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15.11.11

XI CtoC: durezza senza eguali

"I'm not sure I'll make it Im in Los Angeles right. Now I was asked to stay and play some shows and not sure I've time to make fly from LA to Italy with time diff etc". Nel pomeriggio si diffonde la voce che quell'omm'e'mmerda di Zomby pacca il Clubtoclub, così come ci si attendeva da quando si era letto il suo nome nel programma. Roba da metterci una croce sopra se non fosse che con gli zombie non basta. Al suo posto suonerà Untold che era già previsto per lo showcase della R&S al Teatro Vittoria.


La R&S negli ultimi tempi invece di vivacchiare sui classiconi del catalogo sta puntando su un manipolo di giovani ibridi del bit, basso, funk, meldoia. Al livello 1 (Foyer) Lone ha alle spalle una vetrata sul centro di Torino sferzato dall'inizio di tempesta + lucidinatale (o dartistachesiano). Impeccabile nell'essere il suo suono anche visivamente, lui e il suo maglione (giovane che recupera i Novanta techno, le meldoie BoC e il gusto zerought per la frammentazione). Ribeccarlo all'uscita poco fuori il TeatroV col suo piccolo trolley mentre aspetta il taxi o che la pioggia smetta non ha prezzo. Al livello 2 (Teatro) Untold fa subito cenno a chi si stava già accomodando sulle poltrone di raggiungerlo davanti alla sua postazione: complice l'impatto dell'impianto infila uno dopo l'altro una serie dei suoi classici bongopentolobassstep. Il set è molto carico ma si ondeggia. Sarà che sono le nove e mezza, sarà che lui ha addosso una freddezza post punk, sarà che il contesto è più da ascolto che da danza. Comunque Swims di Boddika e Joy Orbison comincia a essere omnipresente.


Il tempo di un panino e si è subito al Lingotto perché Function e Regis (ovvero Sandwell District) cominciano per primi alle 22.30. Cominciano addirittura coi cancelli ancora logisticamente chiusi e così la prima mezzora davanti a meno di dieci persone è spettrale ma bella. Techno vaporosa dalla battuta lenta e rotonda che va via via asciugandosi con l'arrivo della gente. Il gioco di cenni e indicazioni sui due laptop che duettano paralleli e ora alzano la posta, ora la sviano, è simbiotico e pieno di esperienza.


A malincuore si alterna tale bendidio col palco grande dove Byetone parte dritto e pesante per sfumare di droni verso un Alva Noto più coinvolgente dal punto di vista visivo ma molto più spezzante ancorché sostenuto da martelli pneumatici: il Lingotto ipnotizzato tributa loro gli applausi per i maestri.



Faccio in tempo a tornare in boiler room dove, in vista del passaggio di consegne a Pantha Du Prince, F&R inframezzano melodie e financo campanelli. Goduria. Pantha, sempre col maglione in testa, parte con la sua collaudata cosa e allora decido di conquistare la prima fila del palco grande per i Modeselektor.


Stadium rock una volta si diceva. Pur avendoli già visti lo scorso anno, un nuovo disco e un live rinnovato a base di peli di scimmia, scimmie azteche 3D, facebooo, Zer0, scimmie cattive, nuvole blu e arbusti gialli hanno avuto la meglio su Pearson Sound. L'inizio mentale di Grillwalker si è mantenuto fino a dopo Pretentious Friends, quando è iniziato il nucleo tamarro pestone Moretti in playback black bloc stappo la sciampagna tanto capace di fomentare lo sterminato peak time del Lingotto.


Provvidenziale la voce di Thom Yorke e del remix di Mr Magpie a dare ossigeno agli interdettellettuali che ascoltano i due solo dagli altoparlanti del pc. Il finale ragadream di Let Your Love Grow col giallo incendio-in-fermo-immagine è il loro saluto e uno dei pochi momenti in cui l'amore è apparso in una serata finale rigorosa e poco incline ai sentimentalismi.



Appurato che Dettman si concentrerà per l'ennesima volta su marcette arricchite da antifurti, si torna da Untold che ripropone quanto sentito qualche ora prima raccogliendo reazioni più danzerecce. Jeff Mills inizia come due anni fa spazial-ambient per passare in breve a un treno altavelocità incessabile che come al solito spezza e arricchisce di drum machine. Lo si abbandona per l'inizio del dj-set di Caribou che si muove dalle parti della roba Daphni: benevolo ma non troppo perché all'ennesimo pezzo afrocazzo lo farcisce con Spastik e decido di tornare nel salone dove scampanano le campane. Da lì Mills è sempre più duro, quasi (parolaccia) rave nel finale, con l'acustica ormai compromessa dalla riduzione di pubblico. Il finale è improvviso su grande esaltazione e non si è capito se sia stato problema tecnico, audio staccato o il fatto che a Mills facevano male le nocche. Fuori la tempesta, manco a dirlo, era dura e tutta questa durezza la sento ancora sull'orecchio destro che ticchetta.

31.1.11

Tuff-i


Questo qui sopra è Actress, ovvero Darren Cunningham. Con grande probabilità il vostro disco dell'anno faccio-capire-che-mi-piacete-anche-voi-altri sarà stato Caribou o Kanyewest. Splazsh di Actress (anch'esso scelto come disco-ponte dell'anno dal giornale filofighetto) invece è un disco immerso in tutto e poi sgranato. Sabato scorso (seconda serata di Houdini) Actress ha interrotto il funzionale back to back introduttivo di Vaghe Stelle e Sergio Ricciardone con dei droni dai quali è emersa della techno scura incatramata, spezzata dalla vecchia scuola electro tutta in fila di Maze spezzante al punto da spezzare se stessa e sfaccettarsi prima dei tentativi di house che imprigionano i campioni degli Human League, con tutto che sfugge e si sgambetta, con gli elementi che vanno tutti fuori tempo, o meglio che seguono tutti il loro tempo. Tutto poi era goduriosamente ovattato, affilato e sepolto dagli effetti e dal bitrate e poi nuovamente distorto dall'impianto (forse era un errore, ma rientrava tutto nel processo di impoverimento del suono primigenio alla ricerca del brivido della nostra esperienza di ascolto di oggi: prima o poi uscirà fuori un fanatico dell'alta fedeltà che diventerà il nuovo beniamino del riflusso). Era una serata così spezzante che anche il biglietto d'ingresso che ho ricevuto era spezzato in due biglietti, uno intero da cinque euro e uno ridotto da tre euro (ma davanti a un live come questo si chiude un occhio davanti alla finanza creativa che permette di mantenere in vita il clubbing).

Always Human by Actress

9.12.10

Puliscitestine

In Italia : 106 persone hanno il cognome Gianasi secondo i nostri dati
Il cognome Gianasi è il 29 385° più diffuso in Italia.
Ci dispiace, ma non abbiamo i dati per provincia per il cognome Gianasi (meno di 100 persone in ogni provincia).

Davide Gianasi ha un cane.

Wrong Remo Gianasi? Search for others

Rick Gianasi Known For





 
Matteo Gianasi è il primo rinforzo per la Bsl di Bettazzi (playguardia, in arrivo dal Castiglione Murri (C Dilettanti)) [Il Resto del Carlino - Lunedì 21 giugno 2010]

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27.9.10

Meno di nero

In un certo senso la negazione del dubstep wonky di Joker o di quello giocoso à la Mount Kimbie e persino dei grilletti / accendini / treble di Burial. Non è dubstep, non è techno (sebbene sembri techno rallentata), non è witch-house perché nel nome non c'è nemmeno un \▲/. Il primo EP della neo%nata? Blackest Ever Black ad opera di tal(i) Raime è una tripletta di dreampop mortifero che fa strame degli Enigma, rimette in funzione asportatori di truciolo senza lubrorefrigerarli e ribolle di frequenze avvolte dalla pece. Non resta che aspettare il remix di Regis di This Foundry per poter ballare tutto questo.



12.11.09

StalleToStelleToStalleAgain (ovvero il ClubToClub: terza serata)

Sabato al Lingotto, serate finale. DJ Pierre è già sul palco, un incrocio tra Disco Stu, il Mike Bongiorno della sigla di Pentatlon e quei cartoni animati blacksploitation anni settanta. Quando Guido Savini, preposto a sonorizzare con adeguata energia l'ingresso al padiglione, gli passa la linea, Pierre aggredisce con una hard house ai confini della minimal. Passi che dal padre dell'acid-house di Chicago avrei preferito inflessioni più, hmmm, acide, passi che a quell'ora e in un luogo così grande è giusto farsi prendere a cazzottoni, ma quello che non può passare è il suono tristemente ottuso della musica che ha proposto, con le frequenze tutte in mezzo (ma i bassi? ma le alte?) e quell'odore chimico di preset.

(DJ Pierre gioca a Snake col cellulare nuovo mentre mixa)


Jeff Mills mi scuserà se il giorno prima non mi sono recato al Museo del Cinema a prestare occhi e orecchi a un suo nuovo progetto multimediale in cui mischia musica e regia. Sono un passolone, ma quando la pseudo sbobba intellettuale è così ovvia, ne faccio a meno. Sul palco invece è rivelatorio. Azzerando l'ora e mezza di Pierre, riparte da un tappeto di frequenze insolite per luoghi come questi: dieci-quindici minuti di intro coi bassi che lenti si sollevano prendendo velocità e gli alti che intessono trame che si vaporizzano, si sfaldano e schioccano oscillanti. In mezzo le frequenze protagoniste del set di Pierre sono espulse, e con loro gli arpeggi sordi e i ritmi dall'occhio sbarrato. Sullo schermo la luna, la bocca è aperta e nessuno reclama i cazzottoni. Poi i cazzottoni arrivano, anche a colpi di 909 live, oscuri e disperati, incalzanti e capaci di retrocedere ancora su intermezzi di ambiente tesissimo.



Questa sera il concetto del club-to-club consiste nel migrare verso un'enorme caldaia di ferro alle spalle del palco principale, contenente la sala rossa. Savini, prima di passare la linea al live di Nathan Fake, è molto più crossover e quindi ci scappano le milanesate, un pizzico di cosmica, gli hotchippi e via dicendo. Nathan Fake live è in crescita continua: dai set ai limiti dell'ambient-davanti-a-chi-vuole ballare del periodo successivo all'uscita di Drowning e da quelli che per concedere di più ai danzerini sacrificavano storture e complessità, oggi sembra aver preso il meglio e le ritmiche incessanti e talvolta crespe non impediscono il gioco di fino o l'emersione indisturbata dei tratti melodici. Dj Pierre (anche in questa sala) prende il suo testimone e tende a ripetere quanto suonato sul palco principale con la differenza che ora i pezzi noiosi si inacidiscono un po' di più. Così si torna al main stage per l'ultima mezzora di Mills che bombarda con la drum machine come se non ci fosse domani. La sua chiusura è ambientale, forse però meno intrigante dell'apertura. Comunque, set della serata.



Carl Craig non è proprio in vena. Sarà quanto ha visto fare da Mills, ma inizia tentando un'intro orchestrale involuta che invece di ipnotizzare, crea del malumore. Quando comincia a piovere qualche fischio, continua imperturbabile con un muso duro che se non fosse il suo solito muso duro, si sarebbe quasi potuto dire provocatorio. Rendendosi conto, lascia partire la cassa, ma per tutta la prima parte è duro e piatto. In parallelo il suo traktor comincia a fare le bizze e se in qualche occasione sembra di assistere a un gioco di gambe in contrappunto, per il resto si ha la spiacevole impressione di assistere a una schermata impallata col software che quando sembra ridarti il controllo del puntatore si blocca nuovamente. Sarà la serata, saranno i problemi, ma C2 tira i remi in barca quando manca ancora molto e decide per il set alla cazzo di cane (per dirla alla René Ferretti): da un minimo di senso iniziale passa a consegnare alla rinfusa e senza un perché le sue solite armi di battaglia (e Jaguar buttata lì a quel modo fa male) e robe nuove come Hood su Clock. Dato però che non c'è mai fondo al peggio, quando ormai temevamo anche le trombette, il finale è arrivato coi canti latino-americani, come nemmeno il peggiore epigono di Luciano: ultimo pezzo prima del bis Caminando e bis a cazzo di cane, udite udite, La Mezcla. Que tristeza.



25.10.09

Non per la danza, balla per me

Frequenze basse. Piatti. Spazzole. Una cassa morbida. Poi parte un giro melodico dolente. Seduce me è il primo pezzo di The Dance Paradox, primo album di Redshape. Gli elementi prendono a cumularsi e a influire sui precedenti, seducendoli sottilmente. In Seduce Me la cassa come quella dei pezzi che si sentono in discoteca comincia quando mancano trenta secondi alla fine. Come in Garage GT, che ce l’ha anche all’inizio ma che viene presto inglobata dal ticchettio di una macchina per scrivere tribale e da inesorabile diventa circospetta. Si sente un clacson per un'unica volta e poi un organo strozzato, sirene, la cassa ancora che ritorna inesorabile e poi si risfrangia mentre sbuffano gli scappamenti. È solo la vita di un garage multipiano, ma di quelli in cui chissà quali incontri avvengono.

Bound (part 1 & 2) è Carpenter trapiantato a Detroit, con la cassa che a un certo punto fa il paso doble. Jennifer Tilly è stata inserita al ventitreesimo posto nella classifica delle 25 donne più sexy del mondo del 1995 ed è stata sposata con il produttore dei Simpson per sette anni. Poi la cassa raddoppia e i piatti incalzano. Quando sembra ovvio il finale (non è vero niente), il campo si allontana e inquadra il set con gli attori che se ne vanno senza recitare la battuta rivelatoria. Man Out Of Time scudiscia e palpita con una nuova sequenza programmata sulle valvole cardiache. Globe è il primo technone dritto e classico col basso che sfrigola acido, una roba quasi filologica.

Rorschach’s Game ripassa l’ammorbidente su visioni da beat generation, nell’ennesimo paradosso temporale. Dead Space Mix (Edit) conferma il gioco tra cassa zoppicante e cimbali in libertà che fanno di tutto e di più mentre gli oscillatori si aprono e chiudono e macchinari bippano rumori di fondo binari. Dark And Sticky è la fine con misteriose rotelle e ronzii affianco a un altro sapiente duetto di cassa ovattata e piatterelli appicicosi. Redshape oltre a disconnettere la produzione musicale dalla propria persona nascondendosi con una maschera rossa e a ribaltare il concetto per cui la musica elettronica necessita di premesse futuristiche con un disco che racconta il passato con la consapevolezza del presente, Redshape allude al paradosso della danza. Non ti spiega qual è, ma io la penso così: tanta gente fa musica per ballare che alla fine dei conti è interessante, ma vuoi mettere scrivere musica così interessante che vuoi anche ballarla?


Seduce Me - Redshape

11.10.09

Al buio

Come l’anno scorso Xplosiva ha organizzato EVA (ElectroVideoAmbiente) all’interno della Settimana di Uniamo Le Energie e così mi sono beccato aggratis il sontuoso live di Shackleton, in modo da poter testare sul campo la bomba Three Eps in uscita su Perlon. Fortunatamente lo spazio accademico da lezione universitaria della Fondazione Sandretto è stato abbandonato in favore del Sustainable Dance Club di Torino Esposizioni, una riproduzione del dancefloor del Club Watt di Rotterdam che sfrutta l’energia cinetica di chi balla per generare effetti di illuminazione tramite led (ricordo ancora quando i giornali italiani spararono la cosa come se il movimento dei piedi alimentasse l’impianto audio, le luci e quando il dj toglieva la cassa l’energia veniva venduta all’Enel). Per quanto mi riguarda però il vero aspetto di sostenibilità è stato che Shackleton per l’una ha terminato l’ora e mezza di live.



Fedele alla mia abitudine di entrare nei posti nel primo minuto di apertura, osservo come al solito le sempre diverse modalità di arrivo e riempimento di un luogo forse troppo ampio e con una luce bassa, blu-verde livida e strana. Il dj che cura l’apertura sciorina per una buona mezzora un misto pop funkettone spezzato, tra cui per esempio riconosco Young Heartache di Bullion. Poi via via che le persone arrivano opta per della techno a bassissima battuta, tra cui per esempio riconosco Goblin Think dei Margot. Shackleton attacca laptop e controller e comincia con una jam di percussioni senza bassi. Non avevo idea che potesse indossare degli occhialini da vista, dei colori sulla t-shirt e che potesse saltellare così tanto davanti alle manopole – sì, mi aspettavo una specie di ninja imperturbabile bianco e nero. Il primo pezzo realmente ballabile è la nuova (No More) Negative Thoughts che sfocia in Death Is Not Final. I bassi sono controllatissimi, delle bordate solitarie e dei giri assassini lontanissimi da certi wahwahwah cafoni che tanto animano certo dubstep. Se Shackleton già in passato era stato uno dei tanti battitori liberi che animano la parte più interessante del genere, oggi sembra spingere oltre la sua produzione, tra tentazioni techno che ogni tanto nel live sono affiorate e divagazioni ambientali che sempre nel live sono state più al servizio della maniacalità percussiva.



Se un unico appunto voglio proprio fare è quello che, mentre saltuariamente Shackleton ridacchia perché intreccia due linee di cassa in modo insieme dritto e sbilenco, il suo set parla solo il linguaggio della paranoia e dell’apocalisse. Gli inserti medio-orientali, asiatici, africani (ma si potrebbe continuare con maori, eschimesi e valguarnera-caropepesi) hanno perso tutti i colori e la vita che spesso come un brutto souvenir l’esotismo a basso costo riesce comunque ad afferrare e non resta che il borbottare dei quartieri ghetto visto con sconcerto, paura e rifiuto dal resto della città indigena e insicura. Anche se il borbottio non era altro che “oggi ho avuto una giornata pesante, ti amo, che facciamo stasera”. Così i momenti più belli sono quelli in cui l’apocalisse diventa letteralmente rivelazione e il velo vieno squarciato e ci si mette alle spalle la paura precedente. Come in Naked che è una specie di film nouvelle vague strizzacuore sulla Banlieu (di più cosa si può fare, la nouvelle vague coi nazisti?). O come quando la tribalità dei canti e delle percussioni si inietta nelle nostre giornate automatiche e sempre troppo cinetiche anche se siamo fermi col culo sulla scrivania e la faccia incollata su uno schermo (i pezzi su Hotflush come New Dawn e i suoi urletti o la tabla-defibrillazione di Mountain Of Ashes). Mezzanine dei Massive Attack era un punto di partenza verso il buio, qui ci stiamo dentro appieno ed è solo questione di prendere le misure di quello che non riusciamo a vedere. Poi però il live finisce e il modo sbalordito con cui Shackleton sorride e stringe mani riporta queste pippe alla genialità umile e intuitiva che amo nella musica elettronica perché riesce a dire tanto sul mondo in cui viviamo senza sembrare una coglionata da sociologi per quotidiani.


Naked - Shackleton
Mountain Of Ashes - Shackleton

29.9.09

Klosing walls and ticking Klocks (25 hours party listening people)

Ma non ti annoi? Ma che cazzo fai quando vai?* A che pensi per tutte quelle ore?** Se è difficile provare a rispondere alle loro domande con “ascolto cosa/come suona il dj, guardo come reagiscono le persone, ballo sul posto***”, immaginate la mia situazione: è più inspiegabile attendere un dj che si presenta solo alle cinque e sentirlo fino alla fine (lo stesso orario in cui mi sono svegliato) o recriminare sul fatto che abbia suonato solo due ore invece delle cinque preventivate (e che anche il suo compare ci aveva regalato qualche tempo fa)? Per farla breve, venerdì scorso doveva suonare a Torino Ben Klock ma per un allarme attentato all’aeroporto di Berlino il suo aereo è atterrato a Malpensa alle 3 invece che alle 22. La piazza è stata tenuta egregiamente dai residenti anche se non facevano per me (ho alzato le antenne solo per uno dei primi pezzi del secondo tipo (Claude?), una roba strana con battuta lenta, e per The Pulse di Efdemin su cui mi sono alzato dal divano. Ben Klock ha comunque onorato fino a quando ha potuto la pista e il locale (le 7, Turin is not Berlin), anche se io ero troppo stanco per apprezzare il tiro dritto e rigoroso e dopo una ventina di minuti ho optato per il divanetto, risvegliato dopo una mezz’ora dal remixo dettmanico dei Junior Boys curiosamente seguito anche questa volta da Subzero. Più in generale per il poco sentito Klock mi è sembrato più squadrato e meno incline all’idea ritmica di Dettmann, ma potrebbe essere solo questione di compressione. I ragazzi di Savana Potente hanno promesso che Klock tornerà prossimamente con un evento gratuito. Poi c’era un afterhour al Dottor Sax, ma per andare avrei dovuto prendere delle sostanze, tipo il sonno pomeridiano.


Subzero - Ben Klock


* un collega che si è svegliato alle sette come me, ma che andrà a letto nove ore prima
** una persona molto vicina all’estetica
*** agito i piedi sul posto, ondeggio la testa sul posto, ogni tanto elargisco segni di approvazione o avversione con le mani. Sempre sul posto

6.3.09

Più in basso del cielo

Scena 1: questo è quanto, ti abbiamo fregato. Inventatene una, se sei capace
Scena 2: ragazzine e ragazzini ballano la sigla di College e non erano nati quando tu lo vedevi alla tivù
Scena 3: The Mole! The Mole! The Mole! L’ultimo giorno il basso fu la speranza



Mai martedì fu più magro. Non sappiamo ancora il finale, ma siamo pronti a scrivere il terzo episodio della saga Cassa Disintegrata / Settimana Corta. Se avete una proposta in ambito intrattenimento da almeno duemila teste prenderò in considerazione anche voi. In poche parole niente Loco Dice che fa il Loco Dice di buon gusto. C’era un motivo, c’era.



Venerdì, primo di quaresima, non si dovrebbe fosforescere. Se pensate come me che fossero tristi i Bugged Out milanesi dell’anno scorso con le mezze calzette e Uffie all’Hollywood e il fluo e le kefiah fuori tempo massimo, non avete idea di cosa possa essere vedere tutto ciò oggi nella BAT provincia (non quella di Batman, quella di Barletta-Andria-Trani). Ti dici pure che c’avranno diciannove anni e avranno il diritto una volta ogni due mesi di sognarsi stylish e abdicare alla vittoria storica di Fabio Fazio e dei gilet. Poi però arriva un vocalist. UN VOCALIST. Con l’occhiale finto sfigato che urla come un ossesso come un personaggio di Fabio De Luigi. Io quando vado alle serate techno avrò pure intorno qualche ragazzino con la cresta, ma fortunatamente nessun vocalist rompe i coglioni. Nonlodireanessunononlodireanessuno, vaffanculo io lo dico a tutti. Fossi stato in Borut non so come avrei reagito. Tanto era il cattivo sangue, che alla fine ho apprezzato solo a sprazzi il suo set, soprattutto nelle parti che suonavano più di vecchio e del discone o che tentavano incisi minimalosi. I funzionali remix dei Soulwax e le svisate più londinesi (o milanesi?) come si sa ormai mi lasciano un po’ freddo e per il futuro dei Furano spero che non si indugi più di tanto da quelle parti. Hang the vocalist, comunque.



Sabato invece puro piacere. Il mio solito ingresso ad apertura porte avviene sul tepore crepitante di Freaky Mutha F_cker di Moody(mann) e The Mole è già lì che gioca a ping pong con Andrea Fiorito. Non saranno i fuochi d’artificio di cui si dice per i live set del canadese (compagno di merende della cricca Jonson/Cobblestone Jazz, uno dei miei favoriti dell’anno scorso con la sua destrutturazione/ricomposizione dell’house in salsa cosmica, un supergruppo tra Avalanches e Lindstrøm concentrato in un’unica pesona), ma quattro ore di back to back a tali livelli ripagano ampiamente della mancanza. Pur concedendosi entrambi un po’ quello che vogliono, è subito chiaro che Fiorito avrà tra le sue incombenze quella di mantenere il contatto con le necessità del pubblico, caricando ogni tanto i toni e mantenendo fluidità al tutto. Il risultato è che l’intricatezza di As High As The Sky viene svolta nei fondamenti in un misto di polvere d’angelo disco, break scintillanti e bassi bollenti. Nonostante l’aria a dir poco cazzeggiona, il buon Colin De La Plante ha mostrato una notevole pulizia tecnica, rovinata semmai dal ricorso all’equalizzatore, unico effetto impiegato in modalità togli i bassi prima delle parti senza bassi. Finisce tutto presto per il solito, col consueto gesto del proprietario quando il bar langue e senza un finale vero e proprio, ma ce ne vorrebbero di serate come queste capaci di carezzare e alleviare almeno un po’ le mazzate che arrivano, ormai, sempre più grosse.



Sunglasses (Scuola Furano@Night Remix) - 0131
Ain't The Way It's Supposed To Be - The Mole

23.2.09

Il freddo sopra Berlino


(so che suona come un togli-cassa-metti-cassa, ma bisogna pur riprender(si) e questa settimana sarà campale (Loco Dice "Under 300" prima di un giorno lavorativo, Scuola Furano, The Mole in cinque giorni). Così favorite questo chiancone dettmaniaco oscuro come il nuovo e irreprensibile come un classico)

Minus 126 In Berlin - Do Not Resist The Beat

24.12.08

Cassa Disintegrata (A nonXmas Carol Mix)

Io di solito amo le vacanze lunghe. Quando le vacanze lunghe però sono obbligate il piacere non è lo stesso, anche se durano quanto quelle che avevi pianificato. Nel mondo metalmeccanico che sono solito frequentare la parola di fine 2008 è CASSA. Anche qui, il piacere non è il solito. Ci tranquillizzano però. Il 2009 sarà un anno in cui fortificarsi in silenzio, con budget ridotti e preparandosi per quando si tornerà a correre. Io sotto quest’albero regalo la cassa, quell’altra. Messi da parte gli ammiccamenti pop, gli spericolati mashup e l’accessibilità disco o electro dei featuring da Inkiostro, per una volta mi concedo techno, house e basta.

Buon Natale a tutti, comunque.


Cassa Disintegrata (A nonXmas Carol Mix)



Game Over (Loco Dice 5AM At The Tsukiji Market Remix) – Tokyo Black Star [Innervisions]
Mama Coca (SIS Remix) – Jay Haze [Desolat]
Bosworth – Perc [Perc Trax]
Federgewicht (Oslo Version) – Solomun vs Ost And Kjex [Diynamic]
Aftermama’s – Masomenos [Welcome To Masomenos]
Hiding In The Bottom Drawer – Clara Moto [InFiné]
Where Were You? – Rolando [Delsin]
The Pulse – Efdemin [Curle]
Energy Flash – Joey Beltram [Transmat / R&S]
Take Me For A Spin – Simon Baker [Infant]
Like The Way – The Mole [Wagon Repair]
Miles – Lawrence [Dial]
They Only Come Out At Night – Guillame & The Coutu Dumonts [Risque]
Mango Cookie (Dj Koze’s Pink Moon Remix) – Sascha Funke [BPitch Control]

Ascolta e scarica Cassa Disintegrata (A nonXmas Carol Mix)

5.11.08

2bita sempre di chi ascolta la tua stessa roba (e ha le tue stesse perversioni)

Non scrivi quasi più e in una delle poche occasioni discuti di Sasha? Insomma poi, hai sempre cercato di mantenere un certo livello, sarebbe come se Wire discutesse di Tony Braxton (come, Tony ed Anthony non sono la stessa persona?). Comunque, Sasha ha dato alle stampe Invol2ver (Involtuver? In Volver? InvolT9r?), che per i fan di Sasha e della progressive-house è come se per i fan dei Nirvana i Nirvana con buonanima Cobain vivo avessero fatto NeverTooMind. Oddio non proprio lo stesso, io sarei stato contro anche *a quello*. Per farla breve, un mammasantissima del “Su co’ ste mani”, dopo quattro anni e con grande strepito caccia fuori il seguito di una compilation che tra i prog-talebani è una pietra miliare. Già allora tirava in mezzo UNKLE ed Ulrich Schnauss, ma oggi va oltre. Ormai il suo immaginario è il nostro immaginario. Scorri la lista dei nomi e vedi, uno dietro l’altro insieme a minori come Engineers o Home Video della Warp, Telefon Tel Aviv, Ray LaMontagne, Apparat, Girls In Hawaii nei bonus, Ladytron. Gli M83?! Thom Yorke... Sì, Thom Yorke. Immaginate un djset con una tripletta di Ladytron mixati con M83 e di seguito Thom Yorke. Già sarebbe troppo, ma vedi pure Rone, quello di Bora su InFiné. Pensi davvero di schiattare. Ovviamente non si tratta di originali, sono sue riletture ultra-plasticose su-falsopiano-ancorapiusu, ora aggravate da un utilizzo elementare e rassicurante di Ableton e da un flusso fastidiosamente enfatico e lineare come ama il genere. Pensi di schiattare, ma arriva il momento in cui Sasha sul giro di sintetizzatori di Couleurs di M83 schiaffa un Thom Yorke Eraserhead privato di tutte le sue turbe e ansie e problematiche, quasi sorridente gnégné: sulla carta avresti voluto farlo tu, ma ci stai male, è eccessivo, è violenza. Non si sevizia, così, un paperino. Per il resto tanta noia, così che confermo quella stortura mentale mai verificata secondo cui le serate prog debbano essere sulla carta le più tranquille: come fa a esserci una rissa con gente che apprezza ‘sto imbamboleo. Siccome però qui non buttiamo via niente, una cosa mi sento di segnalare: la rilettura In2Vol2Ver2 di Destroy Everything You Touch delle Ladytron, pur nei suoi inutili ableton-luoghi-comuni, ha un basso magmatico e una gestione malata dei campioni vocali che usati sapientemente non sfigurerebbero in un buon set techno, insieme mentale e a braga calata. Bonus track, l’originale di Flesh di Rone, anche se io preferivo Bora.


Sasha mixes Couleurs into The Eraser - M83 / Thom Yorke
Destroy Everything You Touch (Sasha Invol2ver Remix) - Ladytron
Flesh (Original Mix) - Rone

2.7.08

Soldi e legna

“Tu non vieni qua a sfottere lo sponsor”, diceva in un fuori onda un Mike Bongiorno incazzato ad un’Antonella Elia colpevole di solidarietà con una concorrente che rifiutava per motivi di coscienza la vittoria di una pelliccia. Non so se siano volate parole così esplicite, ma la principale webzine di musica dance Resident Advisor è scossa da uno scandalo riguardante il pericoloso conflitto d’interesse tra recensioni e sponsorizzazioni. Qualche settimana fa su RA viene pubblicata una pesante stroncatura della nuova compilation mixata di John Digweed (un grosso nome della prog-house su Reinassance) scritta dal managing-editor Jeremy Armitage. Reinassance è uno dei principali inserzionisti su Resident Advisor. Passa qualche settimana ed esce una seconda recensione di Robbie Younan, abbastanza prona, e viene eliminata dal sito la precedente. Qualcuno se ne accorge nei commenti e la testata comunica che con la prima recensione si era esagerato nei toni e a conferma della natura critica della decisione, si ripristina la vecchia recensione come commento alla prima. Peccato che a rovinare il quadretto di una goffa ma onesta linea editoriale, arriva sempre nei commenti il capo-editor Tami Fenwick che svela quanto sia successo: l’ufficio vendite ha ritenuto che la recensione potesse essere dannosa dal punto di vista delle entrate pubblicitarie e i due fondatori del sito Nick Sabine e Paul Clement hanno preso la decisione del cambio di recensione. Nello stesso commento la Fenwick ha comunicato che lei e Armitage hanno rassegnato le dimissioni. A partire da questo annuncio si sono scatenati gli interventi di collaboratori attuali, ex recensori, dell’estensore della nuova e di quello della vecchia recensione. Quello che rimane però, al di là della presunta trasparenza 2.0 su forum che almeno non vengono censurati, è il gusto amaro di assistere alla parodia di quello che qualche anno fa avveniva sulle riviste cartacee. (via Bebo e Teleosteopathy, che ha usato in anticipo il titolo che avrei scelto)

12.6.08

Il problema del cambio palco

Leggendo i racconti di chi è stato al Primavera quest’anno sembrava di stare al Lollapalooza 1994, con tanto di crescente interesse per l’hip-hop in allegato. Nessuno ci ha però raccontato il simpatico siparietto tra Alan Braxe e DJ Assault. Alan Braxe è francese ed è uno degli esponenti di punta della french house: forse vi ricorderete di lui per la collaborazione con Bangalter dei Daft Punk e Benjamin Diamond negli Stardust per il singolone Music Sounds Better With You o per i numerosi remix degli ultimi anni. DJ Assault è americano ed è un nome storico della ghetto-tech, quell’incrocio di techno ed electro fuse con tecnica hip-hop sulle quali vengono gentilmente adagiati torridi rap su tits, asses, boobs, pussy, bitch, fuck e così via. Per capirci di seguito mostriamo in foto Alan Braxe e DJ Assault.


Alan Braxe e la sua espressione più minacciosa



DJ Assault e il cerchione della ruota del suo SUV


Alan Braxe suona prima di DJ Assault. Arriva l’ora della fine del suo set, ma continua. DJ Assault richiede più volte di darci un taglio. Alan Braxe lo ignora come solo un francese è capace di fare. Passano dieci minuti e partono gli spintoni e la conseguente rissa. DJ Assault prende possesso della console e fa partire un martellone da 150 bpm con su una canzone più o meno intorno al licking pussy. Morale della favola: ai festival si invitano solo dj amici tra di loro o tedeschi.