20.7.05

Simpathy for the witches


Io, io sono il ragazzo dice la prima canzone. Lei, lei è la ragazza dice la canzone. Streghe, streghe friggono rospi, o forse soltanto zucchine a forme di rospi. Lui, lui è il cantante. Gessato stretto, cosi stretto che il capello luciferino sembra spremuto da una camicia uguale a quelle che sembrano mutande che fanno ciao ciao dall’elegante pantalone a vita bassa. Loro, loro sono i Liars. L’inizio è tirato, ma nel senso di tirato addosso a un pubblico che preme verso la prima fila, salvo girarsi e scoprire che dietro non c’è (quasi) nessuno. Una batteria con batterista in sottoveste nera a fiori e un tamburo con un tamburino che passa di lì per caso. Lui, lui è il cantante e salta sugli amplificatori che nemmeno il figlio di Tony Manero e della strega cattiva del Nord.

La prima parte travolge per impatto e inciampi controllati. Tre quattro canzoni con la gente che balla che quasi nemmeno i Cik Cik Cik. Poi subentra la stessa sensazione del disco, ovvero che qualcosa si inceppa e ci si distrae per un attimo fino a che non si viene scossi dal successivo startestop. Forse per quello a un certo punto il cantante si toglie i pantaloni e si scopre perché indossava sandali con fibbie in velcro su calzini bianchi e si scopre che aveva una gonna uguale alla camicia dentro i pantaloni. Farà la stessa cosa ogni sera? Pogano due ragazzini saliti sul palco, uno ha la maglietta dei Sex Pistols. Il cantante nota che non interrompono la danza quando la batteria smette e allora urla contro di loro. Stop! Stop! E fly, fly, the devil’s in your eye shushu. La pizzica tarantolata è il saltello interlocutorio prima di pogare, il pogo è l’ammissione nichilista del fallimento della pizzica, i due ragazzini escono dal posto con dei poster autografati, house di dubbio gusto sfolla gente varia. Fly, fly, the witch is in your eye. Shushu.

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