6.6.08

Sunday morning in reverse

A Londra sabato per il super-ponte girano migliaia di italiani. La metà di questi indossa magliette, felpe o canottiere di uno stilista che non conosco, un certo Bruce Springsteen. La coscienza sociale dei londinesi però non si concentra su questi particolari estetici ed è attanagliata dall’entrata in vigore di un provvedimento epocale: dal Primo Giugno 2008 sarà vietato bere alcolici su autobus e metropolitana. Per il primo anno si rischierà l’allontanamento dal mezzo e tra due anni l’infrazione diventerà reato. Il provvedimento ha le sue giustificazioni, ma viene visto come l’ennesima privazione delle libertà personali. In fondo per garantire la sicurezza, si dovrebbe proibire l’ingresso a chi è in stato di ebbrezza, altrimenti è soltanto una questione di apparenza. Io più che altro non avrei pensato a salire in metro con una birra, ma questi sono altri discorsi. Un po’ per protesta, un po’ per salutare la fine del libero alcool in libera stazione, è stata organizzata The Last Booze Tube Party, ovvero una festa alcolica di massa sulla Circle Line. Sul presto abbiamo fatto appena in tempo ad assaporare l’inizio perché poi qualche intoppo ha provocato la chiusura della linea e della Liverpool Station dove si sarebbero poi concentrati tutti. Dopo un sano fish’n’chips ci armiamo di due birre e contribuiamo anche noi simbolicamente solcando il tragitto con la linea Rosa. L’evento ha il sapore del carnevale e molti gruppi scelgono la chiave di lettura del Proibizionismo e degli anni 30 vestendosi con gessati ultra-spallina, abiti da Cabaret e cerchietti con la piuma, bevendo champagne o vino da bicchieri di cristallo. Il modello prevalente è certo quello dei ragazzini+tanta birra, ma c’è chi si presenta vestito per un pigiama party, chi indossa i manifesti che ammoniscono riguardo al provvedimento e chi sceglie un look vampiresco. La nostra inviata a Liverpool Station, che ha scritto qualcosa più giù nei commenti al primo post, ha continuato la festa mentre noi alle undici eravamo già a dormire, assegnando il momento evento perso della serata a Mark Moore degli S-Express allo Unit 7.

Alle undici dormiamo perché abbiamo in mente una cosa fighissima (mentre lo scrivo, penso che qualcuno ha molta pazienza a sopportarmi). Al Fabric suona il dj svizzero-cileno Luciano, ma prima di lui ci sono Shinedoe e Pedro che non sono esattamente il massimo dei miei desideri e nelle altre due sale oltre ai Model 500 già visti non è che ci sia niente degno di nota. In più Luciano comincerà a suonare molto tardi ed è verosimile che sfori nella mattinata. La mandrakata è insomma questa: sveglia alle quattro e per le cinque ci si presenta freschi come roselline di campo alla porta del Fabric e si entra senza fila e con prezzo ridotto. Prezzo ridotto perché con l’adesione inglese al modello di party senza fine tedesco-ibizenco, per ripagare i costi aggiuntivi di struttura e personale sono stati introdotti gli ingressi dopo le quattro (8 sterline) e dopo le cinque (5 sterline). Molti inglesi stanno uscendo, ma il programma appeso al muro recita chiaro che Luciano suona dalle cinque alle otto e mezza. Pieno successo. Dicevo delle roselline di campo. Ora, noi saremmo arrivati freschi e riposati, ma una cosa che non avevamo considerato è l’ODORE DEL FABRIC DOPO LE CINQUE DI MATTINA. Apocalypse ora. Sulla pista principale sovraffollata la condizione sudorifera di molti elementi rendeva proibitiva la respirazione. Se poi ci aggiungiamo che Luciano comincia subito a lanciare i canti popolari sulle percussioni facendo sollevare le braccia al cielo, immaginate un po’ voi.

Luciano viene da un inizio anno poco convincente, segnato da un repertorio poco variabile misto ad alcuni sconfinamenti in ambito house poco apprezzati dai puristi. Pure il suo futuro cd per il Fabric nei pezzi scelti sembra non dire niente di nuovo e al massimo si spera in qualche sorpresa in come mixerà il materiale. Questa mattina invece parte subito piacione quando dopo una interessante serie percussiva ricorre subito al giochetto della voce popolare sulla minimale: una volta culmine di ore e ore di set, ora diventa parte consistente e ripetuta. Dalla diva-house alla passio-minimal. Mi guardo intorno e mi rendo a conto che a poco a poco il posto si è riempito di ispano-americani. Gli inglesi provati dalle loro bevute abbandonano il campo a chi si è svegliato alla stessa nostra ora. Il set (laptop + controller + giradischi) continua incentrato sulle percussioni, su questi bonghetti, conga, maracas, triangoli, frasche, legni che intersecano ritmi a più velocità e tempi. Ballare sobri al risveglio tonifica come una seduta di ginnastica aerobica. Per gradi si passa a suoni più elettronici e cogliamo l’occasione per guadarci un po’ intorno e meravigliarsi del recupero continuo di bicchieri da terra, dei super-efficienti bagni e della prontezza e discrezione con cui il servizio d’ordine ‘sposta’ fuori chi si accende la dannata sigaretta (eh sì, la cosa bella di Londra è stata tornare ogni sera a casa coi capelli che non puzzavano, cosa che ormai non possiamo più aspettarci dai nostri amici incivili). Dopo un po’ di ballo alle spalle della console sfruttando i monitor, la partenza di Rez degli Underworld mi trasforma in Speedy Gonzales e riguadagnamo il centro della pista dove rimembro i muri tremanti della casa natia. Qualche altro pezzo in ambito tech-deep (appunto Get Deep di DJ Le Roi e Roland Clarke) conduce verso la seconda sezione di “Come rendere meno noiosa la minimale con cantanti delle mamme, un pezzo nuovo dei Los Updates, un sassofono jazz, chitarre, una ritmica quasi rock e un pezzo strumentale greco (Gia Tous Anthropous Pou Agapo di tale Yiorgos Mangas)”. È un po’ il discorso della sovversione dei tempi e dei generi della serata di ieri, eppure mi sa di espediente per cercare di rivitalizzare una scena dal fiato ormai corto. Poi è divertente certo, ma buttandola sul piano tecnico non si possono sentire a ogni cambio disco sempre gli stessi due preset di Ableton toglifrequenze/inseriscistrati. Molto meglio quando gioca sottilmente con le sinapsi dei drogati inserendo elementi asincroni o quando fa a meno per minuti della cassa, che riparte sempre, ma ogni volta con una particolarità diversa (cambio tempo, start-stop, sincopi, shift). Quando si ritorna sui lidi minimali mi accorgo che è affiancato da Pedro e il tutto prende una piega un po’ oscura e noiosa.

Sono ormai le otto e riemergono i campioni vocali della prima ora (ma cos’è, un altro trucchetto per mandare in loop la testa dei drogati?) con un’atmosfera che diventa sempre più eterea con lo svuotarsi goccia a goccia della pista. I controller ogni tanto si inceppano come a volte mi è capitato di sentire sui set in rete, dovrebbe cambiarli. L’organo in riverbero potrebbe essere quello di In Church degli M83 che spesso usa, ma potrei essermelo sognato. Penso che sia la rincorsa verso il finale, ma superiamo ampiamente le otto e mezza e lui è chiaramente preso bene. Intanto cominciano ad arrivare tipologie poco da Fabric e molto da ATP Festival. La musica prende una piega da balera tecnologica molto divertente ed ormai da un’ora lui continua a stringere mani, abbracciarsi, complimentarsi con Pedro, salutare e infilare un pezzo da finale dopo l’altro. Solo che noi siamo abbastanza soddisfatti delle quattro ore di danza ed abbiamo un appuntamento per una colazione all’inglese (sonno, poi danza, poi uova fritte bacon salsiccia e fagioli, non fa una piega) e tutto questo potrebbe continuare fino alle undici. Divertente, ma vittima di quello che lui e Ricardo si stanno creando intorno. Così andiamo via. All’uscita mi danno una riduzione per andare a sentire Martin Buttrich al The End in serata, ma io passo, anche se non mi ero mai sentito così riposato e pimpante dopo un dj-set. Un giro a Spitalfields, una toccata alla Tate (“Questi hanno appeso i quadri come li appende mia zia”), una birra in un pub semideserto di Camden dato che Lykke Li ed El Perro del Mar hanno annullato e poi il giorno dopo si ritorna dal paese delle meraviglie.



Rez - Underworld
Mixing M83 In Church over percussions @ Belgrade - Luciano

5.6.08

A Dissident is here

Il secondo giorno di super-ponte si apre con una scelta sofferta. Ai Corsica Studios, circondato da gente a me sconosciuta, suona il produttore mascherato del momento (È un alieno? Un’astronave? È Carl Craig? No, è Redshape). Lo si sacrifica, nella speranza di incrociarlo presto, con la dichiarata missione di toccare dal vivo il fenomeno Dissident. Nata l’anno scorso per mano di Andy Blake, la Dissident si è già creata una solida reputazione con le sue uscite che esplorano quello spazio indefinito tra l’italo e cosmic disco, disco-punk e techno. Vinili a singola traccia, con copertina che si differenzia solo per il nome e il relativo carattere dell’artista e del titolo, tirature iniziali limitate a 100 copie (ora salite a 200) e un approccio alla promozione quasi scostante – non esiste nemmeno il myspace dell’etichetta, per dire. Fatto sta che la Dissident viene adottata come etichetta di culto del sottobosco londinese della rinascita disco, l’equivalente di quello che nei paesi scandinavi gravita intorno alle figure di Lindstrom, Prins Thomas e Todd Terje e che in Francia ruota attorno al collettivo del DIRTY Soundsystem di Pilooski e soci. Persino la DFA si è spostata gradualmente lungo lidi più disco e pare che la notizia sia che lo sbarco sul mercato statunitense di Dissident avverrà proprio tramite i canali della DFA. È notizia di questi giorni poi della prima raccolta dissidente (eccezionalmente su cd ed eccezionalmente in 1000 copie). Insomma, prima che la bolla esploda (cfr. il portato commerciale di cui sono capaci Hercules o il Pilooski Edit di Beggin’) o prima che l’hype si sgonfi noi siamo andati a una serata Dissident/Discobox/Futurismo. In un pub di Hackney.

L’anno scorso eravamo stati testimoni della movida di Hoxton/Shoreditch, ma la crescita dell’aura modaiola ha portato con sé maggiori costi e più difficoltà per gli organizzatori. Così in molti, come testimoniano queste interviste su Fader, si sono spostati verso i territori di Dalston e Hackney. “La gente dai gusti musicali avventurosi in fondo sa spingersi in posti avventurosi” e così alcuni basement e pub sono stati adottati dalla scena, attingendo tra l’altro alla numerosa popolazione giovanile che abita da quelle parti. In particolare la serata in questione si svolge attorno al Dolphin, pub dalla licenza estesa su Mare Street. Che sarebbe la strada che parte dalla fermata di metropolitana di Bethnal Green: qualche fermata di autobus e siamo a posto. Io però mi convinco che la strada non sia quella ma una parallela, adocchio un tizio sull’autobus con un borsone che potrebbe contenere vinili e cd e decido che dobbiamo seguirlo per arrivare a destinazione. Quando scende, noi scendiamo. Lui volta per la traversa e noi dietro. Si gira e ci nota. Affretta il passo e si rigira, spaventato. Entra presto dentro casa sua, probabilmente per farsi venire un attacco di cuore. Quello non era un dj, e io e le due compagne di inseguimento non eravamo certo così minacciosi. È il quartiere che è spettrale, anzichenò. Fatto sta che sembra svanire la possibilità dell’ingresso gratuito prima delle undici. Quando arriviamo alle undici e dieci e l’omone della security all’ingresso ci chiede il pagamento dell’ingresso, io comincio con il mio solito piagnucolio stronca-buttafuori (sono solo cinque minuti, non siamo di Londra, il tipo ci ha messo fuori strada). Rimediamo un tre al prezzo di due che è un bonus rispetto alla visione della mia scenetta.

Dentro c’è ancora il vuoto. Il Dolphin è un pub all’irlandese di una certà età con un modesto slargo davanti a un lato del bancone dove immagino si potrà ballare. C’è anche un biliardo e un beer-garden esterno. La musica è già all’opera morbida. Decido di resistere alla tentazione di contatto con i tipi e consumo una Guinness mentre il suono cosmico arpeggia che è un piacere. Via via che la battuta cresce arriva un’insieme di persone non categorizzabile. Arrivano le ventenni vestite come nei film di Doris Day, arrivano i ragazzi inglesotti che probabilmente abitano da quelle parti, arriva gente di mezza età cresciuta in quel pub e a un certo punto, mentre la selezione diventa un labirinto in cui non si capisce più cosa è stato prodotto questa settimana e cosa venticinque anni fa, cosa sia edit e cosa sia extended, il pubblico diventa sempre più visionario: un gruppetto coi baffi a maniglia accompagnato da altissime bellissime e biondissime, una sosia italiana di Amy Winehouse con due amiche vestite in maniera simile impegnate con un fotografo in un photoset sui divanetti, un cinquantenne loro amico che mi è sembrato la cosa più simile a un incrocio tra uno zombie e un frequentatore di casa Andy Warhol. Uno dei tizi col baffo a maniglia balla la musica a velocità doppia tenendo fermo il busto e oscillando solo le estremità inferiori e superiori. La fidanzata altissima biondissima bellissima è ferma davanti a lui e cerca di non guardarlo. È l’unica ferma mentre ormai la selezione ha preso una spudorata piega disco e tutti interagiscono con tutti, sorridendo con soddisfazione. Da noi questo succederebbe solo con i soliti Village People e soci, ma qui il piacere è di farlo con pezzi che sembri di conoscere e in realtà non conosci (e viceversa). Forse è anche questo uno dei sensi di questo recupero, insieme all’esplorazione delle nuove possibilità del genere: l’idea che quella sensazione correntemente ottenuta dal nastrone di Capodanno, possa essere provocata da scelte meno collaudate, dalla comunicazione tra i generi e i tempi, dalla filologia e dal suo contemporaneo sovvertimento. Mentre fumi di Detroit iniziavano a contaminare il ritmo ancora crescente, usciamo fuori insieme alla sosia, al baffo, alle Doris Day, al ragazzetto di quartiere e prendiamo la strada di casa. Presto questo pub sarà abbandonato in favore di qualche locale più accogliente a Dalston, così sembra dalle interviste. Le scene crescono, i quartieri spettrali diventano fighi, ma ci sarà sempre qualche altro posto in cui essere avventurosi.

Ps per nerd: FM Synth is the way


Zombie Raffle - Ali Renault
Bursting The Bubble - Gatto Fritto
We're Back - Heartbreak

4.6.08

Strano pareggio

Vorrei tanto cominciare il racconto del super-ponte a Londra, incerto fino all’ultimo, facendovi come al solito scuotere la testa. Mi sarebbe piaciuto tantissimo il concerto di quel piccolo gruppo pupazzoso dei Boy Least Likely To al posto dei Silver Jews, ma i BLLT sono stati annullati. Anche per questo mese non avrò ricadute twee. Avrei desiderato provare l’ebbrezza del secret show dei Mistery Jets con relativa interminabile fila e una ventina di minuti di durata al posto dei Silver Jews, ma non avendo contatti presso l’azienda produttrice di sidro che organizzava la cosa, lo show è rimasto – come dire – secret. A questo punto la scelta del concerto dei Silver Jews all’ULU sembrava inevitabile, ma continuavo a essere vagamente restio: un bagarino vendeva biglietti davanti alla fila e io “ecco, tutto esaurito, andiamo a valutare l’opera di irrigidimento del Millenium Bridge in condizione di pioggia leggera”. Io, per un po’ di tempo li ho anche sentiti e apprezzati, i Silver Jews, ma non so spiegare tanta ritrosia. Comunque i biglietti c’erano e siamo entrati così presto che sulla lista degli artisti a quell’ora c’era scritto ‘Doors’ e dal palco non si sentiva certo Light My Fire.

L’ULU sarebbe l’Unione degli studenti dell’Università di Londra. È un posto fichissimo di quelli che ti fa chiedere se ci sia qualcosa di simile in un’università seria italiana: un palco enorme da teatro, una buona acustica, tre bar, di cui uno con terrazza e una bella atmosfera senza troppe pose, fighetterie o punkabbestialità di ritorno. Non si capisce però perché sulle pareti siano appese a un metro di distanza tra di loro decine e decine di foglietti che avvisano riguardo l’uso continuo di “strobe light” che sarà fatto durante la serata. Non si capisce soprattutto dopo l’inizio del live del primo gruppo spalla, i Port O’Brien: capitanati dal sosia obeso di Kurt Cobain, bivaccano sulle ceneri della tristezza adolescenziale americana dei primi anni Novanta. Non che siano fastidiosi, ma sono più che indifferente. Altra storia sono i successivi Monotonix: brutti sporchi e cattivi, potrebbero essere noiosi quanto il loro hard-rock e invece montano su uno spettacolino a base di lanci continui di birra, strumenti che vagano tra il pubblico, salite e salti dai parapetti e un cantante più vecchio pazzo che sciamano che si denuda via via e quando tutti pensano che avesse già dato il meglio mostrando le chiappe, si toglie i calzini e se li ficca in bocca, continuando a cantare. Strappano più di una risata, ma vale più che altro l’effetto sorpresa. David Berman dei Silver Jews se li porta appresso da quando gli fecero da supporto nella loro Tel Aviv, suppongo per creare un forte momento di stacco tra spalla e inizio della loro esibizione. Durante il cambio strumenti chiedo a Valido se abbia voglia di scrivere qui qualche racconto sulla scena techno e disco in quel di Londra, ma lui diniega gentile e probabilmente con una citazione degli Scorpions che non colgo.




Presentati dal vecchio pazzo, i Silver Jews iniziano con la vecchia Random Rules. La perfezione viene curata, sin dal 1984. David Berman ha l’eleganza di un Jarvis Cocker nato e invecchiato per sbaglio in Tennessee. Sembra anche un po’ un Antonello Venditti indie: pensateci, una faccia simile, canzoni generazionali, personaggi, volemose bene, i giovani che lo citano di continuo nelle loro canzoni e nei titoli dei loro gruppi. Sembra un po' Enver, anche. Cullato dalla matematica alternanza tra pezzi vecchi e nuovi e dalla celebrazione dell’amore coniugale sul palco, vengo riportato alla realtà dalla pressione del folto pubblico. I Silver Jews conquistano applausi via via crescenti e io sento il bisogno di una sedia a dondolo e di una veranda che non arriverano certo in allegato al bis. Vi chiederete se almeno loro abbiano usato le luci strobo. La risposta è no, ma oggi ho scoperto che la sera prima all’ULU avevano suonato i Booka Shade.






Per chiudere in bellezza, saremmo andati a ballare, visto che le serate di venerdì e sabato erano a rischio. Scartati Jennifer Cardini e Danton Eproom al T-Bar, la scelta più soft era tra la serata della Innervisions al Plastic People o quella di beneficenza per War Child allo Scala con Punks Jump Up, Filthy Dukes e un dj set aggiunto all’ultimo minuto degli Hot Chip dopo i concerti di Autokratz, Kid Harpoon, Rumble Strips e Does It Offend You Yeah?. Dato che Dixon della Innervisions si è fatto male con la bicicletta, preferiamo lo Scala ai soli Âme. Il tipo della security all’ingresso non ci ha convinto abbastanza dicendoci che in un’ora avrebbero chiuso: con un’ora di ballo saremmo stati persino più freschi per il nostro mestiere da turisti alla mattina. Dentro scopriamo invece l’ineluttabile: l’ora finale sarà occupata dal concerto dei Does It Offend You Yeah, finora evitati con maestria dal sottoscritto. I dj-set in realtà erano due o tre dischi suonati tra un gruppo e l’altro. Il dramma. Il mischione tra qualche beat electro inoffensivo, chitarroni, urla e voci filtrate eccita un pubblico composto esclusivamente da diciottenni maschi ubriachi. Praticamente l’inferno sulla terra. Seguo così il tutto annoiato dalla balconata nella posizione che al Rolling Stone di Milano occupano di solito i matusa. L’unico divertimento è un roadie-buttafuori hooligan di mezza età che scaccia dal palco i giovani, asciuga gli strumenti e il palco con carta igienica e risolleva il cantante quando si butta per terra. Secondo me con quella carta igienica voleva dirci qualcosa. Alla fine accendono le luci ed è chiaro quello che avevamo vagamente intuito prima. Non resta che prendere un taxi e dirigersi verso la camera accanto alla cucina del ristorante indiano e verso un meritato riposo tandoori.



Random Rules - Silver Jews
Strange Victory, Strange Defeat - Silver Jews

3.6.08

Wait until tomorrow and there’s still some way

Sopravvivere ad un albergo annesso a un ristorante indiano non è stato facile, ma da domani su queste pagine leggerete di mostri sacri indie dalla polverosa eleganza, di terrificanti gruppi per ragazzini, delle sfavillanti notti della nuova disco-music nei pub scassati della periferia est, della più grande festa di protesta della nostra generazione e di un inconsueto risveglio alla domenica mattina. E come l'anno scorso (+ antefatto indie), sul Tamigi col pattino. Boris Johnson sei già la nostra piccola Moratti (te piacerebbe essere la Thatcher, eh).

26.5.08

Favola di A.D. Emo ed EVA (troppa pioggia per un solo finesettimana)

La cosa vantaggiosa di lavorare per un’azienda di Turìn è che, pagando il prezzo di un italiano incomprensibile fatto di “hai voglia di, fai che fare, di oggi, fai più che, com’è, diofà”, anche un’improvvisa trasferta fino all’ultimo minuto priva di appuntamenti garantisce le sue soddisfazioni. Non me ne vogliano i Disco Drive in chiusura di tour all’Hiroshima e Giovanni Lindo Ferretti con le sue giumente in quel di Settimo Torinese, ma il clou della prima serata era altrove. Xplosiva e QOOB riunite per EVA, una due giorni dedicata all’ElectroVideoAmbiente, hanno presentato una serie di showcase elettronici gratuiti in orari inconsueti, il clou personale dei quali è stato quello della Dial in apertura (21-23) all’Auditorium della Fondazione Sandretto con Pantha Du Prince e Lawrence. Se ci fosse stato anche Efdemin, non avrei risposto di me. Memore della facilità con cui l’Auditorium si era riempito per Murcof, mi sono presentato con un buon anticipo salvo scoprire che:

a) anche a Torino esistono gli hipster
b) a parte un b-boy e il suo amico che ronzavano intorno all’ingresso della sala come me, gli hipster non mostravano certo voglia di staccarsi dall’aperitivo in Caffetteria
c) dove c’è hipster, c’è video camera: io ho cercato di schivarle un po’ tutte, ma a un certo punto mi son reso conto che il mio rutzulano e fortissimo vodka martini era finito nel mirino di una di esse. Cercherò su youtube per farmi cancellare

Dentro guadagno subito il posto da me ambito (terza fila centrale). Lawrence si è tagliato il capello indie ed è presente nelle vesti del non più giovane che conduce il programma rap su All-Music. Il suo set è molto ambientale, tranquillo e poco incline al ritmo. Certo lui lancia le tracce con la flemma di una presentazione Powerpoint e temo che da un momento all’altro prenda a darsi cazzotti sulla faccia per onorare la somiglianza con Ed Norton, ma non aiuta certo una platea imbalsamata che concede un solo cenno di applauso quando cede il mouse al compare. Nel secondo set un pettinatissimo Pantha Du Prince carica via via il ritmo mantenendo il precedente tono ipnotico delle melodie. Rimpiango che ciò non avvenga in una situazione meno compassata e trovo sostegno nel b-boy vicino di poltrona che azzarda anche un timido gesto della legna. È chiaro però come il suono della Dial abbia sostituito l’anno scorso nelle orecchie degli hipster quello che erano state Kompakt e Border Community: techno impressionista melodica ma non troppo, organica e morbida, se non carezzevole. Sono applausi, ma la voglia di tutto questo in un contesto da ballo limita la soddisfazione. Con la curiosità se avessero in programma un doposerata segreto in qualche loft hipster, io opto invece per mettere alla prova il turco Onur Ozer, già perso in altre occasioni.





Onur Ozer suona al Suono (ahahah, non è vero: è lì as a dj, ma mi faceva troppo ridere dirlo). Io mica avevo capito che il Suono era il Barrumba. Io al Barrumba c’ero andato solo una volta nel 2004 di sabato sera: la vendevano come una serata indie ma in realtà il posto era semivuoto, c’erano più che altro diciassettenni con le magliette dei Nirvana e il dj suonava i Limp Bizkit. Ora, va bene che forse io a volte entro troppo presto nelle discoteche per evitarmi le file e usufruire di quelle fastose riduzioni da due-tre euro, ma quando dentro scopro la pista semivuota con gli stessi diciassettenni di quattro anni fa mi aspetto che da un momento all’altro parta “So you can get that cookie” in modo da agitare la mano col gesto delle corna. Invece mi accuccio sul divanetto e aspetto che il lento ingresso delle persone si faccia massa critica. Il posto non si riempie ed è già aria di fine stagione o forse solo di un weekend piovoso che ricaccia in casa ogni tentazione di festa. Io, già emotivamente provato, spero in qualche luccicone, ma l’ingresso in scena della drag-queen imitatrice di Magda mi riporta alla realtà come un vodka redbull sa fare dopo i vodka martini. Onur Ozer ridefinisce i livelli di melodramma inerte ozpetekiano e il look da zia zitella alla Renato Zero, annoiando fastidiosamente peraltro con un set di techno piatta e anonima. Io, siccome vanto anche tendenze masochiste, rimango fino alla fine per vedere dove voglia andare a parare. Quando davanti a una decina di persone per il bis passa un pezzo a caso che contiene il sample di Sinnerman dove Nina Simone dice "It's a new life, it's a new day" temo che da un momento all’altro spunti anche Neffa per una cover di una cover in turco dello scioglilingua dell’Arcivescovo di Costantinopoli del Quartetto Cetra, ma fortunatamente lo strazio termina lì. Dovevo fermarmi al kebab egiziano post-Dial.


Onur Zero ultrasoporifero: si noti il ragazzo alle sue spalle


Il giorno dopo avevo in programma lo showcase della Warp (17-21, sempre per EVA) con l’ascolto sul prato con cuffie senza fili del live di Clark e poi il concerto in Piazza Vittorio dei Subsonica alla faccia di quei piagnoni dei Six Organ Of Admittance allo Spazio 211. Ma mi sono fatto prendere dalla tristeza della pioggia incessante e ho dormito tutto il giorno.

21.5.08

Da Paura (is to the Paura, oh c’mon)

Più volte le uscite energetiche del sardo (e lo dico da figlio di sardo e di figlia di sardo™) Paolo Alberto Lodde (aka Dusty Kid) mi hanno piacevolmente impressionato, ma colpevolmente non ne ho mai parlato. A colmare tale mancanza, arriva il suo remix ‘pauroso’ per Moby. Premetto l’insana passione per il nuovo singolo di Moby, ma ciò non conta. Dusty Kid ne tira fuori qualcosa di completamente diverso e le menzogne del pezzo assumono una luce sinistra. Il parlato introduttivo, gli archi originali ultraeffettati e i toni metallici inducono una forma immediata di terrore, plateale, riprodotta anche nel finale. L’intreccio quasi minimal invece tesse una suspense ossessiva fatta della somma di un quotidiano opprimente. COME PUOI MENTIRMI? Un solo elemento lega le due diverse concezioni di paura ed è un pulsare dubstep di basso sempre uguale a se stesso, prodotto per riduzione dell’immediatezza, per diluizione dell’ossessione. Il risultato su pista spacca centomila volte di più di quanto possa un sobrio ascolto in poltrona. E mette i brividi.


Disco Lies (The Dusty Kid's Fears Remix) - Moby

16.5.08

Affittasi ubiquità (It’s the B_EAT, Giovinazzo Edition)

Ancora non si è spento il clamore per la notizia che Bari ospiterà la prima data del tour di riformazione dei Bluvertigo, quand’ecco che arriva un altro evento impedibile a segnare il prossimo weekend. All’interno delle serate legate al Fuori Biennale dei Giovani Artisti del Mediterraneo che inizierà la settimana prossima (e in corrispondenza della quale ho pensato bene di spostarmi il più lontano possibile in quel di Torino), questo finesettimana all’Arci 37 di Giovinazzo si terrà B_EAT: due giorni di concerti e dj-set con Redrum Alone, My Awesome Mixtape (non me ne vogliano, ma diciamo che il mio gusto è un po’ distante dalla loro visione musicale) e soprattuto l’attesissimo dj set di Enzo Polaroid (il primo al sud?) insieme alla gloria del luogo Tiger Town. Pare che stiano montando appositamente un banco per vedercivisi sabato sera. A suggello di questo imperdibile evento, volevo allegare un pezzo sufficientemente indiepoppe, ma data la penuria di ascolti in quel campo ripiego su una cosina con la cassa e un minimo di buoni sentimenti. Ci si vede lì (io sono quello vestito da discotecaro, penso che comprerò una maglietta DATCH per l'occasione). Giovinazzo is già burning.


14.5.08

Risuonanze (Clear, ma cosa verrà dopo?)

L’arrivo, il salvaschermo e il ballo davanti alle poltrone
I Cluster vengono colpevolmente sacrificati sotto l’effetto di un’amatriciana, maialino arrosto e fiasco di rosso dalle parti dello stadio Flaminio: sfido tutti i giovani impasticcati e le loro allucinazioni con le mie. Verso mezzanotte si preferisce il Murcof perso a Torino al dj-set di Munk e al reggae della Terrazza. Ryoji Ikeda è ancora seduto dov’era ieri e temo che non sappia dell’esistenza degli altri ambienti. Murcof è rilassante e morbido quanto basta. Mi irrita invece l’aspetto video: sembra un plug-in di quelli di Winamp o del lettore multimediale di Windows, un salvaschermo. Terminata la performanza mi sposto avanti per il concerto di Fujiya e Miyagi. Mi siedo in prima fila accanto a Ryoji. Come e meglio che al Primavera è impossibile restare fermi, ma io e Ryoji siamo seduti. Il pubblico comincia a ballare nei due corridoi tra le poltrone e presto anche davanti. Quando si alza Ikeda per Collarbone e dietro di noi i due giapponesi dell’Array Dance Company, decido di buttare alle ortiche gli imbarazzi e mi unisco alla danza. Persino il gruppo sembra stupito dell’entusiasmo che via via crescerà. Krautanza giocosa. Spero che si inventeranno qualcosa per il terzo disco.




Rock’n’Roll Star
Rinuncio (imperdonabilmente?) all’hip-hop suonato come bossa e alla bossa suonata come hip-hop con Tony Allen alla batteria e passo al Salone. Headman chiude il suo set con una revisione electro di Tainted Love mentre Erol Alkan si aggira davanti alla console al solito di nero vestito con una maglietta dei Can sui giorni che verranno. Prende le misure per la prima decina di minuti, fino a un ottimo pezzo con distorsioni in crescendo che non riconosco. Sono mazzate e ad eccitare ancora di più la folla che apprezza, lascia la consolle e fomenta il pubblico con gesti da istrione rock. Il repertorio è più o meno in stile con quello sentito al Primavera, fidget o wonky molto analogica e distorta, priva dell’aspetto cafone e molto più affine a un immaginario da rave: Proxy, Dusty Kid, ZZT, Popof, Switch, Crookers, Siriusmo. Non è esattamente quello che amo, anzi la categoria potrebbe essere più quella dell’un ascolto e metto via. Ma funziona, ci si trova un senso molto energetico e in fondo più complicato a ripensarci di quanto si percepisca sul momento. E tutti intorno ballano come matti. L’apice si raggiunge con un pezzo fatto di trombette turche. Penso a un suo tool per celebrare le origini e invece è il suo nuovo tormentone a opera di Duke Dumont. Alla fine chiude con la riesecuzione live del suo remix di Boy From School degli Hot Chip, pezzo che mi mancava per comporre l’ascolto dal vivo della trilogia balearica. Per quanto possa la razionalità o il gusto personale, ci si inchina senza diffidenza alla rock star che sa cosa fare e la si ringrazia per il mondo Beyond The Wizard’s Sleeve e per 21 dei Mistery Jets, da queste parti disco-autoradio per l’estate. Le si vorrebbe chiedere "e ora?", ma questo non sembra il suo problema.



Butta le tue mani in alto per Detroit
Amo la security di Dissonanze. Sorridente e mai arrogante, anche se decisa, invita i torsoli nudi a rimettere su la maglietta nei pressi delle transenne. So che è una questione di decoro in funzione di foto e video ufficiali, ma mi contento di poco. Nel frattempo l’esibizione storica di Juan Atkins, Mad Mike e soci in veste di Model 500 è puro piacere. Sporco funk analogico. Uno dopo l’altro i grandi classici prendono vita, io ballo davanti alla transenna, ma indietro gran parte dei grezzi si ritrova disorientata e immobile fino a far sbottare a Juan Atkins “What a dull crowd”. Verso la fine qualche invasato comincia pure a dar di matto e a urlare insulti a fianco a me (ripenso al povero Ryoji Ikeda, chiuso per sempre nell’Aula Magna, prima fila). Meno male che dalle transenne l’omone cinquantenne della sicurezza chiede al tamarro cosa c’è che non va e al suo ‘ammerda, nun balla nesuno’ risponde con un perentorio e giusto ‘a me piace’. I Model 500 chiudono con un Mad Mike visibilmente incazzato: dire che che la loro collocazione non sia stata giusta sarebbe in contraddizione col motto “One Day You’ll Understand”. Forse tra le tante visioni del futuro che hanno prodotto la techno, quella di Atkins musicista è quella più legata al tempo in cui è stata prodotta o forse pretendere comprensione da chi tratta Dissonanze come una megadiscoteca è impresa vana. Intanto a lato del palco Carl Craig osserva con uno sguardo preoccupato. Quando guadagna la console, suona Jaguar di Rolando. Un pezzo impossibile da suonare come primo disco, ma non conta, sta lì come un pugno nello stomaco a chi oggi non ha capito. Guardate il cuore in mano di Detroit, il pugno alzato al cielo. Poi passa alla sua versione di In The Trees che subito interrompe. PARLA. Io non avevo mai visto parlare Carl Craig. Farfuglia di un’unione: Rome, Italy, Detroit, Michigan, USA, connection. Penso che abbia paura e questo pensiero mi risuona come una bestemmia. Poi riparte però dritto con i Faze Action. Qualcosa non va nella console, risolve e da lì è un treno. Molta techno della vecchia scuola inframmezzata con pezzi percussivi quasi minimali (cosa cacchio era quel campionamento afro che pitchava fino a distorcere?), pochi remix recenti (Pixel Girl, il Delia & Gavin solo quasi sul finale, il remix di Gary per Alter Ego) e niente parte di tributo alle radici house come in altre occasioni. Il Palazzo dei Congressi è nelle sue mani, mentre la luce filtra dal tetto. Dopo Good Life il finale sarebbe tutto per la chiusura del cerchio con Jaguar, ma una mano burocratica e insensibile toglie l’alimentazione per fare andare a dormire i lavoratori. Mentre esco, penso a cosa potrebbe essere domani e non mi viene in mente niente: dieci anni fa a Detroit si inseguiva il futuro, oggi ci si barcamena e sembra vincere chi maneggia meglio il presente senza spostarsi di un centimetro avanti o di un centimetro indietro (come Erol o Loco Dice) e subito dopo a ruota i grandi riciclatori (che si tratti di kraut, italo-disco o dello stesso futuro ormai raggiunto e digerito). Dopo qualche giorno mi sono convinto che l’interrogativo potrebbe essere malposto: forse non si tratta di cosa sarà, ma di dove e come sarà. Quando lo capiremo, ci saremo già arrivati.





The Cat - Dusty Kid
Starlight - Model 500
Gary (C2 Remix) - Alter Ego

13.5.08

Risuonanze (Kid you’ll move mountains, why the long face?)

Antefatto di onestà pelosa (saltatelo se mi volete bene)
Dissonanze è il primo accredito della mia vita, chiesto e ottenuto in virtù di questo blog. È giusto che lo scriva, prima che si parli di un ottimo festival che (insieme al Club TO Club colpevolmente mancato) in due giorni spazza via il sentimento di inadeguatezza verso le esperienze spagnole e del resto d’Europa. È giusto che lo scriva, prima che stronchi o che faccia i complimenti a chi ha fatto il suo mestiere davanti e dietro le quinte, o prima che mi lamenti dei prezzi dei drink. La speranza è che tutto ciò possa andare oltre l’elettronica e la musica da ballo, oltre le esperienze fondamentali e gratuite stile Traffic. Magari in un bellissimo posto di mare del sud Italia (anche se, devo dire, ho una passione perversa per l’architettura fascista dell’Eur).

Prefuse ‘73
Si parte dalla Terrazza. Il Prefuso imbraccia una chitarra e si porta appresso un ragazzo di fatica e un batterista. Il risultato è molto meno pirotecnico dal punto di vista visivo rispetto a quando lo si vide al TDK di tre anni fa. Il pubblico che arriva a poco a poco apprezza, soprattutto una prima fila scatenata che secondo me non solo conosceva tutti i pezzi, ma anche i relativi titoli (che nel caso del Prefuso sono degni dei film della Wertmuller). In fondo apprezzo pure io, anche se privato della gioia di vederlo smanettare su pattern di batteria elettronica e giradischi. E complimenti al batterista, ché per fare il batterista del Prefuso ci vuole una memoria e una destrezza notevole.



Ryoji Ikeda (ma anche Pinch e Yacht)
Dalla Terrazza si scende al semivuoto Salone dove Pinch ha iniziato la sua cosa dubstep. Che per me è la sua cosa dubstep e prima o poi dovrò superare le mie ritrosie e convincermi all’annegamento nei bassi profondi e nei ritmi dilatati. Non questa volta. Inauguro così i posti a sedere dell’Aula Magna strapiena, dove i bassi profondi sono sostituiti dalle preminenti alte frequenze della performance multimediale di Ryoji Ikeda: bianco o nero sullo schermo, suoni ipercinetici molto anni Novanta e un gruppetto composito di rastapunk e scoppiati che si radunano davanti a una delle casse come se si fosse a un rave ripreso da Studio Aperto. A un certo punto ho seriamente temuto l’attacco epilettico stile Pokemon. Invece tutto finisce magistralmente prima e così c’è pure il tempo di salire per un’occhiata agli Yacht in Terrazza. Nel luogo in cui artisti elettronici e dj si sbattono per mostrare quanto possa essere musicale quello che fanno, questo sedanone nerd e questa tavola da surf in ultra-mini abito stretch lanciano delle basi pre-registrate con tanto di cori e controcanti e ci schiamazzano su in maniera scomposta. Divertente anche, ma offensivo per il contesto.




Cobblestone Jazz, Caribou e un pizzico di Italo Disco
L’inizio della maratona Italo-Cosmic Disco è affidata ai Rodion è la loro partenza è davvero gustosa, con tanto di cover di The Logical Song. La Terrazza è quasi piena e la gente balla su questi parallelepipedi enormi progettati per quando le littorie astromobili avrebbero avuto passaggi continui e cosmici sul cielo dell’Eur. Mi chiedo mentalmente come si sarebbero chiamate le cubiste se avessero iniziato sui parallelepipedi e rido come un cretino. Poi però mi sposto lesto giù dove i tre Cobblestone Jazz musicano un Salone della Cultura in via di riempimento. La formazione laptop + controller + tastierone uso vocoder, hammond, reed è la celebrazione dello spirito del progetto. La gente intorno balla, ma la sensazione è che si divertano più sul palco (e io con loro). Per la prima volta mi vergogno come un appassionato di jazz. Salto la fine per accaparrarmi un’onesta quinta fila per il live di Caribou (Ryoji Ikeda siede in prima fila centrale). Los Quarenta Luigi mi raggiunge prima dell’inizio e mi dice gran cose di ciò che succede in terrazza (dove Daniele Baldelli ha preso il posto dei Rodion). Caribou è in formazione doppia batteria e tuttavia penso che ciò possa non bastare. Il batterista che ha sostituito il precedente infortunato va però a Red Bull e suona come sei o sette batteristi in contemporanea. Il tutto però è enormemente più muscolare che su disco. A me basterebbe che lo shoegaze ritmico avesse un volume in linea con lo shoegaze melodico, con la voce sempre in secondo piano. Suonano quasi tutto Andorra e ripescano molti pezzi dal passato Manitoba che, coglione io, avevo anche stroncato nel vecchio blog. Poco, pochissimo dal primo Caribou, del quale rimangono soltanto Bees e la conclusiva Barnowl. Con volumi più bassi della batteria sarebbe stato perfetto. Però mi rendo conto che sedendomi lì davanti mi sono beccato tutto il suono vero di tamburi e piatti oltre a quello amplificato. Una specie di Icaro col budello al posto della cera.





Booka Shade e gli altri ‘de passaggio’
Scappo subito dalla terrazza per evitare i No Age. I No Age non sono malaccio su disco, un gruppo punk con un produttore shoegaze. Peccato che dal vivo perdano questa vivace particolarità, diventando un gruppo involuto e pestoso. Me ne sono accorto fortunatamente in anticipo quando avevano suonato per Amoeba. Così in attesa del live dei Booka Shade oscillo tra Salone e Terrazza. Un algido Robotnick del quale riesco a cogliere solo l’ultimo pezzo passa la mano al Francisco di casa con un terrificante saluto del tipo “Ciao, ero Alexander Robotnick. Buonanotte”. Giù becco gli ultimi due pezzi di Switch: il suo remix di Golden Skans e un remix di qualche sgallettata a caso confermano la mia grande difficoltà verso il genere (fidget, wonky o come vi pare di chiamarlo) e verso un personaggio controverso e secondo me più piccolo della sua fama (ma è sempre così). L’immortale revisione di Bump di Spank Rock non riuscirà mai a cancellare nella mia mente la sua approssimatività dal vivo, il suono pappone e il fine gusto da selezionatore di Hit Mania Dance. I due Booka Shade partono con Darko, una scelta eccessiva in barba ai dj-set che devono costruire e ai concerti che partono col quel pezzo che crea l’atmosfera ma non troppo. Il live è fortemente discontinuo: non si raggiunge la tensione continua del dj set a causa dell’alternanza tra episodi a grande impatto e riempitivi e non si organizza la scaletta come un concerto. Emergono così i difetti dei due dischi, il primo costruito in gran parte da una buona idea permutata in diversi modi a formare un suono e il secondo discontinuo e costituito da pezzi lenti e pomposi mischiati con cover dei New Order. A sprazzi però ci si diverte, come a un concerto dei gruppi di elettronica da stadio che mettono su la batteria finta e i gesti plateali per fare più scena. Luigi Los Cuarenta mi dice come certi Orbital da festival, e io penso a quegli Orbital che interrompevano Halcyon On And On e suonavano i campioni di Bon Jovi e di Belinda Carlisle. Prima dell'ovvia e acclamata Body Language finale c’è pure il tempo per la rilavorazione live di O Superman di Laurie Anderson. Poi arriva Loco Dice e dopo un pezzo e mezzo (che nel caso di Loco Dice significa circa tre quarti d’ora) decidiamo di risparmiare energie per il giorno dopo e di lasciarlo alla gran parte del pubblico accorsa lì per lui. D’altra parte, non è che ci si aspettasse molto da chi ha messo su LP l’ennesima traccia costruita sulla voce di Nina Simone o un pezzo che ripete continuamente “Dammelo, Papi”.



Fisico - Rodion
Crayon - Manitoba
Charlotte - Booka Shade

7.5.08

Da una lacrima sul viso, ho capito tante cose



Il manifesto di Dissonanze 2008 (qui anche in versione femminile) è bellissimo. Con qualche capello in più, la mia faccia davanti al concerto di Caribou mentre Switch dall'altra parte sollazza i papponi. E poi tanta Detroit (Model 500 live su tutto), Italo, Erollo si sarà ripreso dopo la pausa da produttore(?), Cobbleston Jazz live(!), gente come Booka Shade e Loco Dice alla prova, l'etnica senza la puzza da gonna fiorata (Madlib, Tony Allen e compari in Brasilintime) e tante certezze già raccontate da queste parti. Venerdì e sabato ci si commuove da quelle parti con gente di una certa età alla faccia dei bambini senza espressione facciale dell'ultimo video di Jus†ice.

Niobe - Caribou

22.4.08

La rivelazione adesso



Penso che si debba partire dall’apocalisse. L’apocalisse è quella cosa che arriva alla fine, a volte preannunciata da trombe o da archi sintetici, chiude tutto e rivela un senso che era già nell’inizio. Quando alla fine, senza antefatto spettrale-dark, Mathew Jonson chiudeva il suo liveset con gli oscillatori della sinfonia dell’apocalisse che variavano di frequenza impazziti, si assommava la sensazione del miglior concerto techno sentito dall’inizio dell’anno a come questa si formava: moduli di pezzi compiuti utilizzati in altra maniera, piegati ad un’esibizione immaginifica e complessa dal punto di vista ritmico. Oltre l’inadeguatezza dei dj-set dei produttori, oltre i live che si piegano ai compromessi del togli-metti la cassa, oltre gli stessi limiti di certi suoi live dell’anno scorso, così enfatici da sfiorare la trance o la progressive, il concerto è un capolavoro di bilanciamento. I tre-quattro pezzi iniziali di preparazione poliritmica culminano nel suo remix acido di Good Life, reso ancora più aggressivo dalla maggiore battuta. Su questo subito si prende la strada Cobblestone Jazz di 23 Seconds. Non si tralasciano i pezzi più vecchi alla Magic Through Music, semmai quelle che mancano sono certe sfumature house dei Cobblestone, rimandate a quando vedremo il trio all’opera e fortunatamente sostituite da uno scheletro più electro, figlio di Cybotron. Marionette, rilavorata come al solito sull’umore del pubblico, è emotivamente carica nonostante la patina (in teoria) ghiacciata di inno che si porta dietro. Alla fine, non è apocalisse per il gusto dell’apocalisse. Non sono manopole finte, né manopole cafone quanto un assolo metal. Solo musica, sincopata e intricata, ora ruvida e ora melodica, calda di bassi e acuta di testa.


Photo by Von Boot


Good Life (Mathew Jonson's Acid Mix) - Kevin Saunderson feat. Inner City


Gente Alla Quale Vorremmo Stringere Calorosamente La Mano (The Bari Spin-On)


Bari, Mathew Jonson Liveset
(La rubrica che necessita numerosi tentativi di imitazione)

14.4.08

E se stasera si pareggia, noi, balleremo Todd Teeeerjeeee



Cattivo ma anche buono come adesso, non lo sono stato mai

Vedo molta liquefazione romantica in giro per Walter (il nome e basta, è d'obbligo). Tutti commossi, e mi viene in mente l'accoglienza trionfale che certi ambienti hanno tributato al nuovo Jamie Lidell. A me il nuovo Lidell non scende giù per la sua eccessiva pulizia e classicità, per quel calore così diretto e ovvio che non riesco a sentire. Invece mi viene in mente un piccolo progetto ai più ignoto, Echohce. Lidell che pattoneggia + un ex Einstürzende Neubauten + un generatore semantico di testi + otto stampanti, live. Anche io ho votato Walter-Jamie, ma il Walter-Jamie che conferisce calore matematico e bionico a una versione sintentizzata di ciò che tutti vogliamo sentirci dire. Un lato oscuro comunicativo, che è oltre i miserrimi paragoni col berlusconismo.

Leaving (Untouched) - FM Einheit
Revolution (Shon) - FM Einheit

13.4.08

Sabato sera dentro al Cube, no Michael Mayer il giorno pri-i-ma (o anche “Andarsene Così”)

Porto ancora le conseguenze insoddisfatte dello scorso fine settimana. Non che sia per questo che al concerto palermitano di Dente oggi ho preferito un tranquillo sabato sera pre-elettorale casalingo a base di elettronica e techno piagnona (o pingona chedirsivoglia). Non è cosa mia e lo avrei saltato comunque. Però lo scorso fine settimana mi è rimasto sul gozzo, ecco. Le due gioiose ore mixate malamente da Michael Mayer al venerdì sono saltate per sua indisposizione fisica. No socio Navid al seguito, no roboante Two Of Us, no remix inedito di Charlotte Gainsbourg. A sostituirlo il sempre apprezzato Arpino mi ha come al solito demoralizzato: questa volta mi è sembrato di riconoscere mezzo pezzo del quale non saprei dire il nome.

Sabato sera al Cube appunto, coi Baustelle. Io sono contento per la pubblicità del disco che passa su 105. Avrei voluto parlare di Amen, disco che ho amato e sto amando tantissimo, ma non c’è stata occasione. Finisce così che scrivo di quello stupro di massa che è stato il concerto barese (ma potrei dire di tutto il tour vista la scaletta identica per tutte le date). Ero di buonumore, ero contento persino di trovarmi schiacciato nel sovraffollamento di indioti, universitalternativi, adolescenti Charlie e compagne di scuola, quarantenni lettori di Repubblica. Cravatte strette, cinture bianche di plastica e maglioni infeltriti. Dopo l’intro che svela già il finale, storco il grugno sull’amata Antropophagus per l’intarsio di Battiato e per il taglio della sua coda strumentale ma torno a odiare il mondo quando su Colombo e Charlie i dementi intorno a me pensano di essere alla Notte della Taranta.

A poco a poco percepisco un senso di rimozione dei Baustelle nei confronti del loro passato: più o meno quando presentano I Provinciali come un vecchio pezzo. La scaletta negazionista cancella la memoria dei giorni del Sussidiario e dello YèYè più per disagio personale che in favore del nuovo pubblico. Prima dei bis sopravvive solo una maltrattata e barcollante Canzone di Alain Delon, con le note cambiate per non stonare (ma almeno prima si stonava insieme, ecco). I pezzi nuovi non se la passano meglio: il problema è rendere dal vivo il massimalismo orchestrale con un solo violino e allora si va via di chitarroni e si riesce col Liberismo, ma altrove è una pena. Specie quando entra in scena la fisarmonica, come in Alfredo affossata anche per il mancato inserimento della ritmica. Prima del bis Baudelaire mi convince che l’idea della sua coda è tanto azzeccata quanto povera nella sua realizzazione. Non ci si improvvisa DFA o Ewan Pearson.

Il bis è il colpo finale. Bruci La Città è programmaticamente altra, ma il risultato è confuso e tale da far pensare che la Grandi version sia di gran lunga pià baustelliana della cover. Il medley successivo tra Gomma e Riformatorio è uno sfregio senza senso, oltre che una soluzione concertistica degna dei Ricchi e Poveri. La canzone del parco sembra piegata su se stessa. Andarsene così chiude con la sua melodia iniziale da rave e il pubblico intontito nemmeno pensa a un ritorno sul palco per un doppio bis. Io credo che in futuro mi limiterò ai loro dischi, almeno fino ai concerti in palasport con l’orchestra sinfonica. E meno male che il prossimo finesettimana mi risolleverò col dj set di Mathew Johnson.

Symphony For The Apocalypse - Mathew Jonson

3.4.08

L'orchestrina di Darkstar e i Simpatici

Il nuovo nome su cui punta Kode9 e la sua Hyperdub è questo Darkstar che ibrida il consueto immaginario dell'etichetta post-garage con elementi più affini all'electro (sintetizzatori, vocoder/voicebox e qualche riferimento ai 'lenti' dei Daft Punk). Pur concedendo un po' di curiosità alla ballabilità di Need You, non riesco a scacciare l'immagine di quelle orchestre romagnole che suonano il lissio: la particolarità del primo singolo di Darkstar è infatti un trattamento delle parti sintetiche (vocali e non) simile all'effetto del mantice. Per dirla breve, le voci robotiche e le tastiere sembrano fisarmoniche e però l'effetto spiazza a tal punto che il grime di Need You passa quasi per una quadriglia.

Squeeze My Lime - Darkstar

2.4.08

La cura

Io se fossi stato Giuliano Ferrara non avrei scelto Juno. Io avrei scelto Aphex Twin. Ci sta questo piccolo pezzo, il fantomatico fratello morto, una commovente e non banale esplosione di vitalità. Andate su Beatport, avrei detto a Matrix da Mentana. Aphex Twin per inno elettorale, quella sì che sarebbe stata una figata.

To Cure A Weakling Child / Girl-Boy Song - Adem

To Cure A Weakling Child (video) - Aphex Twin
Girl-Boy Song (live video) - Aphex Twin

Il 2.0 di Aprile

No, il post di ieri non era un pesce d'aprile (Bostro Pesopeo esiste per davvero). Lo è stato invece l'ascolto di Narrow Stairs, il nuovo dei Death Cab For Cutie sul mio last.fm. Si trattava in realtà di una copia di Silent Movie, il nuovo dei Quiet Village, coi tag opportunamente modificati. Lo scherzo è stato abbastanza masturbatorio, cretino e poco riuscito. Ma morivo dalla voglia di usare il titolo qui sopra.

Your New Twin Sized Bed - Death Cab For Cutie
in realtà era
Can't Be Beat - Quiet Village

Videografia di riferimento:
The Days Of Pearly Spencer - David McWilliams
Il Volto Della Vita - Caterina Caselli
The Days Of Pearly Spencer - Marc Almond

1.4.08

What's a hip to do

Sono indeciso se sia più sfacciatamente spocchioso puntare sulla Dissident Records (uscite tra fantascienza disco e techno numerate da cento vinili ebbasta: niente mp3, myspace evanescenti e pezzi introvabili di Columbia #1 o di Invincible Scum sulla bocca di chi sa) o su un nome meraviglioso come Bostro Pesopeo. Meno male che almeno Sebastien Tellier porta la Francia all'Eurofestival cantando in inglese.

27.3.08

Tutti i sabati in casa della nostra giovinezza

Son giorni in cui certi trentenni come me han da far conti dal punto di vista musicale. Uscite come quelle di Portishead, Notwist e Matmos mettono davanti ad un come eravamo / come siamo / come saremo denso di attese prolungate, scelte diverse e umori ormai più o meno distaccati. Forse dovrei scaricare anche il nuovo Moby. Invece cerco di venire a capo di Saturdays = Youth degli M83. Sono affezionato agli M83: i cauti post dalla forma incauta sul vecchio e sul nuovo blog stanno lì a ricordare quanto si possa crescere ed essere menopeggio.
L’uguale non tragga in inganno. Saturdays = Youth è un disco per vecchi. Vecchi che da giovani passavano i loro sabati ad ascoltare musica già vecchia e soprattutto inutile. Quale giovane donna quindicenne metterebbe sulla testata del suo myspace/twitter/facebook parole come “The cemetery is my home, I want to be a part of it, invisible even to the night…I'm 15 years old and I feel it's already too late to live. Don't you?”? Qualcuna di sicuro ci sarà, ma il problema siamo noi, quelli che maciniamo revival a velocità così alte (dove eravamo quando avevamo altri gusti?!) che ormai amiamo anche il revival al quadrato. Il revival dell’ascolto revival.
Non si confronti allora S=Y con i vecchi dischi degli M83. I suoi stracci di Kate Bush sono oltre Rossana Casale che fa Kate Bush nel jingle della pubblicità della Coppa del Nonno e oltre le cover dei Chromatics, siamo alla ristampa dei dvd di Twin Peaks e quest’estate ormai tutte le band shoegaze avranno perfezionato la loro reunion. Balliamo sia la techno di Detroit che Redshape che chi copierà Redshape. E i giovani sono da qualche altra parte, con qualche altra diavoleria troppo noiosa. Sui quindici minuti iniziali remix (gli unici amabili) di My Blueberry Night di Wong Kar Wai, temevamo amavamo l’idea di un remake afro-beat de Il Giardino Delle Vergini Suicide. I Portishead mi hanno sorpreso, i Notwist mi hanno ricordato che non riesco più a essere così ghei e i Matmos, beh, quelle cose le trovo più divertenti in salsa techno sul nuovo ep di Four Tet. Forse dovrei scaricare anche il nuovo Moby.


We Own The Sky - M83
Up! - M83

17.3.08

Puntini di sospensione

Sono vivo. Se tutto va bene, dalle prossime settimane potrò anche tornare più spesso da queste parti. Ovvero via da Torino, dai live di Tiger Stripes, Shout Out Louds, 2000 And One e dell’I Am Festival (con Funk’d’Void, Los Hermanos, Fumiya Tanaka, A Guy Called Gerald, Ananda ed Eulberg)

Una volta c’erano nei pub i gruppi di diciottenni che scopiazzavano Sonic Youth e Blonde Redhead. Oggi sei passato ai club e i diciottenni imitano in console Nathan Fake, persino nella capigliatura pennellona. Una volta andavi a vedere al Cinema Massimo il film muto Dans La Nuit musicato dai Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo. Oggi vai al King Kong MicroPlex a vedere Three Ages di Buster Keaton musicato da Jeff Mills.

Non sono potuto andare alla data torinese dei Baustelle. Tutto esaurito giorni prima. Io non sono abituato ai ‘tutto esaurito’. Con una forma di rimozione nervosa, per me il concerto non avviene più, così come nel caso di eventi a cui non si può partecipare. Alcuni credono di avere visto i Pixies quattro-cinque anni fa e invece si era trattato di allucinazione collettiva.

In compenso il giorno dopo sono andato a sentire Juan Atkins, l’uomo che con Model 500, Cybotron e un’altra dozzina di nomignoli ha segnato la transizione dall’electro funk alla techno di Detroit. Col cervello mangiato dagli alieni dei suoi pezzi, il succedersi impreciso dei consueti capisaldi aveva un che di spettrale. Pesante e techno nella prima parte, malinconicamente disco nella seconda. L’aria da revival in casi come questi è giustificabile, ma di fronte al rullo compressore di The Bells, alla lussuria di I Feel Love e all’unico pezzo del bis – quella Jaguar che risveglierebbe gli entusiasmi anche a una mandria di elefanti sedati – testa e cuore non superavano il contrasto tra pezzi oggettivamente “inutilizzabili” e l’effetto potente che continuano ad avere.

La settimana dopo, l’enorme fila davanti all’Hiroshima Mon Amour per gli Autechre è fatta di giovani, vecchi, sinistrati, cubiste del Club 21, manovalanza impiegatizia e uomini e donne di mezza età che non hanno superato indenni la frequentazione con le droghe chimiche della seconda metà degli anni Novanta. Sono solo le 22e30 e Rob Hall sfugge al concetto di djset di apertura con una techno molto inglese, acida ma rotonda, ritmicamente dritta ma ornata di break spezzati. I SND si presentano sul palco con due martelli pneumatici della Apple: per due minuti in mezzo mi sono divertito, per il resto credo che abbiano iniziato i lavori del nuovo capolinea della metro al Lingotto. Fortunatamente Rob Hall torna in scena alla destra del palco, mentre al centro attaccano i jack. Poi si fa buio. Buio nero. Niente schermi e visuals, niente strobo e riflettori, niente luce verde per le uscite di sicurezza. Gli Autechre cominciano spediti, ballabili e belli grassi. Il buio non va via. Se hanno degli schermi sono orizzontali e privi di illuminazione. Il concerto è il contrario di Quaristice, solido e continuo. Al primo rallentamento quasimelodico scoppia l’applauso. Ma tutto rimane buio. Ballano tutti, il live trasuda esperienza e mi chiedo se qualcuno ci avesse già pensato: più che inquietante quel buio sapeva di rimozione dell’inutile, dei capelli rosso finto, dei cardigan, dei jeans dentro gli stivali, dei pallini sui maglioni infeltriti, dei giubbotti di pelle nera, del vuoi qualcosa, del che mi dai un sorso, della chiacchiera in mezzo al concerto, dei flash delle macchine digitali, di tutti voi. Chiunque e qualunque cosa voi siate. Poi dopo un’ora senza cadute di tono le luci si sono riaccese sull’applauso e non si sono rispente per un bis. Rob Hall prende in consegna la ventina di persone che decide di restare per la sua chiusura, che non andrà oltre un’ulteriore gustosa mezzora. Sono le 2e30, tutto è finito e mentre torno a casa mi sembra di risentire di tre ore di fuso orario.

Rae - Autechre
Vessels In Distress - Model 500

27.2.08

22.2.08

Di sGuincho

Non credevo che a febbraio 2008 una recensione positiva di Pitchfork muovesse ancora le ricerche su internet.

20.2.08

Avevamo un conto in sospeso (e forse ce lo abbiamo ancora)

Avevamo un conto in sospeso. Quel venerdì sera di metà Agosto a Stoccolma i Black Devil Disco Club suonavano dal vivo e invece altrove tu tenevi interminabilmente a mezza altezza la tua unica birra omaggio, mentre ascoltavi zitto i tuoi amici stranieri. Per ore. Io scoprivo che in Svezia, a differenza che in Italia, puoi vedere in trasparenza attraverso un bicchiere di vino rosso. Per ingannare il tempo in attesa del tuo dj set passavo da una Jimmy sulla pista principale alla Rozzalla (‘Faith in the power of LOVE’) nella sala revival-non-siamo-svedesi-per-caso. Condivo il tutto con un hamburguesa (il bello delle discoteche svedesi estive) e con una Nastro Azzurro (‘Sì, ma avete una birra appena un po’ più forte?! Yeah, Nastroh Azzouroh’). La tua birra era ancora a mezz’altezza. Tu hai messo sei pezzi in croce. SEI ES DRUM. Sei pezzi che tu avevi utilizzato nei tuoi dischi, ma sei dannatissimi pezzi. Sei andato a mettere i dischi con una custodia da dieci, cazzo. Poi hai pure avuto il coraggio di andartene via su un taxi nero. You killed the party again, Goddam. Goddam.



Avevamo un conto in sospeso. Dovevamo eiaculare il nostro amore per Arthur Russell, a Ferragosto. Anteprima del documentario, anteprima dell’EP. Tu, Victoria Bergsman, Verity Sussman e Joel Gibb. Io non avevo capito i manifesti e non volevo chiedere. La tua bassista mi dava lo zucchero filato. I due cantavano i pezzi di Arthur da soli, due o tre pezzi degli Hidden Cameras, due pezzi delle Electralane. Due volte You Can Make Me Feel Better. Poi mi hanno spiegato del rimborso. Il volo decollava prima. Il giorno dopo, quando chiedevo anticipatamente il rimborso per un questione di principio, tu attraversavi la Kulturhuset con un bustone blu dell’Ikea e non sembravi malato. Cosa ci tenevi dentro, l’attrezzatura per lo zucchero filato?



Avevamo un conto in sospeso (e forse ce lo abbiamo ancora). Soprattutto ora che non siamo in vacanza, tu ripeti la solita storia che tra un po’ (dopo la fine del concerto) ci canterai il resto, ed è l’una e fuori fanno due gradi sotto zero. Avevamo un conto in sospeso, ma io domani lavoro e non ho voglia di raccontarti tutto e torno a casa. La casa dell’Azienda. Goddam. Goddam.



P.S.: mille grazie ai LeGo mY eGo: Niobe di Caribou è da sogno per introdurre un concerto. Purtroppo quelli sono andati per le lunghe. Forse anche Strange Things Will Happen avrebbe avuto il suo senso. Sui Magnetic Fields ho capito che bisognava attendere. Subito dopo mi hanno esclamato nelle orecchie “I Postal Service!!!”, ma cazzo, dovevate urlarmi prima “Caribou!”. Invece si è iniziato con i Books più Prefuse ’73 (a meno che non mi sia confuso). Caribou, Caribou, Caribou. Goddam, Goddam.

E non se ne possono restare

Una delle cose che ho sempre invidiato ad altri che come me provano a raccontare il piacere di ascoltare uno che mette i dischi è l’esperienza della durata infinita. Quei set che iniziano alle tre e finiscono alle nove di mattina, che sono discorsi che non basta un mp3 a raccontarli. Stava per succedere venerdì scorso e non a Milano con il coincidente Villalobos, ma a Torino con Solomun. Su un’intelaiatura di techno non troppo pippotica e mai fredda o cattiva, il bosniaco spargeva ogni tanto sprazzi melodici come il C#1 Movement Remix di Tides di Beanfield o il bootleg della chiacchieratissima Enfants (celo, ma Sei Es Drum rischia alla nascita di configurarsi come l’etichetta dei tools di Ricardo). Soprattutto si adoperava con fare da dj e non come un produttore che spende a questo modo la sua fama. Per farla breve, dopo le consuete due ore di set Solomun si concedeva una ventina di minuti di pausa per poi riprendere in mano la pista che non si era svuotata. Già pregustavo il sole sul Po, quando dopo una risicata mezzora una mano infausta abbassava il volume e i BPM. Se non altro avevo avuto il tempo di gustare su un impianto appropriato, il gusto pizzicagnolo di Solomun, hommo capace di vestire la maglietta del mercato sulla canottiera del mercato. [Collane d’oro not included]


Feuervogel - Solomun And Stimmung

19.2.08

Jens fa surf

Inizia dicendo: “Questa è una canzone sul chiudere con tutta la merda che”. Più avanti solleva il dito medio al cielo. Certo ora ha uno che gli lancia la drum machine, ma…

12.2.08

Packs Of Dear

Il dj set barese di Matthew Dear as Audion ha soddisfatto tutte le aspettative della vigilia, smontandole una a una. Si attendevano montagne russe di crescendo e precipizi ai limiti della sostenibilità e invece il set ha compresso quantità energetiche via via crescenti giocando più sulle densità che sui picchi. I filmati della data romana di dicembre lasciavano intendere l’impiego dei singoloni e dei popolari remix per scatenare la folla e invece il buon Matthew ha incrociato con due piatti, manopole e MAC inediti, pezzi vecchi e techno altrui, ricreando comunque l’atmosfera ai limiti del nome Audion. Le prime file continuavano a indicare le labbra con l’indice e la sua concessione è stata appena un accenno a basso profilo della rilettura Mund Zu Mund. La sua faccia tranquilla, sorridente e attenta e il saluto gentile alla fine (felice come un bambino di dieci anni che torna a casa dalla partitella pomeridiana giù in cortile) rimandavano più all’immaginario di un Sufjan Stevens, che al disturbante labirinto oscuro audionesco. Inquietante anche questo, a suo modo.


Bees Please - Matthew Dear (As Audion?)

3.2.08

Bonanza

Ieri sera a Bari si poteva scegliere se andare a sentire Alex Smoke o Dave Mancuso e la sensazione (in piccolissima scala) era di quelle che, immaginavo, avrei provato solo a Londra, o Bologna. L’offerta e la libertà di scelta – (e il ‘tanto poi è molto probabile che tornino’) – si sono quindi tradotte in un turno di riposo casalingo a base di spiedini di ‘nghimiridd e braciolette di agnello alla griglia*, cannonau e un telefilm che non si può nominare (e non è Bonanza). Perché qui già si stanno raccogliendo le forze per il dj set barese di Audion, sabato prossimo.

* appurato che chi viene a Bari per un concerto indie viene portato in osteria (soprattutto VeC), ci si chiede: anche Matthew Dear sceglierà nel menù completo a base di patate, riso e cozze, fave e cicoria, polpo arrosto e braciola di cavallo al sugo?


Olga Dancekowski (Audion Paradise Cafe Mix) - Matt John