settimana prima di postare eviti certe anafore che sembri Ligabue)
Di notte un temporale scaccia il caldo. Alle tre suona l’allarme anti-incendio del nostro albergo. Suonerà altre quattro-cinque volte nei giorni successivi, ma è sempre per finta e dopo quella nel sonno della notte e quella della pennica-da-mezzora pre-concerto non ci faremo più caso e non usciremo più in ciabatte su Argyle (sipronunciargoil) Square. Il tempo variabile della mattina torna sole potente per il nostro ingresso al parco. Tragitto dalla metro + fila che più rapida non si può all’ingresso + gran puntualità = niente Deerhoof e niente streaker (genio). Peccato ma non penso proprio che siano adatti a una spianata con tanto pubblico davanti. La birra quasi calda è in bottiglie di plastica che presto diventeranno protagoniste.
Mentre Florence And The Machine vestita con un copridivano ocra porta avanti la sua mezzora senza rompere troppo, esploriamo il circondario dove il premio “Esercizio più innovativo dell’area concerto” va a un miniBoots che troverebbe la sua collocazione perfetta per il Sonar o nei prossimi giorni per il Traffic (Primal Scream, Underworld e un cocktail di sciroppo per la tosse, sidro di pera e pasticche anti-acido). Solo secondo lo stand di un noto rhum dal quale si muovono individui con brocche marroni di dubbia provenienza (alcuni dicono english breakfast deteinato con ghiaccio). Il sole non sembra frenare insomma quelle vecchie spugne degli inglesi, tanto che con l’afro-funk di Amadou e Mariam si intravedono i primi balli - atmosfera fichissima, viva il Mali, ma non fanno Sabali che è un pezzone e dal vivo me l’aspettavo col cassone alla Radioclit e ogni intro sembra la nemesi per gli inglesi dei loro gruppi che qui cercano di parlare in italiano, ar iu fil gud, ar iu fil orait.
La versione sbiancata e hipsterica a seguire dei Vampire Weekend produce un nuovo fenomeno, appartenente al ceppo del pre-Vascorum publicum: dove il pubblico di Vasco tirerebbe le bottiglie contro chiunque si presenti sul palco prima di Vasco, compreso Vasco stesso travestito da Thom Yorke che suona comunque i suoi pezzi, questo pubblico invece lancia le bottiglie di birra di plastica che ha a disposizione contro se stesso, sublimando l’indifferenza verso chi sta sul palco in un gesto di autolesionismo controllato. A parte gli scherzi, i Vampiri fanno anche ballare e come gli altri prima non rompono più di tanto, semmai manca loro un po’ di furore, qualcosa che non faccia sembrare il tutto un compitino inerte, insomma il funk o il groove o il sesso o come lo volete chiamare. Quando terminano scegliamo una posizione che a leggere certi recosonti successivi si rivelerà saggia: non nella bolgia ma a centro-sinistra, lontani abbastanza da sentire bene, vedere qualcosa muoversi sul palco ed evitare i pugni in testa grandi protagonisti delle prime file.

Il primo concerto messo in vendita (si vive di simboli e chi lo sapeva sette mesi dopo cosa sarebbe successo). L’ingresso è sul valzerino di Debt Collector, cripto ironie per soli fan. La partenza è inizio degli inizi (She’s So High) più inizio di Parklife coi ragazzi e le ragazze verso la Grecia. La chiamata e risposta col pubblico di Tracy Jacks è seguita da There’s No Other Way che come la precedente S’sshigh fa purtroppo a meno del fumo passivo degli acidi in favore di un abito diritto e asciutto . Su Jubilee Albarn si sbatte a destra e a manca, anche se poi confesserà di temere il contraccolpo fisico della doppia data – c’ho n’età. Badhead ha un mood perfetto per il sole che piano piano si rilassa tra le trombette, tanto che Albarn si lancia in un “chilavrebbedetto davanti a ‘sto tramonto e il parco e Crystal Palace e il milleottocento” davvero da sceneggiata.


La coda di Beetlebum, con le bordate di Coxon, segna in qualche modo la fine di una prima sezione e il passaggio alla sezione meno brit e più matura. Out Of Time è perfetta nel suo essere dolente e minore e riesce nel mettere d’accordo contro di me i distratti super-fan-ommioddio-think-thank-no e i distratti conosco-solo-i-successoni-che-passava-mtv. Trimm Trabb nel transitare tra l’inizio acustico e il rumore che la ingoia nella seconda parte ha un Albarn cupo e purtroppo sembra più moscia rispetto alla data del giorno prima fino a quando esplode e rade al suolo. Il finale di Coffee & Tv, invece, dopo tanta minaccia deraglia in un contenimento tale da stupire il pubblico. La sezione è chiusa da una Tender in cui ho la triste visione di avere anch’io il mio megaevento da anziano col pubblico che canta prima del cantante, con il gruppo che la tira per le lunghe in maniera esasperante e, oh my babe, mancano solo gli accendini. Però come on come on come on, get through it, love’s the greatest thing that we have.


Country House e il suo intermezzo tutto in mano al pubblico ha però un finale infetto da Coxon che risolleva dall’ovvio piacere. Seguono la pazzia megafonica di Oily World (ogni sera la stessa pantomima ma non si stuferà della sirena rotante? No, per il momento direi di no), il saliscendi ferma riparti di Chemical World e l’ondeggiatesta nanana di Sunday Sunday con intermezzo sempre più veloce fino a spetasciarsi su una padella come un uovo fritto. Poi arriva Phil Daniels e viene giù tutto e penso che essere Phil Daniels mentre urla Parklife davanti a sessantamila persone deve essere una figata degna di essere invidiata. Via verso la prima fine.

- “And the mind gets dirty as you get closer to thirty”
- Ormai…
Forse credo in maniera un po’ forzata che questo concerto rappresenti un passo importante verso la mia rimozione totale di ogni forma di giovanilismo tardivo (essendo stato peraltro sempre poco giovane, da giovane), ma End Of The Century e le sue formiche mi fanno quest’effetto, anche se forse parla più di conformismo e labbra secche. To The End e il suo “sembra” mi commuovono e di più non dirò perché non voglio scadere nel personale. Albarn indica la luna e This Is A Low, fintofinalestorico che non fa male, ha quell’amaro che accetti perché verrà riscattato da corposi bis.
Il primo trancio di bis è a forma di martello. Popscene e Advert pestano duro e l’intro di Song 2 in crescendo ritmico tra le urla porta a un minuto e mezzo con la chitarra che suona come se l’amplificatore fosse rotto o come la somma di tutte le discoteche rock scrause che per te sono il male.

Altra pausa e nel secondo trancio l’incedere funebre di Death Of A Party con la sua amarezza è l’ennesimo dei finali impossibili, così come For Tomorrow che è volemosebene, ma in qualche modo minore rispetto al più ovvio dei finali. The Universal e il suo genio. Rivoltato come un calzino, non mi resta che lasciar scorrere via i giorni e camminare fino alla fermata di Green Park.
Camminando pensavo ad alcune delle mancanze nella scaletta a me care e alla fine più o meno tutte rientravano nel genere ballata minore amorosa. Good Song, On The Way To The Club, No Distance Left To Run, Strange News From Another Star, Yuko And Hiro e soprattutto Sing (una scaletta da piagnone, ahah). Sing è strana perché è la foto del Big Bang da cui sarebbero venuti fuori sette album e nonsoquante canzoni: una somma di frammenti minimali da canzoni che saranno tra loro diversissime nei dodici anni successivi. Tutto era già lì, i giri di chitarra, i cori e il parlato, i bassi, le distorsioni, il piano, gli effetti, in una tormentata dichiarazione preventiva di insensatezza e bellezza. Come un’eco al contrario. Mentre tornavamo in albergo canticchiavo tra me e me Sing.
Bonus Track
La sera dopo mentre mangiavamo curry giapponese a Soho, le coppie reduci dal gay pride amoreggiavano a fianco alle nostre zuppe di miso. La scelta era davvero ardua: Sascha Funke ed Efdemin al Fabric (ok con Radio Slave, ma tanto non lo avremmo degnato di nota) o Juan MacLean e Kim Ann Foxman di Hercules And Love Affair? La warpata con Plaid, Luke Vibert, Tim Exile e Clark o Lee Jones dei MyMy? Siouxie Sioux che mette i dischi per il Pride al matter o una data del quale scopriamo a posteriori l’esistenza di Theo Parrish? Insomma, non potrei vivere a Londra. Abbiamo comunque optato per un party dei Disco Bloodbath in un posto segreto con Pilooski ospite (bugia, ho scelto contro un’opposizione che optava per la DFA). Secret location party è il nome altisonante per “serata in palazzo abbandonato di Shoreditch”. La selezione di un presunto DB è stata variegata (discomusic oscura, electro, pezzi di Chicago, brandelli di acid-house), ma vittima di un tenore cocainico che ultimamente ravviso spesso nei djset diciamo hipster per capirci e che mi agita e mi infastidisce. Di seguito almeno fino alle tre e mezza Pilooski si muoveva sulla falsariga precedente, forse appena più dilatato e tendente all’acidhouse, mentre lo zoo misto di modelli alla Brüno, commesse di Floral Street, giapponesi solitari con lo zaino rivolti contro uno degli altoparlanti, ammiragli di vascello (giuro) oscillavano tra il ballo sovraeccitato e la chiacchiera annoiata. Un po’ annoiati anche noi abbiamo detto basta prima del primo edit e siamo andati a esercitare la pronuncia di Argyle col primo tassista disponibile.
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18.3.09
Ieppa Ieppa (Animalaction)
Non andavo a un concerto da quasi otto mesi e se devo tornare indietro fino all’ultimo bel concerto visto i mesi crescono. Ho serie difficoltà nel trovare (e perché no, nel provare) quel movente che ti fa uscire di casa in cerca di gente che imbraccia strumenti e intona parole. In un certo senso i chilometri aiutano a mettere le cose in prospettiva, se non altro perché rendono le cose giusto un po’ più difficili. Fatto sta che sabato scorso ho fatto i chilometri e ne è valsa la pena.
A me sembrava di stare dentro il 2009. Dondolavo aggrappato all’arco superiore del 2, facevo uno slalom dentro gli 0 e sfidavo la gravità in un antiscivolo che dal 9 mi sparava verso l’alto. Solo per caso fuori un’insegna diceva Rolling Stone, ma era il presente, circondato da un posto morente, da gente che forse ancora non capisce e che di sicuro non balla perché preferisce esserci.
Alle otto e mezza Pantha Du Prince suona un vero campanello e da rumori di fondo solleva la sua techno pop tintinnante. Mentre ballo sul posto vedo intorno facce che dicono disorientate “Che c’entra la unz alle otto e mezza”, ma il buon Hendrik ha il merito di montare un set dall’energia crescente che smuove alcuni gruppetti, fossero anche solo in vena di mossette goliardiche, fino al finale con due ottimi pezzi nuovi, il primo con aperture vocali femminili alla Orbital e l’ultimo techno abrasivo e corposo.

Tra il suo shutdown e il primo bottone degli Animal Collective capisco perché certi posti devono chiudere: su quell’insensato pezzo hard rock per sonorizzare l’intermezzo avrei voluto lanciarmi in un reverse ram jam verso il selezionatore della piccionaia. Il palco è fico in parte: belli i drappeggi a nuvola dai quali sorgono i macchinari e la perpendicolarità tra i cosi di Avey Tare e quelli di Panda Bear, ma i due tengono avulso Geologist sulla sinistra, la palla non salta sul pubblico e non è una piñata, non ci sono i leddoni verticali e la copertina di Merrychristmas è sullo sfondo lontana, rabbuiata e soprattutto non illude otticamente ma sembra più la tappezzeria di un divano dei nonni.

I'm the dancer. In The Flowers comincia così come comincia il disco, giusto con le briglie più trattenute e meno detonante sul finale. Avey Tare che avanza crooneggiante verso il pubblico è simbolo di confidenza e confidenzialità, ma la vera gioia è nell’emozione che nasce da manopole e tasti premuti non come orpelli ma come strumenti che influenzano la scrittura e le possibilità. Lion In A Coma va e viene come uno scacciapensieri siciliano ed è solo con My Girls che alcuni tra gli smorti del pubblico si scuotono e saltano, coi campioni che svariano asincroni e un prolungamento che destabilizza ipnotico i fedeli dei limiti temporali della canzoncella pop. In mezzo i pezzi vecchi sono rimaneggiati all’occorrenza: Slippi è tirata a lucido dalle sporcizie blackdiciane, Winter’s Love è sospensione sentimentale e Chores parte solenne come un inno nazionale che all’improvviso esce fuori di testa. L’impianto che sembrava ottimo per Pantha Du Prince, messo alla prova mostra i suoi limiti acustici mancando di quella definizione che a Roma sarà stata ottima, ma è pur sempre meglio di certi altri postacci a cui purtroppo ormai si è fatta l’abitudine. Daily Routine è un dondolo e la corsa verso il finale è tutto un crescendo: il pezzo nuovo noto come Blue Sky inizia come Orb + breakbeat e si solleva piroettando con un uso circolare di un campione vocale che ricorda certe soluzioni del recente Jens Lekman. Il palpito arpeggiato di batteria di Lablakely Dress, variato nel passo, introduce una Fireworks che è lo stupore, i colori e la gioiapaura dei primi fuochi d’artificio visti su una spiaggia familiare coi tizzoni che ti cadono sui piedi e la rincorsa verso quel 2009 che è il finale. Brother Sport pesta e rincuora gli entusiasmi in vista del bis trasognato su Guys Eyes e su una conclusiva Summertime Clothes saltata a squarciagola. Gli Animal Collective hanno visto e incasinato tanto, ma (come su disco) sembra che solo oggi abbiano compiuto un cammino in cui la comprensione dei propri limiti e delle proprie possibilità ha portato al pop più bello che abbiamo in circolazione. Poi non ho avuto la possibilità di urlare Are You Also Frightened (ma forse era un momento troppo à la Flaming Lips da desiderare), non ho avuto la mia amata Bluish e soprattutto il primo pezzo post-concerto è stato Ulysses dei FranziFerdinandi (e non certo quella giuoia aphexata di Fentiger) che mi ha sfollato verso un meritato sonno già a mezzanotte, schivando il delirante volantinaggio di Rockit e pensando che è una di quelle serate in cui fai scorta per tempi sicuramente più bui.

A me sembrava di stare dentro il 2009. Dondolavo aggrappato all’arco superiore del 2, facevo uno slalom dentro gli 0 e sfidavo la gravità in un antiscivolo che dal 9 mi sparava verso l’alto. Solo per caso fuori un’insegna diceva Rolling Stone, ma era il presente, circondato da un posto morente, da gente che forse ancora non capisce e che di sicuro non balla perché preferisce esserci.
Alle otto e mezza Pantha Du Prince suona un vero campanello e da rumori di fondo solleva la sua techno pop tintinnante. Mentre ballo sul posto vedo intorno facce che dicono disorientate “Che c’entra la unz alle otto e mezza”, ma il buon Hendrik ha il merito di montare un set dall’energia crescente che smuove alcuni gruppetti, fossero anche solo in vena di mossette goliardiche, fino al finale con due ottimi pezzi nuovi, il primo con aperture vocali femminili alla Orbital e l’ultimo techno abrasivo e corposo.
Tra il suo shutdown e il primo bottone degli Animal Collective capisco perché certi posti devono chiudere: su quell’insensato pezzo hard rock per sonorizzare l’intermezzo avrei voluto lanciarmi in un reverse ram jam verso il selezionatore della piccionaia. Il palco è fico in parte: belli i drappeggi a nuvola dai quali sorgono i macchinari e la perpendicolarità tra i cosi di Avey Tare e quelli di Panda Bear, ma i due tengono avulso Geologist sulla sinistra, la palla non salta sul pubblico e non è una piñata, non ci sono i leddoni verticali e la copertina di Merrychristmas è sullo sfondo lontana, rabbuiata e soprattutto non illude otticamente ma sembra più la tappezzeria di un divano dei nonni.

I'm the dancer. In The Flowers comincia così come comincia il disco, giusto con le briglie più trattenute e meno detonante sul finale. Avey Tare che avanza crooneggiante verso il pubblico è simbolo di confidenza e confidenzialità, ma la vera gioia è nell’emozione che nasce da manopole e tasti premuti non come orpelli ma come strumenti che influenzano la scrittura e le possibilità. Lion In A Coma va e viene come uno scacciapensieri siciliano ed è solo con My Girls che alcuni tra gli smorti del pubblico si scuotono e saltano, coi campioni che svariano asincroni e un prolungamento che destabilizza ipnotico i fedeli dei limiti temporali della canzoncella pop. In mezzo i pezzi vecchi sono rimaneggiati all’occorrenza: Slippi è tirata a lucido dalle sporcizie blackdiciane, Winter’s Love è sospensione sentimentale e Chores parte solenne come un inno nazionale che all’improvviso esce fuori di testa. L’impianto che sembrava ottimo per Pantha Du Prince, messo alla prova mostra i suoi limiti acustici mancando di quella definizione che a Roma sarà stata ottima, ma è pur sempre meglio di certi altri postacci a cui purtroppo ormai si è fatta l’abitudine. Daily Routine è un dondolo e la corsa verso il finale è tutto un crescendo: il pezzo nuovo noto come Blue Sky inizia come Orb + breakbeat e si solleva piroettando con un uso circolare di un campione vocale che ricorda certe soluzioni del recente Jens Lekman. Il palpito arpeggiato di batteria di Lablakely Dress, variato nel passo, introduce una Fireworks che è lo stupore, i colori e la gioiapaura dei primi fuochi d’artificio visti su una spiaggia familiare coi tizzoni che ti cadono sui piedi e la rincorsa verso quel 2009 che è il finale. Brother Sport pesta e rincuora gli entusiasmi in vista del bis trasognato su Guys Eyes e su una conclusiva Summertime Clothes saltata a squarciagola. Gli Animal Collective hanno visto e incasinato tanto, ma (come su disco) sembra che solo oggi abbiano compiuto un cammino in cui la comprensione dei propri limiti e delle proprie possibilità ha portato al pop più bello che abbiamo in circolazione. Poi non ho avuto la possibilità di urlare Are You Also Frightened (ma forse era un momento troppo à la Flaming Lips da desiderare), non ho avuto la mia amata Bluish e soprattutto il primo pezzo post-concerto è stato Ulysses dei FranziFerdinandi (e non certo quella giuoia aphexata di Fentiger) che mi ha sfollato verso un meritato sonno già a mezzanotte, schivando il delirante volantinaggio di Rockit e pensando che è una di quelle serate in cui fai scorta per tempi sicuramente più bui.

Fireworks (live at Bowery Ballroom NYC) - Animal Collective
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5.1.09
Gimme Five, all right!
Ogni giorno mi arrivano un centinaio di mega di mp3 nella casella della posta. Solitamente chi li invia non si prende minimamente la briga di controllare se possano in qualche modo rientrare nei miei interessi. Ormai non ascolto quasi più niente, perché fortunatamente tutti amano descriversi preventivamente con generi e gruppi di riferimento. Faccio uno strappo però per questa segnalazione di un gruppo di NY con una voce stile Brett Anderson più baritonale. Non li avrei indicati (e nemmeno sentiti, se per questo) se non fosse stato che si chiamano Padre Pio e uno dei loro pezzi si intitola High Fives (per la cronaca l'high five è quando si alza la mano e si batte il cinque).


High Fives - Padre Pio
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avevamo finito i post sulle statistiche e cercavamo qualcosa di simile,
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4.12.08
1.12.08
Gino Salamella è il nome perfetto per uno di quei produttori di italo-minimal che vanno di moda per ora ma...
...Raibaz invece è andato a sentire / vedere / ballare / tutto Laurent Garnier ai Magazzini Generali. Ed è un gran leggere
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vorrei ma ancora non posso
6.11.08
Hallelujah
Forse dovremmo prendere in considerazione l’idea che Obama possieda poteri taumaturgici. Ero ancora sconsolato del fatto di aver spostato il mio weekend lungo in Belgio, dalla settimana di Bengodi a quella di Calecchie. Ero annoiato dal programma di I Love Techno (e comunque è già sold out). Mi sono reso conto ascoltando ieri sera la compila Cosmic Balearic Beats che tutte le volte che negli ultimi tempi mi sono convinto a una serata da club, stavamo da quelle parti e rifuggevo le estremità techno e minimal. Soprattutto, da settembre a questa parte mi sono intrippato di acid house e della remixografia completa di Mister Andrew Weatherall. Mi sono persino fatto una versione personale di Pop Porno sopra la sua Feathers. Così ieri per festeggiare Obama, scelgo la visione in musica del futuro. E cosa scopro oggi? Scopro che venerdì prossimo al Café D’Anvers mi attenderà il dj set di Mister Andrew Weatherall. Hallelujah.


Hallelujah (Andrew Weatherall Club Mix) - Happy Mondays
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3.6.08
Wait until tomorrow and there’s still some way
Sopravvivere ad un albergo annesso a un ristorante indiano non è stato facile, ma da domani su queste pagine leggerete di mostri sacri indie dalla polverosa eleganza, di terrificanti gruppi per ragazzini, delle sfavillanti notti della nuova disco-music nei pub scassati della periferia est, della più grande festa di protesta della nostra generazione e di un inconsueto risveglio alla domenica mattina. E come l'anno scorso (+ antefatto indie), sul Tamigi col pattino. Boris Johnson sei già la nostra piccola Moratti (te piacerebbe essere la Thatcher, eh).
7.5.08
Da una lacrima sul viso, ho capito tante cose

Il manifesto di Dissonanze 2008 (qui anche in versione femminile) è bellissimo. Con qualche capello in più, la mia faccia davanti al concerto di Caribou mentre Switch dall'altra parte sollazza i papponi. E poi tanta Detroit (Model 500 live su tutto), Italo, Erollo si sarà ripreso dopo la pausa da produttore(?), Cobbleston Jazz live(!), gente come Booka Shade e Loco Dice alla prova, l'etnica senza la puzza da gonna fiorata (Madlib, Tony Allen e compari in Brasilintime) e tante certezze già raccontate da queste parti. Venerdì e sabato ci si commuove da quelle parti con gente di una certa età alla faccia dei bambini senza espressione facciale dell'ultimo video di Jus†ice.
Niobe - Caribou
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