Sarà che la vecchiaia è un po' come l'infinito.
Amo The king of limbs.
Avessi il tempo per parlarne.
(Edit: corretto dopo quasi un giorno l'errore (freudiano?) di html che aveva trasformato questa trascurabile sottolineatura in un tremendo post emo)
4.3.11
14.2.11
Primavera Sound For The Rich And The Famous
Ora che abbiamo concluso le pratiche per l'affitto di una residencia con piscina privata e jacuzzi, possiamo finalmente comunicarVi che siamo pronti a snobbare Sophia Stevens in favore dei Suicide o di Gold Panda, ai grandi momenti di revival 90/00 e a salutare il sole delle sette di mattina ondeggiando col padrone di casa.
Shit Robot - Take Em Up (John Talabot's BlancoyNegroMix) by John Talabot
Shit Robot - Take Em Up (John Talabot's BlancoyNegroMix) by John Talabot
31.1.11
Tuff-i
Questo qui sopra è Actress, ovvero Darren Cunningham. Con grande probabilità il vostro disco dell'anno faccio-capire-che-mi-piacete-anche-voi-altri sarà stato Caribou o Kanyewest. Splazsh di Actress (anch'esso scelto come disco-ponte dell'anno dal giornale filofighetto) invece è un disco immerso in tutto e poi sgranato. Sabato scorso (seconda serata di Houdini) Actress ha interrotto il funzionale back to back introduttivo di Vaghe Stelle e Sergio Ricciardone con dei droni dai quali è emersa della techno scura incatramata, spezzata dalla vecchia scuola electro tutta in fila di Maze spezzante al punto da spezzare se stessa e sfaccettarsi prima dei tentativi di house che imprigionano i campioni degli Human League, con tutto che sfugge e si sgambetta, con gli elementi che vanno tutti fuori tempo, o meglio che seguono tutti il loro tempo. Tutto poi era goduriosamente ovattato, affilato e sepolto dagli effetti e dal bitrate e poi nuovamente distorto dall'impianto (forse era un errore, ma rientrava tutto nel processo di impoverimento del suono primigenio alla ricerca del brivido della nostra esperienza di ascolto di oggi: prima o poi uscirà fuori un fanatico dell'alta fedeltà che diventerà il nuovo beniamino del riflusso). Era una serata così spezzante che anche il biglietto d'ingresso che ho ricevuto era spezzato in due biglietti, uno intero da cinque euro e uno ridotto da tre euro (ma davanti a un live come questo si chiude un occhio davanti alla finanza creativa che permette di mantenere in vita il clubbing).
Always Human by Actress
24.1.11
Non ho un twitter, non ho un tumblr, non ho un feisbùk
Però in qualche modo devo segnalare una cosa che sull'internet non si fa quasi più, ovvero scrivere. SirBilly e le cento cover che in realtà sono cento storie. Solo all'inizio ed è già enorme.
20.1.11
Lelastico
Etichette:
arancina elettronica,
mp3,
pictures,
poppe
E ho chiuso la stanza sul loro sorriso
Etichette:
addobbi,
alzare il gomito,
ammmore,
anni che passano,
ballando le cupole,
cover,
dub,
hop anca,
italiani indimenticati,
mp3,
stravolti,
this house is not a motel
17.1.11
Maglioni
Maglioni vuol dire anche 'quelli che sudano'
Sempre più amore per Robag. Quegli alberi ballano nel freddo.
14.1.11
Pigrizia
Là fuori in questo momento c'è uno storico pezzo di techno (Gerard Mitchell di UR / Los Hermanos) in un posto piccolopiccolo (il Tabac, non sapevo nemmeno che fosse uno dei locali dei Murazzi) e che dai quanto vuoi tu all'ingresso. Poi lo so che me ne pentirò, ma sono qui col maglione da vecchio, largo infeltrito coi pallini e la cerniera davanti. E non posso nemmeno dire "I may go out tomorrow".
Tomorrows by pxtnfrdnbrg
Tomorrows by pxtnfrdnbrg
5.1.11
In New Work (This Aint Make You Feel Brand New, Yo!)
Quando prendi un pezzo di altri e lo metti in un mixtape uccidi il pezzo, non l'artista.Questo se non si è under the influence. Nel mondo dei JJ invece tutto si sovrappone e il mixtape è un registratore acceso durante una sbornia in cui ricordi un gruppo svedese di quando si era più giovani che era in un film in cui sfuggire alla provincia svedese sull'innoallacapitaledelmondo e non è più solo l'indie riverberato sul pezzone hiphop e il robot Mike Oldfield sembra più Kanyewest di Kanyewest. Can we get much higher, than the stars? No, Kanye West non può essere disco dell'anno, perché il non disco dell'anno è questo, un disco che non vende, non serve, balla, echeggia ed è povero e ricco come tutto il vomito che viene uploadato su soundcloud ogni secondo.
Inframezzare discorsi con pezzi di canzoni mi ricorda Red Ronnie, ma lui traduceva.
Etichette:
hop anca,
mp3,
oniondress,
pictures,
poppe,
queercore,
remix non ufficiali,
stravolti
23.12.10
Every woman and every men, join the caravan of Blake
È passato più di un anno da quando ho iniziato a rompere col James Blake cantante (e leggendo c'erano già la coverazza, I Never Learnt To Share e Misuroni), ma è con piacere che il primo disco del 2011 che ascolto sia il suo (no, non quello dei Decemberists), sia tutto cantato e sia ficherrimo. Per questo motivo (e dato che sono stato minacciato di morte nel postare mp3 e visto che comunque ormai ce l'avrete tutti), vado a segnalare dei momenti signifativi paura sorpresa gioia pezzo per pezzo.
Unluck: i ritorni di carrello in linee di un foglio a quadretti che si affastellano i r re gloar i
Wilhelms Scream: dopo due minuti dai colpi di sonar si sollevano bit di lava che deformano il vinile con la ritmica che zoppica nella sua tentazione techno
I Never Learnt To Share: le beghe familiari, gli hit rissonantimodulari, il finale zanzarista
Lindesfarne 1 / 2: le settantadue voci si spogliano dei filtri e dei processi e li appoggiano sui bassi dove capita
Limit To Your Love: il basso martella mononota a smorzare tutto il core
Give Me My Month: l'ultima frase
To Care (Like You): la voce che cambia cento sessi. Mount Kimbie? Burial? Viva i mononota impulsivi
Why Don't You Call Me: quando salta il cd/mp3/vinile perché ha paura degli ululati. What I Am, whatiam, w h a t i a m?
I Mind: in loop coi monosillabi. Lui bada o lui mente?
Measurements: era qui, prima di tutto
(ok, forse ho nascosto qualcosa lì in mezzo)
(non leakatelo, vi guardo a destra, vi guardo a sinistra)
Unluck: i ritorni di carrello in linee di un foglio a quadretti che si affastellano i r re gloar i
Wilhelms Scream: dopo due minuti dai colpi di sonar si sollevano bit di lava che deformano il vinile con la ritmica che zoppica nella sua tentazione techno
I Never Learnt To Share: le beghe familiari, gli hit rissonantimodulari, il finale zanzarista
Lindesfarne 1 / 2: le settantadue voci si spogliano dei filtri e dei processi e li appoggiano sui bassi dove capita
Limit To Your Love: il basso martella mononota a smorzare tutto il core
Give Me My Month: l'ultima frase
To Care (Like You): la voce che cambia cento sessi. Mount Kimbie? Burial? Viva i mononota impulsivi
Why Don't You Call Me: quando salta il cd/mp3/vinile perché ha paura degli ululati. What I Am, whatiam, w h a t i a m?
I Mind: in loop coi monosillabi. Lui bada o lui mente?
Measurements: era qui, prima di tutto
(ok, forse ho nascosto qualcosa lì in mezzo)
Etichette:
a volte non era meglio il demo,
ammmore,
colori acidi,
cover,
dub,
epyca,
faccioni,
indie,
it's about funk,
mp3,
oniondress,
pictures,
poppe,
sexual hardware,
soul sicuro,
techno
22.12.10
It's a Holy Love
È curioso come la canzone a cui più associo il Natale che sta arrivando sia un pezzo disco-house, di un produttore svedese insieme a cantante svedese, uscito lo scorso 30 agosto su un'etichetta chiamata Pampa.
Sarà che suona come l'atmosfera confusionaria dello scambio di doni che sai che non ti piaceranno, saranno i funky camini, sarà quella voce da invasione del Concerto di Natale al Vaticano, saranno i bassi gonfi come stufe caldaie, saranno le tastiere che sembrano il ghiaccio lontano, sarà il tintinnio di slitteposatepalledivetrosoldisulpiattocopritappidispumante, sarà il finale annebbiato di una giornata di festa troppo lunga.
Sarà che suona come l'atmosfera confusionaria dello scambio di doni che sai che non ti piaceranno, saranno i funky camini, sarà quella voce da invasione del Concerto di Natale al Vaticano, saranno i bassi gonfi come stufe caldaie, saranno le tastiere che sembrano il ghiaccio lontano, sarà il tintinnio di slitteposatepalledivetrosoldisulpiattocopritappidispumante, sarà il finale annebbiato di una giornata di festa troppo lunga.
[foto di peejay]
10.12.10
My head is a big smile (op. cit.)
Non è una gara di magia, non è un minifestival twee, non è un convegno su come a voi piccoli principi con dei giochi di prestigio verrà fatta sparire la pensione. Sabato sera in quel del Gamma/Fluido comincia Houdini con il primo di (si spera) una serie di appuntamenti di dance "altra", ovvero lo showcase romagnol-torinese della Margot Records. I beneamati Margot proporranno il loro misto di live e djset e saranno preceduti dal live per sintetizzatori e batterie analogiche di Matteo Scaioli. A fare gli onori di casa gli organizzatori Vaghe Stelle, col suo live già apprezzato al Club To Club, e Sergio Ricciardone. Piccola postilla: ritengo una cosa encomiabile la comunicazione con giusto anticipo della scaletta, che in questo caso dovrebbe consistere in
23.00 Sergio Ricciardone (djset)
00.30 Matteo Scaioli (live)
01.30 Vaghe Stelle (live)
02.30 Margot (live + djset)
Sim, sala, bim!
ICube - Un Proton Pour Toi, Un Neutron Pour Moi vs. Margot - Be A Star (James Holden DJ Set) by Muzhi
Etichette:
chi va piano,
dj set,
electronica,
guerra-lampo contro il prolasso dell'indie a scopo acchiappo,
indie,
italiani indimenticati,
live,
mp3,
poppe,
queercore,
techno
9.12.10
Puliscitestine
In Italia : 106 persone hanno il cognome Gianasi secondo i nostri dati
Il cognome Gianasi è il 29 385° più diffuso in Italia.
Ci dispiace, ma non abbiamo i dati per provincia per il cognome Gianasi (meno di 100 persone in ogni provincia).
Davide Gianasi ha un cane.
Wrong Remo Gianasi? Search for others
Matteo Gianasi è il primo rinforzo per la Bsl di Bettazzi (playguardia, in arrivo dal Castiglione Murri (C Dilettanti)) [Il Resto del Carlino - Lunedì 21 giugno 2010]
Home » Categorie » Officine meccaniche » Emilia Romagna » Modena » Modena
F.B.M.M. di GIANASI OSCAR & C. snc a Modena
STUDIO R.B. ENGINEERING DEI PER.IND. BAUTTA, GIANASI, MALVERTI E MARCHESINI S.R.L.
Benvenuti in ConfEstetica
New Line Di Gianasi Arianna Parrucchiera Unisex
Zenith Gianasi Giuliano Cestificio
Risparmia subito fino al 82% Pulisci testine VHS a Basso Costo!
Il cognome Gianasi è il 29 385° più diffuso in Italia.
Ci dispiace, ma non abbiamo i dati per provincia per il cognome Gianasi (meno di 100 persone in ogni provincia).
Davide Gianasi ha un cane.
Wrong Remo Gianasi? Search for others
Rick Gianasi Known For
Home » Categorie » Officine meccaniche » Emilia Romagna » Modena » Modena
F.B.M.M. di GIANASI OSCAR & C. snc a Modena
STUDIO R.B. ENGINEERING DEI PER.IND. BAUTTA, GIANASI, MALVERTI E MARCHESINI S.R.L.
Benvenuti in ConfEstetica
New Line Di Gianasi Arianna Parrucchiera Unisex
Zenith Gianasi Giuliano Cestificio
Risparmia subito fino al 82% Pulisci testine VHS a Basso Costo!
Etichette:
anninovanta,
arancina elettronica,
ballando le cupole,
faccioni,
giungla,
hop anca,
it's about funk,
legna in testa,
locura fa rima con rascatura,
mp3,
pictures,
poppe,
stravolti,
troche alternative
1.12.10
Sai le mie canzoni preferite dei Radiohead? Non sono dei Radiohead
Etichette:
addobbi,
ammmore,
che barba,
chi va piano,
crauti a colazione,
electronica,
epyca,
it's about funk,
mp3,
pictures,
poppe,
queercore,
remix,
techno
29.11.10
28.11.10
Tron-i, non ci sono paragon-i
Viviamo nel futuro, non abbiamo bisogno di inseguirlo questo weekend.
Avrei potuto barcamenarmi tra la dubstep venata di techno di Jack Sparrow all'Imbarchino sulla sponda del Po e la giovane promessa russhouse Nina Kraviz in un postaccio e ritrovarmi teletrasporato in un afterhour ai Murazzi con Deadbeat che suonerà domani mattina dalle sei (i pseudo dj elettromilanesi buoni per il pubblico dei mINISTRI non son degni nemmeno di nomina). Ma c'è il Torino Film Festival: solo che mi faccio convincere che il sopporto di una storiaccia romantica scema di due scemi che non siamo noi non possa essere affiancata a un concerto dei Broken Social Scene in cinemascopa (This Movie Is Broken) e finirà che domani non mi deciderò tra l'ultimo Carpenter e lo sbaglio Suck dei vampiri + vecchie glorie rock. Così rimango a casa e mi interrogo sulle colonne sonore di Tron. Domani dovrebbe nevicare.
Nel 1982 avevo sei anni e avevo deciso di abbandonare la droga pesante della pagina puzzosa di petrolio di Braccio di Ferro (con cui, tra l'altro due anni prima, avevo iniziato a leggere) in favore dei miei primi numeri patinati di Topolino (penso si fosse intorno al numero 700 e ricordo quell'anno anche un mazzo di carte natalizie in allegato). Su Topolino si parlava di Tron, c'erano delle immagini che non erano a fumetti. Ricordo che la cosa mi stranizzò e mi informai sulla stampa seria (credo Il Giornale di Sicilia, immagino già all'epoca diretto da Giovanni Pepi, ma lo dirigerà ancora Giovanni Pepi o sarà concondirettore, cenni di pepi?) riguardo al film-tentativo di mimesi col mondo dei videogiochi. Pare che all'epoca fu un gran flop. Wikipedia mi dice che incassò il doppio dei costi e immagino che per un film Disney (Topolino!) fosse niente, ma - ehi - fu un successo/cult negli anni a venire per il VHS e i muri delle camerette dei cervelloni che scoppiarono con la prima bolla della new-economy - io a ventanni non avevo un garage ma un posto macchina all'aperto.Morale della favola End of line: non vidi Tron a sei anni e per i ventotto anni successivi.
La colonna sonora di Tron fu commissionata a Wendy 'aranciameccanicaswitchedon' Carlos. Le affiancarono l'Orchestra Sinfonica di Londra per normalizzarla in termini di tempo ciclo e di resa sonora e lei se ne uscì fuori con i soliti moog dissonanti e sognanti da battuta mista e ossessività zuccherosa e fiduciosa sinistra nel futuro. Il Potere ebbe la meglio e pensò per il pubblico che si alzava dalle sedie e lasciava la sala i Journey di Only Solutions. Lei accettò di buon grado e fu lì quando i master delle registrazioni si erano deteriorati cosi tanto da non poter generare l'agognata ristampa su CD: così ha provveduto personalmente a mettere i master in forno per restaurarli.
Ventotto anni dopo sta per uscire il reboot di Tron, Tron: Legacy e la Disney ha affidato la colonna sonora ai mie robot preferiti, i Daft Punk. Quando penso che abbiano ormai saturato il loro livello di figosità, spostano sempre l'asticella in sù di qualche metro. Per certi versi Wendy e i Daft sono molto simili: immaginario tecnologico futuristico rubigno ma non troppo e quindi pop. Nella colonna concedono entrambi alla moda dell'epoca, Wendy con gli sviolini magniloquenti disnei per le scene di azione e di bacio à la Julesetjim con bit di parità e i Punks con i mono-toni mono-liti alla Inception del Cavaliere Oscuro che in supersurround strombazzano per svegliare chi non regge alla maestosità. L'ovvio retrogusto è che la colonna sonora di Wendy ispirava una fiducia serpeggiante, mentre i Daft rendono un senso di oppressione tale che il sovvertimento non potrà che essere epico e vano, pieno di beats granulati e derezzati, pronti per un seguito. Quando si liberano dalla necessità delle trombe però vengono fuori i sintetizzatori grindeggianti, i bit che ormai non sanno se dire sì o no e fanno da 64773r13 - il gioco è cambiato! -, il funk lento e sciocco game over di End Of Line, le papere derezzate. Solar Sailer così trattenuta esclama una e una sola cosa: i Daft Punk dovrebbero scrivere tutte le colonne sonore di tutti i film del mondo, di Avati, Kiarostami, Araki e Kitano. Nella seconda parte di Disc Wars gli arpeggi si intrecciano e folleggiano e i titoli di coda sono il richiamo pop scemo soluzione al fuori contesto dei Journey, keygrip, foley, thanks to the city of chattanooga col finale e le sedie ormai vuote. Sarà noiosa come una soundtrack pura, eppure è capace di raccontarti il film anche se non lo vedrai e non hai visto il padre e le moto vettoriali nell'82.
Nell'82 si aveva in mente che la comprensione popolare sarebbe passata per i template del videogioco. Un programmatore avrebbe dimostrato di essere stato derubato da un altro ingegnere e avrebbe avuto la meglio sul MCP. Oggi la comprensione popolare persegue le logiche del paesepiccoloelagentemormora su un gigapaese creato da un programmatore che giustamente ha fatto prima degli altri qualcosa che altri avevano pensato (com'è 1.0 rubare). Tron: Legacy uscirà a Natale in 3D, in IMAX,ma nelle nostre cuffie lo abbiamo già visto senza bisogno di occhiali*
*prima o poi dovrei decidermi a vedere il mio primo film 3D, visto che oggi ho visto Tron
Avrei potuto barcamenarmi tra la dubstep venata di techno di Jack Sparrow all'Imbarchino sulla sponda del Po e la giovane promessa russhouse Nina Kraviz in un postaccio e ritrovarmi teletrasporato in un afterhour ai Murazzi con Deadbeat che suonerà domani mattina dalle sei (i pseudo dj elettromilanesi buoni per il pubblico dei mINISTRI non son degni nemmeno di nomina). Ma c'è il Torino Film Festival: solo che mi faccio convincere che il sopporto di una storiaccia romantica scema di due scemi che non siamo noi non possa essere affiancata a un concerto dei Broken Social Scene in cinemascopa (This Movie Is Broken) e finirà che domani non mi deciderò tra l'ultimo Carpenter e lo sbaglio Suck dei vampiri + vecchie glorie rock. Così rimango a casa e mi interrogo sulle colonne sonore di Tron. Domani dovrebbe nevicare.
Nel 1982 avevo sei anni e avevo deciso di abbandonare la droga pesante della pagina puzzosa di petrolio di Braccio di Ferro (con cui, tra l'altro due anni prima, avevo iniziato a leggere) in favore dei miei primi numeri patinati di Topolino (penso si fosse intorno al numero 700 e ricordo quell'anno anche un mazzo di carte natalizie in allegato). Su Topolino si parlava di Tron, c'erano delle immagini che non erano a fumetti. Ricordo che la cosa mi stranizzò e mi informai sulla stampa seria (credo Il Giornale di Sicilia, immagino già all'epoca diretto da Giovanni Pepi, ma lo dirigerà ancora Giovanni Pepi o sarà concondirettore, cenni di pepi?) riguardo al film-tentativo di mimesi col mondo dei videogiochi. Pare che all'epoca fu un gran flop. Wikipedia mi dice che incassò il doppio dei costi e immagino che per un film Disney (Topolino!) fosse niente, ma - ehi - fu un successo/cult negli anni a venire per il VHS e i muri delle camerette dei cervelloni che scoppiarono con la prima bolla della new-economy - io a ventanni non avevo un garage ma un posto macchina all'aperto.
La colonna sonora di Tron fu commissionata a Wendy 'aranciameccanicaswitchedon' Carlos. Le affiancarono l'Orchestra Sinfonica di Londra per normalizzarla in termini di tempo ciclo e di resa sonora e lei se ne uscì fuori con i soliti moog dissonanti e sognanti da battuta mista e ossessività zuccherosa e fiduciosa sinistra nel futuro. Il Potere ebbe la meglio e pensò per il pubblico che si alzava dalle sedie e lasciava la sala i Journey di Only Solutions. Lei accettò di buon grado e fu lì quando i master delle registrazioni si erano deteriorati cosi tanto da non poter generare l'agognata ristampa su CD: così ha provveduto personalmente a mettere i master in forno per restaurarli.
Ventotto anni dopo sta per uscire il reboot di Tron, Tron: Legacy e la Disney ha affidato la colonna sonora ai mie robot preferiti, i Daft Punk. Quando penso che abbiano ormai saturato il loro livello di figosità, spostano sempre l'asticella in sù di qualche metro. Per certi versi Wendy e i Daft sono molto simili: immaginario tecnologico futuristico rubigno ma non troppo e quindi pop. Nella colonna concedono entrambi alla moda dell'epoca, Wendy con gli sviolini magniloquenti disnei per le scene di azione e di bacio à la Julesetjim con bit di parità e i Punks con i mono-toni mono-liti alla Inception del Cavaliere Oscuro che in supersurround strombazzano per svegliare chi non regge alla maestosità. L'ovvio retrogusto è che la colonna sonora di Wendy ispirava una fiducia serpeggiante, mentre i Daft rendono un senso di oppressione tale che il sovvertimento non potrà che essere epico e vano, pieno di beats granulati e derezzati, pronti per un seguito. Quando si liberano dalla necessità delle trombe però vengono fuori i sintetizzatori grindeggianti, i bit che ormai non sanno se dire sì o no e fanno da 64773r13 - il gioco è cambiato! -, il funk lento e sciocco game over di End Of Line, le papere derezzate. Solar Sailer così trattenuta esclama una e una sola cosa: i Daft Punk dovrebbero scrivere tutte le colonne sonore di tutti i film del mondo, di Avati, Kiarostami, Araki e Kitano. Nella seconda parte di Disc Wars gli arpeggi si intrecciano e folleggiano e i titoli di coda sono il richiamo pop scemo soluzione al fuori contesto dei Journey, keygrip, foley, thanks to the city of chattanooga col finale e le sedie ormai vuote. Sarà noiosa come una soundtrack pura, eppure è capace di raccontarti il film anche se non lo vedrai e non hai visto il padre e le moto vettoriali nell'82.
Nell'82 si aveva in mente che la comprensione popolare sarebbe passata per i template del videogioco. Un programmatore avrebbe dimostrato di essere stato derubato da un altro ingegnere e avrebbe avuto la meglio sul MCP. Oggi la comprensione popolare persegue le logiche del paesepiccoloelagentemormora su un gigapaese creato da un programmatore che giustamente ha fatto prima degli altri qualcosa che altri avevano pensato (com'è 1.0 rubare). Tron: Legacy uscirà a Natale in 3D, in IMAX,ma nelle nostre cuffie lo abbiamo già visto senza bisogno di occhiali*
*prima o poi dovrei decidermi a vedere il mio primo film 3D, visto che oggi ho visto Tron
Etichette:
a volte non era meglio il demo,
al cinema,
ammmore,
anni che passano,
arancina elettronica,
electronica,
epyca,
mp3,
pictures,
poppe,
this house is not a motel,
venerazione
17.11.10
Forzeh, forzeh
[No, senza forzeh]
I Mount Kimbie sono presenti su queste pagine più o meno dal primo vagito oltre un anno e mezzo fa. Non si capisce bene se rileggano il dubstep con sensibilità indiepop o se applichino le non regole dei ritmi spezzati + ultra riverberi + blipblip al postrock e al pop. Stanno in mezzo e fanno musica di flusso dell'oggi, ora incessante ora assorta. I Mount Kimbie sono un duo, quando non si accompagnano con James Blake, e sono questi qui sotto. Forzeh.
Sabato scorso hanno suonato a Torino. Alla fine del concerto erano commossi, in particolare il biondo. "Sapete, ieri abbiamo suonato davanti a dieci persone". Sembrava che qualcuno li stesse applaudendo per la prima volta, anche se girovagando tra registrazioni audio e video possono vantare alcuni tra i più importanti club e festival d'Europa. A volte però dopo una serata storta hai bisogno di recuperare l'entusiasmo. Forzeh.
L'armamentario sul palco è composito. Tastiera midi tranquillona da venticinque m-tasti con cui suonare i bassi, Maschine+Kaossilator+SP404+drumpad, chitarra elettrica con pedali sul tavolo e tamburo/piatto che umanizzano i bit lavorati all'uncinetto, intrecciati da braccia e mani che vanno a premere i tasti dello strumento dell'altro. Per gran parte si ripercorre il disco di esordio con alcune puntate immancabili sugli ep, con i pezzi molto meno giocattolosi degli originali, vuoi per la maggiore massa sonora, vuoi per l'apporto dei drone live di chitarra o delle ritmiche dell'abbozzo di batteria sul palco (tutta la parte finale si muove in una miracolosa terra di mezzo tra postrock e techno). Ci sono anche due microfoni (di troppo), dai quali vengono ripresi il contro ritornello di Maybes (maanchenos) e un soffocatissimo altro pezzo. L'impressione è di essere presenti a un folgorante quanto raccolto inizio: un pubblico inaspettatamente riscaldato riesce a chiedere come si deve un bis, il biondo dice che hanno suonato tutti i pezzi che hanno a disposizione, viene chiesto loro di risuonarne uno già fatto e rispondono ringraziando che non è possibile. No, senza forzeh.
Mount Kimbie - Field (from Crooks & Lovers) by Hotflush
I Mount Kimbie sono presenti su queste pagine più o meno dal primo vagito oltre un anno e mezzo fa. Non si capisce bene se rileggano il dubstep con sensibilità indiepop o se applichino le non regole dei ritmi spezzati + ultra riverberi + blipblip al postrock e al pop. Stanno in mezzo e fanno musica di flusso dell'oggi, ora incessante ora assorta. I Mount Kimbie sono un duo, quando non si accompagnano con James Blake, e sono questi qui sotto. Forzeh.
Sabato scorso hanno suonato a Torino. Alla fine del concerto erano commossi, in particolare il biondo. "Sapete, ieri abbiamo suonato davanti a dieci persone". Sembrava che qualcuno li stesse applaudendo per la prima volta, anche se girovagando tra registrazioni audio e video possono vantare alcuni tra i più importanti club e festival d'Europa. A volte però dopo una serata storta hai bisogno di recuperare l'entusiasmo. Forzeh.
L'armamentario sul palco è composito. Tastiera midi tranquillona da venticinque m-tasti con cui suonare i bassi, Maschine+Kaossilator+SP404+drumpad, chitarra elettrica con pedali sul tavolo e tamburo/piatto che umanizzano i bit lavorati all'uncinetto, intrecciati da braccia e mani che vanno a premere i tasti dello strumento dell'altro. Per gran parte si ripercorre il disco di esordio con alcune puntate immancabili sugli ep, con i pezzi molto meno giocattolosi degli originali, vuoi per la maggiore massa sonora, vuoi per l'apporto dei drone live di chitarra o delle ritmiche dell'abbozzo di batteria sul palco (tutta la parte finale si muove in una miracolosa terra di mezzo tra postrock e techno). Ci sono anche due microfoni (di troppo), dai quali vengono ripresi il contro ritornello di Maybes (maanchenos) e un soffocatissimo altro pezzo. L'impressione è di essere presenti a un folgorante quanto raccolto inizio: un pubblico inaspettatamente riscaldato riesce a chiedere come si deve un bis, il biondo dice che hanno suonato tutti i pezzi che hanno a disposizione, viene chiesto loro di risuonarne uno già fatto e rispondono ringraziando che non è possibile. No, senza forzeh.
Mount Kimbie - Field (from Crooks & Lovers) by Hotflush
Etichette:
al cinema,
ammmore,
arancina elettronica,
dub,
indie,
live,
mp3,
oniondress,
pictures,
poppe
12.11.10
Dalle superstizioni alle certezze
Club To Club X - Sabato Notte, Lingotto
Sbaglio la circumnavigazione di Torino per raggiungere il Lingotto e il Gran Finale del Club To Club, ma entriamo in tempo per gustare i primi tre quarti d'ora di Shackleton. Per farlo dobbiamo attraversare il padiglione ancora in fase di riempimento molestamente sonorizzato da Riva Starr. Meno male che in Sala Rossa sono solo Shackletonnellate: ancora più angosciante e percussione di guerra santa che nel precedente live torinese, propone alcune chicche come il nuovo singolo della sua nuova etichetta o nuove riflessioni sulla prossima esplosione degli equilibri tra occidente, medio oriente, africa e antartide. Saltella come sempre come un avvoltoio in camicia davanti al notebook e strozza possente una sala già torrida e senza ossigeno.
Lo salutiamo per i Modeselektor, il cui live è una genialata: scimmie grasse fanno le facce, mandano i bacetti, si incazzano, si gonfiano di steroidi e bombole di gas, rizzano il pelo, sembrano attacarti e invece ti sorridono. I visuals di Pfanfiderei, pezzo forte della serata (anche per Holden e Dettmann mi è sembrato), pompano l'immagine dei due ignorantellettuali fino a farli diventare wrestler su una Art & Cash che stronca ogni resistenza, pettinano erba in bianco e nero su Deboutonner e sonorizzano l'eurovisione del Black Block. Lenti ma adrenalinici. In mezzo qualche pezzo cantato di quelli coi vocalist che non mi piacciono e non riconosco e forse mi sogno pure il remix su Skream. In sala rossa invece il batterista degli XX sciorinava tranquillo il suo dubstep ovattato e melodico e troppo fighetto per essere apprezzato a confronto della sovraeccitazione parallela fuori dal boiler, dove presto torniamo. Sembra che tutto possa preludere al passaggio di consegne a James Holden quando i Modeselekti impersonano in playback due omosessualissimi Bjork ed Anthony Hegarty che si strusciano sul loro remix for girls di The Dull Flame Of Desire. Invece stappano una bottiglia di champagne sul pubblico e chiudono con una violenta Kill Bill Vol.4 e temo molto su come possa raccogliere le consegne il dj meno muscolare della scaletta del palco grande.
Modeselektor - 27 Art & Cash Live (Recorded @ Electron Festival Geneve 2009) by freddiegemini
Pare che fortunatamente Holden avesse in saccoccia del materiale vagamente industriale in onore del fantasma della fabbrica fordista e così la transizione con le mitragliate di denti di sega e bassi precedenti viene assicurata da Factory Floor, Mental Overdrive e Alan Vega che remixa i Fuck Buttons. Anche i ritmi sono leggermente più veloci che in altri set (comunque più lenti che in un djset techno medio). Il remix di Bowls è gestito con carattere (subito cassa e più rapido e "grosso"), ma da lì in poi si deriva verso il suo suono, con un passo galleggiante e melodie psicocircolari di tutti i sodali che si remixano a vicenda e vengono punteggiati da ripartenze cosmic disco o pezzi appena più arrotati. Il colpo d'occhio è inquietante: la folla ondeggia, non balla veramente (il cassone latita), ma non si incazza. Scazzati o rapiti, anche se io opto per la seconda perché in quelle condizioni lo scazzo diventa quasi automaticamente violento. Sospendo per cinque minuti la modalità fanboy e facciamo un salto in sala rossa per un saluto tributo a Shed che risponde passando il suo Wax 20002 - B. Holden nel frattempo suona mezza discografia degli ormai eroi nazionali Margot (anche se Voci Giaga velocizzata sembrava cantata dai Chipmunks) e pare che Kate Wax balli in prima fila insieme al bassista. Dettmann sale a salutare e, sulle statue di marmo in bianco e nero che Pfafinderei introduce dopo due ore di grafica astratta, Holden passa un pezzo di Kate Wax che avremo sentito anche qualche ora prima ma sul megaimpianto e con la produzione del prossimo disco e con l'atmosfera straniata di una discozombieteca degna di Shaun Of The Dead romba marziale e dolente, con gli arpeggi ribollenti e le percussioni slabbrate. Perfetto finale anche se si chiude con The Medium Is The Message.
A questo punto Dettmann prende possesso della folla con i suoi ormai rinomati balatoni techno come se non ci fosse mai più un domani che abbandoniamo presto (sentito già altre volte, anche se pare che l'ultima parte sia stata gustosa), in favore del meritato riposo. Purtroppo il giorno dopo Oneohtrix Point Never ha cancellato per il litigio col manager e ci risparmiamo il tour esoterico / musicale, dato che alla superstizione preferiamo le certezze e le 6000 persone di sabato e le 25000 di tutto il festival sono la certezza di potere affrontare il futuro senza corna, amuleti e dita incrociate.
VOCI GIAGA by margot
Sbaglio la circumnavigazione di Torino per raggiungere il Lingotto e il Gran Finale del Club To Club, ma entriamo in tempo per gustare i primi tre quarti d'ora di Shackleton. Per farlo dobbiamo attraversare il padiglione ancora in fase di riempimento molestamente sonorizzato da Riva Starr. Meno male che in Sala Rossa sono solo Shackletonnellate: ancora più angosciante e percussione di guerra santa che nel precedente live torinese, propone alcune chicche come il nuovo singolo della sua nuova etichetta o nuove riflessioni sulla prossima esplosione degli equilibri tra occidente, medio oriente, africa e antartide. Saltella come sempre come un avvoltoio in camicia davanti al notebook e strozza possente una sala già torrida e senza ossigeno.
Hypno Angel - Shackleton
Lo salutiamo per i Modeselektor, il cui live è una genialata: scimmie grasse fanno le facce, mandano i bacetti, si incazzano, si gonfiano di steroidi e bombole di gas, rizzano il pelo, sembrano attacarti e invece ti sorridono. I visuals di Pfanfiderei, pezzo forte della serata (anche per Holden e Dettmann mi è sembrato), pompano l'immagine dei due ignorantellettuali fino a farli diventare wrestler su una Art & Cash che stronca ogni resistenza, pettinano erba in bianco e nero su Deboutonner e sonorizzano l'eurovisione del Black Block. Lenti ma adrenalinici. In mezzo qualche pezzo cantato di quelli coi vocalist che non mi piacciono e non riconosco e forse mi sogno pure il remix su Skream. In sala rossa invece il batterista degli XX sciorinava tranquillo il suo dubstep ovattato e melodico e troppo fighetto per essere apprezzato a confronto della sovraeccitazione parallela fuori dal boiler, dove presto torniamo. Sembra che tutto possa preludere al passaggio di consegne a James Holden quando i Modeselekti impersonano in playback due omosessualissimi Bjork ed Anthony Hegarty che si strusciano sul loro remix for girls di The Dull Flame Of Desire. Invece stappano una bottiglia di champagne sul pubblico e chiudono con una violenta Kill Bill Vol.4 e temo molto su come possa raccogliere le consegne il dj meno muscolare della scaletta del palco grande.
Modeselektor - 27 Art & Cash Live (Recorded @ Electron Festival Geneve 2009) by freddiegemini
Pare che fortunatamente Holden avesse in saccoccia del materiale vagamente industriale in onore del fantasma della fabbrica fordista e così la transizione con le mitragliate di denti di sega e bassi precedenti viene assicurata da Factory Floor, Mental Overdrive e Alan Vega che remixa i Fuck Buttons. Anche i ritmi sono leggermente più veloci che in altri set (comunque più lenti che in un djset techno medio). Il remix di Bowls è gestito con carattere (subito cassa e più rapido e "grosso"), ma da lì in poi si deriva verso il suo suono, con un passo galleggiante e melodie psicocircolari di tutti i sodali che si remixano a vicenda e vengono punteggiati da ripartenze cosmic disco o pezzi appena più arrotati. Il colpo d'occhio è inquietante: la folla ondeggia, non balla veramente (il cassone latita), ma non si incazza. Scazzati o rapiti, anche se io opto per la seconda perché in quelle condizioni lo scazzo diventa quasi automaticamente violento. Sospendo per cinque minuti la modalità fanboy e facciamo un salto in sala rossa per un saluto tributo a Shed che risponde passando il suo Wax 20002 - B. Holden nel frattempo suona mezza discografia degli ormai eroi nazionali Margot (anche se Voci Giaga velocizzata sembrava cantata dai Chipmunks) e pare che Kate Wax balli in prima fila insieme al bassista. Dettmann sale a salutare e, sulle statue di marmo in bianco e nero che Pfafinderei introduce dopo due ore di grafica astratta, Holden passa un pezzo di Kate Wax che avremo sentito anche qualche ora prima ma sul megaimpianto e con la produzione del prossimo disco e con l'atmosfera straniata di una discozombieteca degna di Shaun Of The Dead romba marziale e dolente, con gli arpeggi ribollenti e le percussioni slabbrate. Perfetto finale anche se si chiude con The Medium Is The Message.
A questo punto Dettmann prende possesso della folla con i suoi ormai rinomati balatoni techno come se non ci fosse mai più un domani che abbandoniamo presto (sentito già altre volte, anche se pare che l'ultima parte sia stata gustosa), in favore del meritato riposo. Purtroppo il giorno dopo Oneohtrix Point Never ha cancellato per il litigio col manager e ci risparmiamo il tour esoterico / musicale, dato che alla superstizione preferiamo le certezze e le 6000 persone di sabato e le 25000 di tutto il festival sono la certezza di potere affrontare il futuro senza corna, amuleti e dita incrociate.
VOCI GIAGA by margot
Etichette:
al cinema,
ammmore,
arancina elettronica,
chi va piano,
crauti a colazione,
dj set,
dub,
epyca,
festival,
live,
pictures,
poppe,
techno
11.11.10
Cibo Matto
Club To Club X - Sabato pomeriggio che diventa sera, Museo della Giovinezza
Sabato inizia con un'autopompa che per tutta la mattina cerca di stu(p)rare un tombino davanti casa e distruggere il mio cranio. Purtroppo, nonostante spesso mi capiti di passare a quell'ora del sabato dal noto emporio gastronomico slo-food, mi perdo il plate-watching della colazione (sapete, quelli fichi dicono colazione al posto di pranzo, usano la c al posto della g, non usano l'inglese a cazzo), della colazione di Four Tet e Caribou (che stanno per partire per Bologna) con James Holden e cricca che scopro essere sotto la Mole già dal venerdì sera - leggete il Border-resoconto del festival. Uno dei nostri interrogativi più impellenti in tutto il weekend era stato appunto dove li avrebbero portati a mangiare e soprattutto cosa (bagna caoda? fritto misto decerebrato? tajarin al tartufo? Io venerdì prima di andare al Carignano ho mangiato il pane ca' meusa dal mio posto di fiducia). Più in generale me lo chiedo per qualsiasi cantante / gruppo /dj che vado a sentire. Sono uno che si interessa ai fatti importanti della musica. Purtroppo mi perdo la conferenza sui festival di musica elettronica ma me la faccio raccontare al mio arrivo al Museo Della Giovinezza, ex Scienze Naturali.
Sulle scale incrociamo James Holden e la mitica Gemmonobrow che escono fuori per una boccata d'aria mentre noi arriviamo. Poi stazionano dalle nostre parti, prima che decidiamo di allontanarci in favore di un po' di vita sociale con dei loschi figuri che non possiamo nominare. Vaghe Stelle è stato lo Zelig del Festival, lo vedevamo dappertutto (ma in generale lo vedo dappertutto sempre). Il suo live set è stato buono e di sicuro più nelle mie corde rispetto agli esordi minimal. Il krautechnopopp non fa mistero dell'immaginario di riferimento, che tra l'altro gironzola intorno fotografando il dinosauro. Il set però continua oltre il previsto orario di chiusura un quarto d'ora, una mezzora, un'ora. Non so se Kate Wax sia in ritardo, ma di sicuro la nostra cena diventa a rischio.
Ciclo 5 by vaghe stelle
Sul palco a fianco parte finalmente il concerto di Kate Wax, illuminato con questa mezza luce senza senso: lei e lui bassista hanno magliette bianche della salute su cui dovrebbero proiettare nel buio immagini astratte, stelle, volti di modelle. La mezza luce invece li illumina come dei Kills scarsi se i Kills non fossero già scarsi, lei tibetan-bjork-cantante-arty-ottanta, lui bassista-biondo-scodella-cripto-inutile-era-meglio-l'arpeggiator. La musica, purtroppo, sembra pure peggio: la sua voce non è male, ma viene incastrata in questo residuo anni ottanta troppo celeste per essere witch-house, troppo piatto per intrigare. Il fantasma dell'electroclash mi sussurrano tutti all'orecchio. Dove cazzo andiamo a mangiare, sono le nove meno cinque. Sembra che finalmente abbia finito, quando torna sul palco e come nei peggiori incubi, mentre il paciocco Abbott è già in postazione, se ne esce con un improbabile " è vero che volete un'altra canzone?". Aridatece i Darkstar.
Meno male che non abbandoniamo il Museo per la cena, in barba alle cucine dei ristoranti torinesi che chiudono alle dieci e mezza e ai vicini di casa che hanno già pronta la soup al mio arrivo quotidiano dal lavoro alle 18. Luke Abbott è bello come un dio greco (nel cartone animato Pollon). Armato di solo APC40 (look who's who) con mani cucciole (cit.) tira fuori il liveset del festival, trasformando il materiale dei singoli e dell'album in una festa acrobatica di manopole, offset e incartamenti. Ritmiche aggressive e con tiro notturno, nonostante si spezzino come grissini perché la sua attenzione lo distrae, ruvidità di dentidipescesega che duellano con rimbalzi rotondi di ton(d)i melodici in una battaglia continua con la tizia che sorveglia il mixer, una specie di babysitter tuttaunnervo che vorrebbe stare da un'altra parte. Qualcosa che funziona come dance music pur non essendo dance music, che si affida alle convenzioni mentre le prende a calci.
Ispirato da una meraviglia che meritava l'Hiroshima, trovo la soluzione per la cena, lui suona il prefinale di Melody 120, è quasi finita manca solo Brazil e invece la babysitter si distrae e lui lancia dei droni, si avventa sul master mixer, mette al massimo il volume, crea degli effetti risonanti, si avvicina un tipo preoccupato per l'impianto e poi la babysitter e lui riprende il controller e quella che sembrava Brazil diventa devastazione di rumore e sfacelo che illumina gli occhi dei pochi rimasti (nel frattempo molti hanno ceduto ai morsi della fame, stolti). Sorridenti anche noi abbandoniamo il Museo e sulle scale un sovrintendente ci chiede se sopra c'è ancora qualcuno (sì, uno stalker, prendetelo!). Di lì a poco avrei affrontato uno stinco di maiale con crauti e una rossa artigianale da sette gradi uscendone sconfitto.
MIT 'Rauch (Luke Abbott Remix)' by halfmachine
Sabato inizia con un'autopompa che per tutta la mattina cerca di stu(p)rare un tombino davanti casa e distruggere il mio cranio. Purtroppo, nonostante spesso mi capiti di passare a quell'ora del sabato dal noto emporio gastronomico slo-food, mi perdo il plate-watching della colazione (sapete, quelli fichi dicono colazione al posto di pranzo, usano la c al posto della g, non usano l'inglese a cazzo), della colazione di Four Tet e Caribou (che stanno per partire per Bologna) con James Holden e cricca che scopro essere sotto la Mole già dal venerdì sera - leggete il Border-resoconto del festival. Uno dei nostri interrogativi più impellenti in tutto il weekend era stato appunto dove li avrebbero portati a mangiare e soprattutto cosa (bagna caoda? fritto misto decerebrato? tajarin al tartufo? Io venerdì prima di andare al Carignano ho mangiato il pane ca' meusa dal mio posto di fiducia). Più in generale me lo chiedo per qualsiasi cantante / gruppo /dj che vado a sentire. Sono uno che si interessa ai fatti importanti della musica. Purtroppo mi perdo la conferenza sui festival di musica elettronica ma me la faccio raccontare al mio arrivo al Museo Della Giovinezza, ex Scienze Naturali.
Sulle scale incrociamo James Holden e la mitica Gemmonobrow che escono fuori per una boccata d'aria mentre noi arriviamo. Poi stazionano dalle nostre parti, prima che decidiamo di allontanarci in favore di un po' di vita sociale con dei loschi figuri che non possiamo nominare. Vaghe Stelle è stato lo Zelig del Festival, lo vedevamo dappertutto (ma in generale lo vedo dappertutto sempre). Il suo live set è stato buono e di sicuro più nelle mie corde rispetto agli esordi minimal. Il krautechnopopp non fa mistero dell'immaginario di riferimento, che tra l'altro gironzola intorno fotografando il dinosauro. Il set però continua oltre il previsto orario di chiusura un quarto d'ora, una mezzora, un'ora. Non so se Kate Wax sia in ritardo, ma di sicuro la nostra cena diventa a rischio.
Ciclo 5 by vaghe stelle
Sul palco a fianco parte finalmente il concerto di Kate Wax, illuminato con questa mezza luce senza senso: lei e lui bassista hanno magliette bianche della salute su cui dovrebbero proiettare nel buio immagini astratte, stelle, volti di modelle. La mezza luce invece li illumina come dei Kills scarsi se i Kills non fossero già scarsi, lei tibetan-bjork-cantante-arty-ottanta, lui bassista-biondo-scodella-cripto-inutile-era-meglio-l'arpeggiator. La musica, purtroppo, sembra pure peggio: la sua voce non è male, ma viene incastrata in questo residuo anni ottanta troppo celeste per essere witch-house, troppo piatto per intrigare. Il fantasma dell'electroclash mi sussurrano tutti all'orecchio. Dove cazzo andiamo a mangiare, sono le nove meno cinque. Sembra che finalmente abbia finito, quando torna sul palco e come nei peggiori incubi, mentre il paciocco Abbott è già in postazione, se ne esce con un improbabile " è vero che volete un'altra canzone?". Aridatece i Darkstar.
Meno male che non abbandoniamo il Museo per la cena, in barba alle cucine dei ristoranti torinesi che chiudono alle dieci e mezza e ai vicini di casa che hanno già pronta la soup al mio arrivo quotidiano dal lavoro alle 18. Luke Abbott è bello come un dio greco (nel cartone animato Pollon). Armato di solo APC40 (look who's who) con mani cucciole (cit.) tira fuori il liveset del festival, trasformando il materiale dei singoli e dell'album in una festa acrobatica di manopole, offset e incartamenti. Ritmiche aggressive e con tiro notturno, nonostante si spezzino come grissini perché la sua attenzione lo distrae, ruvidità di dentidipescesega che duellano con rimbalzi rotondi di ton(d)i melodici in una battaglia continua con la tizia che sorveglia il mixer, una specie di babysitter tuttaunnervo che vorrebbe stare da un'altra parte. Qualcosa che funziona come dance music pur non essendo dance music, che si affida alle convenzioni mentre le prende a calci.
Ispirato da una meraviglia che meritava l'Hiroshima, trovo la soluzione per la cena, lui suona il prefinale di Melody 120, è quasi finita manca solo Brazil e invece la babysitter si distrae e lui lancia dei droni, si avventa sul master mixer, mette al massimo il volume, crea degli effetti risonanti, si avvicina un tipo preoccupato per l'impianto e poi la babysitter e lui riprende il controller e quella che sembrava Brazil diventa devastazione di rumore e sfacelo che illumina gli occhi dei pochi rimasti (nel frattempo molti hanno ceduto ai morsi della fame, stolti). Sorridenti anche noi abbandoniamo il Museo e sulle scale un sovrintendente ci chiede se sopra c'è ancora qualcuno (sì, uno stalker, prendetelo!). Di lì a poco avrei affrontato uno stinco di maiale con crauti e una rossa artigianale da sette gradi uscendone sconfitto.
MIT 'Rauch (Luke Abbott Remix)' by halfmachine
anche se non c'entra niente, ma mi sentivo più o meno come quando ho sentito questa per la prima volta
Etichette:
ammmore,
arancina elettronica,
crauti a colazione,
festival,
italiani indimenticati,
metti una sera a cena,
mp3,
musica per provare lo stereo nuovo,
pictures,
poppe,
remix
Iscriviti a:
Post (Atom)













