23.10.09

Places

"Devi fare la guerra dei bottoni" [Futuro - Orietta Berti]

Ore ventuno e ventinove (ci tengono). I cancelli sono chiusi e noi entriamo per primi perché non ho idea se per i Fuck Buttons allo Spazio 211 ci sarà il pienone (no prevendità, io vivo fuori dal mondo e confondevo la gente fuori dal Covo per gli XX con la gente fuori dal Locomotiv per gli FB). Invece c’è solo un tipo e due tossici che chiedono quale sia il numero civico in cui si trovano.

Prendo una rossa Moretti e chiacchiero. Sono stato altre due volte qui e in teoria so dove sta il palchetto dei dj ma lo dimentico. Così quando ci chiediamo dove sta il palchetto del dj mentre inizia il preserata (dopo aver commentato il look tokyohotellico degli Horrors, la studiata mancanza delle All Star nel poster dei Perturbazione e il foglio stampato con la stampante del live di Buzz Aldrin più djset di These New Puritans ed Ipso Facto) alziamo gli occhi e ci accorgiamo di avercelo sopra la testa. Vaghe Stelle, a differenza del preserata di Shackleton, opta per una via trasognata tribal drogapulco (noi italiani dovremmo pure inventare nostri termini per il pop hypnagogico).



Per gli australiani trapiantati in Europa HTRK non ci schiodiamo. Con tutta la pubblicità negativa che li precede è assai se degnamo i primi due pezzi di ascolto non distratto. Cold post punk noioso con tipa sfattona che pesta sul tamburo dei Fuck Buttons. Sfugge il senso e butto per terra in segno di protesta la seconda rossa Moretti. Accorre subito dopo qualcuno a pulire il pavimento, tipo quando sminchi un nigiri sul tavolo al giapponese. Alla fine dell’ultimo pezzo ci spostiamo in prima fila davanti al palco (non pienone ma abbastanza affollato).



Il posto in cui stare è di cruciale importanza. Centro in modo da raccogliere tutta la potenza sonora (concetto brevettato con i Mogwai al Rainbow nel 2004) o prima fila per vedere i bottoni che premono e preservarsi minimamente dall’assalto. Prima fila fu. Prima fila di quelle che ti toccano i commenti dell’hipster insopportabile prima che inizino (“Meno cassa, più drono”. Cazzo, vai a raccogliere pomodori invece di esprimerti in questo modo). Tra i tanti oggetti vedo che tra le pianole ne hanno una come la mia. I Fuck Buttons evitano accuratamente di sembrare un gruppo elettronico che usa il software dal vivo e allora si moltiplicano le minipianole e i bottoni (e scherzano, premono il bottone del sample vocale di Surf Solar mentre va ancora l’intermezzoset). Poi Surf Solar parte per davvero e non riesci a non pensare che inizino da zero con una botta simile senza costruirla con una roba intermedia. Siamo qui e ora. Il live ha il sapore di un treno inesorabile screziato solo in due punti dalle urla nel microfono Fisher Price di Colours Move e Bright Tomorrow (c’aveva la cassa anch’essa, tipo del drono, neh). Il resto è Tarot Sport e la sua discoteca per chi non va in discoteca, con i giri melodici che vedi in tutto il loro essere elementare su meno di un’ottava (quattro tasti che puoi fare sulla pianolina a batteria che ti regalavano per natale a otto anni), l’accumulazione continua delle erre e i crescendo di tutto stratificato e organizzato. Le prime file ballano, non so dietro. Dal vivo il tutto è meno organizzato (bene, suona vero, fichissimo quando Flight Of The Feathered Serpent parte con i suoni tutti sfasati rispetto alla versione originale), epperò sembra finire troppo presto, quei due-tre minuti in meno di quanto ti eri abituato. Un po’ come la fine, quando ti aspetti l’ovvio bis di Sweet Love e invece il pubblico torinese non riesce a tirarli fuori (i !!! senza Giuliani li ho elaborati data la loro serataccia, questo meno).

Non c’è niente da fare, non sono più abituato alla durata dei concerti, ma questo è un problema di tempo e non di luoghi.





Bright Tomorrow - Fuck Buttons

18.10.09

Un weekend produttivo

Venerdì non sono andato a sentire i Drones, i Minus (Habens), quel sant'uomo di Zip tramabambam (ok Shackleton, ma che oompa-loompata spencer funk explosion che è 10th December di San Proper) o i 99 Posse. Sabato non sono andato a sentire Alan McGee (di supporto ai My Awesome Mixtape), il clubbing per audiosvantaggiati Deaf Rave, la serata inaugurale di Neon Invasion o il World Sound Power Dub Soundsystem. Domenica non sono andato a sentire Dam Funk. Ma. Ho mangiato i tramezzini all'aragosta di Mulassano e ho trovato questa figata totale che da oggi è il mio avatar su Last.fm.



Il trailer
Il sempreverde Batman contro lo squalo

11.10.09

Al buio

Come l’anno scorso Xplosiva ha organizzato EVA (ElectroVideoAmbiente) all’interno della Settimana di Uniamo Le Energie e così mi sono beccato aggratis il sontuoso live di Shackleton, in modo da poter testare sul campo la bomba Three Eps in uscita su Perlon. Fortunatamente lo spazio accademico da lezione universitaria della Fondazione Sandretto è stato abbandonato in favore del Sustainable Dance Club di Torino Esposizioni, una riproduzione del dancefloor del Club Watt di Rotterdam che sfrutta l’energia cinetica di chi balla per generare effetti di illuminazione tramite led (ricordo ancora quando i giornali italiani spararono la cosa come se il movimento dei piedi alimentasse l’impianto audio, le luci e quando il dj toglieva la cassa l’energia veniva venduta all’Enel). Per quanto mi riguarda però il vero aspetto di sostenibilità è stato che Shackleton per l’una ha terminato l’ora e mezza di live.



Fedele alla mia abitudine di entrare nei posti nel primo minuto di apertura, osservo come al solito le sempre diverse modalità di arrivo e riempimento di un luogo forse troppo ampio e con una luce bassa, blu-verde livida e strana. Il dj che cura l’apertura sciorina per una buona mezzora un misto pop funkettone spezzato, tra cui per esempio riconosco Young Heartache di Bullion. Poi via via che le persone arrivano opta per della techno a bassissima battuta, tra cui per esempio riconosco Goblin Think dei Margot. Shackleton attacca laptop e controller e comincia con una jam di percussioni senza bassi. Non avevo idea che potesse indossare degli occhialini da vista, dei colori sulla t-shirt e che potesse saltellare così tanto davanti alle manopole – sì, mi aspettavo una specie di ninja imperturbabile bianco e nero. Il primo pezzo realmente ballabile è la nuova (No More) Negative Thoughts che sfocia in Death Is Not Final. I bassi sono controllatissimi, delle bordate solitarie e dei giri assassini lontanissimi da certi wahwahwah cafoni che tanto animano certo dubstep. Se Shackleton già in passato era stato uno dei tanti battitori liberi che animano la parte più interessante del genere, oggi sembra spingere oltre la sua produzione, tra tentazioni techno che ogni tanto nel live sono affiorate e divagazioni ambientali che sempre nel live sono state più al servizio della maniacalità percussiva.



Se un unico appunto voglio proprio fare è quello che, mentre saltuariamente Shackleton ridacchia perché intreccia due linee di cassa in modo insieme dritto e sbilenco, il suo set parla solo il linguaggio della paranoia e dell’apocalisse. Gli inserti medio-orientali, asiatici, africani (ma si potrebbe continuare con maori, eschimesi e valguarnera-caropepesi) hanno perso tutti i colori e la vita che spesso come un brutto souvenir l’esotismo a basso costo riesce comunque ad afferrare e non resta che il borbottare dei quartieri ghetto visto con sconcerto, paura e rifiuto dal resto della città indigena e insicura. Anche se il borbottio non era altro che “oggi ho avuto una giornata pesante, ti amo, che facciamo stasera”. Così i momenti più belli sono quelli in cui l’apocalisse diventa letteralmente rivelazione e il velo vieno squarciato e ci si mette alle spalle la paura precedente. Come in Naked che è una specie di film nouvelle vague strizzacuore sulla Banlieu (di più cosa si può fare, la nouvelle vague coi nazisti?). O come quando la tribalità dei canti e delle percussioni si inietta nelle nostre giornate automatiche e sempre troppo cinetiche anche se siamo fermi col culo sulla scrivania e la faccia incollata su uno schermo (i pezzi su Hotflush come New Dawn e i suoi urletti o la tabla-defibrillazione di Mountain Of Ashes). Mezzanine dei Massive Attack era un punto di partenza verso il buio, qui ci stiamo dentro appieno ed è solo questione di prendere le misure di quello che non riusciamo a vedere. Poi però il live finisce e il modo sbalordito con cui Shackleton sorride e stringe mani riporta queste pippe alla genialità umile e intuitiva che amo nella musica elettronica perché riesce a dire tanto sul mondo in cui viviamo senza sembrare una coglionata da sociologi per quotidiani.


Naked - Shackleton
Mountain Of Ashes - Shackleton

30.9.09

La pioggia viola

(Anche se qui c'è ancora il sole). Esercizio di stile. Doveva essere una specie di tentativo di mettere in fila due o tre cose fighe con un mixato tachicardioinico da un pezzo ogni dieci secondi e poi sono finito sempre sulla techno piagnona, sui lungoni dilatati e sulle versioni private delle cose che più canticchio (Two Dots per capirci). Dopo è pura caciara, come il mio pezzo del momento, ovvero Raindrops: sorrisoni, l’aereo a metà che parte e arriva, even though you’re million miles away.

Rain Drops (mix) - maxcar - [mirror]


Sketch On Glass - Mount Kimbie [HotFlush Recordings]
Wad - Pearson Sound [Hessle Audio]
Sparing The Horse - James Blake [Hemlock Recordings]
Wet Look - Joy Orbison [HotFlush Recordings]
When The Sun Goes Down (Ain’t No Sunshine UR Mix) - Anthony Rother [Datapunk]
Goodly Sin (Robert Hood Remix) - Ben Klock feat. Elif Biçer [Ostgut Tonträger]
For The Lost - The Mole [Internasjonal]
Two Dots [maxcar Dots For The Lost mashup] - Lusine [Ghostly International]
Acid Bells (Martyn’s Bittersweet Mix) - Efdemin [Curle Recordings]
Burning Up - Skream [Digital Soundboy]
Seven (Martyn’s Seventh Remix) - Fever Ray [Rabid Records]
Raindrops - Basement Jaxx [XL Recordings]


Rain Drops (mix) - maxcar - [mirror]

29.9.09

Klosing walls and ticking Klocks (25 hours party listening people)

Ma non ti annoi? Ma che cazzo fai quando vai?* A che pensi per tutte quelle ore?** Se è difficile provare a rispondere alle loro domande con “ascolto cosa/come suona il dj, guardo come reagiscono le persone, ballo sul posto***”, immaginate la mia situazione: è più inspiegabile attendere un dj che si presenta solo alle cinque e sentirlo fino alla fine (lo stesso orario in cui mi sono svegliato) o recriminare sul fatto che abbia suonato solo due ore invece delle cinque preventivate (e che anche il suo compare ci aveva regalato qualche tempo fa)? Per farla breve, venerdì scorso doveva suonare a Torino Ben Klock ma per un allarme attentato all’aeroporto di Berlino il suo aereo è atterrato a Malpensa alle 3 invece che alle 22. La piazza è stata tenuta egregiamente dai residenti anche se non facevano per me (ho alzato le antenne solo per uno dei primi pezzi del secondo tipo (Claude?), una roba strana con battuta lenta, e per The Pulse di Efdemin su cui mi sono alzato dal divano. Ben Klock ha comunque onorato fino a quando ha potuto la pista e il locale (le 7, Turin is not Berlin), anche se io ero troppo stanco per apprezzare il tiro dritto e rigoroso e dopo una ventina di minuti ho optato per il divanetto, risvegliato dopo una mezz’ora dal remixo dettmanico dei Junior Boys curiosamente seguito anche questa volta da Subzero. Più in generale per il poco sentito Klock mi è sembrato più squadrato e meno incline all’idea ritmica di Dettmann, ma potrebbe essere solo questione di compressione. I ragazzi di Savana Potente hanno promesso che Klock tornerà prossimamente con un evento gratuito. Poi c’era un afterhour al Dottor Sax, ma per andare avrei dovuto prendere delle sostanze, tipo il sonno pomeridiano.


Subzero - Ben Klock


* un collega che si è svegliato alle sette come me, ma che andrà a letto nove ore prima
** una persona molto vicina all’estetica
*** agito i piedi sul posto, ondeggio la testa sul posto, ogni tanto elargisco segni di approvazione o avversione con le mani. Sempre sul posto

14.9.09

Natale con i Collective, Compleanno con i Buttons


Olympians - Fuck Buttons



(Odierete che sono scomparse le tribalità e le complicazioni e ora per gran parte suonano come degli M83 via Mogwai dopati da Weatherall, che Surf Solar per quanto maestosa rispetto all'edit aggiunge un minuto iniziale introduttivo e due minuti finali che era meglio il troncamento abrupto, che Lisbon Manu è la terza volta che si ricicla un'idea etcetera. Ma finisco i kleenex e aspetto il concerto sperando che annientino timpani e torace)

12.9.09

Il castoro del Canadà

Da qualche giorno mi ronzava in testa questa canzone che mi faceva pensare ai Boards Of Canada, anche se non c'entrava niente coi Boards Of Canada. Due quarti di intro assoluti, con contrappunti a somma di seguito, campane, filtri, archi etnici, u-uh neri, incisi di suspense e rumori di fondo su beat meccanici. Così facile e pop, quasi infantile, da non farti sentire a tuo agio. Ho setacciato la discografia dei Boards Of Canada e poi mi sono accorto che era Chicco e Spillo di Samuele Bersani. Poco fa ho messo insieme qualche pezzetto benedetto (niente di estraneo all'originale), ho mappato qualche effetto banaletto alle manopole (che i due santi fratelli mi perdonino) e ho improvvisato un edit per spiegarmi meglio. Poi ho coperto le tettine all'immagine della copertina, ché insomma va bene gli anni Novanta, il monosopracciglio e quei maglioni, ma a tutto c'è un limite. Ciao.


31.7.09

La Canzone Del Parco

Ondata di caldo, heatwave. Per gli inglesi i trenta gradi umidi sono una specie di evento mai visto. Ovunque i ventilatori dicono che non potrà succedere ancora. Ventilatori sui saldi. Ventilatori nei pub dove la gente, quando non trepida per le semifinali di Wimbledon, preferisce la zona antistante, sempre più un pollaio da batteria circondato da cordoni e ripreso da telecamere a circuito chiuso dove puoi portare solo bicchieri di plastica, starnazzare e fare l’uovo. Ventilatori blu nelle stazioni della metro, enormi e circondati da grate (anti-furto o anti-infortunio): sono un’attrazione davanti alla quale fotografarsi, per ricordarsi in qualche modo di questo avvenimento. Il sindaco avvisa la popolazione con manifesti ovunque (“bevete tanta acqua”), mentre sugli autobus e sulla metro continua a funzionare il riscaldamento. Un gruppo di ragazze in bikini al parco tira indietro le pance in sincrono davanti al fotografo che le ritrae per il free-press della sera. Il sole scende e ad Hyde Park, fuori dal recinto, in migliaia ascoltano il primo dei due concerti dei Blur a Londra.


Photo by p-m


Il giovedì doveva essere una toccata e fuga di puro stampo logistico. Conviene più l’arrivo da Hyde Park Corner o da Marble Arch, ci saranno più ingressi, saranno puntuali? Da Hyde Park Corner non si sente niente, a parte il vociare dei bagarini. Via via che circumnavighiamo l’area si comincia a distinguere l’audio gentile del ritornello di Badhead che si chiude. Alcuni ragazzi scavalcano i tre-quattro metri di recinto verde scuro e non capisci se abbiano scarpe artigliate. Domani arriviamo da Marble Arch. Il giro di chitarra di Beetlebum è perfetto per la crescita dei watt percepiti e siamo davanti. In migliaia fuori dal concerto. Una coppia studia, circoli da quattro cinque bevono, il caldo ha bruciato l’erba e il giornale sotto il culo non serve, freak spiritati, i grupponi di ragazze e ragazze neri sono coloratissimi e si lanciano occhiate fumiganti e poco si curano della musica mentre tornano a casa con le buste piene dei saldi, i grandi comodi della sdraio, una bruttina balla da sola, se vai indietro riesci a vedere i maxischermi, l’ultimo pezzo mentre entri alla metro perché sai quale sarà. (a rileggersi con uno stacco di qualche settimana prima di postare eviti certe anafore che sembri Ligabue)



Di notte un temporale scaccia il caldo. Alle tre suona l’allarme anti-incendio del nostro albergo. Suonerà altre quattro-cinque volte nei giorni successivi, ma è sempre per finta e dopo quella nel sonno della notte e quella della pennica-da-mezzora pre-concerto non ci faremo più caso e non usciremo più in ciabatte su Argyle (sipronunciargoil) Square. Il tempo variabile della mattina torna sole potente per il nostro ingresso al parco. Tragitto dalla metro + fila che più rapida non si può all’ingresso + gran puntualità = niente Deerhoof e niente streaker (genio). Peccato ma non penso proprio che siano adatti a una spianata con tanto pubblico davanti. La birra quasi calda è in bottiglie di plastica che presto diventeranno protagoniste.


Photo by p-m


Mentre Florence And The Machine vestita con un copridivano ocra porta avanti la sua mezzora senza rompere troppo, esploriamo il circondario dove il premio “Esercizio più innovativo dell’area concerto” va a un miniBoots che troverebbe la sua collocazione perfetta per il Sonar o nei prossimi giorni per il Traffic (Primal Scream, Underworld e un cocktail di sciroppo per la tosse, sidro di pera e pasticche anti-acido). Solo secondo lo stand di un noto rhum dal quale si muovono individui con brocche marroni di dubbia provenienza (alcuni dicono english breakfast deteinato con ghiaccio). Il sole non sembra frenare insomma quelle vecchie spugne degli inglesi, tanto che con l’afro-funk di Amadou e Mariam si intravedono i primi balli - atmosfera fichissima, viva il Mali, ma non fanno Sabali che è un pezzone e dal vivo me l’aspettavo col cassone alla Radioclit e ogni intro sembra la nemesi per gli inglesi dei loro gruppi che qui cercano di parlare in italiano, ar iu fil gud, ar iu fil orait.



La versione sbiancata e hipsterica a seguire dei Vampire Weekend produce un nuovo fenomeno, appartenente al ceppo del pre-Vascorum publicum: dove il pubblico di Vasco tirerebbe le bottiglie contro chiunque si presenti sul palco prima di Vasco, compreso Vasco stesso travestito da Thom Yorke che suona comunque i suoi pezzi, questo pubblico invece lancia le bottiglie di birra di plastica che ha a disposizione contro se stesso, sublimando l’indifferenza verso chi sta sul palco in un gesto di autolesionismo controllato. A parte gli scherzi, i Vampiri fanno anche ballare e come gli altri prima non rompono più di tanto, semmai manca loro un po’ di furore, qualcosa che non faccia sembrare il tutto un compitino inerte, insomma il funk o il groove o il sesso o come lo volete chiamare. Quando terminano scegliamo una posizione che a leggere certi recosonti successivi si rivelerà saggia: non nella bolgia ma a centro-sinistra, lontani abbastanza da sentire bene, vedere qualcosa muoversi sul palco ed evitare i pugni in testa grandi protagonisti delle prime file.


Photo by Waldopepper




Il primo concerto messo in vendita (si vive di simboli e chi lo sapeva sette mesi dopo cosa sarebbe successo). L’ingresso è sul valzerino di Debt Collector, cripto ironie per soli fan. La partenza è inizio degli inizi (She’s So High) più inizio di Parklife coi ragazzi e le ragazze verso la Grecia. La chiamata e risposta col pubblico di Tracy Jacks è seguita da There’s No Other Way che come la precedente S’sshigh fa purtroppo a meno del fumo passivo degli acidi in favore di un abito diritto e asciutto . Su Jubilee Albarn si sbatte a destra e a manca, anche se poi confesserà di temere il contraccolpo fisico della doppia data – c’ho n’età. Badhead ha un mood perfetto per il sole che piano piano si rilassa tra le trombette, tanto che Albarn si lancia in un “chilavrebbedetto davanti a ‘sto tramonto e il parco e Crystal Palace e il milleottocento” davvero da sceneggiata.




La coda di Beetlebum, con le bordate di Coxon, segna in qualche modo la fine di una prima sezione e il passaggio alla sezione meno brit e più matura. Out Of Time è perfetta nel suo essere dolente e minore e riesce nel mettere d’accordo contro di me i distratti super-fan-ommioddio-think-thank-no e i distratti conosco-solo-i-successoni-che-passava-mtv. Trimm Trabb nel transitare tra l’inizio acustico e il rumore che la ingoia nella seconda parte ha un Albarn cupo e purtroppo sembra più moscia rispetto alla data del giorno prima fino a quando esplode e rade al suolo. Il finale di Coffee & Tv, invece, dopo tanta minaccia deraglia in un contenimento tale da stupire il pubblico. La sezione è chiusa da una Tender in cui ho la triste visione di avere anch’io il mio megaevento da anziano col pubblico che canta prima del cantante, con il gruppo che la tira per le lunghe in maniera esasperante e, oh my babe, mancano solo gli accendini. Però come on come on come on, get through it, love’s the greatest thing that we have.




Country House e il suo intermezzo tutto in mano al pubblico ha però un finale infetto da Coxon che risolleva dall’ovvio piacere. Seguono la pazzia megafonica di Oily World (ogni sera la stessa pantomima ma non si stuferà della sirena rotante? No, per il momento direi di no), il saliscendi ferma riparti di Chemical World e l’ondeggiatesta nanana di Sunday Sunday con intermezzo sempre più veloce fino a spetasciarsi su una padella come un uovo fritto. Poi arriva Phil Daniels e viene giù tutto e penso che essere Phil Daniels mentre urla Parklife davanti a sessantamila persone deve essere una figata degna di essere invidiata. Via verso la prima fine.


Parklife (Live In Hyde Park 03/07/2009) - Blur and Phil Daniels


- “And the mind gets dirty as you get closer to thirty”
- Ormai…

Forse credo in maniera un po’ forzata che questo concerto rappresenti un passo importante verso la mia rimozione totale di ogni forma di giovanilismo tardivo (essendo stato peraltro sempre poco giovane, da giovane), ma End Of The Century e le sue formiche mi fanno quest’effetto, anche se forse parla più di conformismo e labbra secche. To The End e il suo “sembra” mi commuovono e di più non dirò perché non voglio scadere nel personale. Albarn indica la luna e This Is A Low, fintofinalestorico che non fa male, ha quell’amaro che accetti perché verrà riscattato da corposi bis.

Il primo trancio di bis è a forma di martello. Popscene e Advert pestano duro e l’intro di Song 2 in crescendo ritmico tra le urla porta a un minuto e mezzo con la chitarra che suona come se l’amplificatore fosse rotto o come la somma di tutte le discoteche rock scrause che per te sono il male.



Altra pausa e nel secondo trancio l’incedere funebre di Death Of A Party con la sua amarezza è l’ennesimo dei finali impossibili, così come For Tomorrow che è volemosebene, ma in qualche modo minore rispetto al più ovvio dei finali. The Universal e il suo genio. Rivoltato come un calzino, non mi resta che lasciar scorrere via i giorni e camminare fino alla fermata di Green Park.


The Universal (Live In Hyde Park 03/07/2009) - Blur


Camminando pensavo ad alcune delle mancanze nella scaletta a me care e alla fine più o meno tutte rientravano nel genere ballata minore amorosa. Good Song, On The Way To The Club, No Distance Left To Run, Strange News From Another Star, Yuko And Hiro e soprattutto Sing (una scaletta da piagnone, ahah). Sing è strana perché è la foto del Big Bang da cui sarebbero venuti fuori sette album e nonsoquante canzoni: una somma di frammenti minimali da canzoni che saranno tra loro diversissime nei dodici anni successivi. Tutto era già lì, i giri di chitarra, i cori e il parlato, i bassi, le distorsioni, il piano, gli effetti, in una tormentata dichiarazione preventiva di insensatezza e bellezza. Come un’eco al contrario. Mentre tornavamo in albergo canticchiavo tra me e me Sing.

Sing - Blur


Bonus Track
La sera dopo mentre mangiavamo curry giapponese a Soho, le coppie reduci dal gay pride amoreggiavano a fianco alle nostre zuppe di miso. La scelta era davvero ardua: Sascha Funke ed Efdemin al Fabric (ok con Radio Slave, ma tanto non lo avremmo degnato di nota) o Juan MacLean e Kim Ann Foxman di Hercules And Love Affair? La warpata con Plaid, Luke Vibert, Tim Exile e Clark o Lee Jones dei MyMy? Siouxie Sioux che mette i dischi per il Pride al matter o una data del quale scopriamo a posteriori l’esistenza di Theo Parrish? Insomma, non potrei vivere a Londra. Abbiamo comunque optato per un party dei Disco Bloodbath in un posto segreto con Pilooski ospite (bugia, ho scelto contro un’opposizione che optava per la DFA). Secret location party è il nome altisonante per “serata in palazzo abbandonato di Shoreditch”. La selezione di un presunto DB è stata variegata (discomusic oscura, electro, pezzi di Chicago, brandelli di acid-house), ma vittima di un tenore cocainico che ultimamente ravviso spesso nei djset diciamo hipster per capirci e che mi agita e mi infastidisce. Di seguito almeno fino alle tre e mezza Pilooski si muoveva sulla falsariga precedente, forse appena più dilatato e tendente all’acidhouse, mentre lo zoo misto di modelli alla Brüno, commesse di Floral Street, giapponesi solitari con lo zaino rivolti contro uno degli altoparlanti, ammiragli di vascello (giuro) oscillavano tra il ballo sovraeccitato e la chiacchiera annoiata. Un po’ annoiati anche noi abbiamo detto basta prima del primo edit e siamo andati a esercitare la pronuncia di Argyle col primo tassista disponibile.

23.7.09

Professione Vacanze

Bentornati al magico mondo della crisi’n’musica! Se avete passato un Natale di apprensione al suono di Cassa Disintegrata e avete tagliato il vostro monte ferie con Settimo Cielo, adesso siete pronti per qualcosa di serio. Quando devi fare cassa (e non parlo di legna), ogni taglio è buono. Progetti innovativi, sedi decentrate e tutta una serie di parole orribili come ‘nuovi paradigmi’ sono un buon lusso quando l’azienda va bene e magari c’è un qualche progettone capisci’a’mme a sostenerli. In momenti come questi, tutto torna al centro e se sei fortunato (e non sei proprio schiavizzato come i poveri ragazzi di MTV) vieni riassorbito negli headquarters a testimoniare dal vivo i contratti a tempo determinato non rinnovati,a passare le mattinate in cassa integrazione e a rincorrerere le voci incontrollate sull’autunno. Non c’è visibilità però e allora resta il qui e ora, nove giorni di lavoro in un mese e sabato le ferie che iniziano, lunghissime (tre di chiusura sede più una fortemente consigliata).

Uno degli ultimi bagni a mare prima di salutare la Puglia è stato a Cala Corvino. A Torino la gente fa la fila alla domenica per le piscine all’aperto o se ne va nelle valli a camminare per ore. Io non lo farò mai. Durante queste mattine libere ho avuto un umore che definire escapista è poco. Quando mi sono accorto che Professione Vacanze stava prendendo la piega di un Rohmer meets Acid House, tra una Xena crocifissa con Olimpia e tutti quegli anziani che ballano le canzoni di una volta e mangiano la pasta sulla tovaglia di carta, il remix vanziniano del singolo dei Gossip ha cercato di scuotermi. È stato solo un attimo però ed avevo già gli occhi sbarrati davanti al nuoto sincronizzato. Queste vacanze saranno lunghissime*.

Professione Vacanze [mirrors] - maxcar

Sunshine – John Talabot [Hivern Disc]
Keep Me In My Plane (DJ Koze remix) – Who Made Who [Gomma Records]
Come Home (Andrew Weatherall mix) – James [Fontana/Phonogram]
Reckoner (Rollmottle’s Pacifica remix) – Radiohead [Sentrall Records]
Shove – Sven Weisemann [Artless]
Barefoot Through Hell – Chelonis R. Jones [Systematic]
Heavy Cross (Fred Falke remix) – The Gossip [Columbia]
Beach Buggy – Tiger Stripes [Urbantorque Recordings]

maxcar presents Underwater Love (del nuoto sincronizzato)
Moth – Burial & Four Tet [Text Records] vs
Amo Alucinor – Jesse Somfay [Archipel] vs
Oh Reality – Richard Youngs [Sonic Oyster Records] vs
Porc #2 – Moderat [BPitch Control]

Sky And Sand – Paul & Fritz Kalkbrenner [BPitch Control]

[Contiene tracce dei Drops]


Professione Vacanze [mirrors] - maxcar

*Ovviamente avevamo preso dei biglietti per la Turchia con Myair.

10.7.09

Ho tutto sulle dita ma non riesco a scriverlo

Il qui presente is now based under the Mole, in preda alle angherie dei dannati torinesi, con un filtro iraniano su Blogger e cassintegrato per metà del mese. Ho in sospeso tanta roba da raccontare (lo scorso weekend londinese, il Traffic), ma l'appuntamento per il momento è rimandato. Se stasera nelle prime file davanti ai Primal Scream vedete un furioso con una maglietta raffigurante una madonna nera con un bambino bianco, salutatelo.

30.6.09

On The Way To The Club Hyde Park



Meno male che c'è il 2.0

Qualche post addietro ci si arrovellava dietro al finale di set di Marcel Dettmann a Torino. Il pezzo-bomba era una specie di giro di Radiohead in mano a un Gui Boratto o a un Border Comm. Raschiato il fondo delle b-side senza trovare niente, avevo perso la speranza, quando è arrivato Youtube a rispondere e a sottolineare la mia mancanza di attenzione del momento. Santiago Salazar viene da Underground Resistance, è uno dei Los Hermanos, poi dietro Ican e qui da solo tira fuori uno strappa-lacr1m3-Tronico che è stato al centro dell'attenzione il mese scorso per le polemiche attorno al remix di Stefan Goldmann (iperfunzionale che diventa malatamente disfunzionale, una roba sconsiderata con i koto e i flauti di pan che se ne parte per la tangente, troppo anche per la mia malata idea di dancefloor). Ma soprattutto, quello che si sente ultra-riverberato è il noto programma per chattare-video-chiamare?


Arcade - Santiago Salazar

19.6.09

Non è vero che non ascolto più la musica pop

Per esempio Beyond The Valley Of Ultrahits di Richard Youngs, che è un CD-R in cento copie, che poi a grande richiesta sono diventate duecento e si potrebbe andare avanti via così di cento in cento. L'eterno mito dell'estate che non finisce ha il baretto del lido accanto che manda loop synth-minimal che periodicamente ti sfasano e ti riacchiappano, coi loro shuffle meccanici, i bassi caldi e zompettanti e i rumori a caso. Il pop è compromesso, successo, gioia - lo so - ma il pop migliore è quello che ribalta tutto questo. Anche a rischio di buttare tutto in caciara con un assolo di chitarra che non c'entra un cavolo, messo lì per paura della perfezione. Anche a rischio di non lavorare con la musica, perché si ama troppo la musica.


Oh Reality - Richard Youngs

17.6.09

The Black Bloch - Il Principio Speranza

- Ciao, ho chiamato per un braccialetto
- Quanti te ne servono?
- Uno, sono in trasferta per lavoro e
- Eccolo (fa per mettermelo)
- Ehm, domani ho una riunione, potrei metterlo solo prima della serata?



Circa un anno fa ho mancato Marcel Dettmann a Bari: un set di tre ore capace di unire solidità oscura, Seconds degli Human League dopo cinquanta minuti e un finale con Idioteque seguita da un pezzo con una big band. Esiste testimonianza registrata facilmente reperibile. Lo scorso anno è stato indubbiamente un anno di successo per il Berghain e per il suo suono. Il recupero della rigorosità techno originaria e dello sporco analogico uniti all’attenzione per i dubpassi inglesi ha portato più di uno ad assumerlo come salvatore della technopatria a colpi di bassi. Non potevo farmi scappare pertanto il suo set a Torino (solo lui dall’inizio alla fine, cinque ore, roba da inventare scuse all’ultimo minuto per tornare da una trasferta il sabato al posto del venerdì sera).



Con la pista ancora semivuota i pezzi su cui entro hanno morbidezza ai limiti della house. Il capo chino e l’espressione seria sono quelli che ti aspetti da un’educazione da Repubblica Democratica (e che in fondo preferisco ai debosciati vestiti come in una pubblicità del Cioccoblocco che flagellano le nostre electro-capitali del divertimento). Il graduale passaggio verso la techno è segnato dall’inedito, spettrale e scheletrico remix di Work dei Junior Boys. Se i Wighnomy Brothers sono i signori dell’alcool, lui è letteralmente una ciminiera nicotinica. Mi aspetto un monolite marziale e invece l’abile intreccio dei vari Hotflush/Hessle/Tectonic regala complessità ritmica al treno di bassi che mi investe. E fortunatamente non si sale sul carro wonky che non mi prende proprio.



C’è tutto quello che mi aspetto, i Morphin-ici, Levon Vincent, i compari Temporary Assault System e l’ovvio motorino Deuce. Redshape e Do Not Resist The Beat, ma anche pezzi che dalla grana attribuiresti a Robert Hood o a Surgeon se solo conoscessi meglio le loro discografie e che sono il vero riferimento di partenza alla base di tutto ciò. Nel frattempo lui sorride e si esibisce in un balletto che pare essere caratteristico a base di sorrisi e rotazione del polso con cui tiene la pista.

L’immancabile pupillo Shed di Another Wedged Gallina è seguito da un pezzo coi paddoni neo-trance da maninsu. Where were you di Rolando, dopo un break spezzato Scub-eggiante, diventa Energy Flash (e se c’avevo pensato anch’io…) e di seguito altri pezzi riprenderanno le ruvidità analogiche fino ai limiti del rave (e Vandalism di Dj Assault o qualcosa che gli somigliava molto). La maninsu torna sull’ultimo pezzo prima del bis, con cui è solito chiudere i set ultimamente (ma che è? Ditemi il titolo?! Marcel Ernst Bloch della Techno).



Sono le sei e mezza, il bis è analogico e fuori il sole acceca dopo tanta bellezza oscura. È l’ultima trasferta qui a Torino. La prossima sarà un trasloco. Dovrei chiudere la trilogia di Cassa Disintegrata e Settimana Corta con una roba tipo Chiusura Del Centro di Ricerca e Assorbimento Negli Headquarters, ma non so se avrò il coraggio.


Work (Marcel Dettman Remix - excerpt from Free Your Mind set) - Junior Boys



(bonus track, il video del famigerato pezzo maninsu finale)

4.6.09

Week3nd: Joy Division in Salento


(Un negozio di elettrodomestici e telefonini chiamato Joy Division in un paese del Salento senza mare?)

Azz Klapz - Teengirl Fantasy

(fortunatamente il resto del terzo weekendone è stato più simile a questo pezzo dal terzo minuto in poi, ovvero "facciamo un pezzo pop da spiaggia ma ammirate come gli programmiamo sotto della ritmica techno oldschool")

28.5.09

Time For Disfunctioning

Da oggi e fino al 30 giugno i DiD lanciano una gara di remix della loro Time For Shopping. Io non so se riuscirò a partecipare (fuori concorso), ma spero che qualcuno tenti la strada del remix disfunzionale: bisogna porre insomma un freno alla pletora di remix two bassdrums and a citophone. Stupite, insomma.

18.5.09

The Second Big Weekend




Cose che scopri in un bel finesettimana di inizio estate:
cosa lega Luca Sardella e Andrea Pazienza

The First Big Weekend (Four Tet Remix) - Arab Strap

6.5.09

I giorni dopo (la vita, le ventenni, le zanzare, le pompe)

[Stop the music and go home]
Di giorno era venticinque aprile. Masseria del sud barese. Vado per Tobias Freund, per Berlino che va da Massimetto, visto che Massimetto per ora non va a Berlino. No, dico, Tobias Freund, quello che quando non passa le serate nel tinello con Cassy o non fa techno è anche NSI ed è Atom™ insieme a Uwe "signor coconout" Schmidt e mille altre cose ancora. Più organizzazioni aggregate significa che in un luogo enorme qualche centinaio di appassionati di techno vengono diluiti in un migliaio di abbronzatissimi, tiratissimi, chissacosaltrissimi più intenti alla relazione sociale che a farsi martoriare nelle loro sale dai loro vocalist. La vendetta consiste nel presentarsi ad un ingresso prevendite e veder scambiate le proprie tessere da associazione culturale pro-sconto in lasciapassare simil-organizzativi – io poi per metterci del mio ho pure lasciato a casa la social-card e mi sono esibito nelle solite scenette da transenna e ho avuto la felice idea di dissipare l’ingresso gratuito guadagnato in un drink da dieci euro. Frequentare posti popolati da chissacosaltrissimi ha i suoi lati negativi. Passiamo in rassegna i vari ambienti e ci imbattiamo subito negli Autom-A che sono una specie di Bloody Beetroots minimal moltiplicati per due e coi laptop mascherati in tono. Molto meglio il suono vecchia scuola di Mikelino. Tobias Freund attacca i macchinari alle quattro in barba ai nostri propositi poco belligeranti (si va? Non si va? Se si va, non facciamo tardi?). La promettente partenza – battiti rotondi, obliqui e oscuri il giusto suonati sui pad con carica montante – viene flagellata da due mini-blackout prima e da due interruzioni legate a un non ben precisato intervento di forze dell’ordine, la prima temporanea e la seconda definitiva. Freund è incredulo e dopo appena mezzora non resta che una mogia ritirata attraverso gli spazi sfollati dai chissacosaltrissimi.


12 - NSI


[Va tutti benne]
Festeggiare il primo maggio in musica? Sembra come quella del pres.del.con.** che passa il venticinque aprile coi terremotati, sia mai! Il ventilato Handmade Festival viene così lasciato a chi non deve sobbarcarsi sette ore di automobile prima di nove-dieci ore all’in-die-piedi. Avendo però voglia di una gita, abbiamo optato per una due giorni in cui la media pesata di

(Teenagers*Covo + Sara Lov*Hana Bi)/(Bologna + Marina di Ravenna)

avrebbe generato un possibile equilibrio interessante. Il concerto dei Teenagers è stato così come da programma: una trentina di minuti ormonali fatti di una strana alternanza di eccitazione del pubblico delle prime file durante il pezzo e scazzo moscio alla fine, culminata nel voltaspalle conclusivo degli astanti al momento della solita sceneggiata dei bis. Momento più divertente: il cantante cerca delle cheerleader, non le trova e urla “Va tutti benne”. Si riferiva alla ritrosia delle ventenni* o a considerazioni estetiche? Vi risparmio la foto di chi è salito sul palco. Avevo stimato effetti maggiori sulla percezione del mio gap generazionale (= non ho visto nessuna coppia di sconosciuti limonare duro nelle prime file). Inkiostro a seguire scatena le danze di alcuni notabili componenti della sua scuderia di blogger, ma il limone continua a essere il convitato di pietra presso i ventenni. Così mi siedo accanto alla postazione del dj e origlio le richieste con cui le ventenni cercano di intortarselo, da “potresti mettere dei gran Oasis” fino ai Crystal Castles – oh, una che chiede i Crystal Castles come minimo vuole fare sesso selvaggio, o almeno a otto bit.


Feeling Better - The Teenagers


*i teenagers (sia gruppo che pubblico) in realtà hanno un po’ più di diciannove anni
**che banalità il pres.del.con e le teenagers nello stesso paragrafo (n.d.a.c.)

[In pineta si uccide meglio]
Il giorno dopo affronto la domenica inaugurale dell’Hana Bi col peso della leggenda e della fama che lo circonda. Sarà per rendere a mio agio la mia iniziazione al luogo che prima una combriccola di sfasciati anima parte del dj set di Inkiostro inscenando una pubblicità progresso sugli effetti delle droghe chimiche sulle cellule cerebrali e poi Trinity prende possesso della consolle con un croccante set electro pre-cena. La formazione dei notabili è leggermente cambiata: in particolare qualcuno che dovrebbe scrivere più spesso è sostituito da qualcuna che dovrebbe scrivere più spesso. Gli insetti, allegri dell’ancora lontana disinfestazione stagionale, si alternano tra la mia faccia e il mio piatto di cuscus. Il fresco esalta il calore della voce di Sara Lov + violoncellista + un reverendo dei Polyphonic Spree. Sara Lov alterna un thé che sembra non colorarsi a whisky e agli Arcade Fire. Forse manca quel tocco in più che regalano i Devics o forse vorresti che Sara Lov si conoscesse con Ewan Pearson, ma comunque riscalda dentro.


A Thousand Bees - Sara Lov


[Le pompe]
Nei due giorni:
a) è stata menzionata la pompa protonica
b) nel viaggio di ritorno in autostrada si è rotta la pompa del serbatoio del carburante, regalandoci gustosi intermezzi dialettali in quel di Borgo S. Maria di Pineto, oltre alla ricca sensazione di aver fatto il viaggio di andata e ritorno in una limo a noleggio
c) ho più volte giustificato la passione per la unz unz con pretese pseudo-intellettuali per le quali tuttora provo un atroce rimorso che può essere scacciato solo grazie al sempreverde inno alla pompa inaudita (visto all’epoca in diretta, ma per il quale si ringrazia comunque Frequencies, qui e qui)



22.4.09

Tentativi di respiro

Negli ultimi due anni la cricca della M_NUS (il m_no così m_nimale che non ha nemm_no la I) è stata spesso di casa in città. Sono venuti quasi tutti (Troy Pierce, Heartthrob, Gaiser, Minicoolboyz, se non sbaglio anche l’italiano Fabrizio Maurizi), ma non mi sono mai deciso e non mi sono mai messo alla prova - Matthew Dear as Audion benché affiliato non vale. Non sto qui a rimarcare quanto le produzioni della setta (ooops) casa abbiano avuto spazio nullo da queste parti, ma il microcosmo algido e dissociato difficilmente ha superato sterili primi ascolti. Ora che il mondo è altrove, circondato da bassi che celebrano/scacciano l’aria di crisi, mi sono deciso e ho dato una possibilità a Magda.

(che palle, sembra che io sia andato solo perché lei è dj-donna e sto per partire con la solita menata su quanto siano leggiadre semplici eleganti le dj-donne e su come passi sopra alla musica noiosissima che suonano perché in fondo la serata scorre veloce mentre scatti cento fotografie sfocate tutte uguali con la luce rossa dietro le spalle che sembrano una copertina di un EP dei Belle And Sebastian risultando ancora più misoDJno di Ubercoolische e del suo tormentone)



Tifo da stadio con tanto di cori. Il finto vinile utilizzato per interfacciare Traktor col giradischi fa le bizze tra i flash (chissà cosa pensano i puristi di questa via di mezzo) ma il problema è presto risolto. Il set alterna due fili conduttori. Il primo è quello che ti aspetti, forse giusto più corposo ancorché schiacciato dal solito impianto obbrobrioso. Il secondo ha un sapore electro vecchio stampo che ti riporta in vita con battito lento, indeciso se essere celebrazione di Chicago, della Germania o del synth-pop (tanto che a un certo punto tra i bassi arpeggiati e rotondi scorgiamo un cantante che Tiga non è ma poco ci manca). Il respiro dura solo il necessario a restare vivi e a godere dell’asfissia. Il problema è che, tranne in qualche sprazzo soprattutto verso la parte finale, l’asfissia è noiosa e non si gioca mai nel passaggio tra i due stati. L’ultimo pezzo prima dei bis sculetta pop e il primo del bis tenta un’apertura in loop epico-melodica che purtroppo non si concretizza e si affloscia in quanto già sentito prima. In fondo, mi aspettavo m_no.



17.4.09

Black Not Black

Un sandwich di disagio triste e in mezzo tanto funk nero-non-nero fratturato e modulare? Può essere, ma dato che non c'è molto tempo per scriverne anche questa volta sei pezzi in un minimix per tirare avanti con le luci che si spengono e Bootsy Collins in mezzo che Flinstoneggia dal deludente Fabric di Claude Von Stroke. You gotta feel the fall.



On The Streets (Kollektiv Turmstrasse Brokenheartz Mix) - Federleicht
The Plot (The Mole remix) - Who Made Who vs Lamp Post Funk - Boxcutter
Yabadabadooza - Claude Von Stroke & Bootsy Collins
Shout Me Out (Willie Isz remix by Jneiro Jarel) - TV On The Radio
Desire - Moody

Blackoutz (mix) - maxcar (mirror)

Come a papà

Si avvicinano le elezioni e i faccioni cominciano a campeggiare sui manifesti. Da una settimana ad un incrocio vicino casa sono ipnotizzato da un enorme cartellone. A parte lo slogan poverello (Yes We Hope! Possiamo? Mah, speriamo), l'eidosi che provoca ogni volta il suono dei clacson alle mie spalle è l'effetto noto ai neuroscienziati come Effetto di Cunnigham-Twin (cfr. Windowlicker e appunto Come To Daddy). La foto originale in queste limitate dimensioni purtroppo però non rende la sensazione magnetica e insieme terrorizzante che distoglie gli occhi dal rosso e dal verde. Penso di cambiare strada per tornare a casa.



9.4.09

This must be underwater love


Kanye West gay fish rinverdisce i fasti del Panda Molestie...Sessuali

Virtual insanity

Non si torna indietro dai New Order ai Joy Division senza risultare farseschi. Circlesquare è l’ennesimo trapiantato a Berlino e come molti trapiantati sembra mancare quel cuore nero e sofferente che batte nei cessi del Berghain e fa di OK di Ben Clock ed Elif Biçer l’impotente Sing It Back di questi giorni di crisi, ora che anche Pitchfork ha detto che il disco di Ben Clock è OK. Come un turista prova a confondersi con un modo di essere, ma quando non è posa per un autoscatto digitale è souvenir, pezzo di muro, suolo lunare, droga e ballo solo perché lo dice anche la Routard. Ce ne vuole per essere come Lou Reed o come Bowie, quando al massimo sembri un incrocio epigonico tra Tiga e Matthew Dear. Non fosse per il coraggio pretenzioso sarei stato anche più clemente, ma non si può sentire un tizio che per otto pezzi blatera di effetti di droghe che non ha mai provato e techno spaccatutto che al massimo è synthpop. O meglio, è ovvio che vuole scrivere un disco di danza e sostanza senza che ci sia danza e sostanza, ma spesso al posto del pop distante gli riesce solo la posa del pop distante (o almeno mi convince di questo il video di Dancers). Qui e là però ci sono bei momenti e in fondo la zoppicata finale arranca epica sul sonno della domenica mattina e sembra dirti che tutto quello che hai sentito prima era un fregnaccia (cfr. finale acustico e conto al contrario). E se la mandi in micro-loop da uno-due secondi con un bel riverbero ricorda Berlino, a te che non ci sei mai stato.


OK - Ben Clock feat. Elif Biçer
All Live But The Ending - Circlesquare

Twitters

Celebra il quindicesimo anniversario del suicidio di Cobain con la puntata In Utero di Californication.

Marketing /3

Faccio uno strappo alla regola, visto che da queste parti non si ama segnalare concerti ed eventi. Ma il bello delle regole è strapparle, così accolgo una segnalazione di mm1. Un amico di mm2 organizza per giovedì 23 aprile a Vicenza in Piazza Matteotti un concerto aggratis di Fennesz. Siate numerosi, così potranno organizzare anche altro in futuro. O mare nero mare nero mare ne.

Marketing /2

Forse finalmente qualcuno si accorge dei gusti di questo blog: tra i quintali di spam arriva anche il promo digitale ad alta qualità di Snowboarding In Argentina 2009 e si viene inclusi senza nemmeno chiederlo nella mailing list della Hybris.

Ah no, mi è appena arrivato un invito su twitter di Adam Green.

8.4.09

Basta con questi HPD10, non siamo mica in 4FR1K4

Quando sabato scorso il canadese trapiantato a Berlino Guillame And The Coutu Dumonts appoggiava su due montanti una specie di fornello elettrico delle dimensioni da pentola da pasta, non immaginavo che avrebbe iniziato il suo live set suonandolo come un bongo (e tirando fuori le profondità e le rotondità di un vero strumento percussivo, mica quei tipici preset piatti da tastiera). Senza scadere nella poetica del bonghettaro jazz che viaggia in Senegal alla ricerca del confronto musicale delle note biografiche, questo gesto fisico insieme all’ascolto di suoi vecchi live al MUTEK di gustosa house frammentata, del suo disco schizofrenico tra il Medio Oriente e le tentazioni doo-wop e delle sue ultime produzioni deep giocattolo funzionavano da buona apertura di credito. Altro che Manheim. Oh guarda!, suona anche il sax coi pad.

Dopo dieci minuti avevo già i bonghi girati. Il volume esagerato del djembe-hero era superato solo dal finto sax che diventava sempre più terribiledonista. Voglio l’afrohouse e mi danno l’africanism di seconda mano. I sax peggiori poi erano in pezzi che non conosco e che mi fanno mettere una croce preventiva sul nuovo album in uscita quest’anno. L’umore negativo si traduceva nella ricerca puntigliosa dei difetti e allora giù che tra i pezzi non c’erano quasi transizioni, che il controller delle percussioni veniva usato banalmente anche quando gestiva la cassa o le percussioni sottili, che le manopole erano lì solo per fare figura. Però ballavano tutti. Festosi come in un disco-incubo in cui il dj è ammazzato dal bonghettaro e dal sassofonista live. Di peggio poteva esserci solo che facesse anche da vocalist embedded.



(per l'immagine si ringrazia Bari Night, niente mp3 a Guglielmo per punizione)

Marketing

La città che nelle ultime settimane è andata nello stesso locale ai concerti di Bandabardò, Modena City Ramblers, 99 Posse si merita dopo il concerto degli Almamegretta un dj set che viene pubblicizzato sui manifesti col faccione di Samuel e la scritta a caratteri cubitali Samuel (e in piccolo come una clausola capestro Krakatoa djset*) e in radio come dj set “ipnotico”.