29.11.04

When you got to St Petersburg


Arrivo a San Pietroburgo (dorainpoi SP, chevvuoldì) sulle onde della più bieca demenzialità, cantando in mente la canzone di San Francisco sostituendo al momento opportuno SP e chiedendomi se a San Pietroburgo c’è il Papaburgo. Devono essere gli effetti della carne cruda dell’Alitalia + visione di Starsky e Hutch sulla nuca del passeggero innanzi a me. Saltando qualche scena di quelle troppo viste nei film (per esempio il nostro eroe che supera i controlli dei minacciosi militari all’atterraggio), mi accorgo per la prima volta di essere arrivato in Russia quando chi mi accompagna spegne più volte la macchina durante le pause dovute al traffico.
Il palazzo dove abito ha delle scale che sembrano prese in prestito dal Bronx, ma l’accogliente bilocale mi riserva una vera camera russa con tanto di icone della Madonna di Kazan a lato del letto e una spacchiosa sega elettrica nell’armadio. Il padrone di casa continua a parlarci in russo anche se io e il mio collega non capiamo una cippa. Il mio collega in realtà sa qualcosa di russo (è qui da quasi un anno) ma il tizio forse ricorre a un complicato dialetto sanpietroburghese letto al contrario. Il mio collega è un fisico macrobiotico maniaco delle spugnette, non assume latte e derivati, spezie piccanti, carne di maiale e di vitello, bibite gasate, cocaina, zucchero, cioccolata (ma a volte sì), caffè, alcool e se ne sta lì nel suo angolino, placido e ingobbito sulla sua tisana. Dopo circa dieci secondi ho idea che a meno di avventurarmi da solo in giro per la città, non uscirò mai di sera.
Noi comunque siamo sulla Vassilievsky Ostrov fino a venerdì pomeriggio e io ho persino un posto letto vacante in camera. Per cui se volete passare a trovarmi (soprattutto se sapete mettere in moto la sega elettrica per fare a pezzi il collega), potrete riconoscere casa nostra dalla scia di Rosa Canina messa a guardia del portone.


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