15.4.10

Il fuori salone (di casa)

Più di un concerto previsto alle 21 che inizia più o meno alle 21(e15), più di un concerto che per le 23(e15) sei già a casa, più del fatto di poterne scrivere cinque minuti dopo dato che l'orario è umano, più di tutto questo stasera posso dire che per la prima volta sono andato a un concerto dietro l'angolo della casa in cui abito. Poteva succedere prima, dato che quando il mese scorso mi sono perso i Broadcast & The Ford Focus, non sapevo che il Teatro Astra di Torino fosse un teatro del mio quartiere. È successo invece per Joakim, accompagnato da band live tali & The Disco. Peccato che al di là di questa soddisfazione sempre negata in passato dalla tipologia di quartiere in cui amo stanziare, il concerto non sia stato un granché dato che quella roba che ci piace che fa Joakim, dal vivo davanti a poche persone ingessate dalle poltroncine numerate è stata affogata dal gruppo con gli strumenti. Il bilanciamento balistico tra sintetizzatori, trattamenti e bassochitarraebatteria - il lato più interessante di Joakim al di là del tiro disco e delle divagazioni craute - dal vivo si è perso in un suono troppo live (non ai livelli di A Mountain One, ma quasi). Molti di quelli che suonano questo non genere, chissà perché, dal vivo cadono nell'equivoco di suonare troppo, perdere nei dettagli e sembrare un gruppetto rock anonimo con due o tre idee. Poi, vabbé, I Wish You Were Gone con le voci fantasmine e i synth arpeggiati ha fatto comunque sbattere i culi anche se stavano sulle poltroncine e fino a quel momento la quarantina di presenti non aveva spiccicato un applauso.

14.4.10

Chiedi chi erano i WinMX

Più o meno sette anni fa avevo un blog da cinque mesi e mi sembrava che fosse un'eternità. Sono andato a controllare e nel mese di Maggio 2003 parlavo di Four Tet, Dan Snaith che allora si chiamava Manitoba e ora è Caribou (stroncandolo come giocattolo per critici e piatto troppo condito ahah), Prefuse 73, live dei Blur senza Coxon visti in tv, la possibile anteprima a Cannes di un misterioso lungometraggio collaborazione tra Leji Matsumoto e Daft Punk e parlavo dei Broken Social Scene. You Forgot It In People era un accrocchio strano che aveva dentro il Canadà indie del momento e del futuro (gli Stars! voi potete dividervi tra i progetti di Kevin Drew, Feist i Metric e i Dears. E se c'avete il fiuto, i Weakerthans che ancora non ho mai sentito). C'era ancora WinMX. Credevo di correre sempre più veloce. Ero fermo.

Sette anni dopo (sette e mezzo per chi seguiva la scena canadese prima delle ristampe e magari chissaquando se c'era coi BSS dall'omonimo), Forgiveness Rock Record è un disco che ti sorprende ora come allora col suo essere accrocchio di cose belle e spiegazzate che forse non c'entrano con tutto quello che è intorno e non sai cosa può succedere alla traccia dopo. Quello che allora sembrava uno sconsiderato osare, ora è la maestria di chi riesce a far convivere tutto quello che piace, anche quello che piace ma che al momento sembra interessare di meno. Ci si ritrova di buon umore, quasi ci si dimentica del nuovo LCD Soundsystem (ma non di All I Want, non si può, Sant'Eno si arrabbia poi) e si avvisa i cari, "è primavera! è primavera!". Ora come allora sembra di essere fermi nonostante i settimanali voli lowcost facciano macinare kilometri. Ora come allora bisogna inventarsi l'inaspettato. Viva la vita rotta.

*
All To All - Broken Social Scene
Romance To The Grave - Broken Social Scene

(ma se non fosse da blog puzzone sarebbe da linkare tutto con un trojan che in automatico ve lo fa comprare. E di All To All qualche disco-head - Aeroplane? Ewan Pearson? DFA con Gavin Russom? - dovrebbe tirarne fuori un mostro cosmico via Milk & Kisses da ventisette minuti. E il trojan subito dopo suonerebbe All I Want)

((ora come allora si rifuggono i necrologgi, ma un saluto a Steve Reid e a Malcolm MacLaren. Linkare Paris con la Deneuve sarebbe stato troppo pure per lui))

*Feist è quella con la sciarpa e il pizzetto (scusa Feist, ma è una tradizione sin dal vecchio blogg)

11.4.10

ENOugh is ENOugh




Un webrip dopo l'altro abbiamo avuto la gioia multipiano di Drunk Girls, l'omaggio(!)tributo(!)riconoscimento(!) di Pow Wow, l'inizio tribal'happening che diventa electro leeenta mica come quella che piace a voi giovani che avete tanti amici di Dance Yourself Clean da un rip di Radio Londra e ora, Change.
Change ricorda tantissimo All my friends ma parla di cambiare per riuscire a innamorarsi. Sono io un pervertito o Jimbo Murphy si è messo addosso degli effetti vocali alla Bonovoxson di Joshua Tree per fare l'ennesima cripto-celebrazione di Eno?
[E ripensandoci non solo echo'n'delay, ma anche le ripetizioni (stavo per dire anafore, poi ho fatto appena in tempa a fermarmi), i falsetti (non tutti però) e quel ponte levigatissimo che si trasforma in un guaito prima del ritornello e persino le scale. Ma magari è tutta colpa dell'echo'n'delay]

6.4.10

Si illuminano gli angoli

Dal suo buen retiro tropicale tra un vodka martini e un'onda ci scrive ancora Ragazzo Di Periferia. Ci comunica l'uscita del suo primo mixtape No Alla Cocaina (vabbè, a un primo ascolto sembra essersi fatto tutto il resto) contenente sei inedite versioni slo-mo di successi dei generi più disparati. E proprio un'esclusiva versione slo-mo è riservata ai nostri lettori, anche in download. Nel 2005 Ragazzo Di Periferia non apprezzò tanto La Malavita e ora non è soddisfattissimo di I Mistici Dell'Occidente dei Baustelle. Per questo ha riposto la sua tavola da surf sulla spiaggia e ci ha regalato una versione slo-mo di La Settimana Enigmistica che abbandona l'ormai impossibile gomma in favore di una malinconia slacker alla Pavement. Non so se raggiunga le vette del duetto tra Malika Ayane e Damon Albarn del mixtape, ma viene voglia di un autoradio e di un finestrino abbassato.







18.3.10

Datemi un biglietto d'aereo, non ho tempo per il treno ormai



Ciao Alex, tutti faranno riferimento a oscuri pezzi trascurati dei Big Star o dei Box Tops. Io non ho trovato lo spezzone da Gilmore Girls e allora ripiego sulla cover dei Corvi

1.3.10

Spinning Away On A Melancholy Hill (che a dirlo fa un po' Summer On A Solitary Beach)



Spinning Away - Brian Eno And John Cale

(sono ovviamente sotto con On Melancholy Hill dal nuovo disco dei Gorillaz: canzoncina fragilissima tristanzuola e felice insieme in cui Damon Albarn telefona sopra una cover moonsafarica alla Air di - maccosè, uhm, ce l'ho sulla punta della lingua, giusto! - quelle canzoncine fragilissime felici e tristanzuole insieme di Brian Eno come Spinning Away. Canto una sull'altra e viceversa e non è un mashup, per una volta)

27.2.10

Much Love To The Barraca People

Ci scrive il solito noto Ragazzo Di Periferia per segnalarci una sua nuova cover con cui vuole celebrare quei giorni del 2005 a Valencia a base di patatas alioli e San Miguel in cui, quattordicenne, passava l'estate a mettere dischi al Barraca, uno dei luoghi di culto della musica dance spagnola. Concentrando dentro il suo amore per Four Tet, Gas, John Talabot e la Hivern Discs tutta, Ragazzo di Periferia celebra Barraca Destroy degli Steam System e quelle estati in cui il FIB era ancora ad agosto. Il mese con più ferie dell'anno.





Facciamo Barraca Destroy - Ragazzo Di Periferia

25.2.10

La colazione dei campioni


Superfast Jellyfish - Gorillaz feat. Gruff Rhys & De La Soul
(ok, Gorillaz quasi ovvi a differenza di Stylo e niente Damon Albarn, ma i De La Soul più Gruff Rhys fanno tornare la voglia di arrostire salsicce di topo davanti alla piscina di plastica dei Neon Neon)

22.2.10

Una scusa per una foto


L'invidia del piano

Sarà che oggi esce il mattone di Joanna Newsom e la Protezione Civile ha allertato i lettori mp3/cd e giradischi di tutto il regno (no, ma almeno l'ultimo pezzo se ci arrivate dopo tre giorni è senza arpa e non è male), ma Chilly Gonzales sta per tornare con un album prodotto da Boys Noize. Nell'attesa ci delizia con un mixtape in cui si diverte a suonare con la sua orchestra su 50 cent, Claude Von Stroke, Busta Rhymes, Daft Punk, Rocky e Beyoncé. Ah, giuoia.


20.2.10

Station Wagon



(Non questo, né quest'altro, ma l'ultimo pezzo di We Are Proud Of Our Choices, il nuovo disco mix di Ewan Pearson per Kompakt. Durante l'ascolto del rifinitissimo e godibile e variegato insieme di pezzi - coscienziosamente testimoni dell'ideologia di Colonia - pensavo che la stationwagon, ancor più che il divano del soggiorno con la tv accesa su un Sanremo muto, fosse il posto in cui essere. Solo che a me le station wagon fanno schifo (nonostante una recente insofferenza per il clubbing o più che altro per l'uscire da casa) e il mix invece è perfettino e in fondo caruccio e c'è l'anteprima del remix di Silver Hum che uscirà per Misericord. Non fosse stato per il video di Blue Steel, mi sarei trovato in difficoltà)

16.2.10

Forse mi sono distratto e qualcosa è sfuggito

Nell'occasione della prima serata della Sagra della Canzone Italiana abbiamo ricevuto una grande anteprima. "Ragazzo di Periferia" è il progetto parallelo con cui un solito noto, che per il momento non vi possiamo rivelare, ha deciso di affrontare quelle sonorità dron-tribal-psico-pop-shocchez che stanno facendo la fortuna di gente come Animal Collective, Fuck Buttons, Delorean e tutto il glo-cucuzzaro. Si dice che voglia ricondurre quell'estetica sonora così lontana dal mondo a temi d'inchiesta scottanti, o forse spera soltanto in un invito alla serata finale della Grande Sagra e in un abbraccio della Clerici. Come tradisce il suo nome pare che tutto sia iniziato nel 2005 e il suo primo vagito è proprio una cover di quel glorioso anno.



3.2.10

Se questa è house, voglio i miei soldi indietro



Houseless - A House? mix by maxcar - [mirror]

Mabonda - Roots Unit [Permanent Vacation]
Sunset Yellow - Pangaea [Hessle Audio]
Hyph Mngo (Andreas Saag's House Perspective) - Joy Orbison [white label]
Don't You Want It (Club Mix) - Davina [Underground Resistance]
Rumpf Evolution (A mndsc suite by maxcar) - Liars vs Thomas Brinkmann [white label]

Houseless - A House? mix by maxcar - [mirror]

29.1.10

Miette



(Ancora ti chiamerò trottolino amoroso e duddudaddada. Si sopporta la molesta Marina e i diamanti pur di ammirare in tutto il suo splendore il maestro Minghi Gonzales e le sue dita cicciotte in guanti bianchi. Ah, sapessi suonare il piano e fossi brutto come lui)

26.1.10

Booze and boobs and grooves

Hanno più o meno detto tutto loro.

Venerdì scorso al The Beach di Torino (e, lo dico con piacere, il giorno dopo nella cara Bari) Moodymann ha scomposto attraverso un prisma la sua musica in tre ore / quarant'anni di nero e non nero. Da quando sono entrato in ritardo sulle note di Club Lonely fino all'uscita su un technone di Federico Gandin, passando per il synthpop di Don't Go, la discomusic che non farò mai in tempo a impararla tutta, l'hiphop giusto e l'ar'en'bi sbagliato, sprazzi di house e techno, KDJ per una sera ci ha fatto dimenticare l'idea di club come cava nera omogenea e un filo disperata in favore di quelle discoteche che i colleghi ti raccontano al ritorno delle loro vacanze o trasferte negli States. Posti dove il dj è spesso anche mc, la musica accompagna il beveraggio / flirt / cazzeggio e il flusso sa più di onde che di soufflé che si gonfia fino a scoppiare. Una roba di questo tipo con i De La Soul al posto della Gasolina, il funk al posto del reggaeton e una gestione delle dinamiche che ti sembra che Moodymann non sappia mixare (alla fine non è un dj, è un musicista) e invece il togli metti puntina è speculare ai passaggi fluidi coi pezzi disco e riesce a trasfigurare quello che suona al punto di rendere magniloquente un pezzo dei Whitest Boy Alive di Erlend Øye che nemmeno ricordavo. Un ragazzo di passaggio dice "Per una volta non siamo tutti maschi". Mentre se ne va via verso il Po, di spalle col suo cappuccio nero con pelliccia bianca e la pilotina piena di vinile, Moodymann sembra proprio Babbo Natale.


Club Lonely (I'm On The Guest List Mix) - Lil Louis and The World
A Roller Skating Jam Named "Saturdays" - De La Soul
Done With You - The Whitest Boy Alive

19.1.10

Attrici (qualcosa con cui distrarsi)

Paura. Di Avatar e della sua trama non me ne frega una ceppa, ma siccome dicono che è una specie di esperienza allucinogena e io da sempre sogno un'esperienza allucinata ma ho paura delle droghe, allora medito di caricare il nuovo di Four Tet sull'ipod e portarmi le cuffione al cinema per guardarmi l' "esperienza" con una sonorizzazione viaggiona a base di cetantoammore, Animal Collective, Manitoba, Isolée e Lindstrøm. Paura. Per paura di ascoltare maniacalmente cetantoammore alterno gli ascolti con qualcosa. Un nuovo remix di Nathan Fake che sembra il remix di Idioteque fatto da Aphex, la madrasboard del portatile del lavoro che si rompe e dev'essere sostituita, il nuovo ep di Joy Orbison che ormai lo pompano tutti in maniera inconsulta e pure il Guardian e beat'allui per la botta di culo (ma il remix di Maybes è toccato a James Blake, a-ah).

Sul nuovo EP di Joy Orbison per Aus Music (etichetta di Will Saul a metà tra techno e nuovibattiti) c'è un remix di Actress. L'anno scorso mi sono perso Actress. Una specie di incrocio tra Model 500, Autechre, Chicago e i bassi londinesi che nel tempo perso è uno dei tenutari della Werk Discs (per capirci dopo innumerevoli promo rifiutati - e poi rivenduti alla Hyperdub - ha ricevuto il materiale di Where were you in '92? e ha scoperto Zomby e inoltre pubblica Lone e Lukid). L'anno scorso è uscito con l'LP Hazyville, un disco di house sbagliata e morfinica senza bonghetti, rifiutato negli scorsi anni di intelligent laptop sterilità. In primavera Actress uscirà col nuovo LP per la Honest Jon's di Damon Albarn, già benemerita per la pubblicazione/distribuzione in UK delle nuove cose di Moritz Von Oswald e Tony Allen. Il 5 di Febbraio la Honest Jon prenderà possesso del Berghain con Moodymann, Joy Orbison e appunto Actress. Io mi consolerò venerdì prossimo con il djset di Moodymann @ Secretmood c/o The Beach, sperando che Kenny Dixon Jr prenda in mano il microfono e chiacchieri tanto.


14.1.10

Fratelli Maggiori


Brothers - Hot Chip

(un disco che fotografa il mio qui e ora di trentenne col suo cuore pop di Brothers, Slush e Alley Cats, che annoierà i bloghousettari che torneranno ai Bloody Beetroots e a Little Boots, che sembra fatto apposta per i sabati a casa*, ora come quindici anni fa)

* ma Brothers è un lavagnone su cui mi aspetto meraviglie per i weekend senza fine e senza cori in tele

13.1.10

If it's not rough it isn't fun

Su questo blog non avevo mai nominato Lady Gaga e Poker Face (sono uno snob schifoso). È con particolare piacere quindi che vi introduco al primo grande leak del decennio. Una monumentale discussione sul forum del Mucchio (aka FdC) intorno al fenomeno Lady Gaga (aka Stefani Joanne Angelina Germanotta) sta deragliando su binari sublimi e sul culto di Paul Van Dyk (aka Paul Van Dyk). Al suo interno un importante contributo come il Reboante Edit di Poker Face per mano di Pikkiomania (aka nihil82 aka Widex aka Caizzy) ha ispirato nelle menti veggenti di (appunto) Caizzy e Busy P. Sbirulino (aka Officina Gommy aka tOm) un progetto di cover senza regole registrate male.

PKFace Project


Gabberpunk, ambient satanico, l'inno dei mondiali, Bollywoodfunk, crauti cosmici e pop evoluto. La raccolta in uscita per Borla Records è già leaked (che sia colpa di the man machine aka traffic heart aka boblopette?) con tanto di bonus disc contenente l'esclusiva digital bonus track che ho registrato da esterno (aka ffwd aka batteriaricaricabile) indossando la cotenna ancora calda dello scuoiato Apparat. Per la vostra gioia in calce a questo post potrete sentire il temibile dub pieno di dread di Bessemerr (aka betrayal aka ikke). Dalle parti di inkiostro invece potete ascoltare la gemma lush p(h)op di Cymbal Beurre.

12.1.10

Non fosse stato per i ventisei gradi a Natale




(non tanto per gli ovvi motivi della pianohouseria sognante, spiaggiata e psichedelica - vero stato mentale dal quale non riesco a uscire da sette-otto mesi a questa parte -, quanto per come si strascica, inciampa e solleva con difficoltà le ciabatte dalla sabbia - devono essere quei piccoli fuori-tempo percussivi o i riverberi sul piano. Via 20 Jazz Funk Greats che quando non fa troppo il cattivo tira sempre fuori dei viaggioni per cui lo si ama)

11.1.10

Watermark (or The Ghost Of Enya)



Mancano due settimane all'uscita di There is Love in You di Four Tet e pare che questa volta alla Domino si siano superati: i pochi fortunati in possesso dei promo (nella maggior parte dei casi mp3 con un sistema per tracciare gli utilizzi indebiti [watermarking] particolarmente cattivo) hanno ritrosia persino ad affrontare l'argomento. Si favoleggia sulla metodologia usata e sui possibili effetti fisici oltre alla blacklist. In tutto ciò si moltiplicano le recensioni un po' storte tipo quella di Wire (His predilection for pedestrian rhythms makes There Is Love In You sound 90s-dated rather than cutting edge or even retro-effective). Così si perlustra sotto i tappeti della rete in cerca di ogni minimo indizio oltre al singolo Love Cry. Plastic People la sentite nel video di cui sopra e per intero in una puntata dello show di Gilles Peterson sulla BBC. A dicembre nella serata di chiusura della residenza per Plastic People è stato regalato un cd contenente un mix in cui più o meno intorno al trentesimo minuto partiva Sing. Nel weekend Four Tet stesso ha reso disponibile una versione live del pezzo di apertura del cd, sempre per la BBC (ho anche il pezzo dal disco, ma pare più bella live e non vorrei mettere nei guai l'eventuale watermarchiato). Disco alla Tarot Sport? Tutti i pezzi hanno la vocetta alla Orbital (Circling di sicuro sì)? Avete paura?

Angel Echoes (BBC session) by Four Tet

5.1.10

Rotante (La Settimana Dei nonSaldi A Londra)

No. Al minifestival dubsteppo non sono poi andato (la bass music, quella che una volta era il dubsteppo, ha monopolizzato le classifiche di fine anno ma per fortuna non è ancora diventata il nuovo trip-hop dato che i negozi di Londra, il vero metro di brit-popolarità post-NME, non la usano perché spaventa i clienti o li fa inciampare e sbattere l'uno contro l'altro come pacman intrappolati in un tenori-on). Al nonCapodanno nella solita topaia rappezzata di Shoreditch gli Aeroplane sono stati commoventi nonostante la trappola per topi in cui suonavano facesse di tutto per tenerti ai margini (i loro grandi classici misti alla disco polverosa, One Life Stand inaspettata da lacrime, un giorno vivremo a Parigi te lo prometto, like battery thinkers/count your thoughts, DON'T YOU WANT ME di FELIX e quel tepore da Deejay Time se il Deejay Time fosse esistito vent'anni prima). Erol Alkan invece ha annoiato pure la shop assistant gobba del Fred Perry di Covent Garden (andare lì quattro volte perché si ha la teoria che ogni giorno mettano qualcosa di diverso negli scaffali e ritirarsi con un unico noioso pullover smanicato): se vuoi accontentare ancora oggi tutti, il tuo miscuglio di post-disco, electro, milanesità rompi-coglioni risulta artefatto e senza mordente anzichenò (non puoi fare la profumiera con un minuto dei KLF prima di lanciare l'hit milanlondinese del momento - Bangkok di Boris Dlugosh - e poi era così giusto terminare sull'intreccio di Waves riletta da Gonzales con l'originale che non dovevi continuare a sonorizzare la fila al catastrofico guardaroba). Fico invece in apertura Rory Phillips che nonostante mixi con una cornetta telefonica al posto della cuffia ha intrattenuto amabilmente con la più recente tendenza di ibridazione di minimal e nuovadisco. A capodanno la fila per i fuochi in riva al Tamigi è durata un'ora (vai per Westminster e ti ritrovi oltre il London Eye), i fuochi dieci minuti, l'accenno di neve dieci secondi e più o meno un'altra ora per ritrovarsi al Fabric semivuoto popolato da indiani e turisti italiani (lo si voleva, ma non a questo punto) dove nello stesso momento suonavano Weatherall/sala uno, Joe Goddard degli HotChip/sala due, Rub'nTug/frigo-piccionaia. L'hotchippo ha optato per il polpettone nerobianco che strizza l'occhio alla band di provenienza (house sbagliata alla dOP, pochi technoni controllati, un pezzo vocale femminile post-r'n'b, ritmi rinse.fm-spezzati per il pre-finale e la chiusa con la suddetta Bangkok). Dopo si è resistito solo per una mezzora tra la coda minimalsfiancante di Weatherall (era ovvio, ma cristo per un set umano ti devo rincorrere nei pub?! a casa?!) e il freddo insostenibile per il mio raffreddore della sala tre dei Run'n'Tugghi. Al ritorno alla mezzanotte di sabato tra le ormai inutili luminarie festive sulla strada di Luton l'autista del pullman della Greenline canticchiava classici minori di Bacharach, Lucky Lips di Cliff Richards e astruse donnine northern-soul, tirava su col naso per il raffreddore e sbadigliava anche se avrebbe guidato fino a mattina.



ps:
Scena al Rock Shop di Charing Cross Rd.
Io: posso vedere il Launchpad della Novation?
Tipo dietro il bancone che capisci che ha aperto il negozio per vendere le chitarre e ora si ritrova a vendere queste diavolerie mentre il socio a fianco strimpella indolente su una fender: è lì in vetrina.
Io: niente sconti?
Tipo di cui sopra: No, è piuttosto caldo (pretty hot, in certi casi l'inglese sa essere davvero efficace)
Io: Vabbé, lo prendo.

Lungi dall'essere un post pubblicitario dato che centoquarantanove sterline le ho spese e ancora non mi rincorrono tirandomi addosso i tenori-on come a Four Tet, mi preme sottolineare due o tre fatti.
1) Chiunque pensasse che quelli della Novation abbiano pensato a un coso con dei bottoni per far partire le tracce si sbaglia di grosso. è un attimo e grazie ai prodigi di Max ci si barcamena tra emulatori di monome, step-sequencer, sample-scrambler e si è a un passo dal tenori-on.
2) Smanettando un po' ci si rende conto di quanta musica amata negli ultimi quattro-cinque anni sia figlia dell'approccio vettoriale-matriciale-grafico alla scrittura. Per una volta ci si accorge che la musica amata non è la solita figlia delle droghe (cocktail di anfetamine e allucinogeni) ma di un misto di patchinko, scandaglio nei forum alla ricerca della patch funzionante e occhiaie da 'no stasera dormo quattro ore che domani recupero'.
3) Non ho sentito The Visitor di Jim O'Rourke, ma sicuramente è stato uno degli alfieri dell'approccio matriciale. Fa tenerezza a tal proposito vederlo mentre i signori Yamaha gli spiegano come funzioni il tenori-on e lui risponde interessato (!), in giapponese (!!) e con interiezioni che non ti aspetteresti nemmeno da una macchietta giapponese (!!!).



pps: una delle sere dando un'occhiata alla BBC mi sono imbattuto in Goldie che partecipava a un quiz per celebrità chiamato Celebrity Mastermind. Rispondeva a domande correlate ai film di PT Anderson. Ora, è assolutamente ok che musicisti (che sono stati) di nostro interesse frequentino i programmi televisivi inglesi di prima serata - in una delle puntate di The Big Fat Quiz c'era anche Lily Allen. Goldie però fa caso a parte. Per chi non lo sapesse, Goldie è stato uno dei concorrenti del Celebrity Big Brother del 2002 (eliminato per primo), si è rotto il femore facendo sci d'acqua nelle prove del reality The Games (a cui non ha mai partecipato) ed è stato uno dei concorrenti più amati di Maestro una specie di Ballando con le stelle applicato alla direzione d'orchestra andato in onda ad Agosto-Settembre dell'anno scorso. Goldie è arrivato secondo, battuto da una specie di Maria Amelia Monti punk, ma è stato il vincitore morale tanto che questa estate la BBC ha trasmesso l'esecuzione alla Royal Albert Hall di una sua composizione pseudo classica (!) chiamata Sine Tempore (!!), facendo commuovere il suo grill in platea (!!!). La Giusy Ferreri del Regno Unito



Don't You Want Me? - Felix
Inner City Life - Goldie
Viva Forever - Jim O'Rourke

22.12.09

Cassa Disintegrata II (Chrisimas Miss)

La crisi è finita? Togli la cassa? I bugdget tornano a essere sfide? La crisi è stata un'occasione persa. Qualcuno in questo inizio anno si farà male. Per la seconda volta, il mix cassone di (buon)Natale con cui passare il pranzo coi parenti - l'anno scorso ci portò gli Animali quest'anno ci porti il Fourtetto.

Cassa Disintegrata II (Chrisimas Miss)



Because Of You [Michael Cleis Remix] - Skunk Anansie [One Little Indian]
Youth Speed Trouble Cigarettes [Radio Slave Remix] - Cassius [Cassius Records]
She's An Illusion - Azari & III [I'm A Cliché]
Santa Maria (del Buen Ayre) [Pepe Bradock Wider Remix] - Gotan Project [¡Ya Basta!]
December 10th - San Proper [Perlon]
We're All Clean - Joris Voorn [Rejected Music]
Electricity - Linkwood [Prime Numbers]
No. 20002 - Wax [Wax]
Vacuum Tube - Floating Points [Eglo Records]
Path Of Most Resistance - Pepe Bradock [Atavisme]
Deep Space Mix [Edit] - Redshape [Delsin]
Was Right Been Wrong [maxcar vs Pepe Confiote De Iz And Diz Miz] - Paul Kalkbrenner
Oddity [John Talabot Misterioso Mix] - Zwicker feat. Olivera Sanimirov [Compost/Permanent Vacation]
So Much Fun - Lindstrøm feat. Christabelle [Smalltown Supersound]
We're Getting Stronger (The Longer We Stay Together) [Original Walter Gibbons 12" Remix] - Loleatta Holloway [Salsoul Records]

Cassa Disintegrata II (Chrisimas Miss) - mirror

20.12.09

Ghia-accio bollente se-ei tu

Fa freddo, sono le prime parole che pronunciano gli Zu alla fine del primo pezzo. Prima di loro i Valerian Swing mi hanno ricordato quanto abbia nel cuore quei fraseggi melodici da gruppo post-rock fine anni Novanta e gli (o i?, vale la pronuncia?) Psychofagist, accompagnati al sax da Luca T Mai degli Zu, mi hanno annoiato con quello che non mi piace granché del genere (ritmi matematici, chitarra pippotica, voce grind estenuante e titoli simpa e intermezzi ancora più simpa) - e per inciso il sax quasi non si sentiva. Fa freddo, e siccome tutti salgono sul palco dell'Hiroshima con almeno un componente in bermuda, verrebbe voglia di ricordare i principi di un corretto riscaldamento pre-partita. Fa freddo, ma il concerto degli Zu ne necessita quasi a rendere più fica l'energia creata. Suonano gran parte di Carboniferous, coi pezzi legati da campionamenti di rumori, discorsi, film spagnoli etcetera. Gli strumenti suonano tutti come altri strumenti e la cosa che più colpisce è la capacità di bilanciare gli ingredienti in modo che nessun troppo storpii e che l'attenzione sia alta tra un break algebrico, un duetto ambient tra sax e trombone o una fuga di loop di basso che diventano chitarra che diventano basso. Orc quasi alla fine porta all'estremo il campionamento dei cani (tributo alle Christmas Dog Songs?) facendo a meno del didgeridooismo con una riuscita piacevolmente inquietante. Ostia è zaireeka di punk-funk, aphex, teoremi di Cantor e sabbia nelle scarpe. Il bis viene richiesto a ondate su un pezzo post rock coi silenzi in mezzo che sembrano predisposti. Temperatura al ritorno: cinque gradi sotto-zero.




Nevica e per stanotte è previsto che nevichi. Così inauguro l'uso del Nightbuster, che mi porta direttamente da casa ai Murazzi. Nick Höppner ha un aspetto da perfetto medico di famiglia, di quelli che ti danno i consigli sbagliati per fare i simpatici. Per il resto è house da Panoramabar, mai troppo rispettosa delle origini (alcune delle cose che piacciono per ora a Koze tipo Matthias Meyer o BDI) e in perenne morbido flirt con la techno, stile il suo lavoro coi MyMy. Temperatura al ritorno: sette gradi sotto-zero.



Ghiaccio. Nonostante l'arrivo strategico "con calma" alle 22.59, lo Spazio 211 è semivuoto e bisogna aspettare le 23.59 per notare un maggior numero di persone. Devo dire che mi aspettavo molta più gente per la prima volta a Torino di Banjo Or Freakout, l'ottimo progetto di bedroom-pop di Alessio Natalizia dei Disco Drive, ma il ghiaccio sembra avere avuto la meglio. Chitarra, tanti pedali, tamburo, il centrale Roland SP555 al posto del laptop e altri due oggetti non precisati (uno sembrava uno di quei touchpad bidimensionali) il set-up. I filmati dei live con batterista di supporto sembravano snaturare il senso del progetto proprio a livello dei suoni e allora ben venga il passo indietro del suonare meno per suonare meglio. Musica da rapimento, finale in cassa dritta e come sempre piace a Torino nessun bis (Archangel? Jingle Bells? Qualunque?). Temperatura al ritorno: dato che volevo andare a dormire col sorrisone: sette gradi sotto-zero (ma più avanti nella notte anche dieci undici).


18.12.09

Ass Iomi

Così come è difficile che nelle liste di fine anno™ siano presenti i dischi usciti a Gennaio e a Dicembre, nelle liste di fine decennio compilate anzitempo™* è difficile che siano presenti dischi del 2001 e del 2009.

(meno male che ieri Zu, oggi Nick Höppner e domani Banjo Or Freakout)

* no, Kid A no

10.12.09

Pudding, sales'n'roll





(e alla fine l'ecletticità senza sorprese del capodanno del Fabric avrà la meglio sulla discomusic di Horse Meat Disco vs DFA, sulla tentazione dubstep della sala Bloc per Eastern Electrics e su tutto il resto all'insegna del 'troppo'. Se tutto va bene saremo tutti turisti stile gita delle medie. Per il resto il ficherrimo mini-festival dubstep al Ministry Of Sound a Santo Stefano e il divertentismo del non capodanno di Erol Alkan ed Aeroplane rendono improbabili altri appuntamenti danzerecci (le minimalate ovunque, l'house di Dennis Ferrer, Martinez Brothers e Cooly G, Sasha per il primo dell'anno). A proposito, ma tra Natale e Capodanno c'è una moratoria sui live indie?)

Se c'è un veleno morirò,
ma sarà dolce accanto a te


(nota cantante a seguito dell'ingestione di galatine)

((ormai un programma radiofonico settimanale))

Twees On Drugs (mix) - maxcar - (mirror)

6.12.09

Nightchirpers

Il giorno dopo il precedente post l'ottima netlabel italiana Homework Records ha pubblicato Fireworks, gustosa raccolta di nove pezzi di Grillo (già apprezzato per rockolatoyz e morgenstern). Dato che trattasi di hip hop elettronico e melòdico di quello che mi garba parecchio, non sarebbe mancato nel precedente gruppo. Come tutte le uscite della Homework, il disco è in streaming e download gratuito. Come dice il pezzo, esse a doppia-pi i a ti e elle o.



2.12.09

Not Hip Not Hop

(tanta voglia e tempo di scrivere, neh)

L'altro giorno per caso mi è uscito un filotto di ascolti non hip hop che aveva un forte afrore hip-hop e che soprattutto non era né storto, né intellettualoide. Mi chiedevo se invadere un campo altrui con roba che non appartiene a quel campo, ma visto che il Wu Tang Clan fa uscire dischi di remix dubstep di dubbia qualità, perché no. Tanto più che non potevo fare a meno di dedicare una merdosa four minute version della figatona a Puffy all'interno dei venti minuti.


Not Hip Not Hop (mix) - maxcar - (mirror)

The Composer's Comeback - Paul White [One Handed Music] + benedizione di Puffy
Volcano (Four Tet Remix) - Antipop Consortium [Big Dada Recordings]
Round One (Salem Remix) - Gucci Mane [Icey? White Space? CDR?]
Sahara Michael - Ikonika [Hyperdub]
Waves Imagination - Lone [Werk Discs]
The DJ (maxcar shrinks a four minute version out of Radio Slave Monument to make Puffy angrier) - DJ Hell feat P.Diddy [International DJ Gigolo Records]

25.11.09

Sorrisi nella nebbia

Io non ho problemi col freddo, a parte che sono influenzato/raffreddato da tre settimane a questa parte. Io non ho problemi con la nebbia, di sera. Quando torno a casa o quando sono in giro di sera la nebbia in fondo mi piace, ha un che di evocativo, fa venire voglia di scrivere musica nebbiosa. La mattina invece non la sopporto proprio. Andare al lavoro alle otto di mattina con la nebbia intorno è deprimente. Potrebbero esserci dei sorrisi (e di sicuro non ci sono) e sarebbero nascosti. Per contrasto ovviamente credo di essere ancora in estate. E la tracklist dei cinque-sei pezzi / venticinque minuti è nascosta nella nebbia.


19.11.09

Bedrooms

Dato che non sarò a Torino purtroppo domani mi perderò Theo Parrish @ Secret Mood, però voi siateci anche per me. Tra un the e una spremuta qui comunque si ha tanto tempo a disposizione e oltre all'ascolto delle novità, ci si lancia in imprese titaniche come la visione della serie Producer Masterclass di Computer Music Magazine su Youtube, che al di là dell'utilizzo vero e proprio dei software è fica per quanto si possa sbirciare nelle camerette studio dei teachers e nei loro setup hardware. Ieri è toccato a "Nathan Fake smanaccia Cubase (e Cooledit)": interessante il primo quarto d'ora in cui racconta i segreti di The Turtle, un po' meno i quaranta minuti successivi in cui tira su un pezzo da zero per finire con dieci minuti di manopolismo senza commento. Stamattina è il turno di "Rusko spiega come non smarmellare coi riverberi su Acid e come fare quei wah wah ignobili col VST Albino" (suonando Rats In The Kitchen). Quasi quasi passo a Benga per Future Music (doppio lcd fico, ma Albino anche qui, nooo).



16.11.09

Febbra

Devastato da una settimana di influenza (seria-non-suina) che continua, colgo dieci secondi per una segnalazione in saccoccia da ormai una settimana (e incredibile ma vero nel mondo del super hype c'è ancora spazio per maturare una settimana di ascolti di qualcosa non ufficiale senza che il web ne sia impestato. sarà l'influenza).

James Blake ha la faccia da bambino delle barrette Kinder. Suona nei Mount Kimbie (e se siete miei frequentatori non vi devo spiegazioni), ma da poco è partita anche la sua carriera solista con un singolo su Hemlock. Musica figa che nasce dai bassi (ok, il dubstep non esiste più), ma James facciadibambino di soppiatto sempre più spesso aggiunge un elemento straniante per il genere. Canta. Nel maggio scorso per aprire e chiudere un mix per Electronic Explorations cantava (una cover di Limit To Your Love di Feist per aprire e un'imprecisata I Never Learnt To Share alla fine). In questi giorni invece circola una sua dubplate intitolata Measurements che nell'escalation paracetamolo-antibiotici-cortisonici e nella riduzione continua tra una misurazione della temperatura e l'altra aspira ai fumi dolenti di certi classici (Tim Buckley o l'Anthony meno insopportabile) mentre sullo sfondo le godurie produttive del dubstep vengono applicate ad elementi classici (gli stop e le ripartenze coi controcanti basso-diffratti, lo spezzatino di elementi, l'atmosfera per sottrazione). Sette giorni e la febbra non passa.


Measurements - James Blake

12.11.09

StalleToStelleToStalleAgain (ovvero il ClubToClub: terza serata)

Sabato al Lingotto, serate finale. DJ Pierre è già sul palco, un incrocio tra Disco Stu, il Mike Bongiorno della sigla di Pentatlon e quei cartoni animati blacksploitation anni settanta. Quando Guido Savini, preposto a sonorizzare con adeguata energia l'ingresso al padiglione, gli passa la linea, Pierre aggredisce con una hard house ai confini della minimal. Passi che dal padre dell'acid-house di Chicago avrei preferito inflessioni più, hmmm, acide, passi che a quell'ora e in un luogo così grande è giusto farsi prendere a cazzottoni, ma quello che non può passare è il suono tristemente ottuso della musica che ha proposto, con le frequenze tutte in mezzo (ma i bassi? ma le alte?) e quell'odore chimico di preset.

(DJ Pierre gioca a Snake col cellulare nuovo mentre mixa)


Jeff Mills mi scuserà se il giorno prima non mi sono recato al Museo del Cinema a prestare occhi e orecchi a un suo nuovo progetto multimediale in cui mischia musica e regia. Sono un passolone, ma quando la pseudo sbobba intellettuale è così ovvia, ne faccio a meno. Sul palco invece è rivelatorio. Azzerando l'ora e mezza di Pierre, riparte da un tappeto di frequenze insolite per luoghi come questi: dieci-quindici minuti di intro coi bassi che lenti si sollevano prendendo velocità e gli alti che intessono trame che si vaporizzano, si sfaldano e schioccano oscillanti. In mezzo le frequenze protagoniste del set di Pierre sono espulse, e con loro gli arpeggi sordi e i ritmi dall'occhio sbarrato. Sullo schermo la luna, la bocca è aperta e nessuno reclama i cazzottoni. Poi i cazzottoni arrivano, anche a colpi di 909 live, oscuri e disperati, incalzanti e capaci di retrocedere ancora su intermezzi di ambiente tesissimo.



Questa sera il concetto del club-to-club consiste nel migrare verso un'enorme caldaia di ferro alle spalle del palco principale, contenente la sala rossa. Savini, prima di passare la linea al live di Nathan Fake, è molto più crossover e quindi ci scappano le milanesate, un pizzico di cosmica, gli hotchippi e via dicendo. Nathan Fake live è in crescita continua: dai set ai limiti dell'ambient-davanti-a-chi-vuole ballare del periodo successivo all'uscita di Drowning e da quelli che per concedere di più ai danzerini sacrificavano storture e complessità, oggi sembra aver preso il meglio e le ritmiche incessanti e talvolta crespe non impediscono il gioco di fino o l'emersione indisturbata dei tratti melodici. Dj Pierre (anche in questa sala) prende il suo testimone e tende a ripetere quanto suonato sul palco principale con la differenza che ora i pezzi noiosi si inacidiscono un po' di più. Così si torna al main stage per l'ultima mezzora di Mills che bombarda con la drum machine come se non ci fosse domani. La sua chiusura è ambientale, forse però meno intrigante dell'apertura. Comunque, set della serata.



Carl Craig non è proprio in vena. Sarà quanto ha visto fare da Mills, ma inizia tentando un'intro orchestrale involuta che invece di ipnotizzare, crea del malumore. Quando comincia a piovere qualche fischio, continua imperturbabile con un muso duro che se non fosse il suo solito muso duro, si sarebbe quasi potuto dire provocatorio. Rendendosi conto, lascia partire la cassa, ma per tutta la prima parte è duro e piatto. In parallelo il suo traktor comincia a fare le bizze e se in qualche occasione sembra di assistere a un gioco di gambe in contrappunto, per il resto si ha la spiacevole impressione di assistere a una schermata impallata col software che quando sembra ridarti il controllo del puntatore si blocca nuovamente. Sarà la serata, saranno i problemi, ma C2 tira i remi in barca quando manca ancora molto e decide per il set alla cazzo di cane (per dirla alla René Ferretti): da un minimo di senso iniziale passa a consegnare alla rinfusa e senza un perché le sue solite armi di battaglia (e Jaguar buttata lì a quel modo fa male) e robe nuove come Hood su Clock. Dato però che non c'è mai fondo al peggio, quando ormai temevamo anche le trombette, il finale è arrivato coi canti latino-americani, come nemmeno il peggiore epigono di Luciano: ultimo pezzo prima del bis Caminando e bis a cazzo di cane, udite udite, La Mezcla. Que tristeza.



11.11.09

ClubToNiente (Il ClubToClub: parte seconda)

Il venerdì abbandono l'idea fondante il festival ("spostarsi lungo la città da un club all'altro"). È il giorno dedicato al from disco to disco eppure io compro un abbonamento con un unico club più serata finale. Pur conoscendo la suddivisione tra i vari club (una serata intellettualtronica con Jon Hopkins, Theo Teardo e Optofonica all'Espace, una hipsterdisco all'Hiroshima con Optimo, l'orso degli Hot Chip, Valletta e i Bloody Beetroots, una berghainicadicermania al The Beach con Shed live, Dettmann, Steffi e Seth Troxler e una senza apparente filo conduttore al Supermarket con Martyn live, Laurent Garnier live e Angel Molina) ad una settimana dal festival non sono stati ancora comunicati gli orari e allora, certo che Laurent Garnier sia un punto fisso e suonerà al centro della notte e certo che i live di spicco saranno tutti in prima serata, opto per il Supermarket. Passano i giorni e la serata dell'inizio del festival alle 19.30 arriva la comunicazione degli orari (un giorno prima per i lettori dei commenti di Torinoforum, ma poco cambia). Nella comunicazione ovviamente vien fuori che ho fatto bene: con Laurent Garnier che comincia all'1:30 diventa impossibile sentire Shed (1:30), Jon Hopkins (1:30) ed Optimo (2:00) che erano proprio i papabili degli altri locali. La collocazione iniziale di Martyn a mezzanotte avrebbe almeno reso possibile abbandonare Angel Molina in favore dei tedeschi, anche in relazione al fatto che il set di Dettmann veniva esteso fino a fine serata data l'assenza di Seth Troxler. Qui però il colpo di genio: nella mailing list al Supermarket viene annunciato un surprise guest dalle 5 (chissaràmmai? non è che Lorenzino ci fa lo scherzo? Turymegazeppa?). Morale della favola, anche volendo saremmo mai potuti andare altrove?

Il pomeriggio non comincia bene. Solo la sera prima veniva comunicato un orario in cui Martyn era ancora presente e invece si diffonde la voce che non suonerà per problemi di ernia al dubplate. A Bologna il Link lo sostituisce con Shackleton, a Torino corre la voce che il surprise guest dalle 5 sarà Shackleton. Morale della favola, anche volendo saremmo mai potuti andare altrove? Il time slot di Martyn viene dunque affidato per estensione a Federico Gandin, che apprezzo con la sua techno e house profonda. Il pubblico è eclettico: gruppi di cinquantenni un po' spaesati, ex clubber quarantenni che ancora non staccano la spina, immancabili ragazzini, intellettualoidi, universitarie denuclearizzate, indifescion e chipiunehapiunemetta. Shackleton non suonerà dalle cinque.

Laurent Garnier sale sul palco con sezione fiati (due elementi ma un sacco di ottoni), compare in tandem al banco di comando e tastierista disposto lateralmente "a vedersi" da perfetta techno-jam. No Music, No Life dal nuovo album, da me colpevolmente trascurato col senno di poi, apre in costruzione aggiungendo un tassello alla volta sul claim e comprimendo sempre di più l'energia. Back To My Roots, pezzo extra-album su Innervisions, e la successiva e ancora inedita It's Just Music (prevista in uscita proprio su Innervisions) allontanano il concerto dal flusso discontinuo dell'album (tra intermezzi, pezzi hiphop e grosse variazione di genere) verso un miscuglio coeso ed esplosivo di house acida sporcata di jazz maledetto. Roba nuova ma che suona come se fosse al di là dei tempi. Free Verse senza rapper allenta la tensione ma è solo un attimo prima di venire investiti dal drum'n'bass forsennato di Bourre Pif con i fiati che prendono la scena e ricordano quanto utopica fosse la nostra fede nella commistione tra jazz e jungle.



Col fronte palco che ormai è una bolgia, Laurent Garnier chiama Gnanmankoudji e finalmente so come pronunciarla. Epica, coi fiati prima strozzati e lugubri e poi aperti nel ritornello mentre i timpani rullano tribali e quindi in improvvisazione per tutta la seconda parte. Live suonato, sincronizzato a orecchi e sguardi eppure perfetto nell'esecuzione e nella resa energetica (d'altronde vanno in giro con lo spettacolo ormai da due anni). Non c'è il tempo di prendere un attimo di respiro e arriva il primo classico, una Crispy Bacon che ancora mi ricordo il maledetto bagno lynchiano del video con il giradischi che spunta dal cesso-jukebox, l'altoparlante residuo da suicida nella vasca da bagno e la bionda nerd inquietante con la bava alla bocca il coltellazzo e soprattutto gli oscilloscopi, vero occhiodellamadre per i quali non riuscivo a dare Elettronica Uno. Un bagno di bitume bollente. Pay TV è l'ultimo pezzo da Tales Of A Kleptomaniac e sono certo di essere a uno dei concerti della vita (anche se il concerto della vita di Laurent Garnier me lo immagino di quattro ore e con tutti i vecchi amori con la F), mentre le brume tristi ammantano la batteria - registrata ma live - e lo shutdown del digitale terrestre è vicino. The Man With The Red Face è tutto quello che ho provato a dire finora elevato a infinito alla quarta, se non alla quinta. Al solito come troppo spesso sta succedendo qui a Torino ai concerti, non si riesce a scucire il remix per la desideratissima Big Babou. Il roadie fa no con un faretto.


(la scaletta è mia!)


Mentre gli altri se ne scappano dai tedeschi (pare che tra i tre club più dance, il The Beach sia quello che ha raccolto minore afflusso, ma pare anche che Dettmann non si sia lasciato intimorire), io tiravo a campare con un noioso ma molto funzionale Angel Molina in vista della verifica dello special secret guest. L'unica concessione a un flusso abbastanza privo di variazioni sono stati due pezzi che dopo circa un'ora tentavano la strada del fuzz, presto abbandonati in favore di lidi più sicuri. Alle cinque e venti, certo che nessun guest si sarebbe presentato ho preso la via di casa, deciso a dare un senso a un set probabilmente pensato come de-eccitante rispetto all'enorme live che lo precedeva.

10.11.09

VellutoToMoquette (Il Club To Club: parte prima)

Posso ripetermi che non cerco rivalse nei confronti della musica che ascolto, posso dirmi che non ho bisogno che Evelina Christillin mi dia il benvenuto e mi accomuni alla figlia nei giovani che finalmente entrano a Teatro con la musica elettronica per la prima volta (e che la legna non sia troppa, orsù), posso lamentarmi quanto voglio del fatto che siano meglio i diciottenni datch-vestiti che attendono sempre l'ultimò ultimò rispetto ai trentaseienni col posto riservato che non hanno pagato il biglietto, che non sanno dove stanno, che si alzano e se ne vanno venti minuti prima della fine o che forse in realtà, com'è più probabile, mi facciano ribrezzo tutti. Però il misto di attenzione sull'ostico, commozione sul finale e gioia, quando dopo quindici minuti parte per la prima volta la cassa e sembra di stare al Concerto di Capodanno a Vienna con tutti che applaudono a ritmo, tutto ciò non sarebbe stato lo stesso lontano dai velluti, dai palchetti e da tutto quel rosso ingoiato dal buio, in cui ci immergiamo ogni fine settimana.



Serate come quella di giovedì scorso al Teatro Carignano di Torino con il concerto di Francesco Tristano, Carl Craig e Moritz Von Oswald (soli, senza orchestrali o strumentisti) sono tentativi che in fondo cercano di annullare una distanza che, per quanto ce la stiamo a raccontare, è tutta lì nelle parole intorno, nelle sensazioni aumentate e persino nelle ricerca di indifferenza dietro cui possiamo nasconderci. Non se ne può fare a meno e allora si prova a raccontare anche il resto, quello per cui si è davvero lì.



Senza l'orchestra e gli strumentisti, i tre scelgono la via di un suono live, non artificialmente sincronizzato e improntato su un'esecuzione ai limiti della divagazione in jam. Tristano martirizza di effetti il piano, ora metallizzandolo, ora grattando il timbro,pizzicando e percuotendo il budello direttamente. Per i primi ventiminuti punteggia le vibrazioni di fondo dilatate di Craig e Maurizio con un concreto trattato che riprenderà più avanti ma che non mi conquista più di tanto. Molto meglio quando aprirà l'arcobaleno timbrico house nascosto sotto gli effetti, classico e dolente allo stesso tempo, o quando si preoccuperà di contrappuntare con la melodia di basso sintetizzato. Craig sembra rincorrere, nonostante chiami come un direttore di orchestra incisi e variazioni: la drum-machine live scarna e non lavorata ricerca un sapore classico detroitiano, però il più delle volte risulta legnosa e priva di respiro (anche se è il classico colpo di gomito all'amico con la palpebra calante); il suo sintetizzatore poi suona monocorde ed elementare affiancato al respiro del basso di Tristano. Maurizio (gran cuore per lui e tutto per come cerca di riprendersi dai problemi di salute) lavora molto di architettura, riempiendo i vuoti e addensando il materiale a volte un po' slegato degli altri due. Prenderà la scena sull'ultimo pezzo prima del bis quello con la più grande carica dub. Tra le cose suonate Technology, uno da Recomposed, frammenti affioranti dai libretti dei tre (qualche detrito da Auricle Bio On, tappeti da M Series, qualche passaggio soffuso al synth per C2) e su tutti una The Melody che scalda il cuore e lo fa sorridere e gli accordi ritmici di The Bells che fanno sempre la mossa di partire e non vengono mai raggiunti dalla melodia. Poi per il bis tornano solo Craig e Tristano che improvvisano rilavorando passaggi già sentiti in precedenza ripetendo sostanzialmente i pregi e difetti della serata. Un gran tentativo di spettacolo elettronico senza la pompa e i lacci dell'accompagnamento orchestrale, ottimo a tratti ma che richiede ancora l'affinamento dovuto da simili maestri.




Dopo qualche chiacchiera si attraversa la città e dall'altra parte al Mirafiori Motor Village (la zona di Mirafiori riconvertita a centro polivalente / spazio di vendita) si raggiunge la serata Do You Warp?. Tra una cosa e l'altra faccio in tempo per venti minuti di Hudson Mohawke che è un ventenne robusto e nerdonissimo nel suo ingobbirsi su manopole, giradischi e laptop. Elegante quanto la copertina di Butter, affastella un accumulo di beat storti, frammenti melodici, elettronica disparata con l'incoerenza della scoperta. Puzza ancora di latte nei suoi estremismi (nonostante un'enorme gavetta alla puntina), ma in fondo suona come il pop che vorrei sentire alla radio, con 800 tab diversi aperti sul browser, e lo stile di una pagina geocities fine anni Novanta: il Prefuse'73 del buon umore. Lo si ama per Fuse anche se il suo futuro è dalle parti della conclusiva Ooops!!!. Lo applaudono pochissimo alla fine (molto più durante il set), ma lui è convinto non poco. Subito dopo Jimmy Edgar nella sua mezz'ora (pagati poco i ragazzi per la serata a ingresso gratuito?) passa da un suono funkadelico con tanto di voce trattata a un martellone pneumatico alla Autechre, a tentazioni house senza un minimo di senso compiuto. Indeciso. A seguire il dj set di Passenger e xluve sceglie la strada di una specie di fidget(!) cosmica(!). Già abbastanza infastidito, su Yeke Yeke decido di abbandonare la moquette in erba sintetica e andarmene a dormire.



The Melody (Carl Craig's C2 Remix) - Francesco Tristano
Fuse - Hudson Mohawke