27.12.07

In America hanno i balli della scuola perché non hanno le tapparelle

Non pensavo che qualcuno sarebbe riuscito, nel breve, a scalzare il Supermayer Lost In Tiergarten Remix di Rufus Wainwright dal trono di pezzo più gheisho, ascoltato e canticchiato allo stesso tempo dal sottoscritto. Il tipo in questione mi aveva già fatto fischiettare di crisantemi, ma ora ha preso in mano She’s The One di Caribou e il risultato è tale da far sembrare al confronto eterosessuale persino Patrick Wolf o Carlo Conti: una colata di stucco barocco, il ballo della scuola all’inferno tra le urla e i pizzi, il testo recitato(!). I violini riportano alla mente il Fortdax di You Are Here, mentre si scartabella nella memoria filmica (e in youtube) tra i migliori balli della scuola, noi che ci siamo sempre ritenuti fortunati ad aver scampato la temibile tradizione in cambio di qualche zaino Invicta. Incappo così nelle gustose scene disco di Prom Night*, tipo quella della decapitazione e quella dello scontro finale. In Italia l’avevano chiamato Non Entrate In Quella Casa (forse in riferimento al fatto che da noi i balli della scuola erano sostituiti da feste in casa, la maggior parte delle quali da evitare come suggerivano appunto i titolisti). Comunque, Kelley Polar uscirà a inizio anno col suo secondo disco e dopo questa messinscena sobria quanto le tenute di Ratzinger lo si terrà ancora più d’occhio.

* nel 2008 uscirà un remake di Prom Night con Brittany Snow: io lo chiamerei TapparHell


She’s The One (Kelley Polar’s Hughes Wilson Prom Night In Hell Version) - Caribou ft. Jeremy Greenspan

12.12.07

Music For Babies


Baba Yaga! Baba Yaga! Baba Yaga!

(la Gam Gam del minimal funk, la D.A.N.C.E. dei Beatport nerd. Gli infanti di Christian Vander dei Magma su un pianoforte filtrato à la french-house. Già in tutte le discoteche rumene, prossimamente nelle vostre calze da befana. Sicuri che sia tutta colpa della paternità?)

11.12.07

Senza pensarci


One Pure Thought (promo) - Hot Chip

Tutto uguale e diverso

Dicembre torinese, in prova il lavoro di un anno. Coi problemi che vengono fuori ci faccio il prossimo. Due weekend di mezzo e due eventi a portata di mano. Matthew Dear nelle vesti di Audion venerdì scorso a Milano, Ewan Pearson sabato prossimo a Firenze. Ho saltato il primo. Stanchezza della settimana pesante, accenni di raffreddore e una mezza speranza che comunque me lo ritroverò davanti prossimamente. Decido allora di consolarmi con Nathan Fake perché qualcosa mi dice che non assisterò al set né carne né pesce visto al Primavera di Barcelona. Se anche fosse, non mi dispiacerebbe, penso sotto gli addobbi natalizi di Via Roma che quest’anno sembrano delle mirrorball ricoperte di pelo superfluo – aggiungere Silent Night in una versione non a caso. L’ultima volta che sono stato nel posto dove ora fanno Xplosiva, il dj suonava Fatman Scoop, Taj Mahal e quel pezzo tremendo coi cori afro. Tutto sembra uguale, compreso la macchina spara-fumo. Tutto è diverso, quando le mie giunture ormai scricchiolanti e i miei pigri neuroni si defatigano al suono della stupenda Fiori di Âme, nella pur necessaria club edit. Poi il giovane pennellone makes his computer sneeze e tira fuori un set in cui, alla maniera dei live remix dal singolo di You Are Here, i pezzi del repertorio vengono resi fruibili per un contesto più danzereccio. Potrebbe sembrare una resa di fronte alla tiepida accoglienza di passate esibizioni in contesto da club, ma è pura consapevolezza che se la tua musica non è facilmente catalogabile come dance o come pop, tanto vale giocare coi contesti ed esplorare le possibilità ora assecondando, ora sovvertendo. È stato un piacere allora ballare su frammenti e loop di quelle melodie posati su ritmi andanti e con la cassa (quasi) mai in primo piano, tanto che però ora vorrei anche un concerto con le versioni pop da caminetto. Vabbe’, potrei scambiare il caminetto con lo sfondo cartonato di una spiaggia, volendo.

You Are Here (Live) - Nathan Fake
You Are Here (Live Remix) - Nathan Fake
Silent Night - Nathan Fake

6.12.07

Perché possiamo non essere noi stessi

Si dice che certi passati musicali non si possano nascondere. Nel caso dell’hardcore, per via dei tatuaggi. Se però da batterista hardcore (e poi punk, speed-metal e art-rock) dopo vent’anni ti ritrovi produttore di techno minimale, con molta probabilità non suonerai molto spesso a torso nudo. Bruno Pronsato è un nome d’arte, di quelli che starebbero bene in una compilation di italo-disco anni Settanta. Gino Soccio, Cerrone, Bruno Pronsato. Bruno Pronsato in realtà si chiama Steven Ford, è di Seattle, ma ormai vive a Berlino. Bruno Pronsato, a pensarci bene, potrebbe anche suonare come uno dei giovani fenomeni della ormai matura scena sudamericana. Paulo Olarte, Luciano, Bruno Pronsato. Nel suo nuovo disco c’è una voce femminile che ogni tanto parla in spagnolo con accento sudamericano. È Barbara, la sua ex-moglie argentina, ora registrata in studio, ora raccolta di nascosto durante le telefonate intercontinentali alla famiglia. Il binomio funk, percussioni, riferimenti pop poi rimanda all’Innominato per eccellenza della scena sudamericana. Eppure Why Can’t We Be Like Us è ‘altro’, a partire dal titolo così felice. Non è la triste affermazione dell’impossibilità di essere se stessi, ma la confidente voglia di essere sempre ‘altro’ dalla propria cristallizzazione. Un turista a casa, a casa in viaggio. ‘Altro’ al punto che non è tanto un disco da ballare. Pronsato è venuto a Bari nel Settembre scorso: io non sono potuto andare, ma dopo l’ascolto del disco non so se sarei andato. Più che la pista da ballo, Why Can’t We Be Like Us mi fa venire in mente quei dischi che una decina di anni fa prendevano le canzoni rock e pop, le riducevano in frammenti, talvolta anche melodici, e le ricombinavano con ordini diversi dai soliti. Dieci anni fa ascoltavo in poltrona i Gastr Del Sol e Jim O’Rourke. Oggi Bruno Pronsato. Davvero tutto è cambiato?



Why Can’t We Be Like Us - Bruno Pronsato
What We Wish - Bruno Pronsato

30.11.07

Cassando Cassy

Avanti con la fiera del pregiudizio. Ci sono delle persone che ti sembrano delle belle persone senza che tu le conosca. Non ho deciso ancora perché secondo me Cassy Britton sia una bella persona. Comincio a credere che sia una questione di bilanciamento tra il suo aspetto e quello che fa/dice/rappresenta nella vita. I miei canoni estetici sono altri, eppure quelle foto accovacciata mentre scartabella tra i vinili o con l’aspetto della quotidianità nel negozio di dischi Hardwax dove lavora a Berlino rendono meglio l’idea delle mie parole. Cassy ha venduto, cantato, suonato, mixato. Stasera però non andrò a sentire il suo dj-set. Per quanto ammirato, per quanto ci sia la possibilità che suoni anche qualcosa che mi piaccia, questa settimana ho ascoltato il suo Panoramabar Vol. 1 dell’anno scorso e per quanto ammirato (dalla fluidità tecnica) e per quanto abbia suonato anche qualcosa che mi piace, ne sono rimasto deluso. Non so se mi abbia più annoiato il flusso minimale o se mi abbia più infastidito come gli inserti di deep house colassero una glassa fighetta sul tutto, persino sul sublime funereo di Blood On My Hands di Shackleton. La scelta, in chiusura, di linkare due pezzi in cui lei canta potrebbe essere riduttiva, quasi da farla sembrare la Sade della scena techno berlinese. Per me però tale definizione è un complimento, e so che lei apprezzerebbe.


Smile And Receive (Richard Davis Rework) - Swayzak and Cassy
Easy Lee (Cassy Lee Mix) - Ricardo Villalobos


28.11.07

Ragione per comprare un vocoder numero 63

Ma il vocoder, oltre a consentirmi di eseguire in maniera appropriata Digital Love mentre faccio la barba, funziona anche come giubbotto anti-proiettile per proteggersi dai puristi e dai clan rivali?

Sensual Seduction - Snoop Doggy Dog
Sensual Seduction (video) - Snoop Doggy Dog

23.11.07

La dura legge del gol fantasma

Inghilterra e Germania erano ai supplementari, due a due. Finale dei Mondiali del ’66, a Wembley. Il tiro di Geoff Hurst colpisce la parte bassa della traversa e poi scende giù verso la linea di gesso bianco. Il pallone torna indietro e un difensore tedesco lo spazza via di testa. Non c’è la poesia distillata del rallenty, ma solo tre colpi in rapida sequenza e una decisione da prendere. L’arbitro corre dal guardalinee russo e il guardalinee russo chiama con fermezza il gol. Geoff Hurst segnerà ancora e l’Inghilterra vincerà il suo unico mondiale, ma negli anni tutti continueranno a parlare del gol fantasma e del guardalinee russo. Il guardalinee russo in realtà era azerbaijano. Gli hanno anche intitolato lo stadio della capitale Baku.

Russian Linesman, ovvero Jamie Boyer, è inglese e gravita intorno alla Tide Pool, etichetta/cricca canadese col mito culturale della Border Community di James Holden, dedita secondo le proprie parole ai pensieri completati a metà, al ballo e allo shoegazing in ugual misura, a volte contemporaneamente. Il pallone batte sulla legna della traversa e poi solleva la polvere del gesso da terra. Dopo torna indietro e resta sospeso a metà: decisioni sbagliate, ma da prendere. Come il suo meraviglioso set Live Laptop Fishing, dove parte trasognato sulle parole di Lord Byron, accresce di pulsazioni electro la sua ambient, passa per le voci dei Beastie Boys con cui approda al suo lato più danzereccio, celebra il Maradona dei Mondiali americani e chiude col meraviglioso Woody Guthrie di Ranger’s Command. Il suo prossimo singolo uscirà per l’italiana Undercut con remix di Margot, Cristiano Pugliese e Sandro Russo, insieme (guarda te) ad Avus della BC. Il guardalinee russo, intervistato in seguito, disse che per lui non era un problema se la palla avesse superato o no la linea di porta. Lui credeva che la palla non arrivasse dalla traversa, ma dalla parte superiore della rete.

Live Laptop Fishing - Russian Linesman
(60 minuti live, ma meritano. Tracklist con errore sul pezzo finale qui)
Gerður - Russian Linesman
Gerður (Betamax Warriors Soup Kitchen Hoe-Down) - Russian Linesman
Bonus Track? Nathan Fake secondo me tiene problemi di cuore:
Screaming In The Trees (Arab Strap Cover – Lo Fi R.I.P.) - Nathan Fake

20.11.07

Il suo nome è Donnacha Rosa


Opal Sessions Unreleased - Donnacha Costello
Cocoa B (CD Edit) - Donnacha Costello


Niente tempo per scrivere, a mala pena per qualche gioco di parole. E poi sono tremendamente indietro. Per esempio non sapevo dell’esistenza di discoteche frequentate da minorenni al sabato pomeriggio. Cazzo, magari ci sono anche quelle indie in cui i sedicenni ricordano con nostalgia come erano belli quei tempi in cui a tre anni* si passava la giornata cercando di raggiungere api di plastica col sottofondo di un carillon. E poi forse dovrei fare come la BBC e assumere dei poliziotti di provincia dall’accento pesante come consulenti sulle tendenze della dance e della musica elettronica: ci sta questo ggenere nuovo chiamato ‘o besslain che provoca la droga, alcolismo e risse e forse dovremmo proibbire i computèr che lo fanno. Tz, di cosa sono capaci gli inglesi per creare hype attorno alle loro cose.

* no, non tre mesi, tre anni

15.11.07

Barzellettieri SuB-Ari (Ti farò male più di un colpo fuori porta)

Quasi tutto il mondo: dicesi concerto segreto (‘secret gig’ per chi sa le lingue) un concerto che avviene senza preavviso o in data non nota o in luogo sconosciuto, possibilmente in un locale abbastanza piccolo da rendere il concetto di esclusività. L’ultima volta che sono andato a Londra i Babyshambles ne hanno tenuto uno in un pub finto irlandese di Camden.

Da queste parti: concerto di band un po’ alla frutta che cerca di darsi un tono, del quale si sa la data e il luogo e che si terrà in un locale di media grandezza dove per quella serata inspiegabilmente è stato annullato (tre giorni prima) il concerto di band italiana più giovane e un po’ alla scimmia.

13.11.07

Nessuno di voi vedrà mai quando fingemmo i momenti salienti della festa del mio quarto compleanno perché il fotografo aveva poco tempo a disposizione

Baby Girl (On Film)

Il nuovo disco dei Duran Duran, Red Carpet Massacre mi ha strappato diversi sorrisi stamattina. Immaginavo una festa VIP in cui tutti si presentavano con vestiti uguali ed erano contenti per questo e, anzi, facevano a gara a chi era più uguale degli altri. Com’è che non hai anche tu il tichitichitichità sulla bretellina, mon dieu. A parte gli scherzi, la produzione varia più di quanto mi aspettassi. I Timberland forniscono un clone da Futuresex/Lovesounds e c’è il Timballo™ dei più classici qui sotto dove i Duran Duran sono trattenuti con briglie e redini, certo, ma in Zoom In Mosley produce un pezzo del gruppo, invece di prestare il solito template. Justino in Falling Down scimmiotta, incrociando nel prescindibile singolo Under The Bridge e Come Undone e il resto è affidato a Danja, braccio destro di Timbu a cui dobbiamo l’urlo metal in secondo piano nel nuovo singolo della Spears. Danja le prova tutte: asseconda la band, ricopre di miele la ballatona, recupera i synth del capo (Sexyback, The Way I Are, Tempted), imbastisce uno strumentale horror (la Phantom dei Duran Duran?) e produce la title-track come se fosse un remix dei Soulwax del 2002 per DJ Shadow. Con razionalità sarebbero tutti da ricoprire di insulti, ma sto ancora ridendo. (Vabbé, perché poi ho preso la tangente e ho immaginato una fiction RAI sulla vita di Timbaland)

Red Carpet Massacre - Duran Duran
Skin Divers - Duran Duran and Timbaland


5.11.07

Tell me I belong

Altri vi spiegheranno il nuovo disco di Burial. Magari ve lo faranno amare. Io mi sento in dovere di segnalarvi Archangel. Archangel è una canzone d’amore e il suo testo dice più o meno “Mentre ti amo, mentre ti bacio, dimmi che ti appartengo”. A leggerlo viene da ridere, ma mentre senti scorrere i brividi lungo la schiena ti chiedi dove sia il trucco. Forse sta nei contrasti, nella tenerezza che sgorga su un beat che fugge, nelle luci e nei riflessi mentre intorno è buio, nelle alte frequenze nitide della voce mentre il resto del mondo è sepolto sotto l’asfalto. Secondo me invece è per via di quella voce. Stirata e compressa, velocizzata e in moviola, alta e bassa, secca e riverberata. Quella voce è insieme uomo e donna, bianca e nera, triste e felice, innamorata e abbandonata. Burial osserva la città che si ama dalla prospettiva dell’escluso e la racconta nella maniera più commovente per me, ovvero girando delle manopole.

Archangel - Burial



3.11.07

Techno-dolcetto o electro-scherzetto?

La festa di Halloween è giocata molto sul concetto dei ‘pretesti ribaltabili'. I bambini indossano un immaginario oscuro come scusa per fare incetta di caramelle o spargere in giro un po’ di farina, schiuma da barba o uova marce. La Chiesa Cattolica prende di mira l’egemonia culturale del Lato Oscuro Della Forza nel disperato tentativo di affermare la sua che ormai vive di riflesso. Il nero dei mantelli diventa l’arancione delle zucche e il colore dei dolcetti e degli scherzetti. Anche in musica funziona così. Ad Halloween non si può non organizzare una festa incentrata sul decennio più dark del Novecento. Il che è un pretesto, visto che una settimana sì e una no questi fanno una festa anni Ottanta, ed è ribaltabile visto che si parte con il mantello nero e si finisce, se va bene, in una Night Version di Girls Of Film o, se va male, in quel misconosciuto pezzo chiamato Tainted Love. Non so se per caso o per scelta, ma qualcun altro qui a Bari invece ha messo su una proposta sulla carta non immediata ma azzeccata: i Pan-Pot live che presentano Pan-O-Rama, primo LP sia loro che della Mobilee di Anja Schneider.

Ero però un po’ indeciso. Il disco dei Pan-Pot ha ricevuto impressioni benevole, ma mai convinte fino in fondo. Per riassumere, immaginate il tipico pezzo dei Pan-Pot come una combinazione di techno minimale (struttura e parte dei suoni), funk (soluzioni ritmiche) e immaginario oscuro (voci, toni e rumori di (spro)fondo). Ce n’è per scontentare tutti, essenzialmente perché siamo settari e l’elemento che ci interessa è sempre circondato da altro: per sculettare sui bassi cinetici o sugli hat saltellanti, bisogna attendere tre quattro minuti di costruzione ciottolosa; i minimali storcono il naso davanti alla piega grassa che questi ciottoli prendono; la tensione delle atmosfere è paragonabile nei momenti migliori a quella di un Eraserhead on the dancefloor, ma a volte il minimalismo tende ad annacquare la suspense e in altre il ballo la rende meno credibile, quasi come una maschera di Halloween. Il terrore era (visto che ovviamente parteggio per il loro funk in tensione profonda) che prevalesse il mio lato meno preferito. Oltre il fatto che nelle foto promozionali i due si sono fatti fotografare come due avanzi del programma di Maria De Filippi.



Beh, scherzavano. Tassilo Ippenberger e Thomas Benedix sono due nerd cazzoni fin dall’aspetto. Uno dei due ha un notebook con l’adesivo “Wasted German Youth” sopra e indossa una maglietta dei Motörhead, ma non alla maniera delle magliette dei Kiss e dei Metallica indossate dai modaioli all’epoca dell’elettrocash alla ricerca di un banale effetto spiazzante: lo guardi e pensi che davvero si è ascoltato il gruppo di Lemmy in cameretta per tutta la sua adolescenza (escludo aggettivi per non cadere nel luogo comune) o forse anche mentre preparava la borsa per Bari. Dal vivo si presentano in formazione Mac + Pc, ma non passano il tempo a spippolare sugli effetti come gran parte dei dj minimalisti. Asciugano, anzi, le loro tracce dagli intro minimali con mia somma soddisfazione. Fanno partire come terzo pezzo il loro attuale e abbastanza acclamato singolo Charly, quello col basso arpeggiato ascendente e il vocione che biascica di droghe chimiche: in un concerto nessuno si sognerebbe di suonare quasi in apertura uno dei suoi titoli più noti, ma nel mondo della dance succede anche che uno dei tuoi lavori più apprezzati sia un pezzo che costruisce un’atmosfera e che quindi il suo luogo naturale non sia il culmine al centro o alla fine, ma la sezione iniziale. La prima parte è così incentrata senza posa su un flusso andante dei riff e dei groove di Pan-O-Rama, col momento migliore in una Ape Shall Never Kill Ape che fa a meno del borbottio iniziale sulle dodici scimmie e viene dritta al sodo della sua techno metallica e dindondante.

Intanto i due partono per la tangente, ridono, scherzano e si divertono a indossare il cappello da strega che viene offerto dalle prime file. Il passaggio verso la seconda parte del live, incentrato sui pezzi altrui, è segnato da una mastodontica Acid Bells di Efdemin. A me piace, ma l’avevo sempre considerata un po’ la figlia minore di altre Bells: i rintocchi metallici trattenuti e filtrati e insieme sparati in potenza che poi si sciolgono in un magma scoppiettante sulla pista sono uno spettacolo di portata vulcanica. Da questo momento il set assume toni esplicitamente festaioli e saltellanti. A pretesti ormai ribaltati sovreccitano la folla con un inno pre-finale: ora, non ho la lucida certezza per essere sicuro della mia impressione del giorno dopo, ovvero che si trattasse di Darko dei Booka Shade, ma ricordo di sicuro di aver dato di matto e di aver sottolineato vocalmente la linea melodica di basso sintetizzato. Coi sorrisi stampati sulle facce, gli ultimi tre pezzi sono serviti solo a mantenerne vivo l’eco e a convincermi che anche in questo caso gli squali ipnotizzati, le dodici scimmie, le canzoni chiamate coi numeri e le fusioni nere sono solo un pretesto per poi chiedere: dolcetto o scherzetto?


Ape Shall Never Kill Ape - Pan-Pot
Acid Bells (Album Version) - Efdemin

29.10.07

Rosvita, rosvita

I Rondò Veneziano. Il fratello di Sylvester Stallone per Staying Alive. Dreams are my reality. Cantanti per le mamme come Julien Clerc, freak synth-pop gemelli separati alla nascita di Carmelo Zappulla come Daniel Balavoine e una spruzzata di epigoni. Sembra una ristampa di una compilation Bimbo Mix della Baby Records e invece è il futuro Fabric Live dei Justice. Posso dire una cosa? Finito tempo di liso, ola tempo di mixage.

Rosvita (video)
Love Juice - SymbolOne*

* come AlbertOne

22.10.07

Living the ice age, buried in the sand

Sabato sera sono andato a vedere i Canadians, qui a Bari. Sono carucci. Sono precisi. Eppure con lo scorrere dei minuti, e col piede che ogni tanto batteva il tempo, sentivo che mancava qualcosa. Come un’assenza di agitazione. Dato l’immaginario tutt’altro che glaciale e atarassico delle canzoni, cercavo il calore, l’estate tutto l’anno e non apprezzavo questa privazione sensoriale ed emozionale. Dietro di me in tanti si muovevano verso il bar, come quando sulla spiaggia piove e ci si rifugia sotto una tettoia sovraffollata. Non c’erano stelle, o forse erano nascoste dalle nuvole.

18.10.07

Married with drumkits

Mi immagino la scenetta a casa Dapayk And Padberg

Cara, quando stasera torni dai tuoi photo-shooting per quelle dodici-tredici riviste e dal tuo ruolo di ambasciatrice (si è aggiunto qualcosa oltre a Unicef e Mercedes?), magari dopo cena, dobbiamo completare le registrazioni per il nostro disco techno.

Cara, lei


Caro, ma non è che facciamo una roba minimal tipo quei nerd rinchiusi nelle loro camerette berlinesi. Cioè, tipo, va bene un po’ minimal che fa moderno ma non voglio che Gisele mi prenda in giro per una roba troppo cafona. Cioè. Voglio un qualcosa che suoni allo stesso tempo lussuoso e di strada, antico e techy. Con la faccia che guarda in un punto a caso fuori dal campo dell’obiettivo.

Cara, a me piace tanto Matthew Herbert.

Caro, non è che facciamo una porcata finto intellettuale vetero electroclash tipo quelle che non lasciano fare più nemmeno a Roisin Murphy?

Cara, tranquilla. C’abbiamo il singolo contro gli mp3 e a favore del vinile con le voci filtrate come va di moda, uno o due pezzi per i pasticcomani e una chiusura sviolinifera con la tua voce d’angelo degna dei migliori Lamb.

Caro, i Lamb si sono sciolti. I due hanno divorziato. Lou Rhodes ha pubblicato un disco solista acustico.

Cara, tra le disgrazie hai dimenticato che gli adolescenti italiani associano i Lamb a Step che svergina Babi.

Caro, forse avrei dovuto trovarmi un filosofo al posto di un musicista elettronico.



16.10.07

A guide to recognizing your beasts (La vita, Avril Lavigne, Eric Roberts e le vacche)

Assente giustificato. Ho lasciato tutti qui, ma nessuno mi ha mai lasciato. Durante la scorsa settimana sono stato un messicano addetto al nastro interiora vestito con una tuta depersonalizzante che scaricava le sue tensioni una volta al mese durante il negro day. Unica consolazione, una storia di amore adolescenziale con Rosario Dawson, ma a sedici anni per quanto l’istinto cerchi di pizzicarti la coscia, preferisci perdere tempo in attività infruttuose tipo riallineare i genitori con la realtà che li circonda, la musica in tv, gli stati dissociativi indotti da videogame e la scrittura di temi di attualità. Ero uno specialista dei temi di attualità uso chiusura ciclo di studi, fin da quello degli esami delle elementari, in gran parte ispirato dalla raccolta di figurine del WWF, completata anche attraverso l’invio dei punti dei succhi Valfrutta. Durante l’anno non mi abbandonavo mai a una simile tentazione, vuoi per il mio professore di Italiano delle medie fissato con l’economia politica, vuoi per la professoressa di Lettere del biennio di liceo che cercava di traviarmi con tracce letterarie sul Novecento dai temi ispirati e che prevedevano l’uso di moderne tecniche di analisi, vuoi perché la prof. del triennio proponeva noiosissimi titoli sulla realtà che ci circonda (il consumismo, i giovani, la crisi dei valori, Satana). I miei tre sconfinamenti nel territorio del chiacchiericcio su foglio protocollo avevano bene in mente una e una sola cosa: un tema di attualità non funziona se lo scrivi come un tema di attualità. Devi scombinare le carte, altrimenti la gente non arriva alla sesta pagina delle tue tredici sulla genetica e sulle libertà della scienza per l’esame di maturità. Ma non basta, Richard, altrimenti saremmo soddisfatti di Avril Lavigne che spinge vacche. Un minuto di macellazione con sottofondo dei Friend Of Dean Martinez che sembrano dei Sigur Rós grigliati al sangue strapperà anche le lacrime delle sciure della city fan del vegano biologico, ma a noi sembrano solo un mezzuccio: in Sicilia da secoli castriamo gli agnellini e fino a che non sono arrivate le pistole elettriche, i crasti venivano uccisi con taglio alla giugulare e morivano per dissanguamento tremando di freddo fino alla loro fine. Ti perdono solo perché passerei ore intere a guardare un film intitolato "160 Ore di Tuta Depersonalizzante – Parte IV" e tu nel frattempo del coso sugli hamburger e del coso su Dick che sembra un’auto che cerca di spuntare in seconda sommavi facce su facce su facce e io ho sempre il problema che non so mai se salutare qualcuno perché non sono fisionomico e ho sempre il terrore di salutare qualcuno che in realtà non conosco o che non si ricorda di me.

Come quando la si mette sul personale. Meno parli di te stesso, più gli altri si interessano. Più sei in fuga da te stesso, meno difficoltà trovi a raccontarti. Ma quello che racconti è spesso un noioso tema d’attualità egotica. Come questo paragrafo fino a questo punto. Gli altri non ci interessano, è il concetto di fondo. L’unico modo di mettersi al centro dell’attenzione è allora diventare emanazione altrui. Dei tuoi santi, per esempio. Una certa musica indie col fuzz morbido di sottofondo. Un sintetizzatore diamantato che scartavetra una lavagna. Poi ti stufi e corri da un’altra parte. Che tu li abbia scelti o no, loro intanto ti hanno salvato e raccontato. E se avrai voglia e ritornerai, saranno ancora lì con un sorriso sornione a mostrarti come sei cambiato.

Serve infine il trucco della somma delle parti come in HighSpray Musical 2. Io mi sono scaricato la colonna sonora la mattina dopo la visione per rinfocolare in ufficio la voglia di sradicare le poltrone del cinema e ballare sul posto coi capelli tirati indietro con la saliva, ma le canzoni sembravano prive di dinamica e di trasporto. La cosa bella è che erano così anche al cinema solo che erano riprese con telecamera fissa e zoomante stile tv anni Cinquanta ed eseguite su coreografie neanche troppo inventive. Gli attori erano candeggiati rispetto agli originali per il pubblico familiare accorso in sala, eppure il trucco della somma delle parti funzionava e se solo avessi avuto i muscoli avrei roteato a mulinello il seggiolino sul finale. Somma è bello, ma non sempre riesce. Per dire, Villalobos continua nella sua operazione di etnologo recuperando Santiago penando estas di Violeta Parra: i giovincelli tedeschi eiaculano e si scambiano sottobanco il cd-r della sua registrazione live (ammetto, la possiedo anch’io). Quello che fa è encomiabilmente politico sotto certi aspetti, ma funziona solo grazie al trucco e a come la presenta dal vivo. Poi arriva un Sanim, fa la stessa cosa senza che la somma delle parti funzioni con simile grandezza, col risultato che a me sembra una parodia e ai tamarri del mondo il successo dell’estate tanto che diventa pure sottofondo della pubblicità di un automobile con Linus e Nicola Savino. In mezzo si situa Onur Özer che va per suonare la malinconia turca di un seraglio antico e Bang & Olufsen allo stesso tempo e ottiene invece soltanto una scena alla Ozpetek, paragone che avrebbe senso se solo mi fossi convinto a vedere una volta un film di Ozpetek. Risultato? Se riesci a girare un film che fa piangere i maschi a partire dall’orrore del ‘tu che dirigi un film basato su un testo che hai scritto su te stesso”, da Shia Lebouf e da una manciata di banali canzoni contestualizzanti, non è soltanto perché a un certo punto spunta Eric Roberts e noi tiriamo fuori la trombetta da hooligans e la consumiamo tutta sul suo sorriso sornione mentre cerchiamo di spiegare la nostra piccolezza. È perché, fortunatamente ancora un’altra volta, qualcuno racconta storie altrimenti trascurabili rendendocele importanti e nostre.


Seraglio - Onur Özer
Baker Street - Gerry Rafferty

8.10.07

Muri ribaltabili, bicchieri col latte disegnato su e il pianista che spilla il the dal rubinetto del termosifone

Qui siamo tutti straight-edge e quindi il problema non si pone, eppure il 2 Ottobre è stata approvata la legge contenente “modifiche del codice della strada per incrementare i livelli di sicurezza nella circolazione”. La legge contiene un emendamento di un gruppo di parlamentari di AN che prevede la seguente cosa:

“Tutti i titolari e i gestori di locali ove si svolgono, con qualsiasi modalità e in qualsiasi orario, spettacoli o altre forme di intrattenimento, congiuntamente all’attività di vendita e di somministrazione di bevande alcoliche,devono interrompere la somministrazione di bevande alcoliche dopo le ore 2.00 della notte ed assicurarsi che all'uscita del locale sia possibile effettuare, in maniera volontaria da parte dei clienti, un alcool-test” […] “L’inosservanza delle disposizioni di cui al comma 2 comporta la sanzione di chiusura del locale da sette fino a trenta giorni, secondo la valutazione dell’autorità competente.”

Non sono stato in un locale nello scorso fine-settimana (e quindi non posso rendervi conto dell’effettiva applicazione della legge), ma mi chiedo quali conseguenze avrà una tale decisione in termini puramente non-alcolici: cambieranno le abitudini orarie e si adegueranno a quelle di altri paesi proibizionisti (alcuni stati USA per esempio dove le persone si sfasciano ugualmente ma fino alle 2)? i gestori si lamenteranno di possibili crisi e ne approfitteranno per salare gli ingressi? si assisteranno a scene a metà tra il proibizionismo e il punkabbestismo di ritorno (giovani donne con bottiglie di plastica di tavernello dentro la borsa Louis Vuitton, bottigliette da collezionismo di Caffè Borghetti in tasca, il ritorno del Barone Birra)?

On a (not so) totally unrelated note, nel terzo album della Border Community, Fairmont opera un mirabile scarto e, tra gli albatross, gli atolli e il surf volemose bbene dell’etichetta, immagina come sarebbe la techno se, invece di solleticare la chimica, nascesse da un qualcosa più rock’n’roll come una vecchia e sana dipendenza dall’eroina. Ne esce fuori una ballatona triste con una voce strozzata dal laccio emostatico. Abbassare le tariffe notturne dei taxi e avere un servizio di trasporto pubblico notturno efficiente no?

I Need Medicine - Fairmont

Doggystyle

Ho fatto anch’io il test-one quale ‘Eroe’ sei: sono uscito Mr. Babbani!



Doggystyle - Archigram

5.10.07

Dead Slippy (sun goes down, temperature drops)

Ogni minima intenzione di opinione su Oblivion With Bells, il nuovo disco degli Underworld, è impedita da Beautiful Burnout. Beautiful Burnout è fredda e sconsolata come la consapevolezza della Fine. Dopo di lei c’è il resto del disco, ma non importa. Si rimane imprigionati. Karl Hyde mormora sotto multipli strati di ghiaccio che diffrangono la sua voce. Beautiful Burnout è l’inedito Dino The Leggy e, ribaltando la forma, qui è il passato a congelarsi fino a diventare il presente. Alcune scelte sulle prime sembrano discutibili:lo slap bass sintetizzato e po’ plastificato, la produzione lineare che rimanda a quegli Underworld dei poveri che erano i Fluke, la tentazione continua di cantar sopra Sky di Sonique. Come gli altri eroi elettronici dei Novanta, sembrano ormai capaci di sfornare solo pezzi discreti che avranno remix superiori all’originale. Eppure Beautiful Burnout supera le miserie del giudizio razionale applicato alla musica. Un po’ per quei particolari inutili di cui ti chiedi il perché (la diamonica solitaria e i rumori di campo della sezione iniziale, le variazioni sulle due note di sintetizzatore), un po’ per quel giro di bongos con cui riparte dopo la pausa, primordiale come un’ultima danza prima della Fine. Di sicuro per quella voce seppellita nel silenzio a metà pezzo, che una volta cantava sui poster eccessi non nostri ma da noi vissuti come cartoni animati e oggi ci ricorda che siamo cresciuti. Passati. Forse finiti. Finché il battito non riparte, to a new tension headache.


Beautiful Burnout - Underworld

3.10.07

Corso Sempione 50 e il Guardian scoprono la minimale

L’alfiere del t-logging prende a pretesto una polemica tra privilegiati per cantare le lodi del suono minimale: “Proprio l'imposizione di un limite ti costringe ad utilizzare al meglio le risorse che hai a disposizione”.

Il giornale inglese si spinge oltre e racconta la minimale ai colleghi del lavoro e ai blogger di mezza età: “At the heart of minimal techno is a yearning for liberation”.

Curiosamente entrambi utilizzano la metafora dello spazio da esplorare e citano nomi che forse c'entrano poco col genere (tipo Bach e Kylie Minogue), ma mentre loro scoprono il magico mondo delle pernacchiette generate in random e frullate con Ableton, l’APRI (Associazione PR Italiani) assicura che il prossimo inverno sarà tutt’altro che minimale e all’insegna, come la scorsa estate, di cori da stadio, fisarmoniche e mezzi-soprani ispanici.

2.10.07

Il declino del Giovin Signore

Ascoltare di continuo musica dance forse fa davvero male. Ti ritrovi in automobile e quando non hai voglia di attaccare l’i-Pod ti costringi a giochi perversi tipo “Cataloga il palinsesto di M2O secondo i tuoi canoni di accettabilità al netto della forma che non è propriamente rivolta a te”. Cominci con il distacco ironico ascoltando le repliche de Il Cammino di Gigi D’Agostino, abbassi le difese con Real Trust: A tempo di Roberto Molinaro (che sarà anche kitsch, ma in fondo le selezioni non sono malaccio) e finisci a canticchiare il jingle “è la storia di uno, di uno regolare, che alle sette in punto lui si doveva svegliare” dallo show della mattina Risveglio muscolare. E poi la techno ottunde. Prima sapevo bene l’inglese. Lo capivo e lo parlavo, come da più classico dei luoghi comuni, grazie ai testi delle canzoni. Certo avevo un vocabolario completo sull’essere sfigato ma interessantissimo in una cittadina di provincia scozzese o dell’entroterra di un qualsiasi stato lontano dall’oceano, ma questo è un dettaglio di poco conto. Ora, ascoltando musica quasi esclusivamente strumentale, il mio inglese è tornato ai livelli delle medie (cioè di quando avevo un inglese paragonabile alle canzoni dei Black Box di Limoni-Davoli-Semplici). Ma la cosa peggiore è internet: leggo nuove webzine, nuovi forum e leggo news e recensioni a tema nei posti che frequentavo prima. La conseguenza di tutto ciò è che mi trovo davanti di continuo lei. Labbra aperte in un’espressione ai limiti del rincoglionito. Piumino bianco con la pelliccia. Frangettona con quei due-tre centimetri di ricrescita sotto le sopracciglia a mascherare una fronte probabilmente bassa. Abbronzatura di centro estetico fatta al martedì per risparmiare. Sguardo nel vuoto che nella migliore delle ipotesi attribuisci a una qualche droga e nella peggiore al fatto che per davvero lei, quando torna a casa dall’after-party alle undici della domenica mattina, invece di andare a dormire e a contenere occhiaie e occhi gonfi in vista di una noiosissima nuova settimana, va sul sito in questione a comprare gli mp3 dei pezzi che ha sentito (nominare) la notte precedente. Di fronte a tale estetica, tutte le alte considerazioni filosofiche sui miei recenti ascolti crollano miseramente. Secondo me indossa anche i bermuda e le calze color carne con le ballerine.


Chemical Girl (The Field Guitar Mix) - The Fine Arts Showcase

1.10.07

This house is not a motel

Non sono né un conoscitore, né un amante della house. L’ho assorbita in maniera inconscia attraverso gli influssi sul mainstream di quand’ero piccolo, niente di più. Col senno di poi ho recuperato qualcosa, ma ho sempre preferito le sue estremizzazioni: la tech e la deep erano come lingue di contatto con Detroit e Chicago e suoni preferiti, la garage di Larry Levan era il ritorno del soul in nuovi e luccicanti scantinati elettronici. Poi c’era la tribal che non ho mai capito se era tutta una finta e la dream che in fondo a Robert Miles ci ho sempre voluto tanto bene. C’era anche il video di Another Chance di Roger Sanchez. Ne andavo pazzo e lo trovavo terribilmente twee. La sorella sfigata di Kate Winslet va in giro con un cuore enorme, così grande che è difficile trascinarlo, e nessuno la vuole per questo. Non la fanno entrare nei sushi bar, nei taxi e nemmeno nelle discoteche. È triste e il suo cuore si rimpicciolisce fino a che non lo tiene con facilità tra le due mani. A quel punto incontra un bel giovane che le chiede se quello è il suo cuore. È grande, no è piccolo, prima lo era molto di più. La invita per un caffè e passano la serata insieme. Il giorno dopo il cuore di lei è nuovamente gigante, ma quando lui passa a prenderla e vede quel grosso coso rosso fa un passo indietro e non si presenta all’appuntamento. E lei rimane da sola, a New York col suo enorme cuore rosso. Comunque i giovani dicono che la house ritorna. Quelli cattivi ascoltano il Bob Sinclair Show su Radio Deejay il sabato notte mentre vanno in disco, quelli buoni che sanno dicono che Jerome Sydenham sarà per il 2007 quello che Carl Craig con la techno è stato per il 2006.

Jerome Sydenham è nato e cresciuto a Ibadan in Nigeria, da genitori inglesi e giamaicani, ha studiato in Inghilterra e poi è volato a New York negli anni Ottanta. I successi nel sottobosco dance underground lo portarono a fare il mestiere più odiato dagli indie: l’A&R per le major. Praticamente quello che prende i cocchi della scena e li rende odiose bestiacce improduttive. Scherzo. Poi Jerome a un certo punto ha fondato la sua Ibadan Records (come se io fondassi la Palermo Dischi). Deep house di base, ma in realtà un gran miscuglio che accentuava ora i lati più elettronici quasi techno, ora le influenze afro, ora le radici disco. Fino ai giorni nostri in cui Sydenham prende sotto la sua ala talenti del nord Europa come Tiger Stripes e Rune e tira fuori alcuni remix gustosi come quelli per Len Faki e Argy. In breve mi appassiono al suo repertorio attuale. Poi in questi giorni mi capita sottomano il suo mix contenuto nel secondo cd di Museum Thalia. Lo ascolto al lavoro e non mi piace. Inizia come se fossimo già al culmine della serata con Serenity di Tiger Stripes e la trovo fuori posto. Poi con gli ascolti successivi cambio idea. In fondo è la house a essere un genere che ama sempre essere col cuore troppo grosso, sia che spari violini, voci negre, grandi bassi o bonghetti.

Così Serenity col suo crescendo dal pizzicato ai violini scarto di una sala di registrazione di disco svedese funge da introduzione verso una serie di alti e bassi continui. Le profondità di Sandcastles e i cori dell’infanzia portano verso il secondo alto disco. The Back Door allenta la tensione verso il Sydenham & Tiger Stripes remix di In The Trees, che mi è sempre sembrato una disco annacquata rispetto alla grattugia techno di Carl Craig. Qui sta il mio problema con la house: quando è troppo leccata non mi piace, mi sembra roba da viveur new-yorkesi se non da papponi fine anni Ottanta. The Undertow riporta sottotono il morale (bene!) privilegiando le percussioni fino ai violini di Stockholm Go Bang!. Depongo le armi, questa è musica per chi le discoteche a metà anni Ottanta le vedeva solo nei telefilm americani (ri-bene!). Elevation e Son Of Raw scaldano fino al riff sempre uguale e in crescendo e all’urlo primordiale di Timbuktu. Qui parte Elephant con Rune ed è quasi techno. Grande pezzo e movimento da ottimo centrocampista. Passando per Nikola Gala la corsa prosegue verso lidi meno amati: ok la storia ma il pezzo dei Ten City per me è troppo. Non è cosa mia. Così come la successiva chill-ata. E di lì Kerri Chandler ed è come quando in discoteca pensi di andartene ché ormai non ti stai più divertendo. Si chiude ancora con Tiger Stripes, dub house senza bassi e un riff tristissimo. La house rimane lì col suo cuore così grosso che sembra finto e io non so se voltare l’angolo, oppure no.

Elephant - Rune & Sydenham
Timbuktu (Âme Original Mix) - Ferrer & Sydenham Inc.

24.9.07

Meg piega sempre la testa a quel modo quando suona la batteria

Pare che lo sport preferito dai pigiamati questo lunedì sia stato il commento del presunto sex-tape di Meg White. I forum abbondano di battute boccaccesche e indie-nerd sul filmato che ritrarrebbe la batterista dei White Stripes (sì, quelli del po-po-po-pò) durante un rapporto sessuale, mentre l’informazione di regime tace in attesa di un comunicato ufficiale. Mai la spaccatura tra giornalisti, buoni blogger e forumisti pigiamati era stata tanto insanabile.

(inutili le richieste di link nei commenti)

ps: cazzo Repubblica cosa aspetti?! Immagini, video, titoli che quelli su Beth Ditto erano niente a confronto, persino il sondaggio 'è lei o non è lei che fa po-po-po-pò'

23.9.07

Mai più tempo rubato allo shopping

Annalena Benini, tu mi hai aperto le occhiaie. Nel web 2.0 tutti producono un’infinità di contenuti: gente che scrive contemporaneamente su tre-quattro tipi diversi di siti ci scarica addosso un fiume di caratteri, le foto fatte per provare le funzioni in automatico della digitale, i loro mix da dj di quartiere e programmi radiofonici senza la radio che loro chiamano podcast. Alcuni adesso addirittura hanno iniziato persino a fare televisione in diretta tramite una specie di youtube. Che illusi! Pensano davvero che qualcuno abbia il tempo per tutto ciò quando ci sono così tanti negozi in centro?! Tanto lo sappiamo come tutti questi blogger in pigiami orrendi fruiscono i contenuti che producono. Leggono due o tre righe in post chilometrici, sentono e guardano a saltabecco mp3 e video. Annalena, io mi rendo conto. Gran parte della musica qui segnalata supera gli otto minuti per pezzo. Con tutte le scarpe che dobbiamo comprare a malapena possiamo garantire cinque secondi di attenzione. Per questo motivo inaugurerò una rubrica che avevo in mente ben due ore prima di leggere il tuo ottimo articolo. Ventiquattro canzoni, cinque secondi per ognuna, centoventi secondi. Quando arriveranno i saldi farò una versione ridotta, giuro.

Mai più tempo rubato allo shopping Vol.1- maxcar



18.9.07

Divani by Non lo so

In principio furono le camerette. Poi fu la volta delle stanze dei dj. Adesso tocca a noi, come chiede anche lui. Purtroppo io che sono ingeniere non ho più la cameretta, vivo lontano dalla città natia e dalla sedimentazione collezionista e ho pure traslocato da poco, con conseguente carenza di personalizzazione. Opto allora per il salotto al posto della camera da letto e del soggiorno, visto che è la cosa più simile alla sala di ascolto come richiesto nei commenti da tom.



L’immagine riprende in spaccato i quatto lati dell’ambiente. Si inizia da un maestoso mobile Justice bianconero contenente solo l’immanente: in tv passa Rihanna, circondata ai lati dal nuovo catalogo Ikea (un’altra copia presente in bagno), dall’ultimo promo ricevuto (il divertente disco dei Trabant), dal grande Maurizio Milani in rigoroso sconto del venticinque per cento (sappiamo ancora aspettare ciò che amiamo per quei due o tre mesi) e da due o tre quarantacinque giri ‘merigani indie e non techno (a scopo arredamento). Nella seconda sezione, sullo sfondo dello spartano e orrendo tavolo multiuso, un orologio fermo e una tenda che definire fiorata è poco: tulli tulli tullipà. Nella terza e nella quarta sezione alcune immagini sacre in dotazione all’appartamento potrebbero essere poste in alcuni luoghi a scopo puramente umoristico. La terza sezione è illuminata da un recente mio acquisto ovvero una Kroby ritorta by Ikea con boccione a risparmio energetico rivolto non convenzionalmente verso l’alto. Sullo sfondo della quarta sezione accanto al pregevole mezzo muretto a secco appoggia cocktail-Baustelle (yacht-tv, ti tengo sott’occhio), un fiore regalo a cui tengo tanto che regala quel pregevole tocco che una volta avremmo detto twee e ora invece è il tocco Border Community della situazione.

Ps: qualche tempo fa, su richiesta di un blog amico, quando stavo ancora in condivisione con alcuni colleghi postai anche il mio frigo in osservanza al detto ‘Sei quello che metti a 7-8 gradi’.

Batteria Ricaricabile saves the world

Da oggi Batteria Ricaricabile è No Effetto Serra Forest. Il sottoscritto pianterà tante piante di basilico quante necessarie a compensare l'anidride carbonica emessa nella produzione del blog. Le piante di basilico saranno piantate in provincia di Pavia e sul balcone di casa mia.

17.9.07

2, In a Room

La carta da parati di Dixon sembra carta per pacchi regalo contenenti soprammobili etnici e temi per le prossime uscite Innervisions nonostante tu abbia già assaporato il nuovo remix di Âme per Etienne Jaumet che sembra un ribollente Sun Ra? Frank Wiedermann degli Âme tiene la tv vicino ai piatti e ha un coso arancione che penzola dal tetto? Dominik Eulberg ha una singola da fuorisede della provincia denuclearizzata? Robag Whrume ha una scatola di Moët & Chandon a portata di mano per quando i Wighonomy Bros faranno il grande salto? Hans Nieswandt ordina cromaticamente i libri? Perché Tobi Neumann tiene in camera un pallone Pon Pon? Perché Mathias Munk tiene lì quella maglietta ? Come fa Michael Reinboth a prendere uno di quei dischi senza farli cadere rovinosamente a terra? E, soprattutto, perché Justus Köhncke tiene lo studio dentro il retrobottega di una trattoria di Colonia?

Ovvero: Groove torna ad esplorare le stanze dei dj tedeschi

(prossimamente Pimp My Dj Room: maxcar e il rapper di Ostaggio dello Stato salvano la tua cameretta dal minimalismo teutonico e le regalano quel pizzico di papponeria fidget stile 'Volevo nascere a Miami, volevo vivere a Londra, ma a Cernusco Sul Naviglio gli affitti sono meno cari')

13.9.07

Get up on it like this

Gli ascolti degli ultimi due giorni hanno indugiato in territori elettronici ma non (troppo) danzerecci. I già citati Deepchord, la buona Chloé, i domenicali M83, la noia Lusine ICL, il rispetto per Thomas Fehlmann. Direi che quindi è ora di indirizzarvi a quello che potrebbe essere uno dei singoli spacca-gambe di inizio stagione. Batterie live, giro di basso alla chemical, e intermezzo malato con ripresa zoppicante. Da Speicher 52, Perc and Fractal in Up (Perc Remix) (su Ill-ec-tro-nic).

12.9.07

From Cold We Go Sublime

“Mi piaceva lasciare il mio vecchio Korg MS-20 al freddo del garage durante i mesi invernali. Poi lo portavo dentro la casa riscaldata, lo accendevo e programmavo qualcosa di semplice con un sequencer SQ-10 e quella piccola sequenza di dodici passi mutava per due ore. Cambiava costantemente. Era sorprendente per me. Potevi lasciare la stanza, tornare e scoprire che suonava completamente differente. Così organico e vivo. La sua personalità cambiava mentre si riscaldava e si metteva a suo agio, proprio come avrebbe fatto un essere umano. Questa ‘forza vitale’ è il motivo per cui amiamo l’analogico.” (Rod Modell dei Deepchord: Echospace sulla strumentazione usata per The Coldest Season)

Sunset - Deepchord presents Echospace



10.9.07

La bambina nel tombino 2.0

Spero che la protezione civile dell’Andalusia si attivi presto e tiri fuori Devendra Banhart dal pozzo artesiano in cui ha registrato gran parte del suo nuovo disco. Almeno prima che la lubrificazione prodotta dalle fan a bordo pozzo lo faccia affogare.

E non cera

La toccata e fuga lavorativa di una giornata più due mezze accessorie in terra savoiarda si risolve con un ‘Cè tutto’. Su Telecupole passano immagini di aste di peperoni. Sabani avrebbe dovuto presentare La notte dei sosia lì, per la Sagra del peperone di Carmagnola. Carmagnola diventa sempre più famosa, grazie alla fonderia in difficoltà acquisita dalla Fiat, alla sagra del peperone e ora sulla stampa nazionale grazie alla morte di Sabani. In contemporanea a Bari gli inguini leopardati dei Bonde Do Role avrebbero dovuto scandalizzare il pubblico mainstream di Roy Paci e Aretuska. Toda joia, toda tigreza per la prima serata di un festival gratuito dedicato all’importanza dell’acqua. Così tanta Acqua In Testa, che al primo gruppo di supporto un diluvio spazza tutto, compresa la serata. Io arrivo il giorno dopo. Sull’aereo dallo scalo di Roma a Bari un turista austriaco riccio e stempiato legge dall’ultima alla prima pagina l’inserto culturale del Die Zeit Feuilleton. Si sofferma per un articolo su Manu Chao (in foto con la stessa coppola della copertina di XL insieme a Roy Paci senza Aretuska) e per uno sul remake di Hairspray. Al mio arrivo mi si fa notare che il turista austriaco riccio e stempiato è uno dei Kruder & Dorfmeister, in programma per la conclusione della seconda serata dell’Acqua In Testa. Ripasso mentalmente la copertina dell'ep G-Stoned, quello dove i due si mettono in posa come Simon & Garfunkel per Avedon e dico che no, non può essere vero. Mi sono invece perso l’atterraggio dei Misfits, headliner della terza serata insieme ai Discodrive. K&D dovevano essere presenti con la loro Summer Session, insieme a due mc. Io ero già pronto a un rimescolio di bassi che avrebbe permutato l’ordine delle mie viscere. Una serata di sano revival trip-dub, mica come quando sono andato a vedere il dj set di Dorfmeister+Madrid De Los Austrias. Invece. Invece di venerdì il diluvio non c’è stato. Arrivo sui Banshees e sulle loro calzamaglie. Confermo che i These New Puritans sono pochi, in due e in tempo, e non basta il finale oniondressed a convincermi. Poi montano tutto per la Session, ma spunta solo un turista austriaco riccio e stempiato insieme a un rasta e a un bianco crucco del cacchio vestito con una giubba bordò-oro da giocatore di baseball pappone in libera uscita, supportati dietro le quinte da un Karl Lagerfeld prima della dieta e della compilation. Quasi peggio dell’altra volta: Dorfmeister da solo, inesistente dal punto di vista della tecnica, sciorina un set degno di un Fatboy Slim punkabbestia privato dell’arte del missaggio. Parte con un remix di Foxy Lady e fa seguire della diva-house ai vocalizzi rutz dell’mc, passando per del baile funk fino al remix di Hell della cover di A Horse With No Name degli America ad opera dei Seelenluft. Il glorioso passato è stato sepolto dal letame degli epigoni della chill-out per buddha bar di provincia, ma ciò non giustifica un set che sta altrove pur di non stare lì, in maniera così sciatta e arrancante poi. La discesa verso il levare giamaicano si trasforma in una cover reggae di The Model dei Kraftwerk. Da questo punto il set prende una piega techno dal gusto allo stesso tempo non attuale, né retro. Più palloso, direi. Me ne vado sulla sua versione di Spanish Grease da Verve Remixed, temendo il peggio. Il giorno dopo non sono andato, ché io i Misfits li conosco solo per le magliette e non volevo essere deluso da un revival riuscito. Meno male che tra un po’ esce il disco nuovo degli Underworld.




4.9.07

Il cibo e l’arte della rivoluzione

Certi concerti e certi dj-set hanno un potere così rigenerante che li si vorrebbe a portata di mano come un qualsiasi prodotto farmaceutico da banco per i momenti più bui, come una ricarica telefonica senza costi aggiuntivi secondo quanto stabilito da recente decreto-legge. Invece ci capitano tra i piedi come rivoluzioni inaspettate. Mi rendo conto però che la facilità di accesso provocherebbe di contro il danno massimo dell’assuefazione. L’unicum dell’arte rivoluzionaria diventerebbe il continuum dell’alimentazione, quasi un cibo. More songs about food and revolutionary art, diceva Lui. Eppure oggi per noi è difficile concepire l’arte in termini di rivoluzione o l’esistenza in termini di ricerca del cibo. Il secondo è più o meno assicurato, la prima più o meno impossibile. Le nostre rivoluzioni sono al massimo ricariche. Con la funzionalità e la piccolezza che ne consegue. Per questo non si può mancare ai rari momenti di rigenerazione, ovunque questa accada.

Per questo ‘ovunque’ mi sono beccato in privato da delio un “Sei il Bettino Craxi della dance”, e un bacino sul pancino. Un luogo non esattamente nelle corde mie e di chi mi legge, ecco. Se poi aggiungiamo che io mi reco alle due nella dependance estiva di questa discoteca fighetta da solo e vestito da impiegato del catasto giapponese, abbiamo la perfetta scenografia dei dialoghi che qui seguono.

(vado verso le transenne e noto due mucchi: il primo composto da cinque o sei pr, il secondo formato da una decina di omoni larghi un metro e alti due totalmente vestiti di nero. Mi dirigo verso i pr, che ovviamente non conosco)
Io: ciao
Pr: sei in lista con qualcuno?
Io: ehm, no
Pr: allora parla con loro
(cazzo, ‘parla con loro’ sembra un remake di Rokko Smitherson. Sono frecato)
Io: ciao, posso entrare? (senza fissare nessuno in particolare)
Buttafuori: si entra solo a coppia
Io: ma devo scriverne per il mio sito internet
Buttafuori (prende le distanze, io in queste cose non ci voglio entrare): ah, ma se è roba di internet devi parlare con loro (e mi rimanda ai pr)
(torno dai pr)
Io: Mi hanno rimandato qui, è che voglio scriverne sul mio sito internet
Pr di prima (prende le distanze, io in queste cose non ci voglio entrare): di internet si occupa lui (e indica altro pr impegnato in un’altra discussione)
(qualche secondo)
Pr di prima: puoi entrare, dai
Io: (vai)
Pr che si occupa di internet: no, aspetta qui (continua la sua discussione, qualche secondo e poi si rivolge a me)
Io: l’ho visto pure a Torino
Pr che si occupa di internet: ma è un sito personale?
Io (penso alla parola blog):
Pr che si occupa di internet: ah, puoi andare
Io: perché
Pr che si occupa di internet: no, volevo sapere se era una qualche iniziativa editoriale. Su, puoi andare
Io: (vado)

Dentro per una buona mezzora mi annoio nella zona hip-hop. La cassiera mi chiede ‘di dove sono’ e mi rendo conto per l’ennesima volta di sembrare un po’ fuori posto. Una delle tre aree è ancora chiusa, ma nel frattempo apre la sezione house. L’house attuale non è proprio cosa mia e attendo tempi migliori, per me e per l’house. Proclamo mix più ruffiano della stagione il passaggio da Heater di Sanim (una versione trash del Villalobos etnico) a David Guetta. Il dj infila di seguito poi un remix 2007 di Born Slippy e una versione dream-house de Il Cielo In Una Stanza con vocalist che incita ai cori. Quando il dj passa la mano a un collega, capisco che Carl Craig non si aggancerà alle immortali parole di Gino Paoli e allora fuggo, attraversando la zona hip-hop dove Justin Timberlake gorgheggia su synth a 8-bit fichissimi di Timbaland (Lovestoned? il pezzo di Busta Rhymes? Boh).

Carl Craig entra vestito da diavolo rosso del baseball dal retrogusto europeo. Collega il suo armamentario alla precedente selezione minimale con l’arpeggio di Like A Child dei Junior Boys: ovvio verrebbe da dire, per contrasto lui insisterà su ‘I've got the end in sight’. Invece a differenza del remix su disco propone una versione live senza parole tutta giocata su bassi che saranno i protagonisti dei due pezzi successivi. Nel rovescio delle parti così lancia il remix della tipa delle Sugarbabes nella versione cantata, a dir del vero meno bella rispetto alla dub: quando la cassa si ferma torna però all’ovile dub e la Siobahnna risplende della maestosa frammentazione della sua voce. Pur essendo ospite in una rassegna chiamata ‘Selezione House’, Craig se ne infischia e infila un granito techno dopo l’altro, passando per l’inframezzo di Falling Up fino all’arrivo a metà set. Una gigantesca coppia di indice e pollice mi prendono per la camicia da impiegato del catasto giapponese e mi trasportano su una grattugia da formaggio gigante dove vengo spostato avanti e indietro sui solchi acuminati e ruvidissimi: è il remix di In The Trees dei Faze Action in tutto il suo splendore prima grattugiante col sintetizzatore e poi ricomponente con gli archi. Cibo e arte rivoluzionaria. Nella bolgia mi direi ampiamente rigenerato, ma non è ovviamente finita qui. CC sposta il set su binari più ritrosi e lascia respirare la pista (ehm, la dirada un po’, ecco). Riprende le fila con un pezzo cantato (la sua Last Call dei Brazilian Girls, ma non ci giurerei) e butta lì sul piatto Mouth To Mouth di Audion. È il macello: non si capisce più niente, la pista si affolla, la gente urla, fa caldo e ho l’ennesima conferma di come le produzioni a nome Audion siano quanto di più malato e perverso nel sobillare gli animi del dancefloor. A metà pezzo mi balena per la mente il dubbio su come si tirerà fuori da tale esaltazione collettiva. Sollevo gli occhi e non lo vedo: Mouth To Mouth rende così pazzi e dura così tanto che ci si può permettere di assentarsi (per esempio per andare in bagno senza che nessuno se accorga?). Quando torna è quasi finita e la mixa con rapidità con il remix (non il Tocadisco, non il Masters At Work, uno anni Novanta forse suo?) di Mas Que Nada. Io rimango interdetto, ma intorno funziona e l’intento nella scelta del titolo è forse persino anche ironico. È la porta verso la parte del suo set più ai bordi dell’house in cui su atmosfere a metà tra At Les e La Mer Est Grande sbocciano le voci di Cesaria Evora di Angola e quella pre-conclusiva dei Beanfield di Tides. Nel penultimo pezzo dimezza la battuta tornando su suoni quasi electro fino alla finale e burbera Poor People Must Work. Due ore e mezzo e chiude, col buio ancora intorno. I pochi applausi non riescono a scucire un bis e allora prendo la via di casa. Non sono sazio, ma rigenerato per l’autunno sì.



In The Trees (Carl Craig C2 Remix) - Faze Action
Don’t Give It Up (Carl Craig Dub) - Siobhan Donaghy


L’arte del suono: you should see what I hear

Michel Gondry ha delle ossessioni ricorrenti che percorrono la sua opera. Una di queste, usata soprattutto nella sua videomusica, è l’incrocio dei due sensi in gioco. Il suono per immagini. In Around The World dei Daft Punk tale allusione era mediata dal lato umano che, per quanto reso in maniera surreale, rimandava comunque al concetto di coreografia. Ma cosa succede se al posto di un balletto di scheletri, mummie, robot, b-boy testoni e nuotatrici sincronizzate il suono diventa il paesaggio fuori dal finestrino di un treno? È l’idea di Star Guitar dei Chemical Brothers, o meglio, la sua realizzazione ultima. Come potete vedere qui sotto infatti, il video nasce con carta penna e segni e passa per un provino girato in strada in piano sequenza con arance, scarpe, nastri VHS, scope e lattine. Come dice lui, “A-Ah!” (via Put The Needle On The Record)


(guarda anche la versione finale di Star Guitar)

29.8.07

I'm doing this for you, because it's easier to the top

Lunedì mi arriva questa mail con allegato un pezzo nuovo dei Disco Drive da Ebi:

“So che è scontato, ma che ne diresti di condire il tutto con la voce di Beth Ditto?
Già non vedo l'ora di suonarla così, se poi ci fai un mashup tu, è perfetta.
grazie, ciao”

Ora, ultimamente mi diverte di più seppellire con Ableton Nelly Furtado e Rihanna tra bassi, riverberi e sintetizzatori, microcampionare alla maniera di The Field o lanciarmi in flussi acidi tra Audion e Cobblestone Jazz. Ma visto che è lui a chiedermelo ho deciso di accettare la richiesta. Certo lunedì sera i sample tagliuzzati dei Disco Drive si sono prestati a un’oretta di improvvisazione a base di synth, resonators e ping-pong/filter delay, ma ieri sera ho messo da parte le pippe e ho appiccicato una cosa sull’altra alla vecchia maniera (con una copia di Acid di fine anni Novanta, mica con lo scintillante Abl). Divertitevi.


25.8.07

L’insolita minestra: la pasta ch’i tinnirumi è meglio delle minestre in busta prodotte in provincia di Goteborg

Prima di procedere alla proiezione del filmone trash dell’anno, ovvero Ferragosto A Stoccolma, giusto qualche considerazione dato che qui lo sguardo è già oltre la vacanza e ci si trastulla con nuove primizie e con una purificante e rinfrescante pasta con i tenerumi, la minestra tipica siciliana possibile solo d’estate che rinfresca col calore. Mentre gli indiekid subiscono l’ulteriore mazzata nelle parti basse del disco di remix dei Decemberists, l’attenzione da queste parti è tutta per il primo ascolto di due album, ovvero il fumettone Supermayer dei due supereroi della Kompakt e la prova sulla lunga distanza dei tre Cobblestone Jazz.

Il primo crolla sotto la sua ambizione pop. Invece di un’epopea di cartoni fieramente techno o del Discovery dell’etichetta di Colonia, Mayer e Superpitcher azzardano botte all’oste e alla moglie ubriaca, mettendo di fila per l’albo a fumetti della loro coppia di super-eroi disegnato da Kat Menschik malriusciti occhiolini a chi di solito non li ascolta, routine anonima e il nonsense tipico del delirio di onnipotenza allegato di ogni tentativo di concept album. Se tengono il meglio del materiale per la scena madre di Two Of Us (Superman diretto dal Dario Argento degli anni Settanta, ascoltatela da Teleostopathy), il picco di incredulità si raggiunge con The Lonesome King: più bislacca di un atterraggio di Ralph Supermaxieroe, vede i due supermutandati arrivare a misfatto compiuto; il cattivo ha già ucciso la sosia di Lily Allen e il sosia di Blixa Bargeld intona sul suo cadavere ancora fumante una marcetta funebre così imbarazzante che il tutto sembra così perversamente voluto. Verdure liofilizzate che non riprendono volume in soluzione con acqua troppo tiepida

Il secondo soddisfa invece ampiamente le mie aspettative. Detroit techno e micro-house suonate alla maniera di improvvisazioni jazz. Vocoder e synth passati per lavandini della disco sfociano a kilometri dalle zone di balneazione. Tre persone per metà chine sulle macchine e per metà a guardarsi in faccia per chiamare pause, ripartenze, ritmi e melodie. Ora corrosivo, ora insopportabilmente edonista, ora quasi trance. I live minacciano di essere impedibili, tanto che nel bonus cd oltre ai precedenti singoli viene allegata una delle ultime e acclamate esibizioni dal vivo. Il caldo che rinfresca, semplice come un fumante piatto di pasta ch’i tinnirumi con quarantasei gradi fuori dalla finestra.


The Lonesome King - Supermayer
Change Your Apesuit - Cobblestone Jazz

11.8.07

Un Post Scriptum prima di arrivare a Kortedala

Shaft virata in four-to-the-floor nella seconda traccia, la fisarmonica della Lambada nascosta nella quinta, i crescendo orchestrali ovunque. I campioni che saltellano in più di un pezzo. Dai Neri Per Caso a un finale gate-fest degno di un disco di techno minimale, passando per le percussioni afro: tutto insieme. E poi quelle canzoni che sembrano un eterno rimando a Since I Left You, dai cori agli archi ai campanelli. Sì va bene i Beat Happening, sì va bene Arthur Russell, ma quest’uomo ha una devozione totale per gli Avalanches. E noi con lui.

Theme from ‘The Sand Pebbles’ - Enoch Light (Jens Lekman ci canta sopra l’apertura di Kortedala, And I Remember Every Kiss)
Sipping On The Sweet Nectar - Jens Lekman
Kanske Ar Jag Kar I Dig - Jens Lekman
Since I Left You (video) - The Avalanches


9.8.07

Stockholm synthdrone (ovvero The Week Of The Nights Of The Emma-Zombies)

Volge al termine l’ultima settimana di lavoro e da lunedì ci trasferiremo a Stoccolma e dintorni per una decina di giorni. Messa da parte la techno e l’electro (torneremo in Italia nel giorno in cui lì suoneranno i MSTRKRFT, per dire), proietteremo in termini musicali sulla città il concetto di museo distribuito, tanto di moda in questi giorni, fino a farla diventare una Emmaboda distribuita. Al momento sono in programma tre eventi. Una serata al Kulturfestival nel parco Kungsträdgården: mercoledì sera dovevano esserci gli amati Detektivbyrån, ma sono stati cancellati e per tanto ci consoleremo con le Those Dancing Days, il dj set dei Risky Bizniz e un paio di altri gruppi poppettini. Eviteremo invece negli altri giorni Sofia Talvik, che mi sa di mazzata, e Jay Jay Johanson, perché non siamo più negli anni Novanta. Il lunedì successivo sulla terrazza della Kulturhuset una notte da sogno sul tetto dedicata ad Arthur Russell: Jens Lekman insieme a Victoria Bergsman (ex Concretes e ora Taken By Trees), Verità Susman (Electrelane) e Joel Gibb (Hidden Cameras) in un concerto tributo al musicista e pioniere della disco. In mezzo, venerdì sera, Jens Lekman dovrebbe mettere i dischi dopo il concerto dell’australiano Guy Blackman. Al momento sembrano meno probabili il concerto dei Vive La Fête, la serata Club La Vida Locash dove suonerà i dischi la dj danese che aveva in rotazione il mio mash-up di Erlend Oye e il Block Party della Grolsch con live e dj della Hybris, Fabrizio Mammarella e altri. Se siete da quelle parti fate un fischio, altrimenti ci si rilegge al ritorno.

Hitten - Those Dancing Days
A Little Lost - Arthur Russell
A Little Lost (video pour La Blogotheque) - Jens Lekman
You Won’t See Me Hide, You Won’t See Me Run - Everyday Sensations

2.8.07

Dancing to music writers is like sweating about architecture

La principale obiezione a chi scrive di musica è quella che la penna sia il riparo di chi non è capace di imbracciare una chitarra (o un sintetizzatore o un mixer nel caso della musica di cui si parla da queste parti). Ma cosa succede quando le parti si capovolgono e un apprezzato scrittore di musica fa uscire un disco? Philip Sherburne non appartiene alla schiera di chi macina piatte recensioni/comunicato stampa. Quando lo leggo, sia su riviste stilose come Wire o XLR8R, che su webzine detta-legge come Pitchfork, ammiro sempre la sua capacità di raccontare, al fan delle Cocorosie o dei TV On The Radio che è inciampato per sbaglio tra le sue parole, il mondo a lui sconosciuto della techno e della musica da ballo. Americano trentaseienne di Portland, ora vive a Barcelona, quando non è in giro per club berlinesi o quando non mette i dischi in qualche luogo sperduto per il mondo. I suoi articoli parlano di persone, luoghi, città e rendono conto della dignità e della qualità di un genere musicale ignorato se non spocchiosamente sottovalutato. La capacità di trattare l’elemento organico gli consente poi di far passare sotto traccia le considerazioni critiche e strutturali che sono, insieme a quelle sociologiche, fondamento alla base dell’attenzione verso questi suoni.

Torniamo però a quello con cui avevamo iniziato. Se spesso quando si scrive di musica le critiche sono percepite come frustrazioni irrisolte di una mancata vita da musicista, cosa aspettarsi da uno scrittore che mette mano al sequencer? In primo luogo avrei paura di creature eccessivamente intellettuali: meta-opere, esegesi in quattro quarti del genere, qualcosa troppo astruso da scrivere con le parole. Invece Sherburne non soccombe al rischio e tira fuori un buon singolo nell’ambito del tentativo di far fuori la minimale a colpi di viaggi mentali e analogie elettroidi, pur affidandosi soprattutto all’inizio a un gustoso gioco percussivo in riverbero e chorus panning. Quando però il riff analogico diventa massimale sulla scia di certi ultimi riempipista fattoni, si capisce che Sherburne mira al sudore oltre che ai labirinti sinaptici. L’unico appunto che mi sento di muovere è che la struttura progressiva è abbastanza lineare rispetto a certi malefici intrecci che giocano nello stesso campo. Completa il tutto un remix di Exercise One che incattivisce tutti i singoli aspetti di cui sopra.

Ascolta Lumberjacking sul myspace di Philip Sherburne



31.7.07

From Disco (Drive) Per Disco (Amari) To Disco (Spray)

…and we’re not from Barcelona…

Circa un mese fa davo per scontato il fatto che sabato 28 luglio sarei rientrato in parrocchia. Fu lei (o forse lui) che ai tempi del singolone degli I’m From Barcelona ebbe a coniare questa gustosa similitudine. Oratorio sweeter, buoni sentimenti, palloncini colorati e il mondo chiuso fuori dalla porta. Per alcuni un inferno pre-dentistico, per me un pericoloso assecondatore delle mie tendenze schizofreniche da cinico twee. In questi mesi però io ho peccato, di sintetizzatore e di assenza di zuccheri ostentati. Quale migliore occasione allora di redimere la mia povera anima catto-twee nella moltiplicazione esponenziale del fenomeno, ovvero la gita al mare della parrocchia. Immaginavo già scenari degni di un bagno di mezzanotte ripreso da Pupi Avati e il Carlo Delle Piane (c’ho pure un’età) che bisbiglia dentro di me già fremeva. Tempestiva come una tentazione del maligno arrivava però la notizia del contemporaneo dj-set di Michael Mayer in un lido quasi sotto casa. Mi dibattevo nel dilemma. Da un punto di vista razionale sembrava non esserci storia: Michael Mayer fondatore della Kompakt, l’etichetta della techno coi pois multicolore, nell’anno del ritorno ai fasti passati. L’etichetta del mio disco dell’anno, svedese anch’esso. Le due cose poi se la giocavano anche dal punto di vista meno razionale: melodie, simpatia, divertimento e insofferenza per il purismo rendevano meno distante la serata techno da quella in spiaggia con la parrocchia svedese. Eppure, in barba a ogni convinzione storiografica o a ogni considerazione su ciò che è importante per me oggi, non avevo cambiato idea. Poi a poco a poco la carovana con cui dovevo arrivare ha cominciato a farsi indietro. Finché anche l’ultima voce ha detto “senti, non so se ne valga la pena / mi interessa / ci voglio andare”. Non so se fosse quello il segno che aspettavo. Come un riflesso incondizionato mi è uscito un ‘vabbé allora vado a ballare da Michael Mayer’.

Bambina guarda Disco Drive


Di riflesso, rimanendo a Bari, nella stessa serata partiva il Giovinazzo Rock Festival con Disco Drive e Amari oltre a due gruppi del luogo. Chi mi legge li avrà probabilmente visti cento volte, ma per me e per molti del luogo era la prima e quindi la curiosità era bastevole a bilanciare la mia paranoia della serata: non mi faranno entrare per un qualche motivo al djset dall’altra parte della provincia. La solidità intra-pezzo dei Disco Drive è stata minata solo da problemi tecnici alla strumentazione: più dritto-punk che rotondo-funk e con qualche pezzo nuovo tra cui la cavalcata conclusiva di What Are You Talking About And Why Are You Talking About It?, sono da riprovare in un contesto più raccolto e incline al ballo. Poi gli Amari. Gli Amari sono gli Amari, punto. Se prendi un campione di tre persone, il primo li vorrebbe schiaffeggiare, il secondo vorrebbe essere uno di loro e il terzo vorrebbe essere uno di loro per schiaffeggiarsi meglio. Due pezzi nuovi, il secondo dei quali chiuso con l’innesto di From Disco To Disco e la sparata di lustrini, la controversa cover degli Smiths e le magliette gangsta-baby. Avevamo preventivato un abbandono per mezzanotte e mezza e invece rimaniamo per la suggestiva rilettura post-rock di Whale Grotto e per chiamare il “Tre-no, tre-no” prima di andarcene. E il treno arriva, andante in cassa come l’indimenticabile remix cazzone e poi ibridato con i New Order e poi in Yeah con l’ausilio pestante dei Disco Drive. Su Love Management tagliamo la corda mentre il festival proseguirà al chiuso coi dj set di Gae/Stereo4 e degli stessi Disco Amari Drive.

Amari Smoking Machine


Sono le due e mezza e sulla complanare c’è un traffico da ora di punta. Sono le tre meno venti e non c’è fila per il parcheggio. Sono le tre meno un quarto e c’è fila per la selezione all’ingresso. Se fossi andato in parrocchia, sarei già a letto, ma non ho sonno. Sono le tre e c’è la fila dei biglietti con riduzione rigorosamente svanita alla cassa. Sono le tre e dieci e non c’è quasi fila all’ultima fila. Sono le tre e un quarto ed entriamo in corrispondenza del primo pezzo di Michael Mayer. Il posto non è stracolmo e nemmeno enorme, ma questo può anche essere un bene. Tralasciando le considerazioni di estetica per il quale rimando alla futura galleria fotografica qui in pieno stile londinese-milanese, mi concentro sul lato tecnico. I minimal-puristi solitamente lo attaccano per il suo comportamento da selezionatore alla maniera dei dj indirocche: tracce suonate quasi per intero, senza intersezioni-sovrapposizioni-uso di tool; scelta di pezzi enfatici se non pomposi e melodie canticchiabili; passaggi effettuati con la tecnica della smoking-machine (la ‘macchina spara-fumo’ che stava anche sul palco di Disco Drive e Amari), ovvero effettoni di riverbero e distorsione incasinanti dal quale far nascere la cassa del pezzo successivo. In realtà Mayer passa la prima mezz’ora del suo set fino all’arrivo del primo cocktail cercando il mix in battuta e cannandolo con conseguenze fastidiose all’orecchio. Fortunatamente l’incremento di tasso alcolico lo sposta sull’espediente, che a lungo andare però attira sbuffi anche da parte mia.

Michael Mayer


Ci si concentra allora sui pezzi. La prima metà è kompakta di tondini e buoni bassi ma, tranne qualche spruzzata ai limiti della disco, l’andamento è piano e composto fino al primo dei due picchi. Beautiful Life di Gui Boratto sgorga dal solito geyser eterea e la sua costruzione continua provoca l’unico momento da concerto rock: la We Are Your Friends del popolo techno 2007 aspetta solo di arrivare nei club indie italiani del prossimo inverno (da mixare rigorosamente con gli LCD Soundsystem di All My Friends). Gente che salta, gente abbracciata, altre braccia al cielo, forse l’unico momento coinvolgente in maniera pop che giustifica la fuga dalla parrocchia su un piano scevro da ogni razionalità. Quasi da pelle d’oca se non fosse per l’umidità circostante. La seconda parte della serata sembra come un prisma che scompone le influenze del suono di Colonia: a una sezione deep ne segue una vagamente più cattiva fino a riprendere le fila della prima parte prima del gran finale mentre la luce del sole sorge e comincia a sollevarsi. Il pre-finale è annunciato dall’immancabile remix di Carl Craig di Don’t Give It Up, visto per la prima volta in azione dal vivo. Ora, la struttura di quel pezzo è un’architettura diabolica che sta diventando la croce e delizia di ogni dj: non puoi fare a meno della tensione incrementale della prima parte, non puoi fare a meno della seconda parte con l’eco del cantato e i sintetizzatori ruggenti e in mezzo la musica se ne va, per una manciata di interminabili secondi. Senti, non so se ne valga la pena / mi interessa / ci voglio andare. Tutti guardano il dj e lui deve fare qualcosa. Michael Mayer che è uno con la faccia simpatica congiunge i palmi delle mani li ruota a novanta gradi e appoggia la guancia e poi fa il gesto di “andatevene, orsù, è finita anche questa parrocchia al contrario”. La cassa riparte scheletrica da quella manciata di secondi e poi attira su di sé gli elementi che canticchi anche sul pezzo successivo. Mi aspettavo sfraceli dopo. Invece si mantiene per altri due vinili a basso profilo fino alla chiusura con due minuti buoni di smoking machine raccogli applausi. La gente chiama ‘altri quattro pezzi’ (si sa, è un dj set, mica un concerto), ma niente The Art Of Letting Go dal nuovo Supermayer, nessuna sbracata ultra-pop, nessuna Bessoniana Lovefood da fischiettare sulla macchina impestata dalla resina degli alberi del parcheggio fantasticando di amanti killer. Non ci ha nemmeno guidato verso la spiaggia come in un trito finale in stile Nouvelle Vague. Anche perché, alle sei e mezza, il proprietario del lido gli ha fatto il gesto taglia-testa del dito che attraversa orizzontalmente il collo.

Mayer Smoking Machine


Out Of Sound (Dariellandia Remix) - Disco Drive
CGST (Don't Jump Back In Flanger maxcar edit) - Amari vs Madonna Lu Cont
Beautiful Life - Gui Boratto

26.7.07

Ci aveva la zita al CEP

Da mezz’ora un unico interrogativo occupa le mie meningi: ma due anni fa perché Ewan Pearson intitolò questa luccicante cavalcata discopop a una ragazza di Bari?

Shiver (Ewan Pearson's Bari Girl Remix) - Silver City


20.7.07

La vita è una spiaggia su Marte, ma a volte va bene anche una spiaggia sulla costa occidentale svedese

Nel flusso ininterrotto di ascolti di quest’anno ho apprezzato inconsciamente gli Studio sin dalla primavera. Ora che però è arrivata la stagione estiva bisogna mettere colore su bianco. Ultimamente avrete probabilmente sentito il loro remake dell’ultimo singolo degli Shout Out Louds da Polaroid. Nelle prossime settimane sentirete un simile trattamento riservato ai Love Is All. Eggià, perché gli Studio sono svedesi, come gli amati Air France (che esca presto qualcosa!) e The Tough Alliance e con loro condividono una fascinazione per le sonorità con la sabbia addosso. Gli Studio però si propongono come i fratelli maggiori della triade: come gli altri portano avanti un discorso di contaminazione pop anti-filologica, ma, non abdicando alla retro-nostalgia dei primi o alla cazzonagine dei secondi, viene quasi da prenderli sul serio.

Robert Smith abbronzato ai Caraibi con i capelli abbassati da salsedine dub. Madchester che ad Agosto tira giù la saracinesca e si trasferisce con i suoi lunedì felici a Ibiza. I krautrocker tedeschi in vacanza in riviera, che non dimenticano di portare con loro E2-E4 insieme ai sandali con le calze bianche. Potrebbe essere il semplice gusto degli opposti e invece sembra come quando in spiaggia si parla di musica e di riflesso persino i Bauhaus avrebbero il sole nella loro testa. E pezzi pop come bibite fresche e lunghe suite silenziose come nuotate al largo. In fondo, non lo direste mai, anche gli svedesi hanno le spiagge e vanno al mare d’estate.

Origin (Shake You Down By The River) - Studio
Out There - Studio



19.7.07

Il quarto d'ora enigmistico

Volevo fare un post stile 'Il bersaglio' della Settimana Enigmistica mettendo in fila:

di Kylie Minogue - Stars, da Stars And Music Session dei Chikita Violenta War, da In Our Bedroom After The War degli Stars Take Me To The Riot fino a The Riot di Dusty Kid.

Poi però mi sono accorto che la programmata manciata di canzoni non si schiodava dalla sufficienza della loro eccessiva programmaticità.

11.7.07

Piramidone rules the nation

Domani anche gli italiani avranno la loro tappa dello spettacolone dei robottoni. Noi impossibilitati ricordiamo ancora quella notte nel paesino più sperduto del Portogallo. Non mi lancerò qui in discorsi di volpe et uva (‘deve restare un’esperienza unica’ and so on) e quindi vi invidierò tutti. Ma soprattutto lui e le sue foto delle piramide dei Daft Punk dall’interno.