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18.9.12

It's been long, so so long to be here

Ci si sente adolescenti o forse si pensa di avere un m-blog a fremere per un rip preso da un mix sperduto di una delle cose più immaginate da queste parti e finalmente realizzate chissà perché, forse con la sola ragione che anche le parti in causa la desideravano. Koze prende It's Only di Herbert e Siciliano e chiude uno dei tanti cerchi che devono essere chiusi (l'intermezzo synth-rana è una chiara citazione di questa foto) e non si sa bene dove e come e se uscirà, forse su Pampa. Das leben ist so anders ohne dich, dice il poeta (e ne parleremo). Tic, tac.

5.7.12

Un po' mariachi, un po' muezzin


Nel Sole (Sono Nudo Mix) Teaser! by The Boy George
Dopo aver saltato il racconto del live di The Field, probabilmente anche il Traffic di quest'anno subirà simile sorte ("la Pellerina, vogliamo la Pellerina"). Prima di gettarsi nei saldi e nella settimana di vacanza a Cipro ("il paese che io amo, è lì che ho le mie radici"), giusto una segnalazione per quella che ormai sta diventando una roba ipnotizzante, da decine di ascolti in repeat: Boy George che su soundcloud posta cover acustiche di pezzi italiani anni sessanta. Dopo Umberto Bindi, è la volta di Al Bano e già spero nell'album.

29.1.12

Tu, quindici anni

(vabbe' questo è anche il millesimo post)

Martedì scorso all'Hiroshima Mon Amour Xplosiva ha festeggiato i suoi primi quindici anni con il piatto forte di Nicolas Jaar, ometto* copertina del 2011 in ambito dance elettronico (gli acculturati direbbero pure emblema dello Zeitgeist rallentante/rigurgitante). Sulle pareti dell'Hiroshima scorrevano centinaia di nomi che negli anni in tutti i giorni della settimana in ogni tipo di luogo a Torino (e non solo) Xplosiva ha reso disponibili con un'idea di clubbing attenta, personale e amichevole che ha anche fatto scuola, almeno qui a Torino. Ancor più di quei nomi tutto questo si respirava nel set iniziale di Giorgio Valletta che ha sintetizzato tutte le anime degli ultimi anni nei generi dell'ultimo anno da un inizio misteryoso, alla bass music inglese, al ritmo che cresce della house fino al rallentamento sedato vera via di fuga dall'oggi e passaggio di testimone a Jaar. Dalla sala vuota all'apertura porte al locale pieno con tutti che ballano in poche consumate mosse, it is all over our faces.

Non so se dopo mille post (e vabbe' qualche migliaio di altri post della vita precedente) ancora sia rimasto a leggere qualcuno che non sia interessato ai suoni che animano queste pagine. Riassumendo, Nicolas Jaar è un americano di padre cileno nato nel 1990 che ha stregato gli appassionati di dance l'anno scorso facendo tutto ciò che il pubblico medio della dance, persino nelle sue frange più acculturate, aborrirebbe. Prolifico invece che sfuggente, amante dei mischioni invece che rigoroso, lento e senza cassa e talvolta capace anche di grossi sbagli. Il suono di ora in mano a un ventenne belloccio(e dunque spendibile su un palco) e intraprendente (il primo singolo per l'etichetta dei Wolf+Lamb a diciott'anni e la propria etichetta a venti).


Mi aspettavo il buon Nico insieme alla band con cui è in tour (batteria, chitarra, sax). Purtroppo invece è da solo sul palco, ma non escludo ciò sia un bene. Il live non è un concerto, non è un laptop set e non è un djset. Jaar inizia suonando una tastiera in cui i tasti comandano contemporaneamente note e folate di vento. Il pezzo successivo è fatto di effetti di riverbero ed eco in feedback sulla sua voce. Poi partono quei beat palline da ping pong che rimbalzano lenti da un lato all'altro (grazie impianto dell'Hiroshima)e tutti quegli effetti che ormai conosci per nome. La prima voce amica che arriva nell'ondeggiamento è quella della figlia di Bruce Willis e Demi Moore (cfr video qua sotto).

A quel punto pur mantenendo la stessa velocità Jaar imprime corpo al set trasformandolo in un djset. Qui entrano in gioco i suoi edit e i suoi remix con un atmosfera che allude alla house newyorchese della dissoluzione e però suona goffa, ancorché tutti ballino e le ragazze gli facciano gli occhi dolci. Non un mostro di tecnica in questo caso, forse nemmeno prima, ma è chiaro che siamo oltre la dance, che si usino quei materiali per fare altro. Non è goffaggine, non è teorizzazione, è una visione, discutibile ma che riempie una pista la manovra e sovverte le sue idee, solleticando più l'introspezione che il divertimento. Da lì si va verso la fine con Too Many Kids Finding Rain In The Dust (la sua Red Right Hand) ed El Bandido, una finale e l'altra bis o viceversa oppure no. Peccato per il sax, avrebbe fatto troppo discoteca malfamata anni 90 rendendo il tutto veramente perfetto.


(
With Just One Glance You (ft Scott Larue) e Space Is Only Noise che però qui non ha fatto)


* non puoi definire altrimenti uno che aveva sei mesi mentre Schillaci animava le notti magiche

9.11.11

Xi CtoC. Black is White is Black

The rhythm is the bass and the bass is the treble

Chords
Strings
We brings
Melody
G-Funk
Where rhythm is life
And life is rhythm



La sera prima della sommersione dei Murazzi si parte dai Murazzi dove un Theo Parrish assai sorridente (cazzo, un detroitiano sorridente) imbastisce un set negrissimo di battuta lenta, radici disco soul r'n'b e contrappunti sintetici. I suoi ugly edits più che il viaggiospazio. Tecnica pulita e rigore filologico stampano sorrisi sulle facce nonostante il set suoni (piacevolmente) passatista e il suo continuo uso delle manopole di bassi, medi e alti (almeno qui non seguiti dalla cassa ma da viulini e da cori motowni) sia - a cercare un difetto - troppo ripetitivo. Il magnetismo è pero tale che, anche ammesso che i più giovini siano lì per il successivo Ben Clock, nessuno reclama sugli splendidi break orchestrali o sulle divagazioni funk. E quando sembrava di aver imboccato un labirinto minimale involuto ha subito scartato verso la gioia acida.




Lasciando Ben Clock al suo destino si percorre (finalmente, riesco per la prima volta) la città nel pieno spirito del CtoC alla volta dell'Hiroshima dove K(uedo) e K(ode9) chiudono la serata Hyperdub. In Sala Modotti Kuedo è live in the mix che vuol dire che suona i suoi pezzi (e qualche altra cosa) uno dietro l'altro come in un dj set. Severant è uno dei dischi dell'anno e su un impianto più carico di quello che sono le mie cuffie si gode non poco dei brandelli premonitori e delle tenerezze 10010 che in realtà sono analogie. Poi a un certo punto spunta Miami Vice e la sabbia dentro gli anfibi e il bianco giallo verde acqua che ci circondano.




Non rimane che l'ultima ora delle tre di Kode9. Ritmi spezzati è dire poco. Nell'hardcore continuum che sgorgava dall'impiantone dell'Hiroshima il buon Steve Goodman aveva già abbandonato ogni residuo di linearità in favore di una persistenza retino-ritmica-alogica in cui grime, two e duestep si intersecano sviando e costringendo a consegnarsi. Strings Of Life apre la sezione housettona e di vecchia techno prima del finale culminante nell'ovvio ricordo di Burial e nel bis finale di Regulate. Poi i superstiti hanno cercato di avere un ultimo pezzo, ma il proprietario dell'Hiroshima ha castrato tutti vietando al fonico i volumi. Si è andati avanti per cinque o sei minuti con le proteste, giusto il tempo in cui si poteva suonare ancora un altro. Però Regulate come ultimo ultimo chiude. Il tartan addosso è a quadri come le camicie del 94.



1.11.11

Intellectualize my clubness

Persi purtroppo gli Aufgang al Conservatorio di Torino (pare sia stata una bella serata, con un buon live e ottimi suoni), domenica mi sono recato al secondo dei tentativi di dare spessore a un festival altrimenti vittima dei mali del clubbing italiano quale il Movement. Il party gratuito della Superga al Museo dell'Automobile (splendida lochescion, come si suol dire) inizialmente doveva consistere in una selezione dei talenti cittadini (Gandalf, Gandin e I-Robots) culminante nel djset della leggenda della house di Chicago Lil Louis. All'ultimo minuto è stata aggiunta Steffi+amica dal Berghain e per giunta nello slot finale che avrebbe chiuso alle due di notte. Per gioia della mia anzianità quindi lo slot affidato a LL è stato quello del telegiornale delle 20. Gioia pure nel poter usufruire della nuova fermata Lingotto della metro per tornare a casa. Mentre Gandalf prepara il passaggio ad I-Robots, il posto è ancora semivuoto e preda di ex-clubber che vantano carrozzine, treenni saltellanti, seienni che hanno capito che girare intorno a se stessi aumenta la sensazione musicale (dervisci docent) e dodicenni che rieditano i video di Non è la Rai con la madre effettivamente un po' eccessiva. Le ventenni che ridacchiano non sanno che si stanno vedendo in uno specchio.


I-Robots col suo bel set a bassa battuta disco-analogico è la giusta anticipazione. Mentre l'organizzazione fa di tutto per mostrare tutto il suo vero volto (security fascistissima schierata nel vuoto davanti al palco e non dietro le transenne ma davanti - non avvicinarti, delinquente -, stangone di due metri vestite da streghe che distribuiscono librettini della Bacardi sul bere responsabile e bar che ti sensibilizza ancora di più con la birra piccola a dieci euro), lui con la t-shirt del benemerito progetto The Units - Connections (il rework di Zombo!) e i saluti degli amici quarantenni che si susseguono è la boccata di ossigeno che permette di arrivare al passo successivo: lo sbrocco della drama queen. Alle 20 Lil Louis dà di matto perché l'impianto non fa quello che lui vorrebbe (credo che non gli rispondessero i medi e che volesse proprio un diverso setup). Lasciando perdere che se sei un perfezionista dovresti portare il tuo hardware e fare un soundcheck prima di andare in scena (l'umiltà prima di tutto, ce lo insegna la Ventura) o mettere delle penali e demandare tutto a un galoppino se sei un superstardj, gli interminabili quaranta minuti di tira e molla con Gandin cha faceva da paciere e I-Robots che prolungava il suo set caricando sempre di più i ritmi invece di suonare tre volte di seguito il rework di Zombo sono stati imbarazzanti anzichenò per la leggenda di Chicago che l'house, l'orgasmo, la lonelypeople. Per la cronaca poi si è convinto e, sapete, I-Robots non ha suonato il rework di Zombo (nonostante gli si mandassero messaggi mentali).


Accordata la continuità di carico e di ritmo col pezzo precedente, Lil Louis scatena i saxoni fin dal secondo pezzo. Poi maneggia un loop di sax su una base bongosa, vira su un crostone disco cantato, passa a uno strumentale con sopra due o tre parole di James Brown, ritorna ai bonghi con una roba ipnotica che il Caribou di Daphni si sogna. Mi ritrovo per qualche pezzo a fianco Derrick May e compagnia bella, che poi si ritirano nel retro transenna nonostante non ce ne sia bisogno, e si arriva al culmine di metà set con I Feel Love che introduce French Kiss. Le prime file sono prime file e dei ragazzini diciottenni agitano un vinile che aspetta solo un autografo. Purtroppo da questo momento Lil si incarognisce su suoni più techno (sempre vecchia scuola eh, ma un po' opachi e forse poco desiderati), mentre i ragazzini cominciano ad accorrere per l'ultima parte con Steffi e io mi dirigo verso la terzultima metro. Alle undici e mezza il delivery mi rifiuta di portarmi una pizza e non ho sentito Zombo sull'impiantone.


PS: all'entrata del Museo ho detto letteralmente "Sono in lista, il mio nome è...". La ragazza con la lista mi ha guardato e mi ha fatto passare senza controllare.

PPS: quasi quasi mi risento il rework di Zombo per l'ennesima volta.

THE UNITS - ZOMBO (I-ROBOTS Rework) by I-ROBOTS

10.10.11

4 Walls



(vabbé, non so più cosa, non so nemmeno scegliere un concetto da affiancare a quanto si può ascoltare da qui sopra)

15.3.11

Le tette più piccole di Belinda

Ho un piccolo debole per Ben Folds e non me ne ricordavo da un po'. Il disco che ha fatto l'anno scorso con Nick Hornby è ovvio e tenero e gli si vuole bene e per questo è facile stroncarlo. Nel mare di bit, echi e distorsioni c'è la storia di un cantante confidenziale che canta ogni sera di Belinda nonostante l'abbia lasciata per una storia da niente con delle tette grosse e più giovani e senza figli. E poi penserà sempre a Belinda, lo scemo. E io ho pure un debole per i cantanti confidenziali.

4.3.11

Rette che tendono all'infinito (riconciliarsi)

Sarà che la vecchiaia è un po' come l'infinito.
Amo The king of limbs.
Avessi il tempo per parlarne.

(Edit: corretto dopo quasi un giorno l'errore (freudiano?) di html che aveva trasformato questa trascurabile sottolineatura in un tremendo post emo)

31.1.11

Tuff-i


Questo qui sopra è Actress, ovvero Darren Cunningham. Con grande probabilità il vostro disco dell'anno faccio-capire-che-mi-piacete-anche-voi-altri sarà stato Caribou o Kanyewest. Splazsh di Actress (anch'esso scelto come disco-ponte dell'anno dal giornale filofighetto) invece è un disco immerso in tutto e poi sgranato. Sabato scorso (seconda serata di Houdini) Actress ha interrotto il funzionale back to back introduttivo di Vaghe Stelle e Sergio Ricciardone con dei droni dai quali è emersa della techno scura incatramata, spezzata dalla vecchia scuola electro tutta in fila di Maze spezzante al punto da spezzare se stessa e sfaccettarsi prima dei tentativi di house che imprigionano i campioni degli Human League, con tutto che sfugge e si sgambetta, con gli elementi che vanno tutti fuori tempo, o meglio che seguono tutti il loro tempo. Tutto poi era goduriosamente ovattato, affilato e sepolto dagli effetti e dal bitrate e poi nuovamente distorto dall'impianto (forse era un errore, ma rientrava tutto nel processo di impoverimento del suono primigenio alla ricerca del brivido della nostra esperienza di ascolto di oggi: prima o poi uscirà fuori un fanatico dell'alta fedeltà che diventerà il nuovo beniamino del riflusso). Era una serata così spezzante che anche il biglietto d'ingresso che ho ricevuto era spezzato in due biglietti, uno intero da cinque euro e uno ridotto da tre euro (ma davanti a un live come questo si chiude un occhio davanti alla finanza creativa che permette di mantenere in vita il clubbing).

Always Human by Actress

10.12.10

My head is a big smile (op. cit.)


Non è una gara di magia, non è un minifestival twee, non è un convegno su come a voi piccoli principi con dei giochi di prestigio verrà fatta sparire la pensione. Sabato sera in quel del Gamma/Fluido comincia Houdini con il primo di (si spera) una serie di appuntamenti di dance "altra", ovvero lo showcase romagnol-torinese della Margot Records. I beneamati Margot proporranno il loro misto di live e djset e saranno preceduti dal live per sintetizzatori e batterie analogiche di Matteo Scaioli. A fare gli onori di casa gli organizzatori Vaghe Stelle, col suo live già apprezzato al Club To Club, e Sergio Ricciardone. Piccola postilla: ritengo una cosa encomiabile la comunicazione con giusto anticipo della scaletta, che in questo caso dovrebbe consistere in

23.00 Sergio Ricciardone (djset)
00.30 Matteo Scaioli (live)
01.30 Vaghe Stelle (live)
02.30 Margot (live + djset)

Sim, sala, bim!

ICube - Un Proton Pour Toi, Un Neutron Pour Moi vs. Margot - Be A Star (James Holden DJ Set) by Muzhi

12.11.10

Dalle superstizioni alle certezze

Club To Club X - Sabato Notte, Lingotto

Sbaglio la circumnavigazione di Torino per raggiungere il Lingotto e il Gran Finale del Club To Club, ma entriamo in tempo per gustare i primi tre quarti d'ora di Shackleton. Per farlo dobbiamo attraversare il padiglione ancora in fase di riempimento molestamente sonorizzato da Riva Starr. Meno male che in Sala Rossa sono solo Shackletonnellate: ancora più angosciante e percussione di guerra santa che nel precedente live torinese, propone alcune chicche come il nuovo singolo della sua nuova etichetta o nuove riflessioni sulla prossima esplosione degli equilibri tra occidente, medio oriente, africa e antartide. Saltella come sempre come un avvoltoio in camicia davanti al notebook e strozza possente una sala già torrida e senza ossigeno.

Hypno Angel - Shackleton

Lo salutiamo per i Modeselektor, il cui live è una genialata: scimmie grasse fanno le facce, mandano i bacetti, si incazzano, si gonfiano di steroidi e bombole di gas, rizzano il pelo, sembrano attacarti e invece ti sorridono. I visuals di Pfanfiderei, pezzo forte della serata (anche per Holden e Dettmann mi è sembrato), pompano l'immagine dei due ignorantellettuali fino a farli diventare wrestler su una Art & Cash che stronca ogni resistenza, pettinano erba in bianco e nero su Deboutonner e sonorizzano l'eurovisione del Black Block. Lenti ma adrenalinici. In mezzo qualche pezzo cantato di quelli coi vocalist che non mi piacciono e non riconosco e forse mi sogno pure il remix su Skream. In sala rossa invece il batterista degli XX sciorinava tranquillo il suo dubstep ovattato e melodico e troppo fighetto per essere apprezzato a confronto della sovraeccitazione parallela fuori dal boiler, dove presto torniamo. Sembra che tutto possa preludere al passaggio di consegne a James Holden quando i Modeselekti impersonano in playback due omosessualissimi Bjork ed Anthony Hegarty che si strusciano sul loro remix for girls di The Dull Flame Of Desire. Invece stappano una bottiglia di champagne sul pubblico e chiudono con una violenta Kill Bill Vol.4 e temo molto su come possa raccogliere le consegne il dj meno muscolare della scaletta del palco grande.


Modeselektor - 27 Art & Cash Live (Recorded @ Electron Festival Geneve 2009) by freddiegemini

Pare che fortunatamente Holden avesse in saccoccia del materiale vagamente industriale in onore del fantasma della fabbrica fordista e così la transizione con le mitragliate di denti di sega e bassi precedenti viene assicurata da Factory Floor, Mental Overdrive e Alan Vega che remixa i Fuck Buttons. Anche i ritmi sono leggermente più veloci che in altri set (comunque più lenti che in un djset techno medio). Il remix di Bowls è gestito con carattere (subito cassa e più rapido e "grosso"), ma da lì in poi si deriva verso il suo suono, con un passo galleggiante e melodie psicocircolari di tutti i sodali che si remixano a vicenda e vengono punteggiati da ripartenze cosmic disco o pezzi appena più arrotati. Il colpo d'occhio è inquietante: la folla ondeggia, non balla veramente (il cassone latita), ma non si incazza. Scazzati o rapiti, anche se io opto per la seconda perché in quelle condizioni lo scazzo diventa quasi automaticamente violento. Sospendo per cinque minuti la modalità fanboy e facciamo un salto in sala rossa per un saluto tributo a Shed che risponde passando il suo Wax 20002 - B. Holden nel frattempo suona mezza discografia degli ormai eroi nazionali Margot (anche se Voci Giaga velocizzata sembrava cantata dai Chipmunks) e pare che Kate Wax balli in prima fila insieme al bassista. Dettmann sale a salutare e, sulle statue di marmo in bianco e nero che Pfafinderei introduce dopo due ore di grafica astratta, Holden passa un pezzo di Kate Wax che avremo sentito anche qualche ora prima ma sul megaimpianto e con la produzione del prossimo disco e con l'atmosfera straniata di una discozombieteca degna di Shaun Of The Dead romba marziale e dolente, con gli arpeggi ribollenti e le percussioni slabbrate. Perfetto finale anche se si chiude con The Medium Is The Message.


A questo punto Dettmann prende possesso della folla con i suoi ormai rinomati balatoni techno come se non ci fosse mai più un domani che abbandoniamo presto (sentito già altre volte, anche se pare che l'ultima parte sia stata gustosa), in favore del meritato riposo. Purtroppo il giorno dopo Oneohtrix Point Never ha cancellato per il litigio col manager e ci risparmiamo il tour esoterico / musicale, dato che alla superstizione preferiamo le certezze e le 6000 persone di sabato e le 25000 di tutto il festival sono la certezza di potere affrontare il futuro senza corna, amuleti e dita incrociate.


VOCI GIAGA by margot

17.10.10

Gli anni dell' io qui e tu là

Pur non parlando quasi mai di musica italiana e ritenendomi dunque inadatto, pur avendo un'opinione, ahem, composita sul disco intitolato con bestemmia politeista ("Dei Cani"), pur dovendo passare il tempo a comprendere North dei Darkstar, trovo necessario spendere due parole su una canzone a cui tengo dei Non Voglio Che Clara. Pur non avendo mai vissuto niente di simile negli anni dell'università, pure. Circa tre anni fa non riuscivo a smettere di sentire un mp3. Non si capiva se si trattasse di un demo coi suoni imperfetti (gli ultra riverberi, la tastiera con le scossette statiche, alcuni sgusci di elettronica liquida quasi impercettibili), un live registrato con l'inganno, un malefico tarlo virale che non avrebbe mai visto altra luce. Qualcuno disse che partiva da Minghi e da Fabiò/Giuliò e arrivava ad un dolore contenuto che non sbracava mai e dignitosamente diventava sconfinato - parafraso. Oggi, quella canzone è uscita su disco, prodotta coi suoni giusti e i sospiri voluti. Tutta la prima metà, però, mi urta. Lo so, la canzone non ha niente che non va, è solo un'impercettibile sensazione che a stento che del tutto capisco, ma si può riassumere nei troppi ascolti di quel demo/live/tarlo. La voce che prima mi faceva venire voglia di mettere una mano sulla spalla al cantante, ora ha delle piccolezze recitate artefatte o forse la tristezza è solo un po' più calcata e io sopporto poco la tristessestrinsecata. Tutto cambia però, a volte in meglio, e la recitazione viene sepolta dalla musica. A 2.38 un coro ovattato di riverberi e letti separati e i fuzz che irrompono sigurrosi vengono strozzati col silenzio prima di mostrare il fianco. E così, Monicà, ora partono alte frequenze e poi quelle liquidità e poi i cori spiritualizzati e fridmannici e uno sgranchio chitarroso che chiude il tutto e sembra quest'intervista del boss di Ryanair al Guardian.

Gli Anni Dell'Università (demo/live/tarlo) - Non Voglio Che Clara
Gli Anni Dell'Università (Dei Cani mix) - Non Voglio Che Clara


14.4.10

Chiedi chi erano i WinMX

Più o meno sette anni fa avevo un blog da cinque mesi e mi sembrava che fosse un'eternità. Sono andato a controllare e nel mese di Maggio 2003 parlavo di Four Tet, Dan Snaith che allora si chiamava Manitoba e ora è Caribou (stroncandolo come giocattolo per critici e piatto troppo condito ahah), Prefuse 73, live dei Blur senza Coxon visti in tv, la possibile anteprima a Cannes di un misterioso lungometraggio collaborazione tra Leji Matsumoto e Daft Punk e parlavo dei Broken Social Scene. You Forgot It In People era un accrocchio strano che aveva dentro il Canadà indie del momento e del futuro (gli Stars! voi potete dividervi tra i progetti di Kevin Drew, Feist i Metric e i Dears. E se c'avete il fiuto, i Weakerthans che ancora non ho mai sentito). C'era ancora WinMX. Credevo di correre sempre più veloce. Ero fermo.

Sette anni dopo (sette e mezzo per chi seguiva la scena canadese prima delle ristampe e magari chissaquando se c'era coi BSS dall'omonimo), Forgiveness Rock Record è un disco che ti sorprende ora come allora col suo essere accrocchio di cose belle e spiegazzate che forse non c'entrano con tutto quello che è intorno e non sai cosa può succedere alla traccia dopo. Quello che allora sembrava uno sconsiderato osare, ora è la maestria di chi riesce a far convivere tutto quello che piace, anche quello che piace ma che al momento sembra interessare di meno. Ci si ritrova di buon umore, quasi ci si dimentica del nuovo LCD Soundsystem (ma non di All I Want, non si può, Sant'Eno si arrabbia poi) e si avvisa i cari, "è primavera! è primavera!". Ora come allora sembra di essere fermi nonostante i settimanali voli lowcost facciano macinare kilometri. Ora come allora bisogna inventarsi l'inaspettato. Viva la vita rotta.

*
All To All - Broken Social Scene
Romance To The Grave - Broken Social Scene

(ma se non fosse da blog puzzone sarebbe da linkare tutto con un trojan che in automatico ve lo fa comprare. E di All To All qualche disco-head - Aeroplane? Ewan Pearson? DFA con Gavin Russom? - dovrebbe tirarne fuori un mostro cosmico via Milk & Kisses da ventisette minuti. E il trojan subito dopo suonerebbe All I Want)

((ora come allora si rifuggono i necrologgi, ma un saluto a Steve Reid e a Malcolm MacLaren. Linkare Paris con la Deneuve sarebbe stato troppo pure per lui))

*Feist è quella con la sciarpa e il pizzetto (scusa Feist, ma è una tradizione sin dal vecchio blogg)

22.2.10

L'invidia del piano

Sarà che oggi esce il mattone di Joanna Newsom e la Protezione Civile ha allertato i lettori mp3/cd e giradischi di tutto il regno (no, ma almeno l'ultimo pezzo se ci arrivate dopo tre giorni è senza arpa e non è male), ma Chilly Gonzales sta per tornare con un album prodotto da Boys Noize. Nell'attesa ci delizia con un mixtape in cui si diverte a suonare con la sua orchestra su 50 cent, Claude Von Stroke, Busta Rhymes, Daft Punk, Rocky e Beyoncé. Ah, giuoia.


29.1.10

Miette



(Ancora ti chiamerò trottolino amoroso e duddudaddada. Si sopporta la molesta Marina e i diamanti pur di ammirare in tutto il suo splendore il maestro Minghi Gonzales e le sue dita cicciotte in guanti bianchi. Ah, sapessi suonare il piano e fossi brutto come lui)