7.6.07

First Ins And First Outs

Tutti quelli che conosco e che sono andati al Primavera, me ne hanno sempre parlato in termini entusiastici. (Quasi) tutti quelli che sono tornati con me dal Primavera me ne hanno parlato in termini entusiastici. Tornando su quei tre giorni però, sento la mancanza di un’atmosfera capace di conquistarmi. Perfetto da un’ottica puramente indie, il Primavera rimane solo quello: non è l’enorme villaggio vacanze FIB popolato da un incredibile zoo di umanità varia, non è un festival sanguigno e alla buona come quelli portoghesi, non è il non-luogo apocalittico e definitivo che spesso è un festival di techno. È come il quasi trentenne a cui piace di tutto un po’, inattaccabile nelle sue buone scelte, mai fuori dalle righe e spocchioso il giusto. Che se lo prendi a pezzi sei d’accordo con lui su tutto e se invece razionalizzi senti la mancanza di un brivido di vita dietro la sua anti-coolness. Il poster giusto, la gonna giusta, giustizia giusta (we are your friends, you’ll never be alone again quando tornerete nel vostro inferno quotidiano, che sia da precariato integrato del divertimento o che sia da infiltrati nell’apocalisse del lavoro tra virgolette vero). In più, mentre raccolgo i frammenti dei giorni passati, mi ritrovo con una sconfortante sensazione di mancanza di sorpresa. Mi sono divertito, ho sentito belle cose che mi mancavano, mi sono persino annoiato. Eppure la sensazione è quella di chi sa troppo di un film prima di vederlo. La colpa, peraltro, è del cartel: poteva benissimo essere quello dell’anno scorso. Pochi atti di sfida ai generi e tanto, troppo, peso del passato sulle spalle. E poco, troppo poco, indie-pop in favore della collaborazione con l’ATP che si traduce nella sequela dell’indie alternativo americano coniugato in tutte le sue salse. Ma forse mi rendo conto che a forza di fagocitare musica durante l’anno diventa difficile scoprire in occasioni come queste e in fondo singoli momenti hanno a volte risollevato un giudizio più di disillusione che negativo.

Arriviamo nel tardo pomeriggio nella nostra dimora a due fermate di metropolitana dal Forum, recuperiamo biglietti e chiavi di casa dal nostro compagno di festival e dopo un salutare doccia+ cambio d’abiti siamo pronti per iniziare la prima delle tante file dei tre giorni. File per tutto: per l’ingresso, per i braccialetti di carta imbagnabile, per l’ingresso con tessera magnetica, per i ticket beveraggi, per i cambi di ticket beveraggi (che solo dopo l’acquisto di trenta euro forfettari, ti rendi conto essere giornalieri), per l’Auditori, per il cibo, per il bere, per il bagno, persino per l’uscita alle sette di mattina. Il bilancio musicale delle prime due ore di fila si traduce nella perdita degli Herman Düne e dei Dirty Three; in compenso veniamo smazzolati per bene durante la fila per i ticket beveraggi dall’ hardcore catalano 3x2 degli Za. Con matematica rassegnazione, subiamo fino all’ora di cena. Abbiamo deciso di far coincidere il momento cena con il momento ‘mostro sacro su palco grande’: Melvins (troppo per me), Fall (ottimi ma da me poco esplorati in passato) e Patti Smith (già vista altrove e troppo in balia della sua mostrosacraggine nel rileggere la mostrosacraggine altrui). Il primo vero concerto è pertanto quello degli Slint (play Spiderland): niente più niente meno che il disco, più esecuzione che esibizione o spettacolo; eppure non si sente la puzza del pedissequo quanto la conferma che la musica quando è costruzione intellettuale necessita un simile approccio anche dal vivo per tirar fuori i significati e non piegarli all’emotività della folla. Il contrario, insomma, di quello che sarebbe capitato di lì a poco sul palco principale.


Smashing Pumpkins. A nulla sono valsi i propositi belligeranti del pomeriggio: “no, vedo solo l’inizio e poi corro da Mike Patton a vedere se canta Ciuri Ciuri con l’austriaco”, “no vado a sentire i Ghost’n’Goblins”, “no, vado in fila da qualche parte giusto perché non ne faccio una da due ore”. Partono i Goblin di Suspiria e poi un pezzo nuovo (United States) con un rullato che ti aspetti che da un secondo all’altro spunti Marylin Manson. Invece esce fuori un pezzo di adolescenza che per bisogno di attenzione riesuma il carrozzone del ricordo, vestito come nei peggiori incubi degli spettacoli serali Rai primi anni Ottanta. I Rockets, dead man singking Elvis, Ratzinger diretto da Deodato: è l’horror del ricordo e non basta urlargli “Paraculo” quando come secondo pezzo partono le prime note di Today, perché intorno qualcuno manda sms ai compagni del liceo, qualcuno si lascia convincere e rimane, qualcuno si commuove per 33. Il retrogusto però è sempre quello dell’uomo prigioniero: Corgan si fa prigioniero inconscio del suo passato per noi (oltre che per convenienza), sistema la chitarra sulle spalle a mo’ di triste e statico viandante e incarna il mito non dell’eterno ritorno, quanto del più sottile e ingannevole eterno tramonto: ormai è un uomo finito, ma non possiamo non assisterlo nel suo/nostro loop di dissolvimento.


Fujiya e Miyagi iniziano prima degli Stripes, ma qui non si hanno dubbi già da maggio dell’anno scorso. Prima fila sotto palco e partono proprio col coretto iterativo dei loro nomi. Suonano ancora più funk che su disco ed è sublime come la loro estetica e sostanza musicale nerd trattengano le briglie della fisicità dei giri di basso. Più o meno a metà urlo “Chissenefrega dei White Stripes” e di rimando dietro di me un altro italiano mi risponde “Concordo”. Il pubblico balla e si esalta fino alla fine e nonostante l’entusiasmo niente bis, causa cambio palco laborioso. L’assenza di bis è stata peraltro una costante di molti concerti, nonostante gli ampi spazi previsti tra le esibizioni soprattutto sui palchi grandi. A questo punto sta per scattare il momento ‘fritto’: più o meno alle due ogni giorno in corrispondenza dell’evento più tamarroide ci siamo riforniti di Churros, ovvero la simpatica trafila di pasta dolce fritta e ricoperta di zucchero che gli antichi dei della legna utilizzavano nel mondo pre-red bull e pre-droche sintetiche. Con le mani tutte unte pertanto ritorniamo in postazione prima che si accenda la croce dei Justice: nulla di nuovo il loro live-set coi pezzi che si infarciscono l’un l’altro, con D.A.N.C.E. e We Are Your Friends che sono la risatina del pazzo alla fine della fiera, con gli alti che friggono i timpani dei tremendamente belli intorno. Anche qui però, nonostante certe sapide pensate come il morphing del campionamento da Yocko Homo dei Devo nelle sirene di Atlantis To Interzone, sbuffo davanti alla perdita di forza del potenziale strumentale che ha avuto certa musica l’anno scorso: l’atto penitenziale del padiglione auricolare si è scoperto, almeno fino a questo momento, fine a se stesso, la salvezza non è qui, la salvezza è altrove. Seguirà il rutilante autoscontro di Girl Talk che si spoglia del suo smoking saltando sugli avambracci piantati davanti al portatile mentre Busta Rhymes si intreccia con gli Snap, mentre Fergie balla coi Pixies, mentre provo la stessa sensazione di fuori tempo massimo e/o di buono per le webzine americane legata al primo ascolto di Night Ripper. Sono le quattro e torniamo a piedi a casa per evitare la fila per la navetta, quella per il taxi e quella per il teletrasporto.


[...continua...]

6 commenti:

ebi ha detto...

"poco, troppo poco, indie-pop" non me l'aspettavo :-)
il racconto è meraviglioso, però mamma mia non riesco proprio a farmi venire la voglia di andare a eventi come questi.
i quieti boschi svedesi mi hanno viziato, e un festival con più di tremila persone per me è già incubo.
ma ti prego, tu continua a raccontare...

maxcar ha detto...

suvvia, il mio concerto più atteso era quello degli Architecture in Helsinki alla faccia di tutti i mostri sacri...

in effetti i concerti acustici a merenda al salottino con venti persone davanti erano un mondo a parte quasi quanto l'Auditori: non nascondo che ho pensato ai concerti a colazione di Emmaboda. Ma prima o poi andrò anche nei boschi, spero

a. ha detto...

così impari ad andare ai concerti dei vecchi. ah e non voglio più sentirti dire quella roba sull'indie pop, lasciala stare quella merda!! torna al sano martellone

maxcar ha detto...

ti posto il mio last.fm, dall'ultimo al primo, della mia prima mattina di ascolti seri al ritorno al lavoro:

Bloc Party – Say It Right (Nelly Furtado Cover)
Nelly Furtado – Say It Right (Extended Main Mix)
Audion – Mund Zu Mund [New Version By Audion]
Roisin Murphy – Overpowered (Kris Menace Remix)
Laurent Garnier – Flashback
Siobhan Donaghy – Don't Give It Up (Carl Craig Dub)
Ricardo Villalobos – 1º encuentro latinoamericano de la soledad
Black Strobe – I'm A Man (Audion's Donation RMX)
The Smashing Pumpkins – Thirty-Three (live)
Spiritualized – Ladies and Gentlemen We Are Floating In Space (Elvis mix)

l'equivalente di essere tornato al nido

a. ha detto...

meno male, ho temuto il peggio.

magomarcelo ha detto...

grande max, anche se stavolta la penna non è oliata come al solito, sono riuscito a capire tutto quello che hai scritto senza neanche un momento di dubbio, un riferimento perso per strada, un modo di dire mai letto prima ;)