Ovunque tu sia qualcuno a fine set urlerà "Ultimo! Ultimo!"
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22.6.13
Ultimo! Ultimo!
Ovunque tu sia qualcuno a fine set urlerà "Ultimo! Ultimo!"
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a volte non era meglio il demo,
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anni che passano,
arancina elettronica,
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troche alternative
26.11.12
Festival, io sento questa musica
Sabato dalle 9 alle 19, quattro film e un corto al Torino Film Festival XXX.
NO, Pablo Larrain [2012]
Chissà se Ricardo Villalobos alle dieci di mattina di una mite domenica berlinese ha mai fatto scivolare el jingle, Chile, Alegria ya viene. Nel 1988 in Cile la Cola locale ha una pubblicità fatta di band con batterie da settanta elementi e tastiere da dieci piani e mimi che appaiono a caso. Il pubblicitario della cola Free (ahora si, GG Bernal) viene coinvolto in un'impresa senza speranza: rovesciare Pinochet e oltre sedici anni di regime con quindici minuti al giorno in tv a disposizione per la campagna referendaria contro l'Augusto. La franja del no vuole puntare sulla memoria e sulle violenze perpetrate, ma il pubblicitario convince tutti a una campagna paninara incentrata sul LOL (cfr. Pisapia e ultimo referendum), sulle chitarre con l'harmonizer e sui mimi. Poi sappiamo tutti che Pinochet non faceva più comodo e i dittatori non si rovesciano solo con un voto, ma il racconto dolceamaro e tutto instagrammato da una fotografia abbagliata e drugapulca di una vittoria impossibile riscalda il cuore, nonostante il finale abbia una timida malinconia. Le grandi vittorie non risolvono i piccoli problemi personali, i propri grandi meriti alla fine faranno la fortuna di altri e non resta che sognare di essere Marty Mc Fly tra le strade di Santiago.
Inizialmente dovevamo passare a Eva Mendes e Kylie Minogue in Holy Motors, ma siccome nel weekend precedente avevamo già dato con le limousine (Cosmopolis, Miami Vice e Gainsbourg: Une Vie Heroique) optiamo per
Maniac, Franck Khalfoun [2012]
Qualche anno fa, ad un festival a Bari, ricordo un giovane Elijah Wood hooligan del West Ham insieme al fico inglese di Undeclared. Infimi livelli di credibilità. Sarà per questo che Khalfoun per il suo remake del classico slasher-gore anni ottanta trasforma l'italoributtante amico di Rocky in un allucinato figlio di madre allegra e sceglie una visione POV che ne ottimizza la resa. Maniac tenta dunque diverse metastrade di metahorror, divertendo anche (i bicchieri di vino rosso e le vasche da bagno femminili statunitensi), ma insperatamente riesce a trasportare i fan del meta verso le caviglie svasate e i fan dello smembro verso le romanticherie soleggiate sonorizzate sintpoppe come se fossimo in Drive. Menzione obbligatoria alla Suicide Girl che mette su il suo pezzo preferito: la musica su cui ballava Buffalo Bill ne Il Silenzio degli Innocenti. Il taglio di capelli è lo stesso.
Chained, Jennifer Lynch [2012]
Altro giro, altro serial killer. Jennifer Lynch esplora i suoi irrisolti légami familiari nell'ennesima teoria di mazzate/stupri/feminigidi (btw, tutti i film della giornata prevedevano almeno un colpo di bottiglia rotta al ventre). Siccome c'ho gli autori bravi, riassumo tutto in "una puntata lunga di Criminal Minds". Salva la baracca la somiglianza del coniglio con Julian Sands e una colonna sonora post-prateriota come il posto sperso dal quale parte il taxi (il pezzo qui sotto è degli autori della colonna sonora, ma non è nella colonna sonora).
Siccome non ho mai fumato, invece di Gipi che smette di fumare vediamo
Bobby Yeah, Robert Morgan [2011]
Venti minuti di Wallace & Gromit (quasi) in mano a Chris Cunningham e ad Aphex. Riusciresti a non premere un pulsante che ti spunta davanti? Gioia vera per ogni slap.
e
Wrong, Quentin Dupieux [2012]
Mr Oizo strappa risate e tenerezze con un apologo gioiosamente assurdo sull'amore per i cani e sull'insensatezza delle vostre scelte. Flat Eric è giochino del cane in una guest star memorabile. Astenersi seriosi e accigliati.
NO, Pablo Larrain [2012]
Chissà se Ricardo Villalobos alle dieci di mattina di una mite domenica berlinese ha mai fatto scivolare el jingle, Chile, Alegria ya viene. Nel 1988 in Cile la Cola locale ha una pubblicità fatta di band con batterie da settanta elementi e tastiere da dieci piani e mimi che appaiono a caso. Il pubblicitario della cola Free (ahora si, GG Bernal) viene coinvolto in un'impresa senza speranza: rovesciare Pinochet e oltre sedici anni di regime con quindici minuti al giorno in tv a disposizione per la campagna referendaria contro l'Augusto. La franja del no vuole puntare sulla memoria e sulle violenze perpetrate, ma il pubblicitario convince tutti a una campagna paninara incentrata sul LOL (cfr. Pisapia e ultimo referendum), sulle chitarre con l'harmonizer e sui mimi. Poi sappiamo tutti che Pinochet non faceva più comodo e i dittatori non si rovesciano solo con un voto, ma il racconto dolceamaro e tutto instagrammato da una fotografia abbagliata e drugapulca di una vittoria impossibile riscalda il cuore, nonostante il finale abbia una timida malinconia. Le grandi vittorie non risolvono i piccoli problemi personali, i propri grandi meriti alla fine faranno la fortuna di altri e non resta che sognare di essere Marty Mc Fly tra le strade di Santiago.
Inizialmente dovevamo passare a Eva Mendes e Kylie Minogue in Holy Motors, ma siccome nel weekend precedente avevamo già dato con le limousine (Cosmopolis, Miami Vice e Gainsbourg: Une Vie Heroique) optiamo per
Maniac, Franck Khalfoun [2012]
Qualche anno fa, ad un festival a Bari, ricordo un giovane Elijah Wood hooligan del West Ham insieme al fico inglese di Undeclared. Infimi livelli di credibilità. Sarà per questo che Khalfoun per il suo remake del classico slasher-gore anni ottanta trasforma l'italoributtante amico di Rocky in un allucinato figlio di madre allegra e sceglie una visione POV che ne ottimizza la resa. Maniac tenta dunque diverse metastrade di metahorror, divertendo anche (i bicchieri di vino rosso e le vasche da bagno femminili statunitensi), ma insperatamente riesce a trasportare i fan del meta verso le caviglie svasate e i fan dello smembro verso le romanticherie soleggiate sonorizzate sintpoppe come se fossimo in Drive. Menzione obbligatoria alla Suicide Girl che mette su il suo pezzo preferito: la musica su cui ballava Buffalo Bill ne Il Silenzio degli Innocenti. Il taglio di capelli è lo stesso.
Chained, Jennifer Lynch [2012]
Altro giro, altro serial killer. Jennifer Lynch esplora i suoi irrisolti légami familiari nell'ennesima teoria di mazzate/stupri/feminigidi (btw, tutti i film della giornata prevedevano almeno un colpo di bottiglia rotta al ventre). Siccome c'ho gli autori bravi, riassumo tutto in "una puntata lunga di Criminal Minds". Salva la baracca la somiglianza del coniglio con Julian Sands e una colonna sonora post-prateriota come il posto sperso dal quale parte il taxi (il pezzo qui sotto è degli autori della colonna sonora, ma non è nella colonna sonora).
Siccome non ho mai fumato, invece di Gipi che smette di fumare vediamo
Bobby Yeah, Robert Morgan [2011]
Venti minuti di Wallace & Gromit (quasi) in mano a Chris Cunningham e ad Aphex. Riusciresti a non premere un pulsante che ti spunta davanti? Gioia vera per ogni slap.
e
Wrong, Quentin Dupieux [2012]
Mr Oizo strappa risate e tenerezze con un apologo gioiosamente assurdo sull'amore per i cani e sull'insensatezza delle vostre scelte. Flat Eric è giochino del cane in una guest star memorabile. Astenersi seriosi e accigliati.
19.2.12
Dalla cameretta al soggiorno (cantata sulla base di From disco to disco)
Venerdì sera ero distrutto. Avevo in programma di andare a sentire BNJM, ma le energie erano al minimo e finora non sono mai riuscito per un motivo o per un altro ad andare a qualcosa che si svolgesse all'Astoria. La botta di adrenalina mi aveva fatto cambiare idea, quando è uscito fuori che sarebbe stato possibile assistere in streaming al live di Luke Abbott da un club di Marsiglia. Era come tornare con commozione ai live via ISDN dei Future Sound Of London. Le cuffie al posto dell'impianto, il commento coi vicini attraverso i media più disparati e la piccola gioia di sensazioni che ci sono, ma sono raffreddate dall'interfaccia e dalla comodità. Ho potuto finalmente ascoltare il nuovo live col nuovo setup, più orientato al club, dato anche che le date del prossimo marzo toccheranno Roma, Firenze e Foligno. Ho persino cliccato più volte su print screen e a un certo punto, quando doveva partire il bis, l'audio è scomparso come se il solito proprietario di locale cattivo lo impedisse. La modernità o la vecchiaia?
29.1.12
Tu, quindici anni
(vabbe' questo è anche il millesimo post)
Martedì scorso all'Hiroshima Mon Amour Xplosiva ha festeggiato i suoi primi quindici anni con il piatto forte di Nicolas Jaar, ometto* copertina del 2011 in ambito dance elettronico (gli acculturati direbbero pure emblema dello Zeitgeist rallentante/rigurgitante). Sulle pareti dell'Hiroshima scorrevano centinaia di nomi che negli anni in tutti i giorni della settimana in ogni tipo di luogo a Torino (e non solo) Xplosiva ha reso disponibili con un'idea di clubbing attenta, personale e amichevole che ha anche fatto scuola, almeno qui a Torino. Ancor più di quei nomi tutto questo si respirava nel set iniziale di Giorgio Valletta che ha sintetizzato tutte le anime degli ultimi anni nei generi dell'ultimo anno da un inizio misteryoso, alla bass music inglese, al ritmo che cresce della house fino al rallentamento sedato vera via di fuga dall'oggi e passaggio di testimone a Jaar. Dalla sala vuota all'apertura porte al locale pieno con tutti che ballano in poche consumate mosse, it is all over our faces.
Non so se dopo mille post (e vabbe' qualche migliaio di altri post della vita precedente) ancora sia rimasto a leggere qualcuno che non sia interessato ai suoni che animano queste pagine. Riassumendo, Nicolas Jaar è un americano di padre cileno nato nel 1990 che ha stregato gli appassionati di dance l'anno scorso facendo tutto ciò che il pubblico medio della dance, persino nelle sue frange più acculturate, aborrirebbe. Prolifico invece che sfuggente, amante dei mischioni invece che rigoroso, lento e senza cassa e talvolta capace anche di grossi sbagli. Il suono di ora in mano a un ventenne belloccio(e dunque spendibile su un palco) e intraprendente (il primo singolo per l'etichetta dei Wolf+Lamb a diciott'anni e la propria etichetta a venti).
Mi aspettavo il buon Nico insieme alla band con cui è in tour (batteria, chitarra, sax). Purtroppo invece è da solo sul palco, ma non escludo ciò sia un bene. Il live non è un concerto, non è un laptop set e non è un djset. Jaar inizia suonando una tastiera in cui i tasti comandano contemporaneamente note e folate di vento. Il pezzo successivo è fatto di effetti di riverbero ed eco in feedback sulla sua voce. Poi partono quei beat palline da ping pong che rimbalzano lenti da un lato all'altro (grazie impianto dell'Hiroshima)e tutti quegli effetti che ormai conosci per nome. La prima voce amica che arriva nell'ondeggiamento è quella della figlia di Bruce Willis e Demi Moore (cfr video qua sotto).
A quel punto pur mantenendo la stessa velocità Jaar imprime corpo al set trasformandolo in un djset. Qui entrano in gioco i suoi edit e i suoi remix con un atmosfera che allude alla house newyorchese della dissoluzione e però suona goffa, ancorché tutti ballino e le ragazze gli facciano gli occhi dolci. Non un mostro di tecnica in questo caso, forse nemmeno prima, ma è chiaro che siamo oltre la dance, che si usino quei materiali per fare altro. Non è goffaggine, non è teorizzazione, è una visione, discutibile ma che riempie una pista la manovra e sovverte le sue idee, solleticando più l'introspezione che il divertimento. Da lì si va verso la fine con Too Many Kids Finding Rain In The Dust (la sua Red Right Hand) ed El Bandido, una finale e l'altra bis o viceversa oppure no. Peccato per il sax, avrebbe fatto troppo discoteca malfamata anni 90 rendendo il tutto veramente perfetto.
(
With Just One Glance You (ft Scott Larue) e Space Is Only Noise che però qui non ha fatto)
* non puoi definire altrimenti uno che aveva sei mesi mentre Schillaci animava le notti magiche
Martedì scorso all'Hiroshima Mon Amour Xplosiva ha festeggiato i suoi primi quindici anni con il piatto forte di Nicolas Jaar, ometto* copertina del 2011 in ambito dance elettronico (gli acculturati direbbero pure emblema dello Zeitgeist rallentante/rigurgitante). Sulle pareti dell'Hiroshima scorrevano centinaia di nomi che negli anni in tutti i giorni della settimana in ogni tipo di luogo a Torino (e non solo) Xplosiva ha reso disponibili con un'idea di clubbing attenta, personale e amichevole che ha anche fatto scuola, almeno qui a Torino. Ancor più di quei nomi tutto questo si respirava nel set iniziale di Giorgio Valletta che ha sintetizzato tutte le anime degli ultimi anni nei generi dell'ultimo anno da un inizio misteryoso, alla bass music inglese, al ritmo che cresce della house fino al rallentamento sedato vera via di fuga dall'oggi e passaggio di testimone a Jaar. Dalla sala vuota all'apertura porte al locale pieno con tutti che ballano in poche consumate mosse, it is all over our faces.
Non so se dopo mille post (e vabbe' qualche migliaio di altri post della vita precedente) ancora sia rimasto a leggere qualcuno che non sia interessato ai suoni che animano queste pagine. Riassumendo, Nicolas Jaar è un americano di padre cileno nato nel 1990 che ha stregato gli appassionati di dance l'anno scorso facendo tutto ciò che il pubblico medio della dance, persino nelle sue frange più acculturate, aborrirebbe. Prolifico invece che sfuggente, amante dei mischioni invece che rigoroso, lento e senza cassa e talvolta capace anche di grossi sbagli. Il suono di ora in mano a un ventenne belloccio(e dunque spendibile su un palco) e intraprendente (il primo singolo per l'etichetta dei Wolf+Lamb a diciott'anni e la propria etichetta a venti).
Mi aspettavo il buon Nico insieme alla band con cui è in tour (batteria, chitarra, sax). Purtroppo invece è da solo sul palco, ma non escludo ciò sia un bene. Il live non è un concerto, non è un laptop set e non è un djset. Jaar inizia suonando una tastiera in cui i tasti comandano contemporaneamente note e folate di vento. Il pezzo successivo è fatto di effetti di riverbero ed eco in feedback sulla sua voce. Poi partono quei beat palline da ping pong che rimbalzano lenti da un lato all'altro (grazie impianto dell'Hiroshima)e tutti quegli effetti che ormai conosci per nome. La prima voce amica che arriva nell'ondeggiamento è quella della figlia di Bruce Willis e Demi Moore (cfr video qua sotto).
A quel punto pur mantenendo la stessa velocità Jaar imprime corpo al set trasformandolo in un djset. Qui entrano in gioco i suoi edit e i suoi remix con un atmosfera che allude alla house newyorchese della dissoluzione e però suona goffa, ancorché tutti ballino e le ragazze gli facciano gli occhi dolci. Non un mostro di tecnica in questo caso, forse nemmeno prima, ma è chiaro che siamo oltre la dance, che si usino quei materiali per fare altro. Non è goffaggine, non è teorizzazione, è una visione, discutibile ma che riempie una pista la manovra e sovverte le sue idee, solleticando più l'introspezione che il divertimento. Da lì si va verso la fine con Too Many Kids Finding Rain In The Dust (la sua Red Right Hand) ed El Bandido, una finale e l'altra bis o viceversa oppure no. Peccato per il sax, avrebbe fatto troppo discoteca malfamata anni 90 rendendo il tutto veramente perfetto.
(
With Just One Glance You (ft Scott Larue) e Space Is Only Noise che però qui non ha fatto)
* non puoi definire altrimenti uno che aveva sei mesi mentre Schillaci animava le notti magiche
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8.12.11
25.11.11
Bisky Rusiness (Un rosa blu)
La scena iniziale ha una città ripresa dall'alto, titoli dai colori equivoci, un orologio conta alla rovescia, i Tangerine Dream sono sempre gli stessi. Sette giorni fa Torino è immersa nel primo nebbione dell'anno, titoli dai colori equivoci, spero di tornare a casa prima dell'una, Alexxei'n'Nig hanno una bassa battuta che è un piacere. Il solesgocciolato sul palco, la tentazione di invertire tutte le iniziali è forte, il ticchettio è quello di un batterista vero, Com Truise alle manopole.
Ahhh. Riverberi. Ahhh. Altri riverberi. Ho visto la settimana scorsa il live di Com Truise, ma parlarne la settimana dopo è quasi come parlare di un altro concerto appena tornato a casa prima di andare a dormire. Tipo che c'ho ancora angoli dell'auto, tasche e tubature del bagno in cui si annidano pezzetti di vudoppie o di daterotte e la cassetta al cromo che si sente meglio. Si è portato appresso un batterista poppante, industrioso, che lo si ricorderà più per il dilemma "Ma con la maglietta dei Joy Division intende alludere al fatto che non riesce ad aprirsi la lattina di birra?". Però guardavo Com e mi dicevo che se avesse suonato roba tipo gli Zu o dell'hiphop misotutto sarei stato più tranquillo. Invece su Cathode Girls temevo che potesse fare il rullante scalciandomi la testa con gli anfibi.
Angelo Badalamenti non è Cliff Martinez e col fatto che abito al primo piano ho rimosso da tempo le gioie e i dolori degli ascensori.
Com Truise - Com Truise - Brokendate by ghostly
Ahhh. Riverberi. Ahhh. Altri riverberi. Ho visto la settimana scorsa il live di Com Truise, ma parlarne la settimana dopo è quasi come parlare di un altro concerto appena tornato a casa prima di andare a dormire. Tipo che c'ho ancora angoli dell'auto, tasche e tubature del bagno in cui si annidano pezzetti di vudoppie o di daterotte e la cassetta al cromo che si sente meglio. Si è portato appresso un batterista poppante, industrioso, che lo si ricorderà più per il dilemma "Ma con la maglietta dei Joy Division intende alludere al fatto che non riesce ad aprirsi la lattina di birra?". Però guardavo Com e mi dicevo che se avesse suonato roba tipo gli Zu o dell'hiphop misotutto sarei stato più tranquillo. Invece su Cathode Girls temevo che potesse fare il rullante scalciandomi la testa con gli anfibi.
Angelo Badalamenti non è Cliff Martinez e col fatto che abito al primo piano ho rimosso da tempo le gioie e i dolori degli ascensori.
Com Truise - Com Truise - Brokendate by ghostly
15.11.11
XI CtoC: durezza senza eguali
"I'm not sure I'll make it Im in Los Angeles right. Now I was asked to stay and play some shows and not sure I've time to make fly from LA to Italy with time diff etc". Nel pomeriggio si diffonde la voce che quell'omm'e'mmerda di Zomby pacca il Clubtoclub, così come ci si attendeva da quando si era letto il suo nome nel programma. Roba da metterci una croce sopra se non fosse che con gli zombie non basta. Al suo posto suonerà Untold che era già previsto per lo showcase della R&S al Teatro Vittoria.
La R&S negli ultimi tempi invece di vivacchiare sui classiconi del catalogo sta puntando su un manipolo di giovani ibridi del bit, basso, funk, meldoia. Al livello 1 (Foyer) Lone ha alle spalle una vetrata sul centro di Torino sferzato dall'inizio di tempesta + lucidinatale (o dartistachesiano). Impeccabile nell'essere il suo suono anche visivamente, lui e il suo maglione (giovane che recupera i Novanta techno, le meldoie BoC e il gusto zerought per la frammentazione). Ribeccarlo all'uscita poco fuori il TeatroV col suo piccolo trolley mentre aspetta il taxi o che la pioggia smetta non ha prezzo. Al livello 2 (Teatro) Untold fa subito cenno a chi si stava già accomodando sulle poltrone di raggiungerlo davanti alla sua postazione: complice l'impatto dell'impianto infila uno dopo l'altro una serie dei suoi classici bongopentolobassstep. Il set è molto carico ma si ondeggia. Sarà che sono le nove e mezza, sarà che lui ha addosso una freddezza post punk, sarà che il contesto è più da ascolto che da danza. Comunque Swims di Boddika e Joy Orbison comincia a essere omnipresente.
Il tempo di un panino e si è subito al Lingotto perché Function e Regis (ovvero Sandwell District) cominciano per primi alle 22.30. Cominciano addirittura coi cancelli ancora logisticamente chiusi e così la prima mezzora davanti a meno di dieci persone è spettrale ma bella. Techno vaporosa dalla battuta lenta e rotonda che va via via asciugandosi con l'arrivo della gente. Il gioco di cenni e indicazioni sui due laptop che duettano paralleli e ora alzano la posta, ora la sviano, è simbiotico e pieno di esperienza.
A malincuore si alterna tale bendidio col palco grande dove Byetone parte dritto e pesante per sfumare di droni verso un Alva Noto più coinvolgente dal punto di vista visivo ma molto più spezzante ancorché sostenuto da martelli pneumatici: il Lingotto ipnotizzato tributa loro gli applausi per i maestri.
Faccio in tempo a tornare in boiler room dove, in vista del passaggio di consegne a Pantha Du Prince, F&R inframezzano melodie e financo campanelli. Goduria. Pantha, sempre col maglione in testa, parte con la sua collaudata cosa e allora decido di conquistare la prima fila del palco grande per i Modeselektor.
Stadium rock una volta si diceva. Pur avendoli già visti lo scorso anno, un nuovo disco e un live rinnovato a base di peli di scimmia, scimmie azteche 3D, facebooo, Zer0, scimmie cattive, nuvole blu e arbusti gialli hanno avuto la meglio su Pearson Sound. L'inizio mentale di Grillwalker si è mantenuto fino a dopo Pretentious Friends, quando è iniziato il nucleo tamarro pestone Moretti in playback black bloc stappo la sciampagna tanto capace di fomentare lo sterminato peak time del Lingotto.
Provvidenziale la voce di Thom Yorke e del remix di Mr Magpie a dare ossigeno agli interdettellettuali che ascoltano i due solo dagli altoparlanti del pc. Il finale ragadream di Let Your Love Grow col giallo incendio-in-fermo-immagine è il loro saluto e uno dei pochi momenti in cui l'amore è apparso in una serata finale rigorosa e poco incline ai sentimentalismi.
Appurato che Dettman si concentrerà per l'ennesima volta su marcette arricchite da antifurti, si torna da Untold che ripropone quanto sentito qualche ora prima raccogliendo reazioni più danzerecce. Jeff Mills inizia come due anni fa spazial-ambient per passare in breve a un treno altavelocità incessabile che come al solito spezza e arricchisce di drum machine. Lo si abbandona per l'inizio del dj-set di Caribou che si muove dalle parti della roba Daphni: benevolo ma non troppo perché all'ennesimo pezzo afrocazzo lo farcisce con Spastik e decido di tornare nel salone dove scampanano le campane. Da lì Mills è sempre più duro, quasi (parolaccia) rave nel finale, con l'acustica ormai compromessa dalla riduzione di pubblico. Il finale è improvviso su grande esaltazione e non si è capito se sia stato problema tecnico, audio staccato o il fatto che a Mills facevano male le nocche. Fuori la tempesta, manco a dirlo, era dura e tutta questa durezza la sento ancora sull'orecchio destro che ticchetta.
La R&S negli ultimi tempi invece di vivacchiare sui classiconi del catalogo sta puntando su un manipolo di giovani ibridi del bit, basso, funk, meldoia. Al livello 1 (Foyer) Lone ha alle spalle una vetrata sul centro di Torino sferzato dall'inizio di tempesta + lucidinatale (o dartistachesiano). Impeccabile nell'essere il suo suono anche visivamente, lui e il suo maglione (giovane che recupera i Novanta techno, le meldoie BoC e il gusto zerought per la frammentazione). Ribeccarlo all'uscita poco fuori il TeatroV col suo piccolo trolley mentre aspetta il taxi o che la pioggia smetta non ha prezzo. Al livello 2 (Teatro) Untold fa subito cenno a chi si stava già accomodando sulle poltrone di raggiungerlo davanti alla sua postazione: complice l'impatto dell'impianto infila uno dopo l'altro una serie dei suoi classici bongopentolobassstep. Il set è molto carico ma si ondeggia. Sarà che sono le nove e mezza, sarà che lui ha addosso una freddezza post punk, sarà che il contesto è più da ascolto che da danza. Comunque Swims di Boddika e Joy Orbison comincia a essere omnipresente.
Il tempo di un panino e si è subito al Lingotto perché Function e Regis (ovvero Sandwell District) cominciano per primi alle 22.30. Cominciano addirittura coi cancelli ancora logisticamente chiusi e così la prima mezzora davanti a meno di dieci persone è spettrale ma bella. Techno vaporosa dalla battuta lenta e rotonda che va via via asciugandosi con l'arrivo della gente. Il gioco di cenni e indicazioni sui due laptop che duettano paralleli e ora alzano la posta, ora la sviano, è simbiotico e pieno di esperienza.
A malincuore si alterna tale bendidio col palco grande dove Byetone parte dritto e pesante per sfumare di droni verso un Alva Noto più coinvolgente dal punto di vista visivo ma molto più spezzante ancorché sostenuto da martelli pneumatici: il Lingotto ipnotizzato tributa loro gli applausi per i maestri.
Faccio in tempo a tornare in boiler room dove, in vista del passaggio di consegne a Pantha Du Prince, F&R inframezzano melodie e financo campanelli. Goduria. Pantha, sempre col maglione in testa, parte con la sua collaudata cosa e allora decido di conquistare la prima fila del palco grande per i Modeselektor.
Stadium rock una volta si diceva. Pur avendoli già visti lo scorso anno, un nuovo disco e un live rinnovato a base di peli di scimmia, scimmie azteche 3D, facebooo, Zer0, scimmie cattive, nuvole blu e arbusti gialli hanno avuto la meglio su Pearson Sound. L'inizio mentale di Grillwalker si è mantenuto fino a dopo Pretentious Friends, quando è iniziato il nucleo tamarro pestone Moretti in playback black bloc stappo la sciampagna tanto capace di fomentare lo sterminato peak time del Lingotto.
Provvidenziale la voce di Thom Yorke e del remix di Mr Magpie a dare ossigeno agli interdettellettuali che ascoltano i due solo dagli altoparlanti del pc. Il finale ragadream di Let Your Love Grow col giallo incendio-in-fermo-immagine è il loro saluto e uno dei pochi momenti in cui l'amore è apparso in una serata finale rigorosa e poco incline ai sentimentalismi.
Appurato che Dettman si concentrerà per l'ennesima volta su marcette arricchite da antifurti, si torna da Untold che ripropone quanto sentito qualche ora prima raccogliendo reazioni più danzerecce. Jeff Mills inizia come due anni fa spazial-ambient per passare in breve a un treno altavelocità incessabile che come al solito spezza e arricchisce di drum machine. Lo si abbandona per l'inizio del dj-set di Caribou che si muove dalle parti della roba Daphni: benevolo ma non troppo perché all'ennesimo pezzo afrocazzo lo farcisce con Spastik e decido di tornare nel salone dove scampanano le campane. Da lì Mills è sempre più duro, quasi (parolaccia) rave nel finale, con l'acustica ormai compromessa dalla riduzione di pubblico. Il finale è improvviso su grande esaltazione e non si è capito se sia stato problema tecnico, audio staccato o il fatto che a Mills facevano male le nocche. Fuori la tempesta, manco a dirlo, era dura e tutta questa durezza la sento ancora sull'orecchio destro che ticchetta.
9.11.11
Xi CtoC. Black is White is Black
Chords
Strings
We brings
Melody
G-Funk
Where rhythm is life
And life is rhythm
La sera prima della sommersione dei Murazzi si parte dai Murazzi dove un Theo Parrish assai sorridente (cazzo, un detroitiano sorridente) imbastisce un set negrissimo di battuta lenta, radici disco soul r'n'b e contrappunti sintetici. I suoi ugly edits più che il viaggiospazio. Tecnica pulita e rigore filologico stampano sorrisi sulle facce nonostante il set suoni (piacevolmente) passatista e il suo continuo uso delle manopole di bassi, medi e alti (almeno qui non seguiti dalla cassa ma da viulini e da cori motowni) sia - a cercare un difetto - troppo ripetitivo. Il magnetismo è pero tale che, anche ammesso che i più giovini siano lì per il successivo Ben Clock, nessuno reclama sugli splendidi break orchestrali o sulle divagazioni funk. E quando sembrava di aver imboccato un labirinto minimale involuto ha subito scartato verso la gioia acida.
Lasciando Ben Clock al suo destino si percorre (finalmente, riesco per la prima volta) la città nel pieno spirito del CtoC alla volta dell'Hiroshima dove K(uedo) e K(ode9) chiudono la serata Hyperdub. In Sala Modotti Kuedo è live in the mix che vuol dire che suona i suoi pezzi (e qualche altra cosa) uno dietro l'altro come in un dj set. Severant è uno dei dischi dell'anno e su un impianto più carico di quello che sono le mie cuffie si gode non poco dei brandelli premonitori e delle tenerezze 10010 che in realtà sono analogie. Poi a un certo punto spunta Miami Vice e la sabbia dentro gli anfibi e il bianco giallo verde acqua che ci circondano.
Non rimane che l'ultima ora delle tre di Kode9. Ritmi spezzati è dire poco. Nell'hardcore continuum che sgorgava dall'impiantone dell'Hiroshima il buon Steve Goodman aveva già abbandonato ogni residuo di linearità in favore di una persistenza retino-ritmica-alogica in cui grime, two e duestep si intersecano sviando e costringendo a consegnarsi. Strings Of Life apre la sezione housettona e di vecchia techno prima del finale culminante nell'ovvio ricordo di Burial e nel bis finale di Regulate. Poi i superstiti hanno cercato di avere un ultimo pezzo, ma il proprietario dell'Hiroshima ha castrato tutti vietando al fonico i volumi. Si è andati avanti per cinque o sei minuti con le proteste, giusto il tempo in cui si poteva suonare ancora un altro. Però Regulate come ultimo ultimo chiude. Il tartan addosso è a quadri come le camicie del 94.
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8.11.11
XI CtoC. IntroC, Blue
Si diceva palchi o platea del Teatro Carignano. Un arrivo improvvido (vuoi per dare un'occhiata all'intro di Servizio Pubblico, vuoi per la scelta di andare all'ultimo minuto via metro per il maltempo) mi costringe a una doppia fila in ingresso e al ritiro biglietti che mi fa optare per i palchi invece della consueta platea. Acclarato che il palco regio è riservato, salgo la prima rampa, salgo la seconda, salgo la terza e mi ritrovo in vetta alla piccionaia, dove i palchi non ci sono. A questo punto considerandomi volatile penso fuori dalla seggiola (dove non avrei avuto potuto vedere niente) e mi attrespolo su una sbarra laterale dalla quale godo una visibilità che nelle due scorse edizioni mi era mancata e un'acustica forse anche migliore.
Lucy, a cui è consegnata l'apertura della serata e del festival, opta per un live di intro ambientale che sacrifica i battiti in favore di suoni stirati, campioni e beat destrutturati (in fondo suonerà da club il giorno dopo). Termite dei velluti purtroppo invece di aggredire la struttura circostante se ne fa condizionare immerso in un perenne e freddo blu. Alla fine del set la platea lo riscalda, ma la palpebra un po' calava. Alla fine del set le luci si accendono e mentre si prepara il setup per il concerto della Apparat Band, maschere biondo platino, vigili del fuoco, commessi extra-parlamentari e celerini si avventano sui fuori posto della piccionaia, rei di non sedere alla poltrona. Si viene cortesemente informati che si troverà un posto per una loro corretta fruizione dell'esibizione. Pacioso sul mio trespolo-transenna, invero non oscurante la visuale di alcuno, nessuno mi disturba. Apparat e la banda entrano.
Devo ammettere il pregiudizio. A me il disco della banda apparata non ha convinto. Belli i suoni, belle anche le melodie ma lo percorre quella sensazione che in cerca di una legittimazione popolare (lui, non la banda) abbia sacrificato il mirabile equilibrio tra pucciosità e cassa in favore di un equilibrio tra i sigurrosi e i thomjorky. Sebbene il live sia incentrato su questa visione, i richiami a un passato più (o forse meno) compromesso sono palpabili. Arcadia, la Moderat-a Rusty Nails (col richiamo al live al castello purtroppo mai vissuto perché si era all'Hyde Park per eccellenza e le insospettate sfumature depeche sulla voce e lo stupendo gioco di luci a metà tra il cero cimiteriale e la segnalazione autostradale) e tutto il bis da Sayulita al finale drummoso non fanno che proclamare Song Of Los come l'apocrifo episodio che si salva. A differenza delle due precedenti edizioni con Tristano-Craig-Maurizio o Kode9+ricchiBurial&cotillon il pubblico riservato delle prime file non si alza e non se ne va e così Ring conquista il suo status pop a suon di applausoni. Se lo merita, anche se sotto sotto si spera in copiose versioni remix.
Lucy, a cui è consegnata l'apertura della serata e del festival, opta per un live di intro ambientale che sacrifica i battiti in favore di suoni stirati, campioni e beat destrutturati (in fondo suonerà da club il giorno dopo). Termite dei velluti purtroppo invece di aggredire la struttura circostante se ne fa condizionare immerso in un perenne e freddo blu. Alla fine del set la platea lo riscalda, ma la palpebra un po' calava. Alla fine del set le luci si accendono e mentre si prepara il setup per il concerto della Apparat Band, maschere biondo platino, vigili del fuoco, commessi extra-parlamentari e celerini si avventano sui fuori posto della piccionaia, rei di non sedere alla poltrona. Si viene cortesemente informati che si troverà un posto per una loro corretta fruizione dell'esibizione. Pacioso sul mio trespolo-transenna, invero non oscurante la visuale di alcuno, nessuno mi disturba. Apparat e la banda entrano.
Devo ammettere il pregiudizio. A me il disco della banda apparata non ha convinto. Belli i suoni, belle anche le melodie ma lo percorre quella sensazione che in cerca di una legittimazione popolare (lui, non la banda) abbia sacrificato il mirabile equilibrio tra pucciosità e cassa in favore di un equilibrio tra i sigurrosi e i thomjorky. Sebbene il live sia incentrato su questa visione, i richiami a un passato più (o forse meno) compromesso sono palpabili. Arcadia, la Moderat-a Rusty Nails (col richiamo al live al castello purtroppo mai vissuto perché si era all'Hyde Park per eccellenza e le insospettate sfumature depeche sulla voce e lo stupendo gioco di luci a metà tra il cero cimiteriale e la segnalazione autostradale) e tutto il bis da Sayulita al finale drummoso non fanno che proclamare Song Of Los come l'apocrifo episodio che si salva. A differenza delle due precedenti edizioni con Tristano-Craig-Maurizio o Kode9+ricchiBurial&cotillon il pubblico riservato delle prime file non si alza e non se ne va e così Ring conquista il suo status pop a suon di applausoni. Se lo merita, anche se sotto sotto si spera in copiose versioni remix.
3.11.11
The Beginning Is Near
Apparat - Song of Los (Director's Cut) from Saman Keshavarz on Vimeo.
Potete reggere tutta questa puccyness? Se sì, ma anche se no, non perdete stasera il concerto di Apparat (e in apertura Lucy) al Teatro Carignano di Torino che aprirà l'XI Club To Club. Anche chi non si accomoderà sui palchi o in platea potrà esserci grazie allo streaming live di Resident Advisor, più o meno dalle 22.30. Da domani poi ci si potrà esercitare nell'Antica Arte Dello Scegliere Ai Festival. Martyn o Theo Parrish? (Theo Parrish) Kuedo o Kode9? (prima Kuedo e poi Kode9) Sandwell District o Raster Noton? (non si può tutti e quattro?). E Zomby sarà tra noi sconfiggendo le malelingue?
1.6.11
Pillole di Primavera Sound 2011 - Giorno 3
(Sim Sala Bin)
Intro: si arriva presto e la prima ora è una birretta sul parco di erba sintetica coi cuscini giallo e blu e i Za! che rompono le palle a The Tallest Man Of Earth appropriato per l'atmosfera rilassata.
Yuck: concerto del pomeriggio del festival. Sono fatti per dargli addosso e invece le loro perfette ovvietà pop da pischelli sono ultrafunzionali per l'auto, la spiaggia e il vento nei capelli. Una lentissima Rubber chiude le carezze.
tUnE-yArDs: ne ignoravo l'esistenza fino al primo pezzo. Ma cosa sono le Cocorosie afrobeat? Musicalmente tocca anche cose che mi piacciono, ma siamo un altro mondo.
Fleet Foxes: sanno suonare insieme, sanno cantare insieme, potrebbero rompere le palle insieme e invece incantano insieme. E poi quei Sim Sala Bim, Mykonos, IwasfollowingtheI sono gli elementi fuori posto che trasformano la normalizzazione nella psichedelia fuoriditesta che sono.
Gang Gang Dance: Santa Dnympha sarà stata la patrona dei malati mentali, delle vittime di incesto e dei fuggiaschi, ma loro sono la spazzatura del mondo sul palco (sono zingari, mi si chiede?). Già si percepisce pesante la cappa di PJ, ma comunque mantengono occupato il Pitchfork Stage, con un live incentrato sull'ultimo discusso (e ottimo) disco. Accompagnati da due Mangoni (uno sbandieratore di lavori stradali e uno storpio che fa la verticale) e con la cantante che indossa la canottiera rigata della salute su una tutina di latex, sono l'effetto Pisapia del Primavera.Il ballo tra la spazzatura umana termina solo quando lo urla il muezzin.
Matthew Dear Live Band: nel pieno del live di PJ non c'è esattamente il pienone per il concerto di Matthew Dear, irricchionito in uno smoking bianco e in atteggiamenti pesantemente new romantic. Stranamente però il live sembra una roba acid house dell'89 grazie alla struttura dilatata e all'apporto costante del trombettista. Menzione d'onore al manipolo di quattordicenni spagnoli (figli di qualche organizzatore?) che conoscono a menadito i pezzi e trasformano il sottopalco nello studio di Non è La Rai.
James Blake DJ Set: le donnine inglesi delle prime file urlano come nemmeno al concerto. Il dj set è tutto quello che ci si aspetta, dagli harmonimix che prendono di mira la musica nera (compreso Bills), ai tentativi di carica techno, dai suoi pezzi non cantati al dubstep puro col basso wahwah scorreggione. Purtroppo manca quel senso di costruzione poco caro al djismo dubstep e molto più presente negli orizzonti dei dj techno.
Animal Collective: merda. Dispersivi e poco propensi a misurarsi col fatto di trovarsi sul palco principale, annegano la prima mezzora in pezzi sconosciuti (era per caso la musica di Oddsac?), in un suono che non convince e in pause che spezzano tutto l'interesse. Si rimpiange l'aver perso gli Odd Future e si corre da DJ Shadow.
DJ Shadow: la trovata visiva del festival è semplicissima. Una palla che contiene il protagonista e tira fuori le tre dimensioni dai visual. Musicalmente non viene fornita nessuna concessione al qui e ora. Il concerto è la visione del mondo musicale di Shadow, forse ora vecchia eppure energetica come quasi nessun'altra esibizione elettronica del festival. Mi sono perso il primo quarto d'ora per colpa dell'organizzazione (ha fatto Midnight?) ma per il resto dopo un po' di inediti è partita una sequela di tesissime riletture dei primi due dischi. Forse ancor più dei Pulp, per la distanza da quei giorni e da quei beats, questo è stato il vero momento nostalgia del festival. E il finale, coi titoli di coda in Orbovision.
Persi della giornata: John Cale, Damo Suzuki, The Soft Moon, Mercury Rev, Einstürzende Neubaten, Galaxie 500, Jon Spencer Blues Xplosion (ma sentita di passaggio Flava), Odd Future, Holy Ghost, Kode 9, Caspa, Mogwai (Messi Fear Satan)
Yuck: concerto del pomeriggio del festival. Sono fatti per dargli addosso e invece le loro perfette ovvietà pop da pischelli sono ultrafunzionali per l'auto, la spiaggia e il vento nei capelli. Una lentissima Rubber chiude le carezze.
tUnE-yArDs: ne ignoravo l'esistenza fino al primo pezzo. Ma cosa sono le Cocorosie afrobeat? Musicalmente tocca anche cose che mi piacciono, ma siamo un altro mondo.
Fleet Foxes: sanno suonare insieme, sanno cantare insieme, potrebbero rompere le palle insieme e invece incantano insieme. E poi quei Sim Sala Bim, Mykonos, IwasfollowingtheI sono gli elementi fuori posto che trasformano la normalizzazione nella psichedelia fuoriditesta che sono.
Gang Gang Dance: Santa Dnympha sarà stata la patrona dei malati mentali, delle vittime di incesto e dei fuggiaschi, ma loro sono la spazzatura del mondo sul palco (sono zingari, mi si chiede?). Già si percepisce pesante la cappa di PJ, ma comunque mantengono occupato il Pitchfork Stage, con un live incentrato sull'ultimo discusso (e ottimo) disco. Accompagnati da due Mangoni (uno sbandieratore di lavori stradali e uno storpio che fa la verticale) e con la cantante che indossa la canottiera rigata della salute su una tutina di latex, sono l'effetto Pisapia del Primavera.Il ballo tra la spazzatura umana termina solo quando lo urla il muezzin.
Matthew Dear Live Band: nel pieno del live di PJ non c'è esattamente il pienone per il concerto di Matthew Dear, irricchionito in uno smoking bianco e in atteggiamenti pesantemente new romantic. Stranamente però il live sembra una roba acid house dell'89 grazie alla struttura dilatata e all'apporto costante del trombettista. Menzione d'onore al manipolo di quattordicenni spagnoli (figli di qualche organizzatore?) che conoscono a menadito i pezzi e trasformano il sottopalco nello studio di Non è La Rai.
James Blake DJ Set: le donnine inglesi delle prime file urlano come nemmeno al concerto. Il dj set è tutto quello che ci si aspetta, dagli harmonimix che prendono di mira la musica nera (compreso Bills), ai tentativi di carica techno, dai suoi pezzi non cantati al dubstep puro col basso wahwah scorreggione. Purtroppo manca quel senso di costruzione poco caro al djismo dubstep e molto più presente negli orizzonti dei dj techno.
Animal Collective: merda. Dispersivi e poco propensi a misurarsi col fatto di trovarsi sul palco principale, annegano la prima mezzora in pezzi sconosciuti (era per caso la musica di Oddsac?), in un suono che non convince e in pause che spezzano tutto l'interesse. Si rimpiange l'aver perso gli Odd Future e si corre da DJ Shadow.
DJ Shadow: la trovata visiva del festival è semplicissima. Una palla che contiene il protagonista e tira fuori le tre dimensioni dai visual. Musicalmente non viene fornita nessuna concessione al qui e ora. Il concerto è la visione del mondo musicale di Shadow, forse ora vecchia eppure energetica come quasi nessun'altra esibizione elettronica del festival. Mi sono perso il primo quarto d'ora per colpa dell'organizzazione (ha fatto Midnight?) ma per il resto dopo un po' di inediti è partita una sequela di tesissime riletture dei primi due dischi. Forse ancor più dei Pulp, per la distanza da quei giorni e da quei beats, questo è stato il vero momento nostalgia del festival. E il finale, coi titoli di coda in Orbovision.
Persi della giornata: John Cale, Damo Suzuki, The Soft Moon, Mercury Rev, Einstürzende Neubaten, Galaxie 500, Jon Spencer Blues Xplosion (ma sentita di passaggio Flava), Odd Future, Holy Ghost, Kode 9, Caspa, Mogwai (Messi Fear Satan)
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31.5.11
Pillole di Primavera Sound 2011 - Giorno 2 (Riassunti)
The Fiery Furnaces: persino quando vedi i concerti per intero, persino quando arrivi mezzora prima per stare sotto il palco, i festival sono come un enorme zapping di volti, suoni, colori o se vuoi stili, snobberie, cattive abitudini. I Fiery Furnaces, anche se ora mi sono stancato di sentirli, sono quello zapping lì. Next, next, next. Next anche a loro (che fanno onestamente la loro cosa).
James Blake: sembra non siano passati quasi due anni da quando faceva capolino nei mixtape o da quando per la prima volta si sottolineava che aveva iniziato a cantare. Bianco e insieme nero, triste e tenero, digitale eppure acustico. Poche storie, è il concerto del "qui e ora" di un festival che spesso dimentica il qui e ora. Dal palco principale il fracasso di M Ward viene sovrastato da cuori tristi, silenzi che si gonfiano di battiti e saturazioni da sogno e persino da qualche tentazione dance (una Klavierwerke enorme). Sul finale bellissimo e smarmellato quasi si schermisce di avere conquistato il palco e invita al suo djset del sabato.
Belle And Sebastian: i carucci di sempre sono così twee che al mixer hanno un fonico twee che li intuba e li fa suonare come un giradischi portatile nonostante siano sul palco principale. Certo Stu Murdoch gioca con le estetiste spagnole e consegna medaglie d'oro sul palco e c'ha le gigantografie sixties e cantano pure Common People col pubblico, ma purtroppo tutto ciò non basta a risollevare un live che non passa musicalmente.
Pulp: il live grosso della giornata è il loro. Jarvis Cocker in grossa forma scimmieggia sugli amplificatori e sulle pertiche come se stesse per spuntare alle spalle di un Jacko redivivo e consuma ogni ingresso di pezzo con le storielle da cantante confidenziale agée. La selezione di classici è completa (forse mancano giusto Mis-shapes o Help The Aged) e filologica nel citare i video (Babies) o il lato più gloom (I Spy, This Is Hardcore). La tastierista è ormai una signora e il resto del gruppo sembra capitato per caso dietro il grande entertainer che chiede il permesso di togliere giacca e cravatta. Nella sublimazione della poetica di Cocker mai troppo benevola nei confronti dei suoi personaggi, la proposta di matrimonio di un fan alla fidanzata fa sganasciare. E si balla e si urla e si ride but that's as far as the conversation went.
Jamie XX: si arriva su Ye Ye di Daphni e nelle quattro canzoni successive riesce a infilare senza un filo logico discomusic, techno e house old school come il peggiore dj generalista indie fa coi pezzi indie. Almeno il pubblico balla ma confermo la diffidenza verso il personaggio.
Battles: ci si sposta così all'ATP dove in una replica più fredda della scorsa volta i Battles catturano comunque il loro pubblico. I featuring del nuovo disco appaiono sincronizzati su schermi alle spalle del gruppo e mentre si torna al Pitchfork non ci si perde il singolo con Aguayo.
Lindstrom: inizia in anticipo rispetto al previsto e termina come al solito dopo un'oretta verso le cinque. Il suo live tocca tutti i momenti del suo sterminato minutaggio prodotto, con un battito mediamente più veloce che su disco e con una scelta dei pezzi inizialmente molto dritta (qualcuno cantato da Christabelle) che si libera solo verso metà sul lato più cosmico. Il finale è tutto in mano ai classici e all'Another Station che non è della metro.
Persi della giornata: Sufjan (non avendo vinto al sorteggio e avendo preferito alla fila la passeggiata in spiaggia e la seguente Yakuzi), Ariel Pink's Haunted Graffiti, Arto Lindsay, Low, Deerhunter (LLevant merda) ed Explosions In The Sky (che fanno il pienone al RayBan e cominciano con la canzone del merluzzo Findus).
James Blake: sembra non siano passati quasi due anni da quando faceva capolino nei mixtape o da quando per la prima volta si sottolineava che aveva iniziato a cantare. Bianco e insieme nero, triste e tenero, digitale eppure acustico. Poche storie, è il concerto del "qui e ora" di un festival che spesso dimentica il qui e ora. Dal palco principale il fracasso di M Ward viene sovrastato da cuori tristi, silenzi che si gonfiano di battiti e saturazioni da sogno e persino da qualche tentazione dance (una Klavierwerke enorme). Sul finale bellissimo e smarmellato quasi si schermisce di avere conquistato il palco e invita al suo djset del sabato.
Belle And Sebastian: i carucci di sempre sono così twee che al mixer hanno un fonico twee che li intuba e li fa suonare come un giradischi portatile nonostante siano sul palco principale. Certo Stu Murdoch gioca con le estetiste spagnole e consegna medaglie d'oro sul palco e c'ha le gigantografie sixties e cantano pure Common People col pubblico, ma purtroppo tutto ciò non basta a risollevare un live che non passa musicalmente.
Pulp: il live grosso della giornata è il loro. Jarvis Cocker in grossa forma scimmieggia sugli amplificatori e sulle pertiche come se stesse per spuntare alle spalle di un Jacko redivivo e consuma ogni ingresso di pezzo con le storielle da cantante confidenziale agée. La selezione di classici è completa (forse mancano giusto Mis-shapes o Help The Aged) e filologica nel citare i video (Babies) o il lato più gloom (I Spy, This Is Hardcore). La tastierista è ormai una signora e il resto del gruppo sembra capitato per caso dietro il grande entertainer che chiede il permesso di togliere giacca e cravatta. Nella sublimazione della poetica di Cocker mai troppo benevola nei confronti dei suoi personaggi, la proposta di matrimonio di un fan alla fidanzata fa sganasciare. E si balla e si urla e si ride but that's as far as the conversation went.
Jamie XX: si arriva su Ye Ye di Daphni e nelle quattro canzoni successive riesce a infilare senza un filo logico discomusic, techno e house old school come il peggiore dj generalista indie fa coi pezzi indie. Almeno il pubblico balla ma confermo la diffidenza verso il personaggio.
Battles: ci si sposta così all'ATP dove in una replica più fredda della scorsa volta i Battles catturano comunque il loro pubblico. I featuring del nuovo disco appaiono sincronizzati su schermi alle spalle del gruppo e mentre si torna al Pitchfork non ci si perde il singolo con Aguayo.
Lindstrom: inizia in anticipo rispetto al previsto e termina come al solito dopo un'oretta verso le cinque. Il suo live tocca tutti i momenti del suo sterminato minutaggio prodotto, con un battito mediamente più veloce che su disco e con una scelta dei pezzi inizialmente molto dritta (qualcuno cantato da Christabelle) che si libera solo verso metà sul lato più cosmico. Il finale è tutto in mano ai classici e all'Another Station che non è della metro.
Persi della giornata: Sufjan (non avendo vinto al sorteggio e avendo preferito alla fila la passeggiata in spiaggia e la seguente Yakuzi), Ariel Pink's Haunted Graffiti, Arto Lindsay, Low, Deerhunter (LLevant merda) ed Explosions In The Sky (che fanno il pienone al RayBan e cominciano con la canzone del merluzzo Findus).
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30.5.11
Pillole di Primavera Sound 2011 - Giorno 1 (Evanescense)
p.s.: giudizi, lamentele, set fotografici completi arriveranno più avanti in altre forme. Per ora solo frammenti.
[ghost track iniziale del giorno 0]
Caribou: l'ora e più di fila per entrare al Poble Espanyol dove "uno esce, uno entra" è giustificata solo dal mirare cos'era il Primavera Sound quando è iniziato. Caribou su palco grande delude: carica la massa sonora per reggere la circostanza, ma smoscia l'esibizione dal punto di vista ritmico, perdendola in pezzi che non partono alternati a code stiracchiate. Il pubblico ballicchia, ma sei mesi fa nei club era stata un'altra cosa.
Moon Duo: il mio festival inizia con questa specie di Kills crauti al palco RayBan (giuro che durante il concerto mi sono cresciuti sugli occhi dei wayfarer che ho tentato in tutti i modi di sgrattare via). Fortunatamente fanno Mazes subito, per il resto non sono altro che una figurante con il chitarrista barbuto che fa due o tre cose fighe in mezzo ad altre trascurabili su una base in playback.
Seefeel: al palco ATP dopo un inizio droneggiante, trasognato (per i vocalizzi sparsi della "cantante") e punteggiato da qualche divagazione ritmico-industriale, i Seefeel scadono nel basso wahwah-dubsteppo fino ad arrivare ad una chiusa dub su cui divertirsi a cantare i grandi classici. Esili e confusi non si risollevano dall'ultimo disco.
P.I.L.: venti minuti di passaggio al malefico e lontanissimo palco grande2 LLevant bastano per urlare Slow Motion Slow Motion e Una canzone d'amore, per farmi ricordare. Il live è carico e con resa sonora millimetrica ma con i pezzi che vengono stiracchiati in code insostenibili. Come quando stai a parlare coi parenti anziani (Johnny in questo caso), che raccontano una storia anche fica ma si perdono in mille dettagli e non arrivano alla fine.
Oneohtrix Point Never: dato il fittissimo programma si cena all'ATP davanti alle bordate di strati prima senza compromessi e poi via via infiltrate di desideri melodici. Nessuna concessione allo spettacolo, concentrazione davanti al laptop, visual alle spalle, un timido saluto quando abbassa lo schermo per andare via. Forse non è stato il luogo più adatto e la sensazione che rimane è quella della dispersione.
Grinderman: al palco grande1 San Miguel baraccone da cui scappare (The Walkmen comunque riescono a riempire il Pitchfork in contemporanea). Standby.
Suicide: baraccone di anziani anche qui, ma sublime nella sua merda. Alan Vega biascica gocce di kukident e Martin Rev luccicante come al solito suona la tastiera coi pugni e coi gomiti. È il mio concerto di Vasco Rossi, vederli è scemo come suicidarsi. Spaccano timpani a caso e sono fastidiosi ora che quel disco del 1977 non è più fastidioso e viene campionato dalle starlette electro-world. Un concerto che non si riesce a reggere fisicamente e così inframezziamo con una pausa dopo Mon Cheree Cheree per soppravvivere. Si torna per la fine, come hanno fatto loro con noi.
The Flaming Lips: non c'è traccia della collaborazione con Prefuse 73 comunicata in parallelo al festival. Non rifanno per intero The Soft Bulletin così come si era ventilato sul forum del Primavera. È, più o meno, lo stesso live degli ultimi anni co' la palla, i lustrini, i palloni, i video con le donnine lisergiche, le manone, i megafoni, le chitarre con le bolle. Cambiano i ballerini di fila che in questo caso consistono nella rivisitazione panzanella del mago di Oz: ciotte Dorothy coi leoni rattusi che le ghermiscono con la coda. Per chi come me va al circo la prima volta, è tutto bellissimo e non mi distrae dai suoni stupendi e dall'essere sommerso da quel misto di zucchero distorto. Per gli altri, abituati ed insensibili, Wayne non è che un leone spelacchiato (stola di cane simbolica) che deve tornare a ruggire invece di fomentare per compensare il deficit di accudimento. (Però ammetto che girellare per il forum con la macchinina del golfista tra un palco e l'altro e fermarsi ogni cinque metri per l'applauso e la foto avvalora la tesi).
John Talabot: il finale è la prima puntata al palco Pitchfork, totalmente popolato da gente coi capelli neri (i biondi si cuccano Girl Talk al LLevant). La dimessissima promessa barceloneta rimane a testa china sulla valiga dei dischi e si rifugia saltuariamente dietro le quinte. Il set ha il caratteristico ondeggiamento delle sue produzioni e raggiunge il suo primo picco col private mix di Changed. Poi da lì è discesa con quello che sembra un suo edit di The Bells (ma sarà altro), una versione rallentata di "Get Get Down" di Paul Johnson e quello che sembra essere un suo rilavorio inedito di Caribou (ma sarà altro). Poi inspiegabilmente alle cinque dopo tre quarti d'ora termina in modo brusco e il palco chiude, inaugurando l'impero del Male notturno del LLevant e la fine festival senza metropolitana per il ritorno.
Persi della giornata: Of Montreal, El Guincho, Big Boi, Glenn Branca, Salem, Glasser, Gold Panda, Ducktails.
[ghost track iniziale del giorno 0]
Caribou: l'ora e più di fila per entrare al Poble Espanyol dove "uno esce, uno entra" è giustificata solo dal mirare cos'era il Primavera Sound quando è iniziato. Caribou su palco grande delude: carica la massa sonora per reggere la circostanza, ma smoscia l'esibizione dal punto di vista ritmico, perdendola in pezzi che non partono alternati a code stiracchiate. Il pubblico ballicchia, ma sei mesi fa nei club era stata un'altra cosa.
Moon Duo: il mio festival inizia con questa specie di Kills crauti al palco RayBan (giuro che durante il concerto mi sono cresciuti sugli occhi dei wayfarer che ho tentato in tutti i modi di sgrattare via). Fortunatamente fanno Mazes subito, per il resto non sono altro che una figurante con il chitarrista barbuto che fa due o tre cose fighe in mezzo ad altre trascurabili su una base in playback.
Seefeel: al palco ATP dopo un inizio droneggiante, trasognato (per i vocalizzi sparsi della "cantante") e punteggiato da qualche divagazione ritmico-industriale, i Seefeel scadono nel basso wahwah-dubsteppo fino ad arrivare ad una chiusa dub su cui divertirsi a cantare i grandi classici. Esili e confusi non si risollevano dall'ultimo disco.
P.I.L.: venti minuti di passaggio al malefico e lontanissimo palco grande2 LLevant bastano per urlare Slow Motion Slow Motion e Una canzone d'amore, per farmi ricordare. Il live è carico e con resa sonora millimetrica ma con i pezzi che vengono stiracchiati in code insostenibili. Come quando stai a parlare coi parenti anziani (Johnny in questo caso), che raccontano una storia anche fica ma si perdono in mille dettagli e non arrivano alla fine.
Oneohtrix Point Never: dato il fittissimo programma si cena all'ATP davanti alle bordate di strati prima senza compromessi e poi via via infiltrate di desideri melodici. Nessuna concessione allo spettacolo, concentrazione davanti al laptop, visual alle spalle, un timido saluto quando abbassa lo schermo per andare via. Forse non è stato il luogo più adatto e la sensazione che rimane è quella della dispersione.
Grinderman: al palco grande1 San Miguel baraccone da cui scappare (The Walkmen comunque riescono a riempire il Pitchfork in contemporanea). Standby.
Suicide: baraccone di anziani anche qui, ma sublime nella sua merda. Alan Vega biascica gocce di kukident e Martin Rev luccicante come al solito suona la tastiera coi pugni e coi gomiti. È il mio concerto di Vasco Rossi, vederli è scemo come suicidarsi. Spaccano timpani a caso e sono fastidiosi ora che quel disco del 1977 non è più fastidioso e viene campionato dalle starlette electro-world. Un concerto che non si riesce a reggere fisicamente e così inframezziamo con una pausa dopo Mon Cheree Cheree per soppravvivere. Si torna per la fine, come hanno fatto loro con noi.
The Flaming Lips: non c'è traccia della collaborazione con Prefuse 73 comunicata in parallelo al festival. Non rifanno per intero The Soft Bulletin così come si era ventilato sul forum del Primavera. È, più o meno, lo stesso live degli ultimi anni co' la palla, i lustrini, i palloni, i video con le donnine lisergiche, le manone, i megafoni, le chitarre con le bolle. Cambiano i ballerini di fila che in questo caso consistono nella rivisitazione panzanella del mago di Oz: ciotte Dorothy coi leoni rattusi che le ghermiscono con la coda. Per chi come me va al circo la prima volta, è tutto bellissimo e non mi distrae dai suoni stupendi e dall'essere sommerso da quel misto di zucchero distorto. Per gli altri, abituati ed insensibili, Wayne non è che un leone spelacchiato (stola di cane simbolica) che deve tornare a ruggire invece di fomentare per compensare il deficit di accudimento. (Però ammetto che girellare per il forum con la macchinina del golfista tra un palco e l'altro e fermarsi ogni cinque metri per l'applauso e la foto avvalora la tesi).
John Talabot: il finale è la prima puntata al palco Pitchfork, totalmente popolato da gente coi capelli neri (i biondi si cuccano Girl Talk al LLevant). La dimessissima promessa barceloneta rimane a testa china sulla valiga dei dischi e si rifugia saltuariamente dietro le quinte. Il set ha il caratteristico ondeggiamento delle sue produzioni e raggiunge il suo primo picco col private mix di Changed. Poi da lì è discesa con quello che sembra un suo edit di The Bells (ma sarà altro), una versione rallentata di "Get Get Down" di Paul Johnson e quello che sembra essere un suo rilavorio inedito di Caribou (ma sarà altro). Poi inspiegabilmente alle cinque dopo tre quarti d'ora termina in modo brusco e il palco chiude, inaugurando l'impero del Male notturno del LLevant e la fine festival senza metropolitana per il ritorno.
Persi della giornata: Of Montreal, El Guincho, Big Boi, Glenn Branca, Salem, Glasser, Gold Panda, Ducktails.
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23.5.11
Non è tutto Oro quel che fa Primavera
Gli ultimi preparativi in vista della partenza per Barcelona e il Primavera Sound sono in corso (pochi dubbi sulle cose che sentirò). Quasi come un antipasto, il weekend torinese ha proposto una due giorni a base di Gold Panda e Gonjasufi, utile per ridurre il numero delle sovrapposizioni (nel caso di Gold Panda con i coriandoli, i tric trac e le sorprese dei Flaming Lips e nel caso di Gonjasufi con l'esibizione di Gonjasufi).
Partiamo appunto da Gonjasufi. Avevo letto in giro qualche recensione basita delle più recenti esibizioni dello sciamanoinsegnantediyogasufistaetcetc e allora ho tenuto d'occhio i giudizi sulla data bolognese di venerdì. Dato che è sembrata a tutti una roba indegna (hardcore fracassone suonato male) e che non c'entrava niente col disco, ho lasciato perdere e risparmiato soldi ed energie. Pare poi che anche qui abbia replicato con lo spettacolino sfollagente.
Il giorno prima in uno Spazio 211 ormai pronto per i concerti all'aperto (la caldazza) Gold Panda chiudeva la stagione di Loser. Laptop, controller, manopole, un pedale per droni, un telone di cerata alle spalle su cui proiettare qualche visual liquido nientediche, collanazza, maglietta da biker e il cappuccio tirato su a tener fermo il riporto. Gold Panda inizia droneggiante e montando su i beat sul momento, poi tira dritto ed è un piacere. Ogni tanto svirgola col beat repeat, spezza con inserti random e quasi sempre torna a droneggiare sul finale. Lo fa quasi in ogni pezzo, tanto che nonostante i suoni ottimi e il tiro quando ingrana, il tutto sembra non risolto e prevedibile. Molto meglio appunto quando strati e spezzate vengono integrate nel flusso che li nasconde (drone in mezzo al pezzo = figo, drone alla fine del pezzo = coda alla fine dei pezzi dei concerti dei Pooh). Sarebbe insomma meglio vederlo in un livedjset a un orario più tardo invece che in un concerto. Nota di curiosità: il pubblico oltre ai soliti frequentatori di concerti era equamente suddiviso tra indiemodaioli e frequentatori della Notte della Taranta di Melpignano. Ragazze vestite con palandrane, ragazzi coi tondi nei lobi delle orecchie, ballo che coglieva certe derive da pizzica di alcuni pezzi, pogo(!), mancavano solo le damigiane di vino fatto con la bustina. Non andavo a un concerto da un po' di tempo, devo essermi perso qualcosa, cos'è lo stile hippie-Coachella?
Purtroppo poi il sabato mi sono perso Tom Trago, che col Primavera non c'entra niente, ma bisogna risparmiare le energie.
Snow & Taxis (Glitterbug's Pink Snow by Gold Panda
Partiamo appunto da Gonjasufi. Avevo letto in giro qualche recensione basita delle più recenti esibizioni dello sciamanoinsegnantediyogasufistaetcetc e allora ho tenuto d'occhio i giudizi sulla data bolognese di venerdì. Dato che è sembrata a tutti una roba indegna (hardcore fracassone suonato male) e che non c'entrava niente col disco, ho lasciato perdere e risparmiato soldi ed energie. Pare poi che anche qui abbia replicato con lo spettacolino sfollagente.
Il giorno prima in uno Spazio 211 ormai pronto per i concerti all'aperto (la caldazza) Gold Panda chiudeva la stagione di Loser. Laptop, controller, manopole, un pedale per droni, un telone di cerata alle spalle su cui proiettare qualche visual liquido nientediche, collanazza, maglietta da biker e il cappuccio tirato su a tener fermo il riporto. Gold Panda inizia droneggiante e montando su i beat sul momento, poi tira dritto ed è un piacere. Ogni tanto svirgola col beat repeat, spezza con inserti random e quasi sempre torna a droneggiare sul finale. Lo fa quasi in ogni pezzo, tanto che nonostante i suoni ottimi e il tiro quando ingrana, il tutto sembra non risolto e prevedibile. Molto meglio appunto quando strati e spezzate vengono integrate nel flusso che li nasconde (drone in mezzo al pezzo = figo, drone alla fine del pezzo = coda alla fine dei pezzi dei concerti dei Pooh). Sarebbe insomma meglio vederlo in un livedjset a un orario più tardo invece che in un concerto. Nota di curiosità: il pubblico oltre ai soliti frequentatori di concerti era equamente suddiviso tra indiemodaioli e frequentatori della Notte della Taranta di Melpignano. Ragazze vestite con palandrane, ragazzi coi tondi nei lobi delle orecchie, ballo che coglieva certe derive da pizzica di alcuni pezzi, pogo(!), mancavano solo le damigiane di vino fatto con la bustina. Non andavo a un concerto da un po' di tempo, devo essermi perso qualcosa, cos'è lo stile hippie-Coachella?
Purtroppo poi il sabato mi sono perso Tom Trago, che col Primavera non c'entra niente, ma bisogna risparmiare le energie.
Snow & Taxis (Glitterbug's Pink Snow by Gold Panda
7.3.11
Equilibristi in bilico sul finesettimana (un weekend italiano)
Non c'è il pienone al Supermarket venerdì. Uno dei proprietari della Numbers, serata/etichetta inglese che si tiene sottocchio e a cui è dedicato l'appuntamento, sciorina un preserata ordinato su una battuta godibile (Freeki Mutha, l'OAR0003B) mentre il giovinotto Hudson Mohawke sonnecchia intrecciando le gambe sul divanetto restrostante con la tipa che lo accompagna - a quanto pare Hudson non è più ciccione e ha abbandonato le mise nerdone in favore del suo status di celebrità del sottobosco. Quello che non ha abbandonato sono i tastieroni / ritmi a zig zag / cantatoni hiphop che compongono il suo rodato mondo culone che solo poco prima della fine viene raddrizzato nelle curve da una tentazione techno, subito brillantata con la chiusura di Fuse.
Inutile dire però che io, come immagino molti, non sono sul posto che per la leggenda Lory D (sintomi della vecchiaia incipiente? una figura mitologica della tua giovinezza viene portata a spasso da ragazzini inglesi come fosse un Baldelli qualunque). Inizia il set con della disco gommosa con battuta da ondeggio glorioso. Non so se sia il tempo che ammorbidisce e trasforma il look dark sciamanico industriale in un'inquietante tranquillità da dopolavoro, ma la follia sembra sempre lì, negli sguardi e sorrisi al limite e negli sfaciolamenti rephlexivi dei beat da cui parte una (time to pret)End che mai in nessun indie-dancefloor è stata così sinistra, mai è stata così passata. Da questa l'ambient selezionato diventa techno a cui improvvisamente e con meraviglia viene dimezzata la velocità. Bello fuori da ogni logica. Sono appena le quattro e i maledetti del locale accendono le luci (si vendono meno consumazioni aumentando i prezzi, vero?) ma a furor della quarantina di rimasti si riesce a scucire un'ulteriore mezzora di gommosità e beatdestroy. Davvero un peccato che il pur buon impianto abbia schiacciato il tutto in un mono che è il flagello dei locali italiani.
Anche sabato lo Spazio 211 raccoglie gente con molta calma e senza stipare gli spazi (e per la cronaca qui si riducono le dimensioni del bicchiere della birra media, deve essere una qualche campagna del Comune di Torino per far dimagrire i cittadini in vista della stagione estiva). I Crimea X, ovvero Jukka Reverberi (basso, voce, manopole, tasti) e Dj Rocca (manopole, tasti, flauto traverso), attaccano con Liubov un live che è dilatato come un djset inframezzato da droni in cui si ondeggia e non si sente quasi il bisogno di applaudire (se non ovviamente alla fine). Gioia a ogni bordata di ping pong delay e alle psicodivagazioni più che agli arpeggi. L'ultimo pezzo, il remix moroderico di Time For Shopping, è un occhiolino a chi organizza la serata e purtroppo niente bis come è sempre più spesso d'uso qui.
Inutile dire però che io, come immagino molti, non sono sul posto che per la leggenda Lory D (sintomi della vecchiaia incipiente? una figura mitologica della tua giovinezza viene portata a spasso da ragazzini inglesi come fosse un Baldelli qualunque). Inizia il set con della disco gommosa con battuta da ondeggio glorioso. Non so se sia il tempo che ammorbidisce e trasforma il look dark sciamanico industriale in un'inquietante tranquillità da dopolavoro, ma la follia sembra sempre lì, negli sguardi e sorrisi al limite e negli sfaciolamenti rephlexivi dei beat da cui parte una (time to pret)End che mai in nessun indie-dancefloor è stata così sinistra, mai è stata così passata. Da questa l'ambient selezionato diventa techno a cui improvvisamente e con meraviglia viene dimezzata la velocità. Bello fuori da ogni logica. Sono appena le quattro e i maledetti del locale accendono le luci (si vendono meno consumazioni aumentando i prezzi, vero?) ma a furor della quarantina di rimasti si riesce a scucire un'ulteriore mezzora di gommosità e beatdestroy. Davvero un peccato che il pur buon impianto abbia schiacciato il tutto in un mono che è il flagello dei locali italiani.
Anche sabato lo Spazio 211 raccoglie gente con molta calma e senza stipare gli spazi (e per la cronaca qui si riducono le dimensioni del bicchiere della birra media, deve essere una qualche campagna del Comune di Torino per far dimagrire i cittadini in vista della stagione estiva). I Crimea X, ovvero Jukka Reverberi (basso, voce, manopole, tasti) e Dj Rocca (manopole, tasti, flauto traverso), attaccano con Liubov un live che è dilatato come un djset inframezzato da droni in cui si ondeggia e non si sente quasi il bisogno di applaudire (se non ovviamente alla fine). Gioia a ogni bordata di ping pong delay e alle psicodivagazioni più che agli arpeggi. L'ultimo pezzo, il remix moroderico di Time For Shopping, è un occhiolino a chi organizza la serata e purtroppo niente bis come è sempre più spesso d'uso qui.
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20.1.11
Lelastico
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9.12.10
Puliscitestine
In Italia : 106 persone hanno il cognome Gianasi secondo i nostri dati
Il cognome Gianasi è il 29 385° più diffuso in Italia.
Ci dispiace, ma non abbiamo i dati per provincia per il cognome Gianasi (meno di 100 persone in ogni provincia).
Davide Gianasi ha un cane.
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Matteo Gianasi è il primo rinforzo per la Bsl di Bettazzi (playguardia, in arrivo dal Castiglione Murri (C Dilettanti)) [Il Resto del Carlino - Lunedì 21 giugno 2010]
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STUDIO R.B. ENGINEERING DEI PER.IND. BAUTTA, GIANASI, MALVERTI E MARCHESINI S.R.L.
Benvenuti in ConfEstetica
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Risparmia subito fino al 82% Pulisci testine VHS a Basso Costo!
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28.11.10
Tron-i, non ci sono paragon-i
Viviamo nel futuro, non abbiamo bisogno di inseguirlo questo weekend.
Avrei potuto barcamenarmi tra la dubstep venata di techno di Jack Sparrow all'Imbarchino sulla sponda del Po e la giovane promessa russhouse Nina Kraviz in un postaccio e ritrovarmi teletrasporato in un afterhour ai Murazzi con Deadbeat che suonerà domani mattina dalle sei (i pseudo dj elettromilanesi buoni per il pubblico dei mINISTRI non son degni nemmeno di nomina). Ma c'è il Torino Film Festival: solo che mi faccio convincere che il sopporto di una storiaccia romantica scema di due scemi che non siamo noi non possa essere affiancata a un concerto dei Broken Social Scene in cinemascopa (This Movie Is Broken) e finirà che domani non mi deciderò tra l'ultimo Carpenter e lo sbaglio Suck dei vampiri + vecchie glorie rock. Così rimango a casa e mi interrogo sulle colonne sonore di Tron. Domani dovrebbe nevicare.
Nel 1982 avevo sei anni e avevo deciso di abbandonare la droga pesante della pagina puzzosa di petrolio di Braccio di Ferro (con cui, tra l'altro due anni prima, avevo iniziato a leggere) in favore dei miei primi numeri patinati di Topolino (penso si fosse intorno al numero 700 e ricordo quell'anno anche un mazzo di carte natalizie in allegato). Su Topolino si parlava di Tron, c'erano delle immagini che non erano a fumetti. Ricordo che la cosa mi stranizzò e mi informai sulla stampa seria (credo Il Giornale di Sicilia, immagino già all'epoca diretto da Giovanni Pepi, ma lo dirigerà ancora Giovanni Pepi o sarà concondirettore, cenni di pepi?) riguardo al film-tentativo di mimesi col mondo dei videogiochi. Pare che all'epoca fu un gran flop. Wikipedia mi dice che incassò il doppio dei costi e immagino che per un film Disney (Topolino!) fosse niente, ma - ehi - fu un successo/cult negli anni a venire per il VHS e i muri delle camerette dei cervelloni che scoppiarono con la prima bolla della new-economy - io a ventanni non avevo un garage ma un posto macchina all'aperto.Morale della favola End of line: non vidi Tron a sei anni e per i ventotto anni successivi.
La colonna sonora di Tron fu commissionata a Wendy 'aranciameccanicaswitchedon' Carlos. Le affiancarono l'Orchestra Sinfonica di Londra per normalizzarla in termini di tempo ciclo e di resa sonora e lei se ne uscì fuori con i soliti moog dissonanti e sognanti da battuta mista e ossessività zuccherosa e fiduciosa sinistra nel futuro. Il Potere ebbe la meglio e pensò per il pubblico che si alzava dalle sedie e lasciava la sala i Journey di Only Solutions. Lei accettò di buon grado e fu lì quando i master delle registrazioni si erano deteriorati cosi tanto da non poter generare l'agognata ristampa su CD: così ha provveduto personalmente a mettere i master in forno per restaurarli.
Ventotto anni dopo sta per uscire il reboot di Tron, Tron: Legacy e la Disney ha affidato la colonna sonora ai mie robot preferiti, i Daft Punk. Quando penso che abbiano ormai saturato il loro livello di figosità, spostano sempre l'asticella in sù di qualche metro. Per certi versi Wendy e i Daft sono molto simili: immaginario tecnologico futuristico rubigno ma non troppo e quindi pop. Nella colonna concedono entrambi alla moda dell'epoca, Wendy con gli sviolini magniloquenti disnei per le scene di azione e di bacio à la Julesetjim con bit di parità e i Punks con i mono-toni mono-liti alla Inception del Cavaliere Oscuro che in supersurround strombazzano per svegliare chi non regge alla maestosità. L'ovvio retrogusto è che la colonna sonora di Wendy ispirava una fiducia serpeggiante, mentre i Daft rendono un senso di oppressione tale che il sovvertimento non potrà che essere epico e vano, pieno di beats granulati e derezzati, pronti per un seguito. Quando si liberano dalla necessità delle trombe però vengono fuori i sintetizzatori grindeggianti, i bit che ormai non sanno se dire sì o no e fanno da 64773r13 - il gioco è cambiato! -, il funk lento e sciocco game over di End Of Line, le papere derezzate. Solar Sailer così trattenuta esclama una e una sola cosa: i Daft Punk dovrebbero scrivere tutte le colonne sonore di tutti i film del mondo, di Avati, Kiarostami, Araki e Kitano. Nella seconda parte di Disc Wars gli arpeggi si intrecciano e folleggiano e i titoli di coda sono il richiamo pop scemo soluzione al fuori contesto dei Journey, keygrip, foley, thanks to the city of chattanooga col finale e le sedie ormai vuote. Sarà noiosa come una soundtrack pura, eppure è capace di raccontarti il film anche se non lo vedrai e non hai visto il padre e le moto vettoriali nell'82.
Nell'82 si aveva in mente che la comprensione popolare sarebbe passata per i template del videogioco. Un programmatore avrebbe dimostrato di essere stato derubato da un altro ingegnere e avrebbe avuto la meglio sul MCP. Oggi la comprensione popolare persegue le logiche del paesepiccoloelagentemormora su un gigapaese creato da un programmatore che giustamente ha fatto prima degli altri qualcosa che altri avevano pensato (com'è 1.0 rubare). Tron: Legacy uscirà a Natale in 3D, in IMAX,ma nelle nostre cuffie lo abbiamo già visto senza bisogno di occhiali*
*prima o poi dovrei decidermi a vedere il mio primo film 3D, visto che oggi ho visto Tron
Avrei potuto barcamenarmi tra la dubstep venata di techno di Jack Sparrow all'Imbarchino sulla sponda del Po e la giovane promessa russhouse Nina Kraviz in un postaccio e ritrovarmi teletrasporato in un afterhour ai Murazzi con Deadbeat che suonerà domani mattina dalle sei (i pseudo dj elettromilanesi buoni per il pubblico dei mINISTRI non son degni nemmeno di nomina). Ma c'è il Torino Film Festival: solo che mi faccio convincere che il sopporto di una storiaccia romantica scema di due scemi che non siamo noi non possa essere affiancata a un concerto dei Broken Social Scene in cinemascopa (This Movie Is Broken) e finirà che domani non mi deciderò tra l'ultimo Carpenter e lo sbaglio Suck dei vampiri + vecchie glorie rock. Così rimango a casa e mi interrogo sulle colonne sonore di Tron. Domani dovrebbe nevicare.
Nel 1982 avevo sei anni e avevo deciso di abbandonare la droga pesante della pagina puzzosa di petrolio di Braccio di Ferro (con cui, tra l'altro due anni prima, avevo iniziato a leggere) in favore dei miei primi numeri patinati di Topolino (penso si fosse intorno al numero 700 e ricordo quell'anno anche un mazzo di carte natalizie in allegato). Su Topolino si parlava di Tron, c'erano delle immagini che non erano a fumetti. Ricordo che la cosa mi stranizzò e mi informai sulla stampa seria (credo Il Giornale di Sicilia, immagino già all'epoca diretto da Giovanni Pepi, ma lo dirigerà ancora Giovanni Pepi o sarà concondirettore, cenni di pepi?) riguardo al film-tentativo di mimesi col mondo dei videogiochi. Pare che all'epoca fu un gran flop. Wikipedia mi dice che incassò il doppio dei costi e immagino che per un film Disney (Topolino!) fosse niente, ma - ehi - fu un successo/cult negli anni a venire per il VHS e i muri delle camerette dei cervelloni che scoppiarono con la prima bolla della new-economy - io a ventanni non avevo un garage ma un posto macchina all'aperto.
La colonna sonora di Tron fu commissionata a Wendy 'aranciameccanicaswitchedon' Carlos. Le affiancarono l'Orchestra Sinfonica di Londra per normalizzarla in termini di tempo ciclo e di resa sonora e lei se ne uscì fuori con i soliti moog dissonanti e sognanti da battuta mista e ossessività zuccherosa e fiduciosa sinistra nel futuro. Il Potere ebbe la meglio e pensò per il pubblico che si alzava dalle sedie e lasciava la sala i Journey di Only Solutions. Lei accettò di buon grado e fu lì quando i master delle registrazioni si erano deteriorati cosi tanto da non poter generare l'agognata ristampa su CD: così ha provveduto personalmente a mettere i master in forno per restaurarli.
Ventotto anni dopo sta per uscire il reboot di Tron, Tron: Legacy e la Disney ha affidato la colonna sonora ai mie robot preferiti, i Daft Punk. Quando penso che abbiano ormai saturato il loro livello di figosità, spostano sempre l'asticella in sù di qualche metro. Per certi versi Wendy e i Daft sono molto simili: immaginario tecnologico futuristico rubigno ma non troppo e quindi pop. Nella colonna concedono entrambi alla moda dell'epoca, Wendy con gli sviolini magniloquenti disnei per le scene di azione e di bacio à la Julesetjim con bit di parità e i Punks con i mono-toni mono-liti alla Inception del Cavaliere Oscuro che in supersurround strombazzano per svegliare chi non regge alla maestosità. L'ovvio retrogusto è che la colonna sonora di Wendy ispirava una fiducia serpeggiante, mentre i Daft rendono un senso di oppressione tale che il sovvertimento non potrà che essere epico e vano, pieno di beats granulati e derezzati, pronti per un seguito. Quando si liberano dalla necessità delle trombe però vengono fuori i sintetizzatori grindeggianti, i bit che ormai non sanno se dire sì o no e fanno da 64773r13 - il gioco è cambiato! -, il funk lento e sciocco game over di End Of Line, le papere derezzate. Solar Sailer così trattenuta esclama una e una sola cosa: i Daft Punk dovrebbero scrivere tutte le colonne sonore di tutti i film del mondo, di Avati, Kiarostami, Araki e Kitano. Nella seconda parte di Disc Wars gli arpeggi si intrecciano e folleggiano e i titoli di coda sono il richiamo pop scemo soluzione al fuori contesto dei Journey, keygrip, foley, thanks to the city of chattanooga col finale e le sedie ormai vuote. Sarà noiosa come una soundtrack pura, eppure è capace di raccontarti il film anche se non lo vedrai e non hai visto il padre e le moto vettoriali nell'82.
Nell'82 si aveva in mente che la comprensione popolare sarebbe passata per i template del videogioco. Un programmatore avrebbe dimostrato di essere stato derubato da un altro ingegnere e avrebbe avuto la meglio sul MCP. Oggi la comprensione popolare persegue le logiche del paesepiccoloelagentemormora su un gigapaese creato da un programmatore che giustamente ha fatto prima degli altri qualcosa che altri avevano pensato (com'è 1.0 rubare). Tron: Legacy uscirà a Natale in 3D, in IMAX,ma nelle nostre cuffie lo abbiamo già visto senza bisogno di occhiali*
*prima o poi dovrei decidermi a vedere il mio primo film 3D, visto che oggi ho visto Tron
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17.11.10
Forzeh, forzeh
[No, senza forzeh]
I Mount Kimbie sono presenti su queste pagine più o meno dal primo vagito oltre un anno e mezzo fa. Non si capisce bene se rileggano il dubstep con sensibilità indiepop o se applichino le non regole dei ritmi spezzati + ultra riverberi + blipblip al postrock e al pop. Stanno in mezzo e fanno musica di flusso dell'oggi, ora incessante ora assorta. I Mount Kimbie sono un duo, quando non si accompagnano con James Blake, e sono questi qui sotto. Forzeh.
Sabato scorso hanno suonato a Torino. Alla fine del concerto erano commossi, in particolare il biondo. "Sapete, ieri abbiamo suonato davanti a dieci persone". Sembrava che qualcuno li stesse applaudendo per la prima volta, anche se girovagando tra registrazioni audio e video possono vantare alcuni tra i più importanti club e festival d'Europa. A volte però dopo una serata storta hai bisogno di recuperare l'entusiasmo. Forzeh.
L'armamentario sul palco è composito. Tastiera midi tranquillona da venticinque m-tasti con cui suonare i bassi, Maschine+Kaossilator+SP404+drumpad, chitarra elettrica con pedali sul tavolo e tamburo/piatto che umanizzano i bit lavorati all'uncinetto, intrecciati da braccia e mani che vanno a premere i tasti dello strumento dell'altro. Per gran parte si ripercorre il disco di esordio con alcune puntate immancabili sugli ep, con i pezzi molto meno giocattolosi degli originali, vuoi per la maggiore massa sonora, vuoi per l'apporto dei drone live di chitarra o delle ritmiche dell'abbozzo di batteria sul palco (tutta la parte finale si muove in una miracolosa terra di mezzo tra postrock e techno). Ci sono anche due microfoni (di troppo), dai quali vengono ripresi il contro ritornello di Maybes (maanchenos) e un soffocatissimo altro pezzo. L'impressione è di essere presenti a un folgorante quanto raccolto inizio: un pubblico inaspettatamente riscaldato riesce a chiedere come si deve un bis, il biondo dice che hanno suonato tutti i pezzi che hanno a disposizione, viene chiesto loro di risuonarne uno già fatto e rispondono ringraziando che non è possibile. No, senza forzeh.
Mount Kimbie - Field (from Crooks & Lovers) by Hotflush
I Mount Kimbie sono presenti su queste pagine più o meno dal primo vagito oltre un anno e mezzo fa. Non si capisce bene se rileggano il dubstep con sensibilità indiepop o se applichino le non regole dei ritmi spezzati + ultra riverberi + blipblip al postrock e al pop. Stanno in mezzo e fanno musica di flusso dell'oggi, ora incessante ora assorta. I Mount Kimbie sono un duo, quando non si accompagnano con James Blake, e sono questi qui sotto. Forzeh.
Sabato scorso hanno suonato a Torino. Alla fine del concerto erano commossi, in particolare il biondo. "Sapete, ieri abbiamo suonato davanti a dieci persone". Sembrava che qualcuno li stesse applaudendo per la prima volta, anche se girovagando tra registrazioni audio e video possono vantare alcuni tra i più importanti club e festival d'Europa. A volte però dopo una serata storta hai bisogno di recuperare l'entusiasmo. Forzeh.
L'armamentario sul palco è composito. Tastiera midi tranquillona da venticinque m-tasti con cui suonare i bassi, Maschine+Kaossilator+SP404+drumpad, chitarra elettrica con pedali sul tavolo e tamburo/piatto che umanizzano i bit lavorati all'uncinetto, intrecciati da braccia e mani che vanno a premere i tasti dello strumento dell'altro. Per gran parte si ripercorre il disco di esordio con alcune puntate immancabili sugli ep, con i pezzi molto meno giocattolosi degli originali, vuoi per la maggiore massa sonora, vuoi per l'apporto dei drone live di chitarra o delle ritmiche dell'abbozzo di batteria sul palco (tutta la parte finale si muove in una miracolosa terra di mezzo tra postrock e techno). Ci sono anche due microfoni (di troppo), dai quali vengono ripresi il contro ritornello di Maybes (maanchenos) e un soffocatissimo altro pezzo. L'impressione è di essere presenti a un folgorante quanto raccolto inizio: un pubblico inaspettatamente riscaldato riesce a chiedere come si deve un bis, il biondo dice che hanno suonato tutti i pezzi che hanno a disposizione, viene chiesto loro di risuonarne uno già fatto e rispondono ringraziando che non è possibile. No, senza forzeh.
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