Ovunque tu sia qualcuno a fine set urlerà "Ultimo! Ultimo!"
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22.6.13
Ultimo! Ultimo!
Ovunque tu sia qualcuno a fine set urlerà "Ultimo! Ultimo!"
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30.1.13
Pezzi di vetro
Il nuovo dei Knife. Il nuovo album dei Knife lo aspettavamo da anni, quasi da decenni (noi che non abbiamo ballato a oltranza Oni Ayhun, il progetto tech-house di Olof fratellino Drejier). Il nuovo singolo dei Knife è industriale, è malato per noi che in una fabbrica non ci siamo mai entrati nemmeno in gita (figur't averne la discografia), è disturbante anche perché dura un sacco, quasi dieci minuti. Ho già comprato il biglietto del tour dal vivo, sono pronto a urlare in prima fila "We had a communist in the family", anche se temo perché il disco nuovo dura quasi due ore e se poi fanno un concerto di un'ora più bis e conosco i nomi solo dei bis e non aggiornano setlist.fm veloce? Mentre scrivo ascolto Terror Danjah: Rhythm & Grime Butterz mix e mi piace perché è booty come la mia cantante preferita che ha cantato l'inno nazionale per il mio presidente preferito. E l'hai visto il video: no dico, regista di video porno femministi. Sai che comunicato stampa ci faccio. Peccato che è un po' vorreimanonposso rispetto alla musica, cioé la musica mi diventa arty invece che "pisciare in strada (FATTO), farmi male coi pezzi di vetro (FATTO), scopare in modo malato (FATTI)". Spero che scuotano "quanto basta" il mio quieto vivere.
5.12.12
Bausteel (from Lycos till Dawn)
Gli amici Polpette mi segnalano che Chrome ha deciso di bloccare (chissà da quanto) l'accesso a questo blogghetto per la presenza di contenuti potenzialmente dannosi (no, non la musica ormai raramente condivisa, ma le immagini da Lycos del glorioso template). Per questo motivo tinteggio di bianco le pareti e ricomincio dall'alba.
6.11.12
Election night
Fa strano risentire come era andata quattro anni fa.
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16.10.12
Senza rete
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14.10.12
Non escludo il ritorno
Vabbe', la decadenza dell'ultimo Califano sotto i quaranta fa un po' ridere, ma è un sì.
Il Tempo + Importante (Non Escludo Il Ritorno Andropausa Mashup) - Amari vs Boddika by maxcar
12.10.12
18.9.12
It's been long, so so long to be here
Ci si sente adolescenti o forse si pensa di avere un m-blog a fremere per un rip preso da un mix sperduto di una delle cose più immaginate da queste parti e finalmente realizzate chissà perché, forse con la sola ragione che anche le parti in causa la desideravano. Koze prende It's Only di Herbert e Siciliano e chiude uno dei tanti cerchi che devono essere chiusi (l'intermezzo synth-rana è una chiara citazione di questa foto) e non si sa bene dove e come e se uscirà, forse su Pampa. Das leben ist so anders ohne dich, dice il poeta (e ne parleremo). Tic, tac.
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25.8.12
Not Safe At Work: dopo i brillantini e i peli di ascella è il turno di Roberta Flack
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avevamo finito i post sulle statistiche e cercavamo qualcosa di simile,
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7.8.12
Expired in the supemarket
Se non fosse che non amo le birre con la bottiglia verde, vi chiederei se siano confezioni prossime alla scadenza quelle del noto birrificio di Brema dedicate / disegnate da / a M.I.A., Anton Corbjin, Boys Noize e Bloc Party. Ma sopratutto, chi cazzo sono i Seeed?
2.8.12
Caramello al burro salato di lacrime
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5.7.12
Un po' mariachi, un po' muezzin
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3.4.12
All I need is a little time
(per esempio per scrivere di ciò che ascolto, di ciò che aspetto, del concerto di The Field (+ Esperanza), di tutto quello che intralcia)
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29.1.12
Tu, quindici anni
(vabbe' questo è anche il millesimo post)
Martedì scorso all'Hiroshima Mon Amour Xplosiva ha festeggiato i suoi primi quindici anni con il piatto forte di Nicolas Jaar, ometto* copertina del 2011 in ambito dance elettronico (gli acculturati direbbero pure emblema dello Zeitgeist rallentante/rigurgitante). Sulle pareti dell'Hiroshima scorrevano centinaia di nomi che negli anni in tutti i giorni della settimana in ogni tipo di luogo a Torino (e non solo) Xplosiva ha reso disponibili con un'idea di clubbing attenta, personale e amichevole che ha anche fatto scuola, almeno qui a Torino. Ancor più di quei nomi tutto questo si respirava nel set iniziale di Giorgio Valletta che ha sintetizzato tutte le anime degli ultimi anni nei generi dell'ultimo anno da un inizio misteryoso, alla bass music inglese, al ritmo che cresce della house fino al rallentamento sedato vera via di fuga dall'oggi e passaggio di testimone a Jaar. Dalla sala vuota all'apertura porte al locale pieno con tutti che ballano in poche consumate mosse, it is all over our faces.
Non so se dopo mille post (e vabbe' qualche migliaio di altri post della vita precedente) ancora sia rimasto a leggere qualcuno che non sia interessato ai suoni che animano queste pagine. Riassumendo, Nicolas Jaar è un americano di padre cileno nato nel 1990 che ha stregato gli appassionati di dance l'anno scorso facendo tutto ciò che il pubblico medio della dance, persino nelle sue frange più acculturate, aborrirebbe. Prolifico invece che sfuggente, amante dei mischioni invece che rigoroso, lento e senza cassa e talvolta capace anche di grossi sbagli. Il suono di ora in mano a un ventenne belloccio(e dunque spendibile su un palco) e intraprendente (il primo singolo per l'etichetta dei Wolf+Lamb a diciott'anni e la propria etichetta a venti).
Mi aspettavo il buon Nico insieme alla band con cui è in tour (batteria, chitarra, sax). Purtroppo invece è da solo sul palco, ma non escludo ciò sia un bene. Il live non è un concerto, non è un laptop set e non è un djset. Jaar inizia suonando una tastiera in cui i tasti comandano contemporaneamente note e folate di vento. Il pezzo successivo è fatto di effetti di riverbero ed eco in feedback sulla sua voce. Poi partono quei beat palline da ping pong che rimbalzano lenti da un lato all'altro (grazie impianto dell'Hiroshima)e tutti quegli effetti che ormai conosci per nome. La prima voce amica che arriva nell'ondeggiamento è quella della figlia di Bruce Willis e Demi Moore (cfr video qua sotto).
A quel punto pur mantenendo la stessa velocità Jaar imprime corpo al set trasformandolo in un djset. Qui entrano in gioco i suoi edit e i suoi remix con un atmosfera che allude alla house newyorchese della dissoluzione e però suona goffa, ancorché tutti ballino e le ragazze gli facciano gli occhi dolci. Non un mostro di tecnica in questo caso, forse nemmeno prima, ma è chiaro che siamo oltre la dance, che si usino quei materiali per fare altro. Non è goffaggine, non è teorizzazione, è una visione, discutibile ma che riempie una pista la manovra e sovverte le sue idee, solleticando più l'introspezione che il divertimento. Da lì si va verso la fine con Too Many Kids Finding Rain In The Dust (la sua Red Right Hand) ed El Bandido, una finale e l'altra bis o viceversa oppure no. Peccato per il sax, avrebbe fatto troppo discoteca malfamata anni 90 rendendo il tutto veramente perfetto.
(
With Just One Glance You (ft Scott Larue) e Space Is Only Noise che però qui non ha fatto)
* non puoi definire altrimenti uno che aveva sei mesi mentre Schillaci animava le notti magiche
Martedì scorso all'Hiroshima Mon Amour Xplosiva ha festeggiato i suoi primi quindici anni con il piatto forte di Nicolas Jaar, ometto* copertina del 2011 in ambito dance elettronico (gli acculturati direbbero pure emblema dello Zeitgeist rallentante/rigurgitante). Sulle pareti dell'Hiroshima scorrevano centinaia di nomi che negli anni in tutti i giorni della settimana in ogni tipo di luogo a Torino (e non solo) Xplosiva ha reso disponibili con un'idea di clubbing attenta, personale e amichevole che ha anche fatto scuola, almeno qui a Torino. Ancor più di quei nomi tutto questo si respirava nel set iniziale di Giorgio Valletta che ha sintetizzato tutte le anime degli ultimi anni nei generi dell'ultimo anno da un inizio misteryoso, alla bass music inglese, al ritmo che cresce della house fino al rallentamento sedato vera via di fuga dall'oggi e passaggio di testimone a Jaar. Dalla sala vuota all'apertura porte al locale pieno con tutti che ballano in poche consumate mosse, it is all over our faces.
Non so se dopo mille post (e vabbe' qualche migliaio di altri post della vita precedente) ancora sia rimasto a leggere qualcuno che non sia interessato ai suoni che animano queste pagine. Riassumendo, Nicolas Jaar è un americano di padre cileno nato nel 1990 che ha stregato gli appassionati di dance l'anno scorso facendo tutto ciò che il pubblico medio della dance, persino nelle sue frange più acculturate, aborrirebbe. Prolifico invece che sfuggente, amante dei mischioni invece che rigoroso, lento e senza cassa e talvolta capace anche di grossi sbagli. Il suono di ora in mano a un ventenne belloccio(e dunque spendibile su un palco) e intraprendente (il primo singolo per l'etichetta dei Wolf+Lamb a diciott'anni e la propria etichetta a venti).
Mi aspettavo il buon Nico insieme alla band con cui è in tour (batteria, chitarra, sax). Purtroppo invece è da solo sul palco, ma non escludo ciò sia un bene. Il live non è un concerto, non è un laptop set e non è un djset. Jaar inizia suonando una tastiera in cui i tasti comandano contemporaneamente note e folate di vento. Il pezzo successivo è fatto di effetti di riverbero ed eco in feedback sulla sua voce. Poi partono quei beat palline da ping pong che rimbalzano lenti da un lato all'altro (grazie impianto dell'Hiroshima)e tutti quegli effetti che ormai conosci per nome. La prima voce amica che arriva nell'ondeggiamento è quella della figlia di Bruce Willis e Demi Moore (cfr video qua sotto).
A quel punto pur mantenendo la stessa velocità Jaar imprime corpo al set trasformandolo in un djset. Qui entrano in gioco i suoi edit e i suoi remix con un atmosfera che allude alla house newyorchese della dissoluzione e però suona goffa, ancorché tutti ballino e le ragazze gli facciano gli occhi dolci. Non un mostro di tecnica in questo caso, forse nemmeno prima, ma è chiaro che siamo oltre la dance, che si usino quei materiali per fare altro. Non è goffaggine, non è teorizzazione, è una visione, discutibile ma che riempie una pista la manovra e sovverte le sue idee, solleticando più l'introspezione che il divertimento. Da lì si va verso la fine con Too Many Kids Finding Rain In The Dust (la sua Red Right Hand) ed El Bandido, una finale e l'altra bis o viceversa oppure no. Peccato per il sax, avrebbe fatto troppo discoteca malfamata anni 90 rendendo il tutto veramente perfetto.
(
With Just One Glance You (ft Scott Larue) e Space Is Only Noise che però qui non ha fatto)
* non puoi definire altrimenti uno che aveva sei mesi mentre Schillaci animava le notti magiche
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19.12.11
Everymania, o del governo di tutto, lo scriverà tra dieci anni
25.11.11
Bisky Rusiness (Un rosa blu)
La scena iniziale ha una città ripresa dall'alto, titoli dai colori equivoci, un orologio conta alla rovescia, i Tangerine Dream sono sempre gli stessi. Sette giorni fa Torino è immersa nel primo nebbione dell'anno, titoli dai colori equivoci, spero di tornare a casa prima dell'una, Alexxei'n'Nig hanno una bassa battuta che è un piacere. Il solesgocciolato sul palco, la tentazione di invertire tutte le iniziali è forte, il ticchettio è quello di un batterista vero, Com Truise alle manopole.
Ahhh. Riverberi. Ahhh. Altri riverberi. Ho visto la settimana scorsa il live di Com Truise, ma parlarne la settimana dopo è quasi come parlare di un altro concerto appena tornato a casa prima di andare a dormire. Tipo che c'ho ancora angoli dell'auto, tasche e tubature del bagno in cui si annidano pezzetti di vudoppie o di daterotte e la cassetta al cromo che si sente meglio. Si è portato appresso un batterista poppante, industrioso, che lo si ricorderà più per il dilemma "Ma con la maglietta dei Joy Division intende alludere al fatto che non riesce ad aprirsi la lattina di birra?". Però guardavo Com e mi dicevo che se avesse suonato roba tipo gli Zu o dell'hiphop misotutto sarei stato più tranquillo. Invece su Cathode Girls temevo che potesse fare il rullante scalciandomi la testa con gli anfibi.
Angelo Badalamenti non è Cliff Martinez e col fatto che abito al primo piano ho rimosso da tempo le gioie e i dolori degli ascensori.
Com Truise - Com Truise - Brokendate by ghostly
Ahhh. Riverberi. Ahhh. Altri riverberi. Ho visto la settimana scorsa il live di Com Truise, ma parlarne la settimana dopo è quasi come parlare di un altro concerto appena tornato a casa prima di andare a dormire. Tipo che c'ho ancora angoli dell'auto, tasche e tubature del bagno in cui si annidano pezzetti di vudoppie o di daterotte e la cassetta al cromo che si sente meglio. Si è portato appresso un batterista poppante, industrioso, che lo si ricorderà più per il dilemma "Ma con la maglietta dei Joy Division intende alludere al fatto che non riesce ad aprirsi la lattina di birra?". Però guardavo Com e mi dicevo che se avesse suonato roba tipo gli Zu o dell'hiphop misotutto sarei stato più tranquillo. Invece su Cathode Girls temevo che potesse fare il rullante scalciandomi la testa con gli anfibi.
Angelo Badalamenti non è Cliff Martinez e col fatto che abito al primo piano ho rimosso da tempo le gioie e i dolori degli ascensori.
Com Truise - Com Truise - Brokendate by ghostly
1.11.11
Intellectualize my clubness
Persi purtroppo gli Aufgang al Conservatorio di Torino (pare sia stata una bella serata, con un buon live e ottimi suoni), domenica mi sono recato al secondo dei tentativi di dare spessore a un festival altrimenti vittima dei mali del clubbing italiano quale il Movement. Il party gratuito della Superga al Museo dell'Automobile (splendida lochescion, come si suol dire) inizialmente doveva consistere in una selezione dei talenti cittadini (Gandalf, Gandin e I-Robots) culminante nel djset della leggenda della house di Chicago Lil Louis. All'ultimo minuto è stata aggiunta Steffi+amica dal Berghain e per giunta nello slot finale che avrebbe chiuso alle due di notte. Per gioia della mia anzianità quindi lo slot affidato a LL è stato quello del telegiornale delle 20. Gioia pure nel poter usufruire della nuova fermata Lingotto della metro per tornare a casa. Mentre Gandalf prepara il passaggio ad I-Robots, il posto è ancora semivuoto e preda di ex-clubber che vantano carrozzine, treenni saltellanti, seienni che hanno capito che girare intorno a se stessi aumenta la sensazione musicale (dervisci docent) e dodicenni che rieditano i video di Non è la Rai con la madre effettivamente un po' eccessiva. Le ventenni che ridacchiano non sanno che si stanno vedendo in uno specchio.
I-Robots col suo bel set a bassa battuta disco-analogico è la giusta anticipazione. Mentre l'organizzazione fa di tutto per mostrare tutto il suo vero volto (security fascistissima schierata nel vuoto davanti al palco e non dietro le transenne ma davanti - non avvicinarti, delinquente -, stangone di due metri vestite da streghe che distribuiscono librettini della Bacardi sul bere responsabile e bar che ti sensibilizza ancora di più con la birra piccola a dieci euro), lui con la t-shirt del benemerito progetto The Units - Connections (il rework di Zombo!) e i saluti degli amici quarantenni che si susseguono è la boccata di ossigeno che permette di arrivare al passo successivo: lo sbrocco della drama queen. Alle 20 Lil Louis dà di matto perché l'impianto non fa quello che lui vorrebbe (credo che non gli rispondessero i medi e che volesse proprio un diverso setup). Lasciando perdere che se sei un perfezionista dovresti portare il tuo hardware e fare un soundcheck prima di andare in scena (l'umiltà prima di tutto, ce lo insegna la Ventura) o mettere delle penali e demandare tutto a un galoppino se sei un superstardj, gli interminabili quaranta minuti di tira e molla con Gandin cha faceva da paciere e I-Robots che prolungava il suo set caricando sempre di più i ritmi invece di suonare tre volte di seguito il rework di Zombo sono stati imbarazzanti anzichenò per la leggenda di Chicago che l'house, l'orgasmo, la lonelypeople. Per la cronaca poi si è convinto e, sapete, I-Robots non ha suonato il rework di Zombo (nonostante gli si mandassero messaggi mentali).
Accordata la continuità di carico e di ritmo col pezzo precedente, Lil Louis scatena i saxoni fin dal secondo pezzo. Poi maneggia un loop di sax su una base bongosa, vira su un crostone disco cantato, passa a uno strumentale con sopra due o tre parole di James Brown, ritorna ai bonghi con una roba ipnotica che il Caribou di Daphni si sogna. Mi ritrovo per qualche pezzo a fianco Derrick May e compagnia bella, che poi si ritirano nel retro transenna nonostante non ce ne sia bisogno, e si arriva al culmine di metà set con I Feel Love che introduce French Kiss. Le prime file sono prime file e dei ragazzini diciottenni agitano un vinile che aspetta solo un autografo. Purtroppo da questo momento Lil si incarognisce su suoni più techno (sempre vecchia scuola eh, ma un po' opachi e forse poco desiderati), mentre i ragazzini cominciano ad accorrere per l'ultima parte con Steffi e io mi dirigo verso la terzultima metro. Alle undici e mezza il delivery mi rifiuta di portarmi una pizza e non ho sentito Zombo sull'impiantone.
PS: all'entrata del Museo ho detto letteralmente "Sono in lista, il mio nome è...". La ragazza con la lista mi ha guardato e mi ha fatto passare senza controllare.
PPS: quasi quasi mi risento il rework di Zombo per l'ennesima volta.
THE UNITS - ZOMBO (I-ROBOTS Rework) by I-ROBOTS
I-Robots col suo bel set a bassa battuta disco-analogico è la giusta anticipazione. Mentre l'organizzazione fa di tutto per mostrare tutto il suo vero volto (security fascistissima schierata nel vuoto davanti al palco e non dietro le transenne ma davanti - non avvicinarti, delinquente -, stangone di due metri vestite da streghe che distribuiscono librettini della Bacardi sul bere responsabile e bar che ti sensibilizza ancora di più con la birra piccola a dieci euro), lui con la t-shirt del benemerito progetto The Units - Connections (il rework di Zombo!) e i saluti degli amici quarantenni che si susseguono è la boccata di ossigeno che permette di arrivare al passo successivo: lo sbrocco della drama queen. Alle 20 Lil Louis dà di matto perché l'impianto non fa quello che lui vorrebbe (credo che non gli rispondessero i medi e che volesse proprio un diverso setup). Lasciando perdere che se sei un perfezionista dovresti portare il tuo hardware e fare un soundcheck prima di andare in scena (l'umiltà prima di tutto, ce lo insegna la Ventura) o mettere delle penali e demandare tutto a un galoppino se sei un superstardj, gli interminabili quaranta minuti di tira e molla con Gandin cha faceva da paciere e I-Robots che prolungava il suo set caricando sempre di più i ritmi invece di suonare tre volte di seguito il rework di Zombo sono stati imbarazzanti anzichenò per la leggenda di Chicago che l'house, l'orgasmo, la lonelypeople. Per la cronaca poi si è convinto e, sapete, I-Robots non ha suonato il rework di Zombo (nonostante gli si mandassero messaggi mentali).
Accordata la continuità di carico e di ritmo col pezzo precedente, Lil Louis scatena i saxoni fin dal secondo pezzo. Poi maneggia un loop di sax su una base bongosa, vira su un crostone disco cantato, passa a uno strumentale con sopra due o tre parole di James Brown, ritorna ai bonghi con una roba ipnotica che il Caribou di Daphni si sogna. Mi ritrovo per qualche pezzo a fianco Derrick May e compagnia bella, che poi si ritirano nel retro transenna nonostante non ce ne sia bisogno, e si arriva al culmine di metà set con I Feel Love che introduce French Kiss. Le prime file sono prime file e dei ragazzini diciottenni agitano un vinile che aspetta solo un autografo. Purtroppo da questo momento Lil si incarognisce su suoni più techno (sempre vecchia scuola eh, ma un po' opachi e forse poco desiderati), mentre i ragazzini cominciano ad accorrere per l'ultima parte con Steffi e io mi dirigo verso la terzultima metro. Alle undici e mezza il delivery mi rifiuta di portarmi una pizza e non ho sentito Zombo sull'impiantone.
PS: all'entrata del Museo ho detto letteralmente "Sono in lista, il mio nome è...". La ragazza con la lista mi ha guardato e mi ha fatto passare senza controllare.
PPS: quasi quasi mi risento il rework di Zombo per l'ennesima volta.
THE UNITS - ZOMBO (I-ROBOTS Rework) by I-ROBOTS
5.10.11
C2Coming Soon
Ghost People di Martyn racconta di gente che incombe nel suo non esser vista e viene notata nel suo non esserci. Essere fantasmi / vedere fantasmi è in ogni caso ripianare col piombo la mancanza di apparenza. Poi io ancora del disco non ne sono venuto interamente a capo, ma di certo il pezzo conclusivo We Are You In The Future è un compendio stratificato di gente che ci aveva visto nel futuro e ci ha raccontato così venti-trentanni fa (non l'altra possibilità, in questo caso). Almeno per quanto mi riguarda, invece di fare a meno dell'ossessione per il passato dovremmo iniziare a fare a meno delle idee di futuro che abbiamo alle nostre spalle.
Martyn - We Are You in the Future
31.7.11
oUT oF tHE cLUB
Le trasferte nella foresta nera tedesca. Le trasferte londinesi in cui non potrò arrivare per un weekend lungo. Le scadenze. Le vacanze. L'ultima settimana. E mi dimentico di ricordare che i dEUS suonano il venerdì a GRUgliasco in un ipermercato (quindicieuro e un sacco di punti su spesAmica) e il sabato (gratis) a Giovinazzo. Il venerdì in cui ad Agosto ci sposteremo da Parigi alla Normandia ci sarà Aphex in Bretagna e non pensiamo minimamente di invertire i nostri programmi, saremo lì la settimana dopo (in mezzo, una marea da 13m). Finiremo tutti in Belgio.
(il video qui sotto è stato girato al Cafè d'Anvers e avrebbe dovuto fare a meno di quegli effetti speciali del cazzo)
(il video qui sotto è stato girato al Cafè d'Anvers e avrebbe dovuto fare a meno di quegli effetti speciali del cazzo)
15.6.11
Disarcionati
All'improvviso un disco mi racconta. Racconta il peso degli anni passati a sentire musica pensata per far divertire (gli altri). Le gambe stanno cedendo, dopo una certa ora senti il mal di schiena e il battito è rianimatorio. Bilanci. Certi dischi rappresentano e raccontano chi li ascolta con un valore stellarmente più importante dei dischi belli in assoluto. Ma poi è bello in assoluto, anche, poche storie: come quel cavallo in copertina scoppia con le sue vene, i suoi muscoli e il suo crine nella polvere.
Imperfezioni, io amo le imperfezioni (le increspature di Selfoss, l'accostamento analogico zingaropolislamica di Selfoss, il tzan tzan di Selfoss, i polyrhitmi di Be With Me, la memoria dei primi due pezzi nel terzo, il ticchettio di un tempo che non è il secondo in Deep Inside, l'assenza di imperfezioni mentre si enumerano i difetti in Over, il cello slabbrato che prelude a granule della voce in Within You, il sinth gommoso fuori fase del cavallo arabo e gli echi a fette delle sue voci, i cigolii liquidi di Magnified Love e quell'urletto, la metrica impossibile del ritornello di When Your Lover's Gone, i rimbalzi di mille sport non giocati di mille strumenti non suonati in Benched)
Self(l)oss. Il letto è una prigione senza di te in cui ci rigirarsi (Be With Me now). Deep Inside commuove quando urla deep e aggiorna a suoni da via lattea i Blue Nile (così come When Your Lover's Gone): congelata fuori posto inceppata è il suono del non si sa perché non vada. Over. Finito. Oltre. Abbiamo fatto i nostri sbagli. Siamo andati su e giu. Una volta dopo l'altra. Incrociato, tradito. Non abbiamo nemmeno provato a far funzionare le cose. Make me over vuol dire trasformami. Nella solenne Within You arpeggio archi e grani di disturbi vocali puntano tutti sul falsetto del vocione. Lacrime nelle vene, cuori nelle mani, ho venduto il mio oro. Arabian horse (il pezzo) scompare come l'inizio di un lato b che si perde nei suoi rivoli e si aggrappa al ritornello non sellato. Un lato che si arrende e si lascia perdere nel club fumoso.
Messi in panchina non aspiriamo con orgoglio alla vita da mediano. Con l'orgoglio vano di un cavallo senza sella che scalpita nel deserto, incurante che nessuno sia intorno. I Gus Gus sono tornati. Arabian Horse.
(e visto che il pezzo in streaming è stato rimosso, eccoli in tutto il loro splendore live)
Imperfezioni, io amo le imperfezioni (le increspature di Selfoss, l'accostamento analogico zingaropolislamica di Selfoss, il tzan tzan di Selfoss, i polyrhitmi di Be With Me, la memoria dei primi due pezzi nel terzo, il ticchettio di un tempo che non è il secondo in Deep Inside, l'assenza di imperfezioni mentre si enumerano i difetti in Over, il cello slabbrato che prelude a granule della voce in Within You, il sinth gommoso fuori fase del cavallo arabo e gli echi a fette delle sue voci, i cigolii liquidi di Magnified Love e quell'urletto, la metrica impossibile del ritornello di When Your Lover's Gone, i rimbalzi di mille sport non giocati di mille strumenti non suonati in Benched)
Self(l)oss. Il letto è una prigione senza di te in cui ci rigirarsi (Be With Me now). Deep Inside commuove quando urla deep e aggiorna a suoni da via lattea i Blue Nile (così come When Your Lover's Gone): congelata fuori posto inceppata è il suono del non si sa perché non vada. Over. Finito. Oltre. Abbiamo fatto i nostri sbagli. Siamo andati su e giu. Una volta dopo l'altra. Incrociato, tradito. Non abbiamo nemmeno provato a far funzionare le cose. Make me over vuol dire trasformami. Nella solenne Within You arpeggio archi e grani di disturbi vocali puntano tutti sul falsetto del vocione. Lacrime nelle vene, cuori nelle mani, ho venduto il mio oro. Arabian horse (il pezzo) scompare come l'inizio di un lato b che si perde nei suoi rivoli e si aggrappa al ritornello non sellato. Un lato che si arrende e si lascia perdere nel club fumoso.
Messi in panchina non aspiriamo con orgoglio alla vita da mediano. Con l'orgoglio vano di un cavallo senza sella che scalpita nel deserto, incurante che nessuno sia intorno. I Gus Gus sono tornati. Arabian Horse.
(e visto che il pezzo in streaming è stato rimosso, eccoli in tutto il loro splendore live)
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