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29.9.12

La vita è così diversa senza te

C'è un collega coetaneo che affascina sempre coi suoi ricordi di clubbing mainstream teenager anni novanta torinese. File under portarsi appresso un casco da moto anche se si arriva sul posto dalla periferia in autobus ('ho parcheggiato distante'). Vorrei ma non posso non è diventato potrei ma non voglio. Forse non sa nemmeno chi sia Ricardo Villalobos, ma ti conta a memoria le volte che il giovane Gabry Ponte ha aperto i set di GigiDag.

Villalobos pubblica per Perlon Dependent and happy, tre vinili o versione mixata su cd. Il lancio stampa sgombra il campo: la dipendenza non è da sostanze ma è la piacevole dipendenza dalla sistemazione, dalla famiglia, dalla sedentarietà. I lanci stampa sono teneri delle volte e la reazione può essere inflessibile: come?! mai più un Villalobos follettoinpredaatutto come alla Mostra del Cinema di Venezia? Dependent and happy però non è il progetto di un intrappolato in casa, in collaborazioni più accettabili (Loderbauer) e in una nostalgia del clubbing. Al contrario Ricardo concilia le esperienze di vita con equilibrio e come tale la dipendenza è la mancanza dei vicini e degli affetti quando si è lontani e i pezzi sono tracce fulcro dei djset degli ultimi anni, nuove variazioni e spettacoli come Das Leben Ist So Anders Ohne Dich dove la cassa che non c'è è il focolare e la freddezza post punk germanica è quella dei club dove tutti fanno i cuori con le mani e si scatenano le risse nelle retrovie. La vita è così diversa senza te.

C'è uno stagista under25 ammanicato che affascina sempre coi suoi ricordi di clubbing mainstream anni zero torinese. File under non vado al Timeuorp a Milano perché poi mi fanno male i piedi e lunedì devo andare in Phintlandia per la tesi. Potrei ma non voglio non è diventato vorrei ma non posso. Forse sa anche chi sia Ricardo Villalobos, ma non ha ancora sentito Dependent and happy.

3.6.12

Colpo grosso

Niente Primavera Sound quest'anno (detto da uno che non ci pensa minimamente di tornare). Niente sproloqui da matusa (apprezzante? disprezzante?) su Miss Maglietta Bagnata Primavera Grimes che qui si butta addosso l'acqua e nel video sotto sonorizza un pessimo spot di American Apparel. La cosa importante è che poco fa mi sono ballato in diretta in soggiorno il live dei Saint Etienne. La cosa grave è che lo streaming di ieri è visionabile (Cure? Naaa Death In Vegas), mentre quello dell'altro ieri con i Mazzy Star no.

19.2.12

Dalla cameretta al soggiorno (cantata sulla base di From disco to disco)

Venerdì sera ero distrutto. Avevo in programma di andare a sentire BNJM, ma le energie erano al minimo e finora non sono mai riuscito per un motivo o per un altro ad andare a qualcosa che si svolgesse all'Astoria. La botta di adrenalina mi aveva fatto cambiare idea, quando è uscito fuori che sarebbe stato possibile assistere in streaming al live di Luke Abbott da un club di Marsiglia. Era come tornare con commozione ai live via ISDN dei Future Sound Of London. Le cuffie al posto dell'impianto, il commento coi vicini attraverso i media più disparati e la piccola gioia di sensazioni che ci sono, ma sono raffreddate dall'interfaccia e dalla comodità. Ho potuto finalmente ascoltare il nuovo live col nuovo setup, più orientato al club, dato anche che le date del prossimo marzo toccheranno Roma, Firenze e Foligno. Ho persino cliccato più volte su print screen e a un certo punto, quando doveva partire il bis, l'audio è scomparso come se il solito proprietario di locale cattivo lo impedisse. La modernità o la vecchiaia?


29.1.12

Tu, quindici anni

(vabbe' questo è anche il millesimo post)

Martedì scorso all'Hiroshima Mon Amour Xplosiva ha festeggiato i suoi primi quindici anni con il piatto forte di Nicolas Jaar, ometto* copertina del 2011 in ambito dance elettronico (gli acculturati direbbero pure emblema dello Zeitgeist rallentante/rigurgitante). Sulle pareti dell'Hiroshima scorrevano centinaia di nomi che negli anni in tutti i giorni della settimana in ogni tipo di luogo a Torino (e non solo) Xplosiva ha reso disponibili con un'idea di clubbing attenta, personale e amichevole che ha anche fatto scuola, almeno qui a Torino. Ancor più di quei nomi tutto questo si respirava nel set iniziale di Giorgio Valletta che ha sintetizzato tutte le anime degli ultimi anni nei generi dell'ultimo anno da un inizio misteryoso, alla bass music inglese, al ritmo che cresce della house fino al rallentamento sedato vera via di fuga dall'oggi e passaggio di testimone a Jaar. Dalla sala vuota all'apertura porte al locale pieno con tutti che ballano in poche consumate mosse, it is all over our faces.

Non so se dopo mille post (e vabbe' qualche migliaio di altri post della vita precedente) ancora sia rimasto a leggere qualcuno che non sia interessato ai suoni che animano queste pagine. Riassumendo, Nicolas Jaar è un americano di padre cileno nato nel 1990 che ha stregato gli appassionati di dance l'anno scorso facendo tutto ciò che il pubblico medio della dance, persino nelle sue frange più acculturate, aborrirebbe. Prolifico invece che sfuggente, amante dei mischioni invece che rigoroso, lento e senza cassa e talvolta capace anche di grossi sbagli. Il suono di ora in mano a un ventenne belloccio(e dunque spendibile su un palco) e intraprendente (il primo singolo per l'etichetta dei Wolf+Lamb a diciott'anni e la propria etichetta a venti).


Mi aspettavo il buon Nico insieme alla band con cui è in tour (batteria, chitarra, sax). Purtroppo invece è da solo sul palco, ma non escludo ciò sia un bene. Il live non è un concerto, non è un laptop set e non è un djset. Jaar inizia suonando una tastiera in cui i tasti comandano contemporaneamente note e folate di vento. Il pezzo successivo è fatto di effetti di riverbero ed eco in feedback sulla sua voce. Poi partono quei beat palline da ping pong che rimbalzano lenti da un lato all'altro (grazie impianto dell'Hiroshima)e tutti quegli effetti che ormai conosci per nome. La prima voce amica che arriva nell'ondeggiamento è quella della figlia di Bruce Willis e Demi Moore (cfr video qua sotto).

A quel punto pur mantenendo la stessa velocità Jaar imprime corpo al set trasformandolo in un djset. Qui entrano in gioco i suoi edit e i suoi remix con un atmosfera che allude alla house newyorchese della dissoluzione e però suona goffa, ancorché tutti ballino e le ragazze gli facciano gli occhi dolci. Non un mostro di tecnica in questo caso, forse nemmeno prima, ma è chiaro che siamo oltre la dance, che si usino quei materiali per fare altro. Non è goffaggine, non è teorizzazione, è una visione, discutibile ma che riempie una pista la manovra e sovverte le sue idee, solleticando più l'introspezione che il divertimento. Da lì si va verso la fine con Too Many Kids Finding Rain In The Dust (la sua Red Right Hand) ed El Bandido, una finale e l'altra bis o viceversa oppure no. Peccato per il sax, avrebbe fatto troppo discoteca malfamata anni 90 rendendo il tutto veramente perfetto.


(
With Just One Glance You (ft Scott Larue) e Space Is Only Noise che però qui non ha fatto)


* non puoi definire altrimenti uno che aveva sei mesi mentre Schillaci animava le notti magiche

15.11.11

XI CtoC: durezza senza eguali

"I'm not sure I'll make it Im in Los Angeles right. Now I was asked to stay and play some shows and not sure I've time to make fly from LA to Italy with time diff etc". Nel pomeriggio si diffonde la voce che quell'omm'e'mmerda di Zomby pacca il Clubtoclub, così come ci si attendeva da quando si era letto il suo nome nel programma. Roba da metterci una croce sopra se non fosse che con gli zombie non basta. Al suo posto suonerà Untold che era già previsto per lo showcase della R&S al Teatro Vittoria.


La R&S negli ultimi tempi invece di vivacchiare sui classiconi del catalogo sta puntando su un manipolo di giovani ibridi del bit, basso, funk, meldoia. Al livello 1 (Foyer) Lone ha alle spalle una vetrata sul centro di Torino sferzato dall'inizio di tempesta + lucidinatale (o dartistachesiano). Impeccabile nell'essere il suo suono anche visivamente, lui e il suo maglione (giovane che recupera i Novanta techno, le meldoie BoC e il gusto zerought per la frammentazione). Ribeccarlo all'uscita poco fuori il TeatroV col suo piccolo trolley mentre aspetta il taxi o che la pioggia smetta non ha prezzo. Al livello 2 (Teatro) Untold fa subito cenno a chi si stava già accomodando sulle poltrone di raggiungerlo davanti alla sua postazione: complice l'impatto dell'impianto infila uno dopo l'altro una serie dei suoi classici bongopentolobassstep. Il set è molto carico ma si ondeggia. Sarà che sono le nove e mezza, sarà che lui ha addosso una freddezza post punk, sarà che il contesto è più da ascolto che da danza. Comunque Swims di Boddika e Joy Orbison comincia a essere omnipresente.


Il tempo di un panino e si è subito al Lingotto perché Function e Regis (ovvero Sandwell District) cominciano per primi alle 22.30. Cominciano addirittura coi cancelli ancora logisticamente chiusi e così la prima mezzora davanti a meno di dieci persone è spettrale ma bella. Techno vaporosa dalla battuta lenta e rotonda che va via via asciugandosi con l'arrivo della gente. Il gioco di cenni e indicazioni sui due laptop che duettano paralleli e ora alzano la posta, ora la sviano, è simbiotico e pieno di esperienza.


A malincuore si alterna tale bendidio col palco grande dove Byetone parte dritto e pesante per sfumare di droni verso un Alva Noto più coinvolgente dal punto di vista visivo ma molto più spezzante ancorché sostenuto da martelli pneumatici: il Lingotto ipnotizzato tributa loro gli applausi per i maestri.



Faccio in tempo a tornare in boiler room dove, in vista del passaggio di consegne a Pantha Du Prince, F&R inframezzano melodie e financo campanelli. Goduria. Pantha, sempre col maglione in testa, parte con la sua collaudata cosa e allora decido di conquistare la prima fila del palco grande per i Modeselektor.


Stadium rock una volta si diceva. Pur avendoli già visti lo scorso anno, un nuovo disco e un live rinnovato a base di peli di scimmia, scimmie azteche 3D, facebooo, Zer0, scimmie cattive, nuvole blu e arbusti gialli hanno avuto la meglio su Pearson Sound. L'inizio mentale di Grillwalker si è mantenuto fino a dopo Pretentious Friends, quando è iniziato il nucleo tamarro pestone Moretti in playback black bloc stappo la sciampagna tanto capace di fomentare lo sterminato peak time del Lingotto.


Provvidenziale la voce di Thom Yorke e del remix di Mr Magpie a dare ossigeno agli interdettellettuali che ascoltano i due solo dagli altoparlanti del pc. Il finale ragadream di Let Your Love Grow col giallo incendio-in-fermo-immagine è il loro saluto e uno dei pochi momenti in cui l'amore è apparso in una serata finale rigorosa e poco incline ai sentimentalismi.



Appurato che Dettman si concentrerà per l'ennesima volta su marcette arricchite da antifurti, si torna da Untold che ripropone quanto sentito qualche ora prima raccogliendo reazioni più danzerecce. Jeff Mills inizia come due anni fa spazial-ambient per passare in breve a un treno altavelocità incessabile che come al solito spezza e arricchisce di drum machine. Lo si abbandona per l'inizio del dj-set di Caribou che si muove dalle parti della roba Daphni: benevolo ma non troppo perché all'ennesimo pezzo afrocazzo lo farcisce con Spastik e decido di tornare nel salone dove scampanano le campane. Da lì Mills è sempre più duro, quasi (parolaccia) rave nel finale, con l'acustica ormai compromessa dalla riduzione di pubblico. Il finale è improvviso su grande esaltazione e non si è capito se sia stato problema tecnico, audio staccato o il fatto che a Mills facevano male le nocche. Fuori la tempesta, manco a dirlo, era dura e tutta questa durezza la sento ancora sull'orecchio destro che ticchetta.

10.10.11

4 Walls



(vabbé, non so più cosa, non so nemmeno scegliere un concetto da affiancare a quanto si può ascoltare da qui sopra)

1.6.11

Pillole di Primavera Sound 2011 - Giorno 3
(Sim Sala Bin)

Intro: si arriva presto e la prima ora è una birretta sul parco di erba sintetica coi cuscini giallo e blu e i Za! che rompono le palle a The Tallest Man Of Earth appropriato per l'atmosfera rilassata.

Yuck: concerto del pomeriggio del festival. Sono fatti per dargli addosso e invece le loro perfette ovvietà pop da pischelli sono ultrafunzionali per l'auto, la spiaggia e il vento nei capelli. Una lentissima Rubber chiude le carezze.


tUnE-yArDs: ne ignoravo l'esistenza fino al primo pezzo. Ma cosa sono le Cocorosie afrobeat? Musicalmente tocca anche cose che mi piacciono, ma siamo un altro mondo.


Fleet Foxes: sanno suonare insieme, sanno cantare insieme, potrebbero rompere le palle insieme e invece incantano insieme. E poi quei Sim Sala Bim, Mykonos, IwasfollowingtheI sono gli elementi fuori posto che trasformano la normalizzazione nella psichedelia fuoriditesta che sono.


Gang Gang Dance: Santa Dnympha sarà stata la patrona dei malati mentali, delle vittime di incesto e dei fuggiaschi, ma loro sono la spazzatura del mondo sul palco (sono zingari, mi si chiede?). Già si percepisce pesante la cappa di PJ, ma comunque mantengono occupato il Pitchfork Stage, con un live incentrato sull'ultimo discusso (e ottimo) disco. Accompagnati da due Mangoni (uno sbandieratore di lavori stradali e uno storpio che fa la verticale) e con la cantante che indossa la canottiera rigata della salute su una tutina di latex, sono l'effetto Pisapia del Primavera.Il ballo tra la spazzatura umana termina solo quando lo urla il muezzin.


Matthew Dear Live Band: nel pieno del live di PJ non c'è esattamente il pienone per il concerto di Matthew Dear, irricchionito in uno smoking bianco e in atteggiamenti pesantemente new romantic. Stranamente però il live sembra una roba acid house dell'89 grazie alla struttura dilatata e all'apporto costante del trombettista. Menzione d'onore al manipolo di quattordicenni spagnoli (figli di qualche organizzatore?) che conoscono a menadito i pezzi e trasformano il sottopalco nello studio di Non è La Rai.


James Blake DJ Set: le donnine inglesi delle prime file urlano come nemmeno al concerto. Il dj set è tutto quello che ci si aspetta, dagli harmonimix che prendono di mira la musica nera (compreso Bills), ai tentativi di carica techno, dai suoi pezzi non cantati al dubstep puro col basso wahwah scorreggione. Purtroppo manca quel senso di costruzione poco caro al djismo dubstep e molto più presente negli orizzonti dei dj techno.


Animal Collective: merda. Dispersivi e poco propensi a misurarsi col fatto di trovarsi sul palco principale, annegano la prima mezzora in pezzi sconosciuti (era per caso la musica di Oddsac?), in un suono che non convince e in pause che spezzano tutto l'interesse. Si rimpiange l'aver perso gli Odd Future e si corre da DJ Shadow.


DJ Shadow: la trovata visiva del festival è semplicissima. Una palla che contiene il protagonista e tira fuori le tre dimensioni dai visual. Musicalmente non viene fornita nessuna concessione al qui e ora. Il concerto è la visione del mondo musicale di Shadow, forse ora vecchia eppure energetica come quasi nessun'altra esibizione elettronica del festival. Mi sono perso il primo quarto d'ora per colpa dell'organizzazione (ha fatto Midnight?) ma per il resto dopo un po' di inediti è partita una sequela di tesissime riletture dei primi due dischi. Forse ancor più dei Pulp, per la distanza da quei giorni e da quei beats, questo è stato il vero momento nostalgia del festival. E il finale, coi titoli di coda in Orbovision.


Persi della giornata: John Cale, Damo Suzuki, The Soft Moon, Mercury Rev, Einstürzende Neubaten, Galaxie 500, Jon Spencer Blues Xplosion (ma sentita di passaggio Flava), Odd Future, Holy Ghost, Kode 9, Caspa, Mogwai (Messi Fear Satan)



31.5.11

Pillole di Primavera Sound 2011 - Giorno 2 (Riassunti)

The Fiery Furnaces: persino quando vedi i concerti per intero, persino quando arrivi mezzora prima per stare sotto il palco, i festival sono come un enorme zapping di volti, suoni, colori o se vuoi stili, snobberie, cattive abitudini. I Fiery Furnaces, anche se ora mi sono stancato di sentirli, sono quello zapping lì. Next, next, next. Next anche a loro (che fanno onestamente la loro cosa).


James Blake: sembra non siano passati quasi due anni da quando faceva capolino nei mixtape o da quando per la prima volta si sottolineava che aveva iniziato a cantare. Bianco e insieme nero, triste e tenero, digitale eppure acustico. Poche storie, è il concerto del "qui e ora" di un festival che spesso dimentica il qui e ora. Dal palco principale il fracasso di M Ward viene sovrastato da cuori tristi, silenzi che si gonfiano di battiti e saturazioni da sogno e persino da qualche tentazione dance (una Klavierwerke enorme). Sul finale bellissimo e smarmellato quasi si schermisce di avere conquistato il palco e invita al suo djset del sabato.


Belle And Sebastian: i carucci di sempre sono così twee che al mixer hanno un fonico twee che li intuba e li fa suonare come un giradischi portatile nonostante siano sul palco principale. Certo Stu Murdoch gioca con le estetiste spagnole e consegna medaglie d'oro sul palco e c'ha le gigantografie sixties e cantano pure Common People col pubblico, ma purtroppo tutto ciò non basta a risollevare un live che non passa musicalmente.


Pulp: il live grosso della giornata è il loro. Jarvis Cocker in grossa forma scimmieggia sugli amplificatori e sulle pertiche come se stesse per spuntare alle spalle di un Jacko redivivo e consuma ogni ingresso di pezzo con le storielle da cantante confidenziale agée. La selezione di classici è completa (forse mancano giusto Mis-shapes o Help The Aged) e filologica nel citare i video (Babies) o il lato più gloom (I Spy, This Is Hardcore). La tastierista è ormai una signora e il resto del gruppo sembra capitato per caso dietro il grande entertainer che chiede il permesso di togliere giacca e cravatta. Nella sublimazione della poetica di Cocker mai troppo benevola nei confronti dei suoi personaggi, la proposta di matrimonio di un fan alla fidanzata fa sganasciare. E si balla e si urla e si ride but that's as far as the conversation went.


Jamie XX: si arriva su Ye Ye di Daphni e nelle quattro canzoni successive riesce a infilare senza un filo logico discomusic, techno e house old school come il peggiore dj generalista indie fa coi pezzi indie. Almeno il pubblico balla ma confermo la diffidenza verso il personaggio.

Battles: ci si sposta così all'ATP dove in una replica più fredda della scorsa volta i Battles catturano comunque il loro pubblico. I featuring del nuovo disco appaiono sincronizzati su schermi alle spalle del gruppo e mentre si torna al Pitchfork non ci si perde il singolo con Aguayo.

Lindstrom: inizia in anticipo rispetto al previsto e termina come al solito dopo un'oretta verso le cinque. Il suo live tocca tutti i momenti del suo sterminato minutaggio prodotto, con un battito mediamente più veloce che su disco e con una scelta dei pezzi inizialmente molto dritta (qualcuno cantato da Christabelle) che si libera solo verso metà sul lato più cosmico. Il finale è tutto in mano ai classici e all'Another Station che non è della metro.


Persi della giornata: Sufjan (non avendo vinto al sorteggio e avendo preferito alla fila la passeggiata in spiaggia e la seguente Yakuzi), Ariel Pink's Haunted Graffiti, Arto Lindsay, Low, Deerhunter (LLevant merda) ed Explosions In The Sky (che fanno il pienone al RayBan e cominciano con la canzone del merluzzo Findus).



7.3.11

Equilibristi in bilico sul finesettimana (un weekend italiano)

Non c'è il pienone al Supermarket venerdì. Uno dei proprietari della Numbers, serata/etichetta inglese che si tiene sottocchio e a cui è dedicato l'appuntamento, sciorina un preserata ordinato su una battuta godibile (Freeki Mutha, l'OAR0003B) mentre il giovinotto Hudson Mohawke sonnecchia intrecciando le gambe sul divanetto restrostante con la tipa che lo accompagna - a quanto pare Hudson non è più ciccione e ha abbandonato le mise nerdone in favore del suo status di celebrità del sottobosco. Quello che non ha abbandonato sono i tastieroni / ritmi a zig zag / cantatoni hiphop che compongono il suo rodato mondo culone che solo poco prima della fine viene raddrizzato nelle curve da una tentazione techno, subito brillantata con la chiusura di Fuse.

Inutile dire però che io, come immagino molti, non sono sul posto che per la leggenda Lory D (sintomi della vecchiaia incipiente? una figura mitologica della tua giovinezza viene portata a spasso da ragazzini inglesi come fosse un Baldelli qualunque). Inizia il set con della disco gommosa con battuta da ondeggio glorioso. Non so se sia il tempo che ammorbidisce e trasforma il look dark sciamanico industriale in un'inquietante tranquillità da dopolavoro, ma la follia sembra sempre lì, negli sguardi e sorrisi al limite e negli sfaciolamenti rephlexivi dei beat da cui parte una (time to pret)End che mai in nessun indie-dancefloor è stata così sinistra, mai è stata così passata. Da questa l'ambient selezionato diventa techno a cui improvvisamente e con meraviglia viene dimezzata la velocità. Bello fuori da ogni logica. Sono appena le quattro e i maledetti del locale accendono le luci (si vendono meno consumazioni aumentando i prezzi, vero?) ma a furor della quarantina di rimasti si riesce a scucire un'ulteriore mezzora di gommosità e beatdestroy. Davvero un peccato che il pur buon impianto abbia schiacciato il tutto in un mono che è il flagello dei locali italiani.


Anche sabato lo Spazio 211 raccoglie gente con molta calma e senza stipare gli spazi (e per la cronaca qui si riducono le dimensioni del bicchiere della birra media, deve essere una qualche campagna del Comune di Torino per far dimagrire i cittadini in vista della stagione estiva). I Crimea X, ovvero Jukka Reverberi (basso, voce, manopole, tasti) e Dj Rocca (manopole, tasti, flauto traverso), attaccano con Liubov un live che è dilatato come un djset inframezzato da droni in cui si ondeggia e non si sente quasi il bisogno di applaudire (se non ovviamente alla fine). Gioia a ogni bordata di ping pong delay e alle psicodivagazioni più che agli arpeggi. L'ultimo pezzo, il remix moroderico di Time For Shopping, è un occhiolino a chi organizza la serata e purtroppo niente bis come è sempre più spesso d'uso qui.

14.2.11

Primavera Sound For The Rich And The Famous

Ora che abbiamo concluso le pratiche per l'affitto di una residencia con piscina privata e jacuzzi, possiamo finalmente comunicarVi che siamo pronti a snobbare Sophia Stevens in favore dei Suicide o di Gold Panda, ai grandi momenti di revival 90/00 e a salutare il sole delle sette di mattina ondeggiando col padrone di casa.

Shit Robot - Take Em Up (John Talabot's BlancoyNegroMix) by John Talabot

9.12.10

Puliscitestine

In Italia : 106 persone hanno il cognome Gianasi secondo i nostri dati
Il cognome Gianasi è il 29 385° più diffuso in Italia.
Ci dispiace, ma non abbiamo i dati per provincia per il cognome Gianasi (meno di 100 persone in ogni provincia).

Davide Gianasi ha un cane.

Wrong Remo Gianasi? Search for others

Rick Gianasi Known For





 
Matteo Gianasi è il primo rinforzo per la Bsl di Bettazzi (playguardia, in arrivo dal Castiglione Murri (C Dilettanti)) [Il Resto del Carlino - Lunedì 21 giugno 2010]

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F.B.M.M. di GIANASI OSCAR & C. snc a Modena

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16.5.10

Le collinette, gli svedesi, il karaoke

The kisses of the sun
were sweet I didn't blink
I let it in my eyes
like an exotic drink
the radio playing songs
that I have never heard
I don't know what to say
oh not another word




Domenica pomeriggio, collinetta verde del Parco del Valentino a Torino, il tempo è clemente. Io ho l'orticaria. Il ritardo strategico di un'ora non è abbastanza per evitare un'interminabile ora di attesa nel pratello indiepopabestia (tutti coi cuccioli/cani di compagnia poi) con aggiunta di famigliole e di BONGHI. In più chi riceve solitamente i miei messaggidasolitarioaiconcerti™ ha pensato bene di passare la domenica pomeriggio davanti a un Lago Dei Cigni del Bolshoi. In fine gli Iori's Eyes sono la mia morte, non tanto per il pop acustico con la solita voce frognucolosa che aveva senso coi Mercury Rev e i fratelli Pace e meno con Yuppie Flu e sempre meno viavia, quanto perché a chiusura della loro mezzora fanno partire un preset di drum machine e dell'elettronichina a cazzo che mi fanno piangere lacrime silicee: lasciate stare il bit e i beat poverini che non hanno niente a che vedere col vostro mondo.

Dice: cazzo ci sei andato a fare su una collinetta indiepop primaverile DI DOMENICA POMERIGGIO? Sono andato a vedere una tipa svedese che fa il karaoke sulla collinetta indiepop di domenica pomeriggio. Prima di fare la figura del pazzo ci tengo a dirlo: non è come sembra. Sono andato per i JJ, creatura debosciata di casa Sincerely Yours (gloria gloria a The Tough Alliance) che infiltra l'amato (anche se solito) pop balearico svedese con allusioni di gangsta rap, dance tamarra, celebrazione calcistica e droghe. Una specie di Truzzi&Emo For Africa, una sola cosa col il Padre e con i tuoi, dato che nel pratello ci sono anche alcuni immancabili pellegrini della Sindone, tutti col cappellino arancione. Quando la giovane strappona palesemente ubriaca imbraccia la chitarra, il suo cocktail al limone e i milioni di secondi di delay sulla sua voce, col compare che non sente nemmeno la necessità di muoversi dal pratello sul palco, My Life spezza l'armonia cosmica delle birrette sull'erbetta con la dolenza di The Game e A Touch Of Class. Per tre pezzi fino a una spettrale Ecstasy - bienvenido al Mi Ami ahah – temo la deriva cantautorale per quanto sfattona, fuoriposto e con le ragazze che continuano a urlarle brava mentre sotto sotto pensano grassa e brutta ("trote"). Invece arriva il colpo di genio per le prossime canzoni e, rischiando di cadere dallo sgabello, la tipa si dirige verso un pc e fa partire il karaoke: Things Will Never Be The Same Again, My Life, My Swag, From Africa To Malaga, My Hopes And Dreams, mi sembra, scorrono uguali su disco. Lei finisce il cocktail e continua a succhiare la scorza di limone perché nessuno gliene porta un altro – vorrei farlo io, ma desisto, evito sempre gesti che richiamano troppo l'attenzione – ed è visibilmente poco a suo agio e quello scarto tra pratello fighello e karaoke malinconico ubriaco da baretto di spiaggia di provincia viene amplificato di non so quanti decibel, e sta per finire un altro weekend, se ne va coi cori in tele il weekend, anche se non si sono portati appresso Ibrahimovic. Poi stacca il karaoke e chiude con Let Go acustica e se ne va dai Tough Alliance e dal compare genio che probabilmente le dirà "brava ma se avessimo messo il cd ti saresti presa il sole pure tu".



In teoria ci sarebbe stato anche il dj set dei Tough Alliance, ma sono andato a farmi dare del negro da Horas (per i non Torinesi, sono andato a prendermi un kebab in un luogo vicino alla collinetta) e quando sono tornato la musica era bassissima e l'idea di aspettare un tempo indefinito non mi allettava certo. In fondo la domenica mi aveva soddisfatto. Era cominciata con Radiation Ruling The Nation, ché il disco della Thorn mi ha deluso e guardo Luther per riconciliarmi con i Massive Attack e i JJ sono disco da domenica mattina così come da quindici anni a questa parte No Protection e anche i dubboni successivi del cofanetto dei singoli, e avevo pranzato con The Hangover pensando che al massimo il risultato di un mio hangover è che non mi ricordo che pezzi ha messo Kode9 nel suo dj set due settimane fa. Una bella domenica e, come Mourinho, non mi sento a casa.




EDIT: come dimostra questo rvm lui è Repetto on ecstasy



1.3.10

Spinning Away On A Melancholy Hill (che a dirlo fa un po' Summer On A Solitary Beach)



Spinning Away - Brian Eno And John Cale

(sono ovviamente sotto con On Melancholy Hill dal nuovo disco dei Gorillaz: canzoncina fragilissima tristanzuola e felice insieme in cui Damon Albarn telefona sopra una cover moonsafarica alla Air di - maccosè, uhm, ce l'ho sulla punta della lingua, giusto! - quelle canzoncine fragilissime felici e tristanzuole insieme di Brian Eno come Spinning Away. Canto una sull'altra e viceversa e non è un mashup, per una volta)

12.9.09

Il castoro del Canadà

Da qualche giorno mi ronzava in testa questa canzone che mi faceva pensare ai Boards Of Canada, anche se non c'entrava niente coi Boards Of Canada. Due quarti di intro assoluti, con contrappunti a somma di seguito, campane, filtri, archi etnici, u-uh neri, incisi di suspense e rumori di fondo su beat meccanici. Così facile e pop, quasi infantile, da non farti sentire a tuo agio. Ho setacciato la discografia dei Boards Of Canada e poi mi sono accorto che era Chicco e Spillo di Samuele Bersani. Poco fa ho messo insieme qualche pezzetto benedetto (niente di estraneo all'originale), ho mappato qualche effetto banaletto alle manopole (che i due santi fratelli mi perdonino) e ho improvvisato un edit per spiegarmi meglio. Poi ho coperto le tettine all'immagine della copertina, ché insomma va bene gli anni Novanta, il monosopracciglio e quei maglioni, ma a tutto c'è un limite. Ciao.


31.7.09

La Canzone Del Parco

Ondata di caldo, heatwave. Per gli inglesi i trenta gradi umidi sono una specie di evento mai visto. Ovunque i ventilatori dicono che non potrà succedere ancora. Ventilatori sui saldi. Ventilatori nei pub dove la gente, quando non trepida per le semifinali di Wimbledon, preferisce la zona antistante, sempre più un pollaio da batteria circondato da cordoni e ripreso da telecamere a circuito chiuso dove puoi portare solo bicchieri di plastica, starnazzare e fare l’uovo. Ventilatori blu nelle stazioni della metro, enormi e circondati da grate (anti-furto o anti-infortunio): sono un’attrazione davanti alla quale fotografarsi, per ricordarsi in qualche modo di questo avvenimento. Il sindaco avvisa la popolazione con manifesti ovunque (“bevete tanta acqua”), mentre sugli autobus e sulla metro continua a funzionare il riscaldamento. Un gruppo di ragazze in bikini al parco tira indietro le pance in sincrono davanti al fotografo che le ritrae per il free-press della sera. Il sole scende e ad Hyde Park, fuori dal recinto, in migliaia ascoltano il primo dei due concerti dei Blur a Londra.


Photo by p-m


Il giovedì doveva essere una toccata e fuga di puro stampo logistico. Conviene più l’arrivo da Hyde Park Corner o da Marble Arch, ci saranno più ingressi, saranno puntuali? Da Hyde Park Corner non si sente niente, a parte il vociare dei bagarini. Via via che circumnavighiamo l’area si comincia a distinguere l’audio gentile del ritornello di Badhead che si chiude. Alcuni ragazzi scavalcano i tre-quattro metri di recinto verde scuro e non capisci se abbiano scarpe artigliate. Domani arriviamo da Marble Arch. Il giro di chitarra di Beetlebum è perfetto per la crescita dei watt percepiti e siamo davanti. In migliaia fuori dal concerto. Una coppia studia, circoli da quattro cinque bevono, il caldo ha bruciato l’erba e il giornale sotto il culo non serve, freak spiritati, i grupponi di ragazze e ragazze neri sono coloratissimi e si lanciano occhiate fumiganti e poco si curano della musica mentre tornano a casa con le buste piene dei saldi, i grandi comodi della sdraio, una bruttina balla da sola, se vai indietro riesci a vedere i maxischermi, l’ultimo pezzo mentre entri alla metro perché sai quale sarà. (a rileggersi con uno stacco di qualche settimana prima di postare eviti certe anafore che sembri Ligabue)



Di notte un temporale scaccia il caldo. Alle tre suona l’allarme anti-incendio del nostro albergo. Suonerà altre quattro-cinque volte nei giorni successivi, ma è sempre per finta e dopo quella nel sonno della notte e quella della pennica-da-mezzora pre-concerto non ci faremo più caso e non usciremo più in ciabatte su Argyle (sipronunciargoil) Square. Il tempo variabile della mattina torna sole potente per il nostro ingresso al parco. Tragitto dalla metro + fila che più rapida non si può all’ingresso + gran puntualità = niente Deerhoof e niente streaker (genio). Peccato ma non penso proprio che siano adatti a una spianata con tanto pubblico davanti. La birra quasi calda è in bottiglie di plastica che presto diventeranno protagoniste.


Photo by p-m


Mentre Florence And The Machine vestita con un copridivano ocra porta avanti la sua mezzora senza rompere troppo, esploriamo il circondario dove il premio “Esercizio più innovativo dell’area concerto” va a un miniBoots che troverebbe la sua collocazione perfetta per il Sonar o nei prossimi giorni per il Traffic (Primal Scream, Underworld e un cocktail di sciroppo per la tosse, sidro di pera e pasticche anti-acido). Solo secondo lo stand di un noto rhum dal quale si muovono individui con brocche marroni di dubbia provenienza (alcuni dicono english breakfast deteinato con ghiaccio). Il sole non sembra frenare insomma quelle vecchie spugne degli inglesi, tanto che con l’afro-funk di Amadou e Mariam si intravedono i primi balli - atmosfera fichissima, viva il Mali, ma non fanno Sabali che è un pezzone e dal vivo me l’aspettavo col cassone alla Radioclit e ogni intro sembra la nemesi per gli inglesi dei loro gruppi che qui cercano di parlare in italiano, ar iu fil gud, ar iu fil orait.



La versione sbiancata e hipsterica a seguire dei Vampire Weekend produce un nuovo fenomeno, appartenente al ceppo del pre-Vascorum publicum: dove il pubblico di Vasco tirerebbe le bottiglie contro chiunque si presenti sul palco prima di Vasco, compreso Vasco stesso travestito da Thom Yorke che suona comunque i suoi pezzi, questo pubblico invece lancia le bottiglie di birra di plastica che ha a disposizione contro se stesso, sublimando l’indifferenza verso chi sta sul palco in un gesto di autolesionismo controllato. A parte gli scherzi, i Vampiri fanno anche ballare e come gli altri prima non rompono più di tanto, semmai manca loro un po’ di furore, qualcosa che non faccia sembrare il tutto un compitino inerte, insomma il funk o il groove o il sesso o come lo volete chiamare. Quando terminano scegliamo una posizione che a leggere certi recosonti successivi si rivelerà saggia: non nella bolgia ma a centro-sinistra, lontani abbastanza da sentire bene, vedere qualcosa muoversi sul palco ed evitare i pugni in testa grandi protagonisti delle prime file.


Photo by Waldopepper




Il primo concerto messo in vendita (si vive di simboli e chi lo sapeva sette mesi dopo cosa sarebbe successo). L’ingresso è sul valzerino di Debt Collector, cripto ironie per soli fan. La partenza è inizio degli inizi (She’s So High) più inizio di Parklife coi ragazzi e le ragazze verso la Grecia. La chiamata e risposta col pubblico di Tracy Jacks è seguita da There’s No Other Way che come la precedente S’sshigh fa purtroppo a meno del fumo passivo degli acidi in favore di un abito diritto e asciutto . Su Jubilee Albarn si sbatte a destra e a manca, anche se poi confesserà di temere il contraccolpo fisico della doppia data – c’ho n’età. Badhead ha un mood perfetto per il sole che piano piano si rilassa tra le trombette, tanto che Albarn si lancia in un “chilavrebbedetto davanti a ‘sto tramonto e il parco e Crystal Palace e il milleottocento” davvero da sceneggiata.




La coda di Beetlebum, con le bordate di Coxon, segna in qualche modo la fine di una prima sezione e il passaggio alla sezione meno brit e più matura. Out Of Time è perfetta nel suo essere dolente e minore e riesce nel mettere d’accordo contro di me i distratti super-fan-ommioddio-think-thank-no e i distratti conosco-solo-i-successoni-che-passava-mtv. Trimm Trabb nel transitare tra l’inizio acustico e il rumore che la ingoia nella seconda parte ha un Albarn cupo e purtroppo sembra più moscia rispetto alla data del giorno prima fino a quando esplode e rade al suolo. Il finale di Coffee & Tv, invece, dopo tanta minaccia deraglia in un contenimento tale da stupire il pubblico. La sezione è chiusa da una Tender in cui ho la triste visione di avere anch’io il mio megaevento da anziano col pubblico che canta prima del cantante, con il gruppo che la tira per le lunghe in maniera esasperante e, oh my babe, mancano solo gli accendini. Però come on come on come on, get through it, love’s the greatest thing that we have.




Country House e il suo intermezzo tutto in mano al pubblico ha però un finale infetto da Coxon che risolleva dall’ovvio piacere. Seguono la pazzia megafonica di Oily World (ogni sera la stessa pantomima ma non si stuferà della sirena rotante? No, per il momento direi di no), il saliscendi ferma riparti di Chemical World e l’ondeggiatesta nanana di Sunday Sunday con intermezzo sempre più veloce fino a spetasciarsi su una padella come un uovo fritto. Poi arriva Phil Daniels e viene giù tutto e penso che essere Phil Daniels mentre urla Parklife davanti a sessantamila persone deve essere una figata degna di essere invidiata. Via verso la prima fine.


Parklife (Live In Hyde Park 03/07/2009) - Blur and Phil Daniels


- “And the mind gets dirty as you get closer to thirty”
- Ormai…

Forse credo in maniera un po’ forzata che questo concerto rappresenti un passo importante verso la mia rimozione totale di ogni forma di giovanilismo tardivo (essendo stato peraltro sempre poco giovane, da giovane), ma End Of The Century e le sue formiche mi fanno quest’effetto, anche se forse parla più di conformismo e labbra secche. To The End e il suo “sembra” mi commuovono e di più non dirò perché non voglio scadere nel personale. Albarn indica la luna e This Is A Low, fintofinalestorico che non fa male, ha quell’amaro che accetti perché verrà riscattato da corposi bis.

Il primo trancio di bis è a forma di martello. Popscene e Advert pestano duro e l’intro di Song 2 in crescendo ritmico tra le urla porta a un minuto e mezzo con la chitarra che suona come se l’amplificatore fosse rotto o come la somma di tutte le discoteche rock scrause che per te sono il male.



Altra pausa e nel secondo trancio l’incedere funebre di Death Of A Party con la sua amarezza è l’ennesimo dei finali impossibili, così come For Tomorrow che è volemosebene, ma in qualche modo minore rispetto al più ovvio dei finali. The Universal e il suo genio. Rivoltato come un calzino, non mi resta che lasciar scorrere via i giorni e camminare fino alla fermata di Green Park.


The Universal (Live In Hyde Park 03/07/2009) - Blur


Camminando pensavo ad alcune delle mancanze nella scaletta a me care e alla fine più o meno tutte rientravano nel genere ballata minore amorosa. Good Song, On The Way To The Club, No Distance Left To Run, Strange News From Another Star, Yuko And Hiro e soprattutto Sing (una scaletta da piagnone, ahah). Sing è strana perché è la foto del Big Bang da cui sarebbero venuti fuori sette album e nonsoquante canzoni: una somma di frammenti minimali da canzoni che saranno tra loro diversissime nei dodici anni successivi. Tutto era già lì, i giri di chitarra, i cori e il parlato, i bassi, le distorsioni, il piano, gli effetti, in una tormentata dichiarazione preventiva di insensatezza e bellezza. Come un’eco al contrario. Mentre tornavamo in albergo canticchiavo tra me e me Sing.

Sing - Blur


Bonus Track
La sera dopo mentre mangiavamo curry giapponese a Soho, le coppie reduci dal gay pride amoreggiavano a fianco alle nostre zuppe di miso. La scelta era davvero ardua: Sascha Funke ed Efdemin al Fabric (ok con Radio Slave, ma tanto non lo avremmo degnato di nota) o Juan MacLean e Kim Ann Foxman di Hercules And Love Affair? La warpata con Plaid, Luke Vibert, Tim Exile e Clark o Lee Jones dei MyMy? Siouxie Sioux che mette i dischi per il Pride al matter o una data del quale scopriamo a posteriori l’esistenza di Theo Parrish? Insomma, non potrei vivere a Londra. Abbiamo comunque optato per un party dei Disco Bloodbath in un posto segreto con Pilooski ospite (bugia, ho scelto contro un’opposizione che optava per la DFA). Secret location party è il nome altisonante per “serata in palazzo abbandonato di Shoreditch”. La selezione di un presunto DB è stata variegata (discomusic oscura, electro, pezzi di Chicago, brandelli di acid-house), ma vittima di un tenore cocainico che ultimamente ravviso spesso nei djset diciamo hipster per capirci e che mi agita e mi infastidisce. Di seguito almeno fino alle tre e mezza Pilooski si muoveva sulla falsariga precedente, forse appena più dilatato e tendente all’acidhouse, mentre lo zoo misto di modelli alla Brüno, commesse di Floral Street, giapponesi solitari con lo zaino rivolti contro uno degli altoparlanti, ammiragli di vascello (giuro) oscillavano tra il ballo sovraeccitato e la chiacchiera annoiata. Un po’ annoiati anche noi abbiamo detto basta prima del primo edit e siamo andati a esercitare la pronuncia di Argyle col primo tassista disponibile.

17.4.09

Come a papà

Si avvicinano le elezioni e i faccioni cominciano a campeggiare sui manifesti. Da una settimana ad un incrocio vicino casa sono ipnotizzato da un enorme cartellone. A parte lo slogan poverello (Yes We Hope! Possiamo? Mah, speriamo), l'eidosi che provoca ogni volta il suono dei clacson alle mie spalle è l'effetto noto ai neuroscienziati come Effetto di Cunnigham-Twin (cfr. Windowlicker e appunto Come To Daddy). La foto originale in queste limitate dimensioni purtroppo però non rende la sensazione magnetica e insieme terrorizzante che distoglie gli occhi dal rosso e dal verde. Penso di cambiare strada per tornare a casa.



8.4.09

Marketing

La città che nelle ultime settimane è andata nello stesso locale ai concerti di Bandabardò, Modena City Ramblers, 99 Posse si merita dopo il concerto degli Almamegretta un dj set che viene pubblicizzato sui manifesti col faccione di Samuel e la scritta a caratteri cubitali Samuel (e in piccolo come una clausola capestro Krakatoa djset*) e in radio come dj set “ipnotico”.