Fa freddo, sono le prime parole che pronunciano gli Zu alla fine del primo pezzo. Prima di loro i Valerian Swing mi hanno ricordato quanto abbia nel cuore quei fraseggi melodici da gruppo post-rock fine anni Novanta e gli (o i?, vale la pronuncia?) Psychofagist, accompagnati al sax da Luca T Mai degli Zu, mi hanno annoiato con quello che non mi piace granché del genere (ritmi matematici, chitarra pippotica, voce grind estenuante e titoli simpa e intermezzi ancora più simpa) - e per inciso il sax quasi non si sentiva. Fa freddo, e siccome tutti salgono sul palco dell'Hiroshima con almeno un componente in bermuda, verrebbe voglia di ricordare i principi di un corretto riscaldamento pre-partita. Fa freddo, ma il concerto degli Zu ne necessita quasi a rendere più fica l'energia creata. Suonano gran parte di
Carboniferous, coi pezzi legati da campionamenti di rumori, discorsi, film spagnoli etcetera. Gli strumenti suonano tutti come altri strumenti e la cosa che più colpisce è la capacità di bilanciare gli ingredienti in modo che nessun troppo storpii e che l'attenzione sia alta tra un break algebrico, un duetto ambient tra sax e trombone o una fuga di loop di basso che diventano chitarra che diventano basso.
Orc quasi alla fine porta all'estremo il campionamento dei cani (tributo alle Christmas Dog Songs?) facendo a meno del didgeridooismo con una riuscita piacevolmente inquietante.
Ostia è zaireeka di punk-funk, aphex, teoremi di Cantor e sabbia nelle scarpe. Il bis viene richiesto a ondate su un pezzo post rock coi silenzi in mezzo che sembrano predisposti. Temperatura al ritorno: cinque gradi sotto-zero.


Nevica e per stanotte è previsto che nevichi. Così inauguro l'uso del Nightbuster, che mi porta direttamente da casa ai Murazzi. Nick Höppner ha un aspetto da perfetto medico di famiglia, di quelli che ti danno i consigli sbagliati per fare i simpatici. Per il resto è house da Panoramabar, mai troppo rispettosa delle origini (alcune delle cose che piacciono per ora a Koze tipo Matthias Meyer o BDI) e in perenne morbido flirt con la techno, stile il suo lavoro coi MyMy. Temperatura al ritorno: sette gradi sotto-zero.

Ghiaccio. Nonostante l'arrivo strategico "con calma" alle 22.59, lo Spazio 211 è semivuoto e bisogna aspettare le 23.59 per notare un maggior numero di persone. Devo dire che mi aspettavo molta più gente per la prima volta a Torino di Banjo Or Freakout, l'ottimo progetto di bedroom-pop di Alessio Natalizia dei Disco Drive, ma il ghiaccio sembra avere avuto la meglio. Chitarra, tanti pedali, tamburo, il centrale Roland SP555 al posto del laptop e altri due oggetti non precisati (uno sembrava uno di quei touchpad bidimensionali) il set-up. I filmati dei live con batterista di supporto sembravano snaturare il senso del progetto proprio a livello dei suoni e allora ben venga il passo indietro del suonare meno per suonare meglio. Musica da rapimento, finale in cassa dritta e come sempre piace a Torino nessun bis (
Archangel?
Jingle Bells? Qualunque?). Temperatura al ritorno: dato che volevo andare a dormire col sorrisone: sette gradi sotto-zero (ma più avanti nella notte anche dieci undici).

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