5.11.09

Riccardi (se non si è capito: il Movement Festival – Parte Terza)

Il sito dice che chi deve entrare alla White Room dove suoneranno Mike Huckaby, Ricardo Villalobos e Danny Fiddo deve utilizzare l’ingresso da Via Filadelfia. Mannaggia a me e a quando li ho presi alla lettera. La serata precedente mi avrebbe dovuto convincere che Mike Huckaby non avrebbe iniziato prima delle undici e invece devo aspettare un’ora e mezzo al retro ingresso mentre arrivano accompagnati dai SUV dei genitori i ragazzini MPZ - non mi chiedete di spiegare cosa siano perché non lo so. So solo che i ragazzini MPZ hanno precedenza all’ingresso e quindi attendo ulteriori dieci minuti in una fila mentre non entra nessuno. Poi entro e mi mettono un timbro totalmente inutile che credo serva per stare dal lato MPZ coi quindicenni. Il tempo di capire che il posto con gli MPZ non può ospitare Mr S Y N T H e faccio il giro del palazzetto per cercare la sala bianca dato che tutti i buttafuori non hanno idea di dove si trovino (Io: la White Room? Buttafuori: la White Cube Gallery?). Nella sala principale un quindicenne pallettato mi si rivolge con il tono con cui si rivolge ad un anziano:

RP: Ti piace la musica elettronica, bravo!
Me:
RP: A me piace più la trance
Me (tentato dal rispondere: bravo!): Come Tiësto
RP: No, Tiësto è troppo... (non fa in tempo a dire l'aggettivo, viene trascinato via da suoi simili)

Capisco insomma che la White Room era quella senza nessuno che mi era stata indicata come Red Room. C’è un foglio di carta a indicarlo ma soprattutto Mike Huckaby che passa Subzero davanti al nulla. Mi posiziono davanti alla transenna e ondeggio religioso sui technoni con le melodie sepolte di riverberi, insieme duri e morbidi come la sua figura di omaccione bonario. La gente comincia ad arrivare e scorgo tra i classici My Life With The Wave e qualche S Y N T H remix. Quando arriva l’orario si comincia a sentire la tensione. Dietro il retro del palazzetto si è quasi riempito e appare la sagoma del folletto cileno. Cominciano le urla e tra posizionamento dei dischi, attacco cuffia, ritorni nel retro palco etc, Mike Huckaby gestisce con umiltà una folla che è tutta per un’altra persona, senza quasi sollevare lo sguardo. Quando Villalobos gira la prima manopola è un’ovazione e con la stessa umiltà Huckaby comincia a riporre i vinili nella borsa senza sollevare lo sguardo, serio. Mentre scende dal palco fa un cenno a Villalobos, che saluta con una cortesia che non trasuda grandi rapporti.





Villalobos ha i fan con le bandiere del Cile col disegno della sua faccia, i ragazzini con le magliette autoprodotte, i tamarroni, la gentaglia del retro palco, quelli che conoscono solo il nome e lo urlano per attirare l’attenzione e lui non si volta, gli hipster, i quarantenni che hanno letto di lui nei giornali, i fotografi sessantenni e insomma tutti. Si muove con fare da star trattenuta, sfiorando quasi i cursori. Il suo inizio ha il sapore di una tech house contenutissima e la prima sferzata su percussioni che potrebbero benissimo appartenere a Ramadanmann o a Shackleton avviene su Orbit 1.3 (bassone sventrante, percussioni ultrafunk, voce dispersa nello spazio) di Second Hand Satellites. Sul pezzo successivo c’è un silenzio che in altri casi sarebbe sembrato interminabile (quaranta secondi, lui si aggiusta la maglietta a maniche lunghe sotto la t-shirt della Peacefrog Records, poi i pantaloni, poi beve un sorso dal bicchiere) e invece di rumoreggiare la folla si comprime finché il pezzo non riparte e si riespande. Dopo questa prima parte, passando per qualche recente Oslo ci si sposta un suono leggermente più techno fino a quando prende una copertina rossa e le urla esplodono prima ancora che metta il vinile sul piatto: Spastik. L’aveva già fatto Luciano il giorno prima, ma sarà il luogo più raccolto, sarà come c’è arrivato, sarà che il settanta percento delle persone stava per abbandonarlo per andare da Rici, sembra come quando parte la raffica di fuochi d’artificio della festa della santa al paese. Sulla trivella fa partire il sample di Don’t Stop dalla white di Da Booty Tribute contestualizzandolo con un beat techno al posto di quello house del disco. Da questo punto in poi il set si sposta su un fantastico incrocio di synth pop anni ottanta (voci sintetiche, casio ritmiche da quattro soldi, tastierine pop) e i suoi soliti funkettonismi di bassi, percussioni in divagazione libera. Gli viene consegnata la bandiera, ma capisco che si trova poco a suo agio con le bandiere o forse con una bandiera nel nome del quale tanti mali sono stati causati. Nel frattempo mentre la maggior parte dei presenti lo abbandona per l’altro Riccardo, arriva a bordo campo Danny Fiddo e i due cominciano un dialogo a gesti del tipo Villalobos: guarda ora come reagiscono a questo, Fiddo: sei proprio un diavolo. Il sinner in me fa capolino per appena un minuto e quando ormai saremmo rimasti in trenta parte una coda a suo modo soulful (prima con qualche piru piru poi addirittura con qualche vocalizzo). È il gran finale per un set che pur facendo uso di robe attuali (non voglio dire modaiole) e classici ha sfuggito le ovvietà, i tormentoni e l’inutile violenza. Pur muovendosi flemmaticamente e pur non avendo quasi intaccato la bottiglia di vodka sulla consolle, è arrivato col capello phonato e tutto asciutto e ha terminato sconvolto come nelle migliori foto.





Danny Fiddo parte con una roba sirenica abbastanza noiosa e allora pur sapendo che niente di buono mi avrebbe aspettato dall’altra parte e avrei letto tutto su twitter, sono andato (così come Villalobos che contemporaneamente è salito sul palco a stringergli la mano). Nella bolgia Hawtin lanciava una bordata di-sperata dopo l’altra. Venti minuti di morte nel cuore con visual nettissimi e il solito immaginario Riefensthal rapita dagli alieni mi sono bastati e allora sono tornato verso Danny Fiddo. Peccato che non c’era più nessuno e dopo appena mezzora il valenciano riponeva controller, portatile, scheda audio e vinili nella borsa. Tornavo indietro e mi mischiavo alla riduzione cellulare. Zucche di halloween lisergiche, l’urlo di Munch, evviva il luogo comune. Bisogna aspettare i due minuti di inciso senza la voce di Dave Gahan del Pump Remix di Personal Jesus per avere un minimo di sussulto. Poi di nuovo la noia. Tutti sono contenti perché tutti hanno ciò che si aspettano. Meno di zero. La mancanza di senso di tutto ciò raggiunge il culmine mentre sulle non-note di Alva Noto parte Yeke Yeke e l’esplosione finale e collettiva dei sopravvissuti. Un ultimo pezzo totalmente dissociato dal resto, senza un minimo di senso, anche se ha il sapore del dolcetto regalato ai ragazzini da mettere alla porta. Luci accese, applausoni, lui con la bandiera del Canada, blame Canada, but don’t forget the robot, ultimò ultimò. L’ultimò ultimò sono quaranta secondi di Who’s Afraid Of Detroit e almeno nonostante il mal di reni dei tre giorni all’inpiedi torno a casa contento (perché onestamente per prendere minimamente in considerazione l’afterhour con il djset di Dubfire dalle nove di mattina avrei dovuto a) aver dormito più di quanto ho dormito nei tre giorni b) aver avuto interesse alla tamarraggine di Dubfire c) scansare il pacco di flyer di cartone duro a forma di gorilla che pubblicizzava l’after che mi è caduto sul naso durante il set di Villalobos procurandomi una ferita tuttora visibile).






Wavetable No.9 - Mike Huckaby
Orbit 1.3 - Second Hand Satellites

3.11.09

Meglio di no (se non si è capito: il Momevent Festival - Parte Seconda)

Cose che invece che a un festival ti fanno sentire a una serata organizzata da un gruppo di PR. Palazzetto Isozaki (dal nome dell’architetto). Ora primo live previsto: ore 21.30. Ora ingresso ai possessori di prevendita: 22.48. Ora primo live: 23.00. Un quarantenne, vestitissimo e sciarpatissimo di cachemirissimo, notandomi come unico interessato al concerto mentre corre via mi chiede “Ci conosciamo?”. Sentendomi dentro Boris (ho pagato un abbonamento anche per stasera e per stasera me ne pentirò), dico “penso proprio di no”. Gli A Mountain Of One fanno quella musica che è un misto della musica di merda della seconda parte degli anni Ottanta con tante cose belle come le atmosfere baleariche, le tentazioni disco e le divagazioni kraute. Purtroppo dal vivo assecondano la merda soft rock. Completamente live (primo chitarrista che sembra uscito dai Franz Ferdinand, bassista stagista, cantante secondo chitarrista acustico merdone anni Ottanta, vocalist finto-negra e uomo più grande degli altri che manovra un cdj, un pad e dei controller), raccolgono un pubblico composto da me, qualche altro come me, i distratti pochi già presenti e un gruppetto di sedicenni pallettati osannnanti. Non so se mi irritino più le schitarrate acustiche con un volume troppo alto, il cantato melodrama, gli assoli del franzferdinando o le atmosfere pseudo-western di 2/3 dei pezzi (ah, quello che erano i Labradford di Mi Media Naranja). Solo il pezzo con la ritmica disco ha un senso. Il pubblico si dirada e loro terminano con fatica e io mi chiedo come si faccia a suonare davanti al vuoto.



Mezza e mezza. Mi sento al concerto dei Tokyo Hotel, ma anzi no, è qualcosa di più. Tutte le sedicenni si radunano davanti al palco per il live dei Motel Connection. Foto e urletti e i tre che siccome sono quarantenni e si vergognano di fare una cosa che una volta era pseudo-avant, ora la buttano in caciara e sono sopra il tavolo semi-circolare e ballano chi mostrando la panzé, chi facendo le facce, chi ricordandosi di essere troppo per tutte queste cose. Comunque su Two è scattata la lacrimuccia.



Derrick May ha paura e mena. Niente sfumature o anima, alla fine è il primo e la sala verde ha più gente e dovreste sentirli, quelli che ci sono: quando arriva Lusiano? Troppe botte, Derrick May ripete per una decina di volte un togli cassa anomalo e sbilenco ma sempre uguale e io non riesco ad apprezzare, forse è troppo potente il sound system e non ne ho voglia e solo due volte arriva un sassofono a screziare, uno dei quali mi sembra dei dOP. Le prime file sollevano uno striscione: Los Ninos De Fuera. Due o tre pezzi di back to back e Luciano arriva con i vocalizzi Eliza-pygmalionici appunto di Los Niños De Fuera. È delirio, ma tolto questo e altri due pezzi del nuovo disco sembra di essere un anno e mezzo fa al Fabric. La prima volta pensi che sia una rottura di schemi ma due anni dopo è lo spettacolo della rottura degli schemi. Avrebbe ancora motivo, penso, se avesse il senso di un live che deve raggiungere tutti nel suo messaggio di personalizzazione della minimal etcetera etcetera. Nella realtà, con i fedeli che fanno il cuoricino con le mani e lui svizzero-finto-sudamericano che risponde, ti rendi conto che tutto è collaudatissimo e uguale al 2008 con le trombette le fraschette e i tric trac, se non fosse che ora sai i nomi dei pezzi che poi sono diventati La Mezcla o Caminando (che-avrebbe-dovuto-essere-caminhando) e adesso c’è l’orrida cover chipmunks di Lumidee al posto di Rez. Qualche altro pezzo di back to back con Derrick May e poi appunto il finale. Di seguito l’originale, perché per recuperare la potenza politica del canto sotto il regime brasiliano che costò l'esilio allo zio di Villalobos serve un video della cantante Nicole che è stata utilizzata da Reboot e che nell’85 in Argentina mentre il Brasile tornava a un minimo di democrazia con l’occhio dell’alcool canta di mi Buenos Aires querido. Non c’è niente di peggio che svalutare i canti di libertà.



Nota di colore: mentre andavo verso l’auto alla fine della serata dall’altra parte di Corso Sebastopoli c’era soltanto un altro tizio e io guardavo verso di lui mezzo sorridente. Il bassista dei Motel Connection ha una pagina di wikipedia troppo fica.



Two - Motel Connection

2.11.09

Metalmeccanicheadz

Che bella la cassa integrazione al venerdì che consente di poter far tardi il giovedì per sentire il djset di Omar S (ma sarei andato comunque). Me l’immagino già la scena: io spiego ad Omar S cos’è la cassa integrazione e lui che si incazza e mi dice “Ma tu lo sai cos’è stato per Ford The Way Forward?”.
(Piccola parentesi per quelli che leggono ma non sanno chi si sia Omar S: tra i santoni della techno/house di Detroit, lui è quello che lavora ancora in catena di montaggio alla Ford, controllo qualità dei pezzi. Fa musica in bilico tra funk e meccanicità, anima e robotica, ma poi si lancia in interviste, spesso incoerenti tra loro, in cui insulta tutto e tutti e sembra solo un allupato del soldo e della tastiera)

Dalla zona della pista dove mi trovo non lo si vede: il Giancarlo2 ha una console su una piccionaia sopraelevata e solo alcuni posti consentono l’eye-contact dj-pubblico. Quando salgo le scale per dare un’occhiata (si può, niente zona combriccole tipo quelle dei due giorni successivi) Omar S ha proprio quel grugno delle foto promozionali da “vaffanculo stronzi” che è l’esatto contrario delle buone sensazioni che vengono fuori da quello che passa. Il filo cosmico iniziale attera sulla house di Chicago, aumenta per poco la massa con una sequenza più vicina alla techno e all’acidità per poi ritornare al soul. Sempre morbidissimo, pieno di classi-coni e di molti pezzi suoi perché come sapete la musica nuova fa cagare e anche gran parte della vecchia, se non è la sua. Rido tra me e me e mi chiedo se sa di aprire per un festival gemellato coll’odiato DEMF in cui ci saranno tanti degli stronzi che ha preso di mira nelle interviste e che la gente non paga per sentirlo. (Se non si è capito Omar S mi diverte assai)

Siccome Omar S però non sopporta gli stronzi che su internet gli rubano dei soldi mettendo i suoi mp3 così che la gente del terzo mondo se li scarica invece che comprarli, in onore del fatto che sono tornato a piedi dai Murazzi a Corso Francia (dannata sostitutiva della metro che parte alle cinque) canticchiando il sample del suo ultimo pezzo e dato che in un’intervista a Fact Magazine chiuse in maniera completamente slegata dal pippone sull’io-padrone-di-me-stesso dicendo “Oh, and something else that you might want to throw in there, I don't how you can fit this in, but – you know who Florence Ballard is? From The Supremes? I was related to her, if you want to put that in. She was an aunt of mine. I ain’t never told anybody that before.” niente mp3, ma il video del gruppo della zia che canta il sample del pezzo del nipote.

26.10.09

Wighnomore

"Hi folks,
After 17 years we are now announcing the retirement of the Wighnomy Brothers DJ project. We will continue to play until 31/12/2009. From then on Sören (Monkey Maffia) and Gabor (Robag Wruhme) will still be there for you - but separately. We would like to thank all of you who kept faith with us in front, besides and behind the turntables. Thank you for the never to be forgotten memories on all dancefloors across the world! Good bye and take care!"


From: Disco To: Disco (Wighnomy Brothers Mittmikks Mix) - Whirlpool Productions

(sporco, sbagliato e ubriaco. triste e finale a suo modo, anche se mica smettono)

25.10.09

Non per la danza, balla per me

Frequenze basse. Piatti. Spazzole. Una cassa morbida. Poi parte un giro melodico dolente. Seduce me è il primo pezzo di The Dance Paradox, primo album di Redshape. Gli elementi prendono a cumularsi e a influire sui precedenti, seducendoli sottilmente. In Seduce Me la cassa come quella dei pezzi che si sentono in discoteca comincia quando mancano trenta secondi alla fine. Come in Garage GT, che ce l’ha anche all’inizio ma che viene presto inglobata dal ticchettio di una macchina per scrivere tribale e da inesorabile diventa circospetta. Si sente un clacson per un'unica volta e poi un organo strozzato, sirene, la cassa ancora che ritorna inesorabile e poi si risfrangia mentre sbuffano gli scappamenti. È solo la vita di un garage multipiano, ma di quelli in cui chissà quali incontri avvengono.

Bound (part 1 & 2) è Carpenter trapiantato a Detroit, con la cassa che a un certo punto fa il paso doble. Jennifer Tilly è stata inserita al ventitreesimo posto nella classifica delle 25 donne più sexy del mondo del 1995 ed è stata sposata con il produttore dei Simpson per sette anni. Poi la cassa raddoppia e i piatti incalzano. Quando sembra ovvio il finale (non è vero niente), il campo si allontana e inquadra il set con gli attori che se ne vanno senza recitare la battuta rivelatoria. Man Out Of Time scudiscia e palpita con una nuova sequenza programmata sulle valvole cardiache. Globe è il primo technone dritto e classico col basso che sfrigola acido, una roba quasi filologica.

Rorschach’s Game ripassa l’ammorbidente su visioni da beat generation, nell’ennesimo paradosso temporale. Dead Space Mix (Edit) conferma il gioco tra cassa zoppicante e cimbali in libertà che fanno di tutto e di più mentre gli oscillatori si aprono e chiudono e macchinari bippano rumori di fondo binari. Dark And Sticky è la fine con misteriose rotelle e ronzii affianco a un altro sapiente duetto di cassa ovattata e piatterelli appicicosi. Redshape oltre a disconnettere la produzione musicale dalla propria persona nascondendosi con una maschera rossa e a ribaltare il concetto per cui la musica elettronica necessita di premesse futuristiche con un disco che racconta il passato con la consapevolezza del presente, Redshape allude al paradosso della danza. Non ti spiega qual è, ma io la penso così: tanta gente fa musica per ballare che alla fine dei conti è interessante, ma vuoi mettere scrivere musica così interessante che vuoi anche ballarla?


Seduce Me - Redshape

Minéstrone

Esco di casa coi capelli che puzzano di cotoletta e la tristezza macigna delle scelte sbagliate della sesta puntata di Romanzo Criminale. I dj set indie non scelgono mai la via della sensatezza e i Clap Your Hands Say Yeah seguiti dagli Housemartins non possono essere il viatico per i Buzz Aldrin, così come non riesco a spiegarmi cosa abbiano a spartire i successivi ospitinglesitroppogiusti. I tre in uscita su Secret Furry Hole eradono il mio impianto auditivo e lo percuotono con timpanate secche e piatti crauti e maracas finalmente senza senso dell’umorismo. I feti galleggianti che assumono eroina dalla placenta delle madri sono la faccia insoddisfatta e liberatoria davanti all’ingiustificata esaltazione cocainica imperante (anche se dovendo consigliare stupefacenti da replicare in note ai musicisti sono sempre un fan delle robe allucino-espandenti). Le prime file si tappano le orecchie e ciò è bene. Tutti suonano con una mano perché con l’altra si batte il tamburo, anche il ragazzetto che fa le foto sul palco. Poi vabbé, nei miei sogni me li aspettavo più attenti e interessati all’uso dei sintetizzatori, ma sono appunto sogni e io quando sogno devo indossare il bite perché digrigno i denti perché sogno oscillatori e denti di sega. Poi riparte la sequela inconsulta e su Blue Monday entrano in scena i tubanti tipo dei These New Puritans più tipa delle Ipso Facto. Se cominci con il remix di Flying Lotus di $tunt$ del signor Oizo mi ben dispongo e non mi disturbo se ascolto una roba nuova di Bjork (che non frequento da Betulla). Poi però arrivano una serie di londinmérdine aggravate dal fatto che i due sembrano ripetere quella scena classica in cui lui insegna a lei a giocare a tennis o a golf, con Xone al posto della mazza racchetta e senza l’ovvio cotè sessuale, una roba che sprizzava frigidità da tutti i pori. Al culmine della desolazione (e con pista ormai svuotata alle due e mezzo quando ancora non si è tornati un’ora indietro) l’insensatezza raggiunge il picco centodieci percento della serata con gli ultimi due pezzi: The End Is The Beginning Is The End degli Smashing Pumpkins dalla colonna sonora di Batman Returns seguita da una roba dubstep (perché non It’s a long way to Tipperary, dico io). Un tipo anziano stacca il manifesto dei Crocodiles che suonano la prossima settimana (forse devo sentirli e andare) e allora prima di uscire mi avvento sul foglio stampato con la stampante inkjet coi nomi di questa sera e me lo metto in tasca suscitando timore nella tipa seduta al tavolino davanti. È un attimo e finalmente sono a casa col mio bite azzurro.





Let's Walk The Children Around The Space - Buzz Aldrin

23.10.09

Places

"Devi fare la guerra dei bottoni" [Futuro - Orietta Berti]

Ore ventuno e ventinove (ci tengono). I cancelli sono chiusi e noi entriamo per primi perché non ho idea se per i Fuck Buttons allo Spazio 211 ci sarà il pienone (no prevendità, io vivo fuori dal mondo e confondevo la gente fuori dal Covo per gli XX con la gente fuori dal Locomotiv per gli FB). Invece c’è solo un tipo e due tossici che chiedono quale sia il numero civico in cui si trovano.

Prendo una rossa Moretti e chiacchiero. Sono stato altre due volte qui e in teoria so dove sta il palchetto dei dj ma lo dimentico. Così quando ci chiediamo dove sta il palchetto del dj mentre inizia il preserata (dopo aver commentato il look tokyohotellico degli Horrors, la studiata mancanza delle All Star nel poster dei Perturbazione e il foglio stampato con la stampante del live di Buzz Aldrin più djset di These New Puritans ed Ipso Facto) alziamo gli occhi e ci accorgiamo di avercelo sopra la testa. Vaghe Stelle, a differenza del preserata di Shackleton, opta per una via trasognata tribal drogapulco (noi italiani dovremmo pure inventare nostri termini per il pop hypnagogico).



Per gli australiani trapiantati in Europa HTRK non ci schiodiamo. Con tutta la pubblicità negativa che li precede è assai se degnamo i primi due pezzi di ascolto non distratto. Cold post punk noioso con tipa sfattona che pesta sul tamburo dei Fuck Buttons. Sfugge il senso e butto per terra in segno di protesta la seconda rossa Moretti. Accorre subito dopo qualcuno a pulire il pavimento, tipo quando sminchi un nigiri sul tavolo al giapponese. Alla fine dell’ultimo pezzo ci spostiamo in prima fila davanti al palco (non pienone ma abbastanza affollato).



Il posto in cui stare è di cruciale importanza. Centro in modo da raccogliere tutta la potenza sonora (concetto brevettato con i Mogwai al Rainbow nel 2004) o prima fila per vedere i bottoni che premono e preservarsi minimamente dall’assalto. Prima fila fu. Prima fila di quelle che ti toccano i commenti dell’hipster insopportabile prima che inizino (“Meno cassa, più drono”. Cazzo, vai a raccogliere pomodori invece di esprimerti in questo modo). Tra i tanti oggetti vedo che tra le pianole ne hanno una come la mia. I Fuck Buttons evitano accuratamente di sembrare un gruppo elettronico che usa il software dal vivo e allora si moltiplicano le minipianole e i bottoni (e scherzano, premono il bottone del sample vocale di Surf Solar mentre va ancora l’intermezzoset). Poi Surf Solar parte per davvero e non riesci a non pensare che inizino da zero con una botta simile senza costruirla con una roba intermedia. Siamo qui e ora. Il live ha il sapore di un treno inesorabile screziato solo in due punti dalle urla nel microfono Fisher Price di Colours Move e Bright Tomorrow (c’aveva la cassa anch’essa, tipo del drono, neh). Il resto è Tarot Sport e la sua discoteca per chi non va in discoteca, con i giri melodici che vedi in tutto il loro essere elementare su meno di un’ottava (quattro tasti che puoi fare sulla pianolina a batteria che ti regalavano per natale a otto anni), l’accumulazione continua delle erre e i crescendo di tutto stratificato e organizzato. Le prime file ballano, non so dietro. Dal vivo il tutto è meno organizzato (bene, suona vero, fichissimo quando Flight Of The Feathered Serpent parte con i suoni tutti sfasati rispetto alla versione originale), epperò sembra finire troppo presto, quei due-tre minuti in meno di quanto ti eri abituato. Un po’ come la fine, quando ti aspetti l’ovvio bis di Sweet Love e invece il pubblico torinese non riesce a tirarli fuori (i !!! senza Giuliani li ho elaborati data la loro serataccia, questo meno).

Non c’è niente da fare, non sono più abituato alla durata dei concerti, ma questo è un problema di tempo e non di luoghi.





Bright Tomorrow - Fuck Buttons

18.10.09

Un weekend produttivo

Venerdì non sono andato a sentire i Drones, i Minus (Habens), quel sant'uomo di Zip tramabambam (ok Shackleton, ma che oompa-loompata spencer funk explosion che è 10th December di San Proper) o i 99 Posse. Sabato non sono andato a sentire Alan McGee (di supporto ai My Awesome Mixtape), il clubbing per audiosvantaggiati Deaf Rave, la serata inaugurale di Neon Invasion o il World Sound Power Dub Soundsystem. Domenica non sono andato a sentire Dam Funk. Ma. Ho mangiato i tramezzini all'aragosta di Mulassano e ho trovato questa figata totale che da oggi è il mio avatar su Last.fm.



Il trailer
Il sempreverde Batman contro lo squalo

11.10.09

Al buio

Come l’anno scorso Xplosiva ha organizzato EVA (ElectroVideoAmbiente) all’interno della Settimana di Uniamo Le Energie e così mi sono beccato aggratis il sontuoso live di Shackleton, in modo da poter testare sul campo la bomba Three Eps in uscita su Perlon. Fortunatamente lo spazio accademico da lezione universitaria della Fondazione Sandretto è stato abbandonato in favore del Sustainable Dance Club di Torino Esposizioni, una riproduzione del dancefloor del Club Watt di Rotterdam che sfrutta l’energia cinetica di chi balla per generare effetti di illuminazione tramite led (ricordo ancora quando i giornali italiani spararono la cosa come se il movimento dei piedi alimentasse l’impianto audio, le luci e quando il dj toglieva la cassa l’energia veniva venduta all’Enel). Per quanto mi riguarda però il vero aspetto di sostenibilità è stato che Shackleton per l’una ha terminato l’ora e mezza di live.



Fedele alla mia abitudine di entrare nei posti nel primo minuto di apertura, osservo come al solito le sempre diverse modalità di arrivo e riempimento di un luogo forse troppo ampio e con una luce bassa, blu-verde livida e strana. Il dj che cura l’apertura sciorina per una buona mezzora un misto pop funkettone spezzato, tra cui per esempio riconosco Young Heartache di Bullion. Poi via via che le persone arrivano opta per della techno a bassissima battuta, tra cui per esempio riconosco Goblin Think dei Margot. Shackleton attacca laptop e controller e comincia con una jam di percussioni senza bassi. Non avevo idea che potesse indossare degli occhialini da vista, dei colori sulla t-shirt e che potesse saltellare così tanto davanti alle manopole – sì, mi aspettavo una specie di ninja imperturbabile bianco e nero. Il primo pezzo realmente ballabile è la nuova (No More) Negative Thoughts che sfocia in Death Is Not Final. I bassi sono controllatissimi, delle bordate solitarie e dei giri assassini lontanissimi da certi wahwahwah cafoni che tanto animano certo dubstep. Se Shackleton già in passato era stato uno dei tanti battitori liberi che animano la parte più interessante del genere, oggi sembra spingere oltre la sua produzione, tra tentazioni techno che ogni tanto nel live sono affiorate e divagazioni ambientali che sempre nel live sono state più al servizio della maniacalità percussiva.



Se un unico appunto voglio proprio fare è quello che, mentre saltuariamente Shackleton ridacchia perché intreccia due linee di cassa in modo insieme dritto e sbilenco, il suo set parla solo il linguaggio della paranoia e dell’apocalisse. Gli inserti medio-orientali, asiatici, africani (ma si potrebbe continuare con maori, eschimesi e valguarnera-caropepesi) hanno perso tutti i colori e la vita che spesso come un brutto souvenir l’esotismo a basso costo riesce comunque ad afferrare e non resta che il borbottare dei quartieri ghetto visto con sconcerto, paura e rifiuto dal resto della città indigena e insicura. Anche se il borbottio non era altro che “oggi ho avuto una giornata pesante, ti amo, che facciamo stasera”. Così i momenti più belli sono quelli in cui l’apocalisse diventa letteralmente rivelazione e il velo vieno squarciato e ci si mette alle spalle la paura precedente. Come in Naked che è una specie di film nouvelle vague strizzacuore sulla Banlieu (di più cosa si può fare, la nouvelle vague coi nazisti?). O come quando la tribalità dei canti e delle percussioni si inietta nelle nostre giornate automatiche e sempre troppo cinetiche anche se siamo fermi col culo sulla scrivania e la faccia incollata su uno schermo (i pezzi su Hotflush come New Dawn e i suoi urletti o la tabla-defibrillazione di Mountain Of Ashes). Mezzanine dei Massive Attack era un punto di partenza verso il buio, qui ci stiamo dentro appieno ed è solo questione di prendere le misure di quello che non riusciamo a vedere. Poi però il live finisce e il modo sbalordito con cui Shackleton sorride e stringe mani riporta queste pippe alla genialità umile e intuitiva che amo nella musica elettronica perché riesce a dire tanto sul mondo in cui viviamo senza sembrare una coglionata da sociologi per quotidiani.


Naked - Shackleton
Mountain Of Ashes - Shackleton

30.9.09

La pioggia viola

(Anche se qui c'è ancora il sole). Esercizio di stile. Doveva essere una specie di tentativo di mettere in fila due o tre cose fighe con un mixato tachicardioinico da un pezzo ogni dieci secondi e poi sono finito sempre sulla techno piagnona, sui lungoni dilatati e sulle versioni private delle cose che più canticchio (Two Dots per capirci). Dopo è pura caciara, come il mio pezzo del momento, ovvero Raindrops: sorrisoni, l’aereo a metà che parte e arriva, even though you’re million miles away.

Rain Drops (mix) - maxcar - [mirror]


Sketch On Glass - Mount Kimbie [HotFlush Recordings]
Wad - Pearson Sound [Hessle Audio]
Sparing The Horse - James Blake [Hemlock Recordings]
Wet Look - Joy Orbison [HotFlush Recordings]
When The Sun Goes Down (Ain’t No Sunshine UR Mix) - Anthony Rother [Datapunk]
Goodly Sin (Robert Hood Remix) - Ben Klock feat. Elif Biçer [Ostgut Tonträger]
For The Lost - The Mole [Internasjonal]
Two Dots [maxcar Dots For The Lost mashup] - Lusine [Ghostly International]
Acid Bells (Martyn’s Bittersweet Mix) - Efdemin [Curle Recordings]
Burning Up - Skream [Digital Soundboy]
Seven (Martyn’s Seventh Remix) - Fever Ray [Rabid Records]
Raindrops - Basement Jaxx [XL Recordings]


Rain Drops (mix) - maxcar - [mirror]

29.9.09

Klosing walls and ticking Klocks (25 hours party listening people)

Ma non ti annoi? Ma che cazzo fai quando vai?* A che pensi per tutte quelle ore?** Se è difficile provare a rispondere alle loro domande con “ascolto cosa/come suona il dj, guardo come reagiscono le persone, ballo sul posto***”, immaginate la mia situazione: è più inspiegabile attendere un dj che si presenta solo alle cinque e sentirlo fino alla fine (lo stesso orario in cui mi sono svegliato) o recriminare sul fatto che abbia suonato solo due ore invece delle cinque preventivate (e che anche il suo compare ci aveva regalato qualche tempo fa)? Per farla breve, venerdì scorso doveva suonare a Torino Ben Klock ma per un allarme attentato all’aeroporto di Berlino il suo aereo è atterrato a Malpensa alle 3 invece che alle 22. La piazza è stata tenuta egregiamente dai residenti anche se non facevano per me (ho alzato le antenne solo per uno dei primi pezzi del secondo tipo (Claude?), una roba strana con battuta lenta, e per The Pulse di Efdemin su cui mi sono alzato dal divano. Ben Klock ha comunque onorato fino a quando ha potuto la pista e il locale (le 7, Turin is not Berlin), anche se io ero troppo stanco per apprezzare il tiro dritto e rigoroso e dopo una ventina di minuti ho optato per il divanetto, risvegliato dopo una mezz’ora dal remixo dettmanico dei Junior Boys curiosamente seguito anche questa volta da Subzero. Più in generale per il poco sentito Klock mi è sembrato più squadrato e meno incline all’idea ritmica di Dettmann, ma potrebbe essere solo questione di compressione. I ragazzi di Savana Potente hanno promesso che Klock tornerà prossimamente con un evento gratuito. Poi c’era un afterhour al Dottor Sax, ma per andare avrei dovuto prendere delle sostanze, tipo il sonno pomeridiano.


Subzero - Ben Klock


* un collega che si è svegliato alle sette come me, ma che andrà a letto nove ore prima
** una persona molto vicina all’estetica
*** agito i piedi sul posto, ondeggio la testa sul posto, ogni tanto elargisco segni di approvazione o avversione con le mani. Sempre sul posto

14.9.09

Natale con i Collective, Compleanno con i Buttons


Olympians - Fuck Buttons



(Odierete che sono scomparse le tribalità e le complicazioni e ora per gran parte suonano come degli M83 via Mogwai dopati da Weatherall, che Surf Solar per quanto maestosa rispetto all'edit aggiunge un minuto iniziale introduttivo e due minuti finali che era meglio il troncamento abrupto, che Lisbon Manu è la terza volta che si ricicla un'idea etcetera. Ma finisco i kleenex e aspetto il concerto sperando che annientino timpani e torace)

12.9.09

Il castoro del Canadà

Da qualche giorno mi ronzava in testa questa canzone che mi faceva pensare ai Boards Of Canada, anche se non c'entrava niente coi Boards Of Canada. Due quarti di intro assoluti, con contrappunti a somma di seguito, campane, filtri, archi etnici, u-uh neri, incisi di suspense e rumori di fondo su beat meccanici. Così facile e pop, quasi infantile, da non farti sentire a tuo agio. Ho setacciato la discografia dei Boards Of Canada e poi mi sono accorto che era Chicco e Spillo di Samuele Bersani. Poco fa ho messo insieme qualche pezzetto benedetto (niente di estraneo all'originale), ho mappato qualche effetto banaletto alle manopole (che i due santi fratelli mi perdonino) e ho improvvisato un edit per spiegarmi meglio. Poi ho coperto le tettine all'immagine della copertina, ché insomma va bene gli anni Novanta, il monosopracciglio e quei maglioni, ma a tutto c'è un limite. Ciao.


31.7.09

La Canzone Del Parco

Ondata di caldo, heatwave. Per gli inglesi i trenta gradi umidi sono una specie di evento mai visto. Ovunque i ventilatori dicono che non potrà succedere ancora. Ventilatori sui saldi. Ventilatori nei pub dove la gente, quando non trepida per le semifinali di Wimbledon, preferisce la zona antistante, sempre più un pollaio da batteria circondato da cordoni e ripreso da telecamere a circuito chiuso dove puoi portare solo bicchieri di plastica, starnazzare e fare l’uovo. Ventilatori blu nelle stazioni della metro, enormi e circondati da grate (anti-furto o anti-infortunio): sono un’attrazione davanti alla quale fotografarsi, per ricordarsi in qualche modo di questo avvenimento. Il sindaco avvisa la popolazione con manifesti ovunque (“bevete tanta acqua”), mentre sugli autobus e sulla metro continua a funzionare il riscaldamento. Un gruppo di ragazze in bikini al parco tira indietro le pance in sincrono davanti al fotografo che le ritrae per il free-press della sera. Il sole scende e ad Hyde Park, fuori dal recinto, in migliaia ascoltano il primo dei due concerti dei Blur a Londra.


Photo by p-m


Il giovedì doveva essere una toccata e fuga di puro stampo logistico. Conviene più l’arrivo da Hyde Park Corner o da Marble Arch, ci saranno più ingressi, saranno puntuali? Da Hyde Park Corner non si sente niente, a parte il vociare dei bagarini. Via via che circumnavighiamo l’area si comincia a distinguere l’audio gentile del ritornello di Badhead che si chiude. Alcuni ragazzi scavalcano i tre-quattro metri di recinto verde scuro e non capisci se abbiano scarpe artigliate. Domani arriviamo da Marble Arch. Il giro di chitarra di Beetlebum è perfetto per la crescita dei watt percepiti e siamo davanti. In migliaia fuori dal concerto. Una coppia studia, circoli da quattro cinque bevono, il caldo ha bruciato l’erba e il giornale sotto il culo non serve, freak spiritati, i grupponi di ragazze e ragazze neri sono coloratissimi e si lanciano occhiate fumiganti e poco si curano della musica mentre tornano a casa con le buste piene dei saldi, i grandi comodi della sdraio, una bruttina balla da sola, se vai indietro riesci a vedere i maxischermi, l’ultimo pezzo mentre entri alla metro perché sai quale sarà. (a rileggersi con uno stacco di qualche settimana prima di postare eviti certe anafore che sembri Ligabue)



Di notte un temporale scaccia il caldo. Alle tre suona l’allarme anti-incendio del nostro albergo. Suonerà altre quattro-cinque volte nei giorni successivi, ma è sempre per finta e dopo quella nel sonno della notte e quella della pennica-da-mezzora pre-concerto non ci faremo più caso e non usciremo più in ciabatte su Argyle (sipronunciargoil) Square. Il tempo variabile della mattina torna sole potente per il nostro ingresso al parco. Tragitto dalla metro + fila che più rapida non si può all’ingresso + gran puntualità = niente Deerhoof e niente streaker (genio). Peccato ma non penso proprio che siano adatti a una spianata con tanto pubblico davanti. La birra quasi calda è in bottiglie di plastica che presto diventeranno protagoniste.


Photo by p-m


Mentre Florence And The Machine vestita con un copridivano ocra porta avanti la sua mezzora senza rompere troppo, esploriamo il circondario dove il premio “Esercizio più innovativo dell’area concerto” va a un miniBoots che troverebbe la sua collocazione perfetta per il Sonar o nei prossimi giorni per il Traffic (Primal Scream, Underworld e un cocktail di sciroppo per la tosse, sidro di pera e pasticche anti-acido). Solo secondo lo stand di un noto rhum dal quale si muovono individui con brocche marroni di dubbia provenienza (alcuni dicono english breakfast deteinato con ghiaccio). Il sole non sembra frenare insomma quelle vecchie spugne degli inglesi, tanto che con l’afro-funk di Amadou e Mariam si intravedono i primi balli - atmosfera fichissima, viva il Mali, ma non fanno Sabali che è un pezzone e dal vivo me l’aspettavo col cassone alla Radioclit e ogni intro sembra la nemesi per gli inglesi dei loro gruppi che qui cercano di parlare in italiano, ar iu fil gud, ar iu fil orait.



La versione sbiancata e hipsterica a seguire dei Vampire Weekend produce un nuovo fenomeno, appartenente al ceppo del pre-Vascorum publicum: dove il pubblico di Vasco tirerebbe le bottiglie contro chiunque si presenti sul palco prima di Vasco, compreso Vasco stesso travestito da Thom Yorke che suona comunque i suoi pezzi, questo pubblico invece lancia le bottiglie di birra di plastica che ha a disposizione contro se stesso, sublimando l’indifferenza verso chi sta sul palco in un gesto di autolesionismo controllato. A parte gli scherzi, i Vampiri fanno anche ballare e come gli altri prima non rompono più di tanto, semmai manca loro un po’ di furore, qualcosa che non faccia sembrare il tutto un compitino inerte, insomma il funk o il groove o il sesso o come lo volete chiamare. Quando terminano scegliamo una posizione che a leggere certi recosonti successivi si rivelerà saggia: non nella bolgia ma a centro-sinistra, lontani abbastanza da sentire bene, vedere qualcosa muoversi sul palco ed evitare i pugni in testa grandi protagonisti delle prime file.


Photo by Waldopepper




Il primo concerto messo in vendita (si vive di simboli e chi lo sapeva sette mesi dopo cosa sarebbe successo). L’ingresso è sul valzerino di Debt Collector, cripto ironie per soli fan. La partenza è inizio degli inizi (She’s So High) più inizio di Parklife coi ragazzi e le ragazze verso la Grecia. La chiamata e risposta col pubblico di Tracy Jacks è seguita da There’s No Other Way che come la precedente S’sshigh fa purtroppo a meno del fumo passivo degli acidi in favore di un abito diritto e asciutto . Su Jubilee Albarn si sbatte a destra e a manca, anche se poi confesserà di temere il contraccolpo fisico della doppia data – c’ho n’età. Badhead ha un mood perfetto per il sole che piano piano si rilassa tra le trombette, tanto che Albarn si lancia in un “chilavrebbedetto davanti a ‘sto tramonto e il parco e Crystal Palace e il milleottocento” davvero da sceneggiata.




La coda di Beetlebum, con le bordate di Coxon, segna in qualche modo la fine di una prima sezione e il passaggio alla sezione meno brit e più matura. Out Of Time è perfetta nel suo essere dolente e minore e riesce nel mettere d’accordo contro di me i distratti super-fan-ommioddio-think-thank-no e i distratti conosco-solo-i-successoni-che-passava-mtv. Trimm Trabb nel transitare tra l’inizio acustico e il rumore che la ingoia nella seconda parte ha un Albarn cupo e purtroppo sembra più moscia rispetto alla data del giorno prima fino a quando esplode e rade al suolo. Il finale di Coffee & Tv, invece, dopo tanta minaccia deraglia in un contenimento tale da stupire il pubblico. La sezione è chiusa da una Tender in cui ho la triste visione di avere anch’io il mio megaevento da anziano col pubblico che canta prima del cantante, con il gruppo che la tira per le lunghe in maniera esasperante e, oh my babe, mancano solo gli accendini. Però come on come on come on, get through it, love’s the greatest thing that we have.




Country House e il suo intermezzo tutto in mano al pubblico ha però un finale infetto da Coxon che risolleva dall’ovvio piacere. Seguono la pazzia megafonica di Oily World (ogni sera la stessa pantomima ma non si stuferà della sirena rotante? No, per il momento direi di no), il saliscendi ferma riparti di Chemical World e l’ondeggiatesta nanana di Sunday Sunday con intermezzo sempre più veloce fino a spetasciarsi su una padella come un uovo fritto. Poi arriva Phil Daniels e viene giù tutto e penso che essere Phil Daniels mentre urla Parklife davanti a sessantamila persone deve essere una figata degna di essere invidiata. Via verso la prima fine.


Parklife (Live In Hyde Park 03/07/2009) - Blur and Phil Daniels


- “And the mind gets dirty as you get closer to thirty”
- Ormai…

Forse credo in maniera un po’ forzata che questo concerto rappresenti un passo importante verso la mia rimozione totale di ogni forma di giovanilismo tardivo (essendo stato peraltro sempre poco giovane, da giovane), ma End Of The Century e le sue formiche mi fanno quest’effetto, anche se forse parla più di conformismo e labbra secche. To The End e il suo “sembra” mi commuovono e di più non dirò perché non voglio scadere nel personale. Albarn indica la luna e This Is A Low, fintofinalestorico che non fa male, ha quell’amaro che accetti perché verrà riscattato da corposi bis.

Il primo trancio di bis è a forma di martello. Popscene e Advert pestano duro e l’intro di Song 2 in crescendo ritmico tra le urla porta a un minuto e mezzo con la chitarra che suona come se l’amplificatore fosse rotto o come la somma di tutte le discoteche rock scrause che per te sono il male.



Altra pausa e nel secondo trancio l’incedere funebre di Death Of A Party con la sua amarezza è l’ennesimo dei finali impossibili, così come For Tomorrow che è volemosebene, ma in qualche modo minore rispetto al più ovvio dei finali. The Universal e il suo genio. Rivoltato come un calzino, non mi resta che lasciar scorrere via i giorni e camminare fino alla fermata di Green Park.


The Universal (Live In Hyde Park 03/07/2009) - Blur


Camminando pensavo ad alcune delle mancanze nella scaletta a me care e alla fine più o meno tutte rientravano nel genere ballata minore amorosa. Good Song, On The Way To The Club, No Distance Left To Run, Strange News From Another Star, Yuko And Hiro e soprattutto Sing (una scaletta da piagnone, ahah). Sing è strana perché è la foto del Big Bang da cui sarebbero venuti fuori sette album e nonsoquante canzoni: una somma di frammenti minimali da canzoni che saranno tra loro diversissime nei dodici anni successivi. Tutto era già lì, i giri di chitarra, i cori e il parlato, i bassi, le distorsioni, il piano, gli effetti, in una tormentata dichiarazione preventiva di insensatezza e bellezza. Come un’eco al contrario. Mentre tornavamo in albergo canticchiavo tra me e me Sing.

Sing - Blur


Bonus Track
La sera dopo mentre mangiavamo curry giapponese a Soho, le coppie reduci dal gay pride amoreggiavano a fianco alle nostre zuppe di miso. La scelta era davvero ardua: Sascha Funke ed Efdemin al Fabric (ok con Radio Slave, ma tanto non lo avremmo degnato di nota) o Juan MacLean e Kim Ann Foxman di Hercules And Love Affair? La warpata con Plaid, Luke Vibert, Tim Exile e Clark o Lee Jones dei MyMy? Siouxie Sioux che mette i dischi per il Pride al matter o una data del quale scopriamo a posteriori l’esistenza di Theo Parrish? Insomma, non potrei vivere a Londra. Abbiamo comunque optato per un party dei Disco Bloodbath in un posto segreto con Pilooski ospite (bugia, ho scelto contro un’opposizione che optava per la DFA). Secret location party è il nome altisonante per “serata in palazzo abbandonato di Shoreditch”. La selezione di un presunto DB è stata variegata (discomusic oscura, electro, pezzi di Chicago, brandelli di acid-house), ma vittima di un tenore cocainico che ultimamente ravviso spesso nei djset diciamo hipster per capirci e che mi agita e mi infastidisce. Di seguito almeno fino alle tre e mezza Pilooski si muoveva sulla falsariga precedente, forse appena più dilatato e tendente all’acidhouse, mentre lo zoo misto di modelli alla Brüno, commesse di Floral Street, giapponesi solitari con lo zaino rivolti contro uno degli altoparlanti, ammiragli di vascello (giuro) oscillavano tra il ballo sovraeccitato e la chiacchiera annoiata. Un po’ annoiati anche noi abbiamo detto basta prima del primo edit e siamo andati a esercitare la pronuncia di Argyle col primo tassista disponibile.

23.7.09

Professione Vacanze

Bentornati al magico mondo della crisi’n’musica! Se avete passato un Natale di apprensione al suono di Cassa Disintegrata e avete tagliato il vostro monte ferie con Settimo Cielo, adesso siete pronti per qualcosa di serio. Quando devi fare cassa (e non parlo di legna), ogni taglio è buono. Progetti innovativi, sedi decentrate e tutta una serie di parole orribili come ‘nuovi paradigmi’ sono un buon lusso quando l’azienda va bene e magari c’è un qualche progettone capisci’a’mme a sostenerli. In momenti come questi, tutto torna al centro e se sei fortunato (e non sei proprio schiavizzato come i poveri ragazzi di MTV) vieni riassorbito negli headquarters a testimoniare dal vivo i contratti a tempo determinato non rinnovati,a passare le mattinate in cassa integrazione e a rincorrerere le voci incontrollate sull’autunno. Non c’è visibilità però e allora resta il qui e ora, nove giorni di lavoro in un mese e sabato le ferie che iniziano, lunghissime (tre di chiusura sede più una fortemente consigliata).

Uno degli ultimi bagni a mare prima di salutare la Puglia è stato a Cala Corvino. A Torino la gente fa la fila alla domenica per le piscine all’aperto o se ne va nelle valli a camminare per ore. Io non lo farò mai. Durante queste mattine libere ho avuto un umore che definire escapista è poco. Quando mi sono accorto che Professione Vacanze stava prendendo la piega di un Rohmer meets Acid House, tra una Xena crocifissa con Olimpia e tutti quegli anziani che ballano le canzoni di una volta e mangiano la pasta sulla tovaglia di carta, il remix vanziniano del singolo dei Gossip ha cercato di scuotermi. È stato solo un attimo però ed avevo già gli occhi sbarrati davanti al nuoto sincronizzato. Queste vacanze saranno lunghissime*.

Professione Vacanze [mirrors] - maxcar

Sunshine – John Talabot [Hivern Disc]
Keep Me In My Plane (DJ Koze remix) – Who Made Who [Gomma Records]
Come Home (Andrew Weatherall mix) – James [Fontana/Phonogram]
Reckoner (Rollmottle’s Pacifica remix) – Radiohead [Sentrall Records]
Shove – Sven Weisemann [Artless]
Barefoot Through Hell – Chelonis R. Jones [Systematic]
Heavy Cross (Fred Falke remix) – The Gossip [Columbia]
Beach Buggy – Tiger Stripes [Urbantorque Recordings]

maxcar presents Underwater Love (del nuoto sincronizzato)
Moth – Burial & Four Tet [Text Records] vs
Amo Alucinor – Jesse Somfay [Archipel] vs
Oh Reality – Richard Youngs [Sonic Oyster Records] vs
Porc #2 – Moderat [BPitch Control]

Sky And Sand – Paul & Fritz Kalkbrenner [BPitch Control]

[Contiene tracce dei Drops]


Professione Vacanze [mirrors] - maxcar

*Ovviamente avevamo preso dei biglietti per la Turchia con Myair.

10.7.09

Ho tutto sulle dita ma non riesco a scriverlo

Il qui presente is now based under the Mole, in preda alle angherie dei dannati torinesi, con un filtro iraniano su Blogger e cassintegrato per metà del mese. Ho in sospeso tanta roba da raccontare (lo scorso weekend londinese, il Traffic), ma l'appuntamento per il momento è rimandato. Se stasera nelle prime file davanti ai Primal Scream vedete un furioso con una maglietta raffigurante una madonna nera con un bambino bianco, salutatelo.

30.6.09

On The Way To The Club Hyde Park



Meno male che c'è il 2.0

Qualche post addietro ci si arrovellava dietro al finale di set di Marcel Dettmann a Torino. Il pezzo-bomba era una specie di giro di Radiohead in mano a un Gui Boratto o a un Border Comm. Raschiato il fondo delle b-side senza trovare niente, avevo perso la speranza, quando è arrivato Youtube a rispondere e a sottolineare la mia mancanza di attenzione del momento. Santiago Salazar viene da Underground Resistance, è uno dei Los Hermanos, poi dietro Ican e qui da solo tira fuori uno strappa-lacr1m3-Tronico che è stato al centro dell'attenzione il mese scorso per le polemiche attorno al remix di Stefan Goldmann (iperfunzionale che diventa malatamente disfunzionale, una roba sconsiderata con i koto e i flauti di pan che se ne parte per la tangente, troppo anche per la mia malata idea di dancefloor). Ma soprattutto, quello che si sente ultra-riverberato è il noto programma per chattare-video-chiamare?


Arcade - Santiago Salazar

19.6.09

Non è vero che non ascolto più la musica pop

Per esempio Beyond The Valley Of Ultrahits di Richard Youngs, che è un CD-R in cento copie, che poi a grande richiesta sono diventate duecento e si potrebbe andare avanti via così di cento in cento. L'eterno mito dell'estate che non finisce ha il baretto del lido accanto che manda loop synth-minimal che periodicamente ti sfasano e ti riacchiappano, coi loro shuffle meccanici, i bassi caldi e zompettanti e i rumori a caso. Il pop è compromesso, successo, gioia - lo so - ma il pop migliore è quello che ribalta tutto questo. Anche a rischio di buttare tutto in caciara con un assolo di chitarra che non c'entra un cavolo, messo lì per paura della perfezione. Anche a rischio di non lavorare con la musica, perché si ama troppo la musica.


Oh Reality - Richard Youngs

17.6.09

The Black Bloch - Il Principio Speranza

- Ciao, ho chiamato per un braccialetto
- Quanti te ne servono?
- Uno, sono in trasferta per lavoro e
- Eccolo (fa per mettermelo)
- Ehm, domani ho una riunione, potrei metterlo solo prima della serata?



Circa un anno fa ho mancato Marcel Dettmann a Bari: un set di tre ore capace di unire solidità oscura, Seconds degli Human League dopo cinquanta minuti e un finale con Idioteque seguita da un pezzo con una big band. Esiste testimonianza registrata facilmente reperibile. Lo scorso anno è stato indubbiamente un anno di successo per il Berghain e per il suo suono. Il recupero della rigorosità techno originaria e dello sporco analogico uniti all’attenzione per i dubpassi inglesi ha portato più di uno ad assumerlo come salvatore della technopatria a colpi di bassi. Non potevo farmi scappare pertanto il suo set a Torino (solo lui dall’inizio alla fine, cinque ore, roba da inventare scuse all’ultimo minuto per tornare da una trasferta il sabato al posto del venerdì sera).



Con la pista ancora semivuota i pezzi su cui entro hanno morbidezza ai limiti della house. Il capo chino e l’espressione seria sono quelli che ti aspetti da un’educazione da Repubblica Democratica (e che in fondo preferisco ai debosciati vestiti come in una pubblicità del Cioccoblocco che flagellano le nostre electro-capitali del divertimento). Il graduale passaggio verso la techno è segnato dall’inedito, spettrale e scheletrico remix di Work dei Junior Boys. Se i Wighnomy Brothers sono i signori dell’alcool, lui è letteralmente una ciminiera nicotinica. Mi aspetto un monolite marziale e invece l’abile intreccio dei vari Hotflush/Hessle/Tectonic regala complessità ritmica al treno di bassi che mi investe. E fortunatamente non si sale sul carro wonky che non mi prende proprio.



C’è tutto quello che mi aspetto, i Morphin-ici, Levon Vincent, i compari Temporary Assault System e l’ovvio motorino Deuce. Redshape e Do Not Resist The Beat, ma anche pezzi che dalla grana attribuiresti a Robert Hood o a Surgeon se solo conoscessi meglio le loro discografie e che sono il vero riferimento di partenza alla base di tutto ciò. Nel frattempo lui sorride e si esibisce in un balletto che pare essere caratteristico a base di sorrisi e rotazione del polso con cui tiene la pista.

L’immancabile pupillo Shed di Another Wedged Gallina è seguito da un pezzo coi paddoni neo-trance da maninsu. Where were you di Rolando, dopo un break spezzato Scub-eggiante, diventa Energy Flash (e se c’avevo pensato anch’io…) e di seguito altri pezzi riprenderanno le ruvidità analogiche fino ai limiti del rave (e Vandalism di Dj Assault o qualcosa che gli somigliava molto). La maninsu torna sull’ultimo pezzo prima del bis, con cui è solito chiudere i set ultimamente (ma che è? Ditemi il titolo?! Marcel Ernst Bloch della Techno).



Sono le sei e mezza, il bis è analogico e fuori il sole acceca dopo tanta bellezza oscura. È l’ultima trasferta qui a Torino. La prossima sarà un trasloco. Dovrei chiudere la trilogia di Cassa Disintegrata e Settimana Corta con una roba tipo Chiusura Del Centro di Ricerca e Assorbimento Negli Headquarters, ma non so se avrò il coraggio.


Work (Marcel Dettman Remix - excerpt from Free Your Mind set) - Junior Boys



(bonus track, il video del famigerato pezzo maninsu finale)

4.6.09

Week3nd: Joy Division in Salento


(Un negozio di elettrodomestici e telefonini chiamato Joy Division in un paese del Salento senza mare?)

Azz Klapz - Teengirl Fantasy

(fortunatamente il resto del terzo weekendone è stato più simile a questo pezzo dal terzo minuto in poi, ovvero "facciamo un pezzo pop da spiaggia ma ammirate come gli programmiamo sotto della ritmica techno oldschool")