7.6.07

Life can't get stranger than this

Polpi al sugo con pimento. Una grigliata mista di cannolicchi, seppie, tranci di tonno, tranci di spada, mezze orate e gamberoni. Verdure grigliate a contorno e vino bianco fresco. Una crema catalana buona come nemmeno nei sogni. Veniva davvero voglia di porre il sigillo sulla giornata in quel momento, al Bar Central, sulla perfezione dello sgabello rotante in fondo al mercato della Rambla. Il bello rispetto ai festival dove si campeggia è questo, che il giorno dopo si riesce a gustarsi i piaceri della vita invece di annaspare nell’afa o galleggiare nel fango. Si trova persino il tempo per girare per negozietti di dischi quasi tutti uguali (eccezion fatta per il fichissimo CD Drome e per quello appena precedente con una gustosa e fornita sezione dance), a patto di saltare l’incipit delicato dei Mus.

La nostra giornata al festival inizia poco più tardi dalle parti dello stand di Myspace dove sono previste per i prossimi due giorni esibizioni acustiche di alcuni degli artisti presenti sul posto. In particolare siamo lì per la Merenda Warp, ovvero Grizzly Bear e Maximo Park più pasticcini e pizzette. I Grizzly Bear sono ancora più tenui e delicati del solito e per quanto non mi riesca quasi mai di arrivare alla fine di una loro canzone, eseguono Plans che è la mia loro preferita e non sbuffo neanche. It’s a long way to South America.


Di seguito Maximo Park in formazione cantante più chitarra: Paul Smith mi sta simpatico, non ci posso fare niente. Non mi strappo le vesti per la loro musica, per le loro canzoni, per i loro live, eppure su tutto svetta questo buon uomo che seppellisce il concetto di cantante stronzetto di gruppo brit con la bonarietà del suo sorriso e del suo modo di fare. Le tre canzoni scorrono via che è un piacere ed è un peccato che i nomi dei prossimi giorni non siano particolarmente interessanti vista la situazione così riuscita. Più tardi non oso pensare cosa possano fare di acustico i Bonde Do Role.



Al palco principale i Rakes si esibiscono nel numero del clone puzzone malriuscito dei Franz Ferdinand. Al Rockdelux guardiamo tranquilli sulla gradinata l’ennesimo nostro concerto dei Blonde Redhead, altezzosi come al solito nonostante le sbatacchiate di vento che i secchi prendono sui reni. Il maestoso Mark E. Smith sonorizza la cena, dove poniamo fine al dilemma che ci attanagliava fino a questo momento: le trombette hip di Beirut o il gospel spaziale degli Spiritualized in versione acustica + quartetto d’archi + coro. Scegliamo la salvezza, scegliamo Lui. La fila per entrare all’Auditori è interminabile, si contorce, comincia quasi dall’uscita della zona festival. Riusciamo a entrare ed è tutto un rapimento per me. L’Auditori è una cavità uterina blu tappezzata di un silenzio sacrale e Jason Pierce toglie l’ed agli Spiritualized e i suoi inni di chiesa spazio-elettrici si spogliano fino a diventare il canto ipnotico e sognante di un uomo ferito, con troppe medicine e troppo amore nel passato e con quel sogno infantile di campi di cotone idrofilo su Saturno. Ladies And Gentlemen We’re Floating In Space si innesta sul precedente pezzo. Il pubblico applaude quando parte, io oscillo tra brividi e groppi in gola, Elvis galleggia come un dio dell’antidolorifico, l’amore è la medicina e la medicina è l’amore, il coro gospel rianima Elvis, dieci anni scorrono in due minuti. Liberazione e schiavitù coincidono. Da quando sono tornato non faccio che riascoltarla. Poi chiudono con Oh Happy Day ed è Natale il primo giugno, nevica e scambio regali coi vicini di poltrona. Life can’t get stranger than this.


Mezzora di Maximo Park e poi corriamo verso i Modest Mouse. Siamo tutti lì a quanto pare e noi siamo in fondo, così in fondo che Johnny Marr è un omino piccolo (io che mi aspettavo che fosse un gigante o che mostrasse in qualche modo fisico il suo essere sovrannaturale) e non vedo l’occhio nero di Isack Brock. In compenso lì dietro ci sono i ciarlieri scazzati che non applaudono nemmeno Float On. I topi non sono certo il gruppo della mia vita ma tengono ottimamente la scena ancorché siano immobili e non cerchino lo spettacolo in nessun modo. Abbiamo l’ennesima conferma che quest’anno la cassa dritta infesta diversi pezzi indie e sarà un messaggio subliminale, ma per questo si fa un salto al Vice tra i topi e i Low per l’inizio del dj set di Reinhard Voigt: il braccio destro di Michael Mayer ha un fastidioso fare da aizzatore di folle techno, di quelli che tolgono la cassa per chiamare i fischi e rimetterla dopo durissima per scatenare la folla di impasticcati. Ogni girata di manopola è risolta con ampi gesti plateali. Due pezzi non bastano per farsi un’opinione, anche perché corriamo di nuovo verso l’ATP per l’inizio dei Low. Intanto l’area elettronica è stata separata da quella dei concerti e loschi figuri cominciano a popolarla variegando l’impatto visivo finora rigorosamente indie. Sull’altro palco elettronico l’inglese DJ Yoda si esibisce appiccicando ritornelli di tutto uno sull’altro: Bon Jovi, hip hop, house, Fred Buongusto, le canzoni dei cartoni animati, Raffaella Carrà, Gino Bramieri e l’orchestra dei pompieri di Viggiù. Per venti secondi a testa.

Vediamo i Low dall’alto della piccionaia. Come ebbi a dire l’altra volta per gli Yo La Tengo, soffrono dell’ora, del posto e del pubblico. Seduti, l’audio ci arriva come da sottacqua. Passo in rassegna, canzone per canzone, quello che avrei provato in altra condizione. Ascoltiamo religiosamente Amazing Grace e scappiamo prima della fine verso il momento fritto di oggi. Mastichiamo ancora i churros quando sul palco escono ricoperti di carta igienica i Bonde Do Role ancora una volta sui Goblin. Immaginate tre adolescenti brasiliani, uno con la faccia di quelli bravi a scuola col sette in condotta, l’altro *uguale* ad Andy Milonakis e infine l’ultima una gnappetta colla maglia di topolino iperbolicamente sconcia. Tali adolescenti urlano e mimano porcate su campionamenti di Metallica e ACDC, su Final Countdown e su Robot Rock passando per Grease. Frittissimi. Sul palco li raggiunge un tizio con coppola bordeaux e maglia rosa dei !!! che ingannevolmente scambio per Diplo, ma il vero delirio è alla fine quando il palco si riempie di sconosciuti tra cui persino il cantante nasone dei Grizzly Bear. Un raro momento di festoso ‘un giorno vi pentirete di tutto ciò’.


Intanto un giovane allo sportello informazioni diffonde notizie sbagliate dicendo che di lì a qualche minuto avrebbero suonato i Battles al posto degli Hot Chip che, a loro volta, avrebbero preso il posto dei cancellati Klaxons l’indomani. Al Rockdelux invece suonano regolarmente gli Hot Chip, ancora più scazzati e mosci che a Milano. Una pena. Tanto che preferisco andare a fare la fila da qualche parte per qualcosa da bere. Mentre molti si fermano qui e si dirigono verso le case passando per una gustosa fila per la metropolitana, io resto anche per Diplo. Diplo ha un’asta con un microfono a lato e ogni tanto abbassa il volume e parla alla folla con degli smozzichi incomprensibili e con un fare da figosissimo dj anni settanta. Barslna. Siete bellissimi. Yo. Diplo parte con dell’elettronica tesa, punteggiata ogni tanto da inserti vocali baile. Verso le sei meno un quarto i Booka Shade con sopra un cantato brasiliano segnano il passaggio verso la chiusura cazzona: ancora rap brasileiro sugli Smashing Pumpkins, edit fatti in casa dei Daft Punk e di DJ Shadow, fino all’apoteosi di una Young Folks alle sei e mezza a sole già sorto, con le ragazze sulle spalle dei ragazzi e il crowdsurfing di alcuni temerari (ho registrato anche un video, magari prima o poi lo metto su youtube). E subito dopo le trombe di Jump Around degli House of Pain, i telefonati Technotronic, i Cure di Lovecats e via di festa. La stessa musica che mettono i dj merdoni alle serate pseudo-rock, eppure sembrava miscelare vinili rarissimi con fare da grande. Alle sette meno un quarto chiude con un pezzo soft rock che non riconosco, la folla chiama a gran voce un ulteriore ultimo pezzo, ma gli staccano la corrente e l’amplificazione del microfono e nonostante continui a fare il gesto dell’uno solo con l’indice al tizio del mixer, non gli resta che fare spallucce e rimettere il disco in tasca con la faccia triste di un bambino che non capisce perché non può stare sveglio altri cinque minuti, quando è sicuro che tra cinque minuti andrà a dormire.


[...continua...]

2 commenti:

Giorgio Valletta ha detto...

Bonde Do Role rulez!!!

maxcar ha detto...

Sabato scorso il centro di Torino era invaso da bruttissimi adolescenti che sguazzavano nelle fontane, fendevano gli zampilli e si svuotavano addosso bottiglie d'acqua in un trionfo di libido ultrasonica che infastidiva i trentenni al sicuro tra gli scaffali di Muji. Se solo fossero stati un po' più leopardati, sarebbero stati il visual ideale per i Bonde Do Role. La cosa curiosa è però che al momento credo che in Italia i Bonde Do Role siano ascoltati quasi esclusivamente da trentenni. Il trentasette per cento dei quali ha comprato una camicia da nerd da Muji sabato scorso

(benvenuto giorgio!)